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Special guest

Tanto tuonò che piovve: con la canonica intervista al Corriere della Sera, che si conferma il bollettino ufficiale delle nostre partenze, Paola Binetti annuncia oggi il suo addio al Pd per l’Udc. Sull’addio al Pd, i bookmakers avevano chiuso le scommesse da tempo; sull’entrata nell’Udc, mi dispiace non essermi giocato qualche euro nei giorni scorsi, perché c’era ancora chi credeva che andasse con Rutelli. Io no, non ci ho mai creduto, perché per un profilo come il suo sarebbe stata una fatica inutile: andare nell’Api – che per necessità e per virtù nasce  pluralista – significava rimettersi a combattere per affermare l’identità cattolica pure lì dentro. Con la Lanzillotta anziché con la Pollastrini, ma sempre battaglia era. Nell’Udc, invece, Paola Binetti si può mettere finalmente in pantofole: più o meno lo stesso ragionamento che facevo tempo fa, parlando di Dorina Bianchi. Ecco perché, stavolta, non leggerete il mio solito pianto greco sull’irrilevanza del filone culturale cristiano nella costruzione politica del Pd: perché l’addio della Binetti, in realtà, l’avevo metabolizzato già da tempo, prima ancora che avvenisse. Da un lato, vedevo la sua sofferenza; dall’altro, constatavo l’insofferenza degli altri: non c’era scampo, davvero, e lo sapevamo tutti. Anche lei, che però – e questo gliel’ho rimproverato anche personalmente – ha insistito un po’ troppo sul vado-non-vado, beneficiando magari per qualche tempo di una rendita di posizione personale sui giornali ma non aiutando certo il Pd e neppure quelli di noi che, diversamente da lei, avevano deciso di continuare a combattere dal di dentro. A Paola Binetti devo molto, perché la mia candidatura è passata anche attraverso lei: fu proprio lei – che avevo avuto più volte ospite in Rai – a parlarne la prima volta con Francesco Rutelli, il quale a sua volta mi propose a Veltroni, che accettò. La sua partenza, dunque, mi pone più di un problema personale, perché istintivamente mi viene da pensare che uno di noi (forse lei, forse io)  stia oggi dalla parte sbagliata: o io sbaglio a restare, perché il destino della componente cattolica nel Pd è ormai segnato, oppure lei sbaglia ad andare via, perché rinuncia ad una sfida cruciale e si mette, appunto, le pantofole. Può darsi pure, però, che abbiamo ragione entrambi: su alcune questioni – dall’omofobia ai Dico, per dirne due – abbiamo infatti sensibilità diverse e non per questo uno dei due si sente più cristiano dell’altro. Nell’intervista di addio, Paola Binetti esagera su alcune cose (la locomotiva del Pd lasciata a Pannella) ma dice la verità su altre, perché è vero che oggi nel partito c’è la tendenza a considerare la cultura cattolica alla pari di quella radicale, nonostante i radicali non abbiano contribuito alla formazione del Pd e soprattutto non intendano farne parte, preferendo il ruolo di special guest. Il giorno in cui mi accorgessi che la situazione è irrimediabilmente ribaltata, con la cultura radical-libertaria a fare da collante e la presenza cristiana ridotta al ruolo di special guest, preparatemi un manifesto come questo qui sopra.

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Una domanda

Partiamo dall’intervista di oggi al Corriere della Sera, che vi obbligo a leggere. Nonostante la nostra amicizia, Paola Binetti non mi cita tra i parlamentari a lei più vicini, e so benissimo che non si tratta di una scortesia: il voto sull’omofobia, tanto per fare un esempio, ha mostrato che, su alcuni temi, tanto vicini non siamo. Peccato, diranno i guelfi. Per fortuna, risponderanno i ghibellini. Ma il punto è un altro, e non è nemmeno il nostro affetto reciproco: io oggi difendo la Binetti perché difendo il Partito democratico, e – se pure vi prudono già i polpastrelli, come temo – vi chiedo di seguirmi un attimo. Dopodiché torneremo amabilmente a scannarci, come molte altre volte, purché abbiate la bontà di rispondere alla mia domanda finale. La premessa la conoscete: l’aggravante per l’omofobia mi sembrava una risposta doverosa della politica alle crescenti violenze contro gli omosessuali, tanto è vero che avevo seguito il provvedimento in Commissione Giustizia (pur non facendone parte) ed avevo chiesto di intervenire in Aula sul complesso degli emendamenti, per ribadire il mio appoggio al testo base. Avevo preparato un intervento molto duro nei confronti dell’Udc, che in Commissione aveva accostato l’omosessualità all’incesto ed alla pedofilia, e della stessa Lega, che aveva dichiarato di ritenere gli scontri fra tifosi di calcio un problema maggiore rispetto alle violenze omofobe. Purtroppo, al complesso degli emendamenti non siamo neppure arrivati, perché il Centrodestra e l’Udc hanno affossato il testo prima: gli stessi Pdl e Lega, che in Commissione si erano detti d’accordo (a denti stretti, per la verità), si sono rimangiati la parola in maniera vergognosa. Una lezione di cinismo incredibile, su cui c’è poco da commentare. Ma da ieri – e qui arriviamo al punto – lo stesso Pdl ci sta dando un’altra lezione, stavolta di liberalismo: nessuno dei 19 dissenzienti (9 voti contrari e 10 astenuti, lo ricordo) è stato processato sulla pubblica piazza, mentre la nostra unica free rider è finita sul rogo, immolata sull’altare del congresso. Nel giro di pochi minuti, Paola Binetti è diventata un’arma congressuale da puntare contro la mozione avversaria: attacchi a Franceschini da Marino e Bersani, Dario non vuole la patata bollente e minaccia l’espulsione, lei dice che all0ra voterà Bersani ed improvvisamente i franceschiniani si ringalluzziscono, mentre i bersaniani usano toni più concilianti e Marino continua a picchiare. Ma siamo scemi, signori miei? È così che risolve la terribile grana del pluralismo interno – perché è una grana, lo ammetto, soprattutto sotto congresso, quando si tende a tagliare tutto con l’accetta –  una forza politica che, vocazione maggioritaria o meno, si candida a governare l’Italia? Adesso leggetevi quanto ha scritto ieri FareFuturo, la fondazione di Fini, e poi vi faccio una domanda, solo una.

OMOFOBIA: FAREFUTURO, SALVATE DAL ‘ROGO’ IL SOLDATO BINETTI
(ANSA) – ROMA, 14 OTT – ‘Che qualcuno salvi dal ‘rogo’ il soldato Paola Binetti’. E’ l’invito di Ffwebmagazine (www.ffwebmagazine.it), il periodico online della Fondazione Farefuturo, presieduta da Gianfranco Fini, dopo la bocciatura della legge sull’omofobia e il caso nato nel Pd sul voto della deputata teodem.
‘Non e’ possibile – si legge nel corsivo – che un partito a vocazione maggioritaria, pluralista e moderno come si candida a essere il Pd possa inciampare ancora nel paradigma della disciplina di partito’. Per questo motivo, ‘qualcuno faccia qualcosa per spiegare ai democratici del Pd che l’epoca del ‘processo politico’ e’ ormai morta e sepolta’.
‘In un sistema bipolare, dove due grandi partiti rappresentato due terzi della societa’ italiana, vogliamo davvero ritornare all’opinione disciplinata?’. Soprattutto, proprio ‘nel momento in cui, anche all’interno del Popolo della liberta’, il dibattito su alcuni temi inizia un faticoso cammino e anche qui le cosiddette ‘minoranze’ rivendicano con sforzo spazio e agibilita’ politica, non e’ un buon segno se ‘nel maggior partito dello schieramento avverso’ un deputato viene messo all’indice per un voto contrario a quello della sua maggioranza’.
Salvare il soldato Binetti significa soprattutto riconoscere che le sue idee, ‘alcune delle quali discutibilissime, fanno parte di un bagaglio culturale e valoriale diffuso nella societa’ e non solo nel suo partito’. E lo ‘stesso discorso vale per la proposta di Paola Concia che e’ stata sostenuta anche da tanti esponenti del Pdl e dalle associazioni di destra. Per questo motivo il fallimento di ieri non si puo’ addossare a una sola persona. Ma ai limiti del dibattito all’interno dei due grandi partiti’. ‘E’ proprio nella crescita di questo – conclude il magazine – che si deve basare la sfida di un partito plurale. Nella sua capacita’ di includere, di mediare: di trovare cosi’ sempre la strada maestra per disinnescare il conflitto piu’ duro’.(ANSA)

Ora la domanda, a cui vi prego di rispondere: perché loro ci arrivano e noi no?

La tela di Anna Paola

La storia che sto per raccontarvi forse non la leggerete mai sui giornali, ma se io fossi il direttore di un quotidiano ci farei un bel fondo, perché è una storia che, nella sua semplicità, parla di politica meglio di un talk show. Commissione Giustizia, ieri pomeriggio: ci vado anch’io, pure se non ne faccio parte, perché si vota il testo base della legge sull’omofobia. O meglio, di quella che avrebbe dovuto essere la legge sull’omofobia, ma che – prima ancora di arrivare in Aula – ha già lasciato sul campo parecchie ambizioni: dei due progetti presentati (uno del Pd, a prima firma Anna Paola Concia, ed uno dell’Idv, a prima firma Di Pietro) è rimasto solo un richiamo nel titolo (“Disposizioni in materia di reati commessi per finalità di discriminazione o di odio fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”), mentre l’impianto originario è stato mutilato: niente introduzione del reato di omofobia, per esempio, ma soltanto un’aggravante nel codice penale, tra l’altro – come vi dirò – accettata a denti stretti. Alla fine, tutto quello che rimane è un testo di un solo articolo, che recita così:

All’articolo 61, comma 1, del codice penale, dopo il numero 11-ter), è aggiunto il seguente:
“11-quater) l’avere, nei delitti non colposi contro la vita e l’incolumità individuale, contro la personalità individuale, contro la libertà personale e contro la libertà morale, commesso il fatto per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa dal reato”.

In sostanza, chi compie un delitto non colposo (tra quelli di cui sopra) a causa dell’orientamento sessuale o della discriminazione sessuale avrà una circostanza aggravante ai fini della pena: capita già lo stesso se si compie il fatto contro un pubblico ufficiale o un ministro di culto, o se lo si compie da latitante, oppure (come ha chiesto ed ottenuto la Lega, facendo inserire la modifica nel ddl sicurezza) da immigrato irregolare. Nulla di rivoluzionario, insomma: il difetto di questa norma è, al limite, quello di essere troppo timida, ma – date le circostanze – era impossibile spuntare di più. La Lega ha continuato ad opporsi anche ieri, dicendo che l’aggravante dell’omofobia è perfettamente inutile: intanto, perché rientra in quella (già esistente) dei “motivi abietti e futili”; inoltre, perché “le statistiche dicono che sono molto più frequenti i reati a causa del tifo calcistico, eppure non esiste un’aggravante apposita”. Lo stesso ha fatto anche l’Udc, che – al contrario della Lega – non ha limitato il dissenso al dibattito, ma ha addirittura votato contro il testo base, pensando forse di cavalcare il moralismo di una parte del mondo cattolico ma finendo per essere più papista del Papa. Dall’altro lato della barricata, l’Italia dei valori ha adottato lo stesso atteggiamento dell’Udc, ma per motivi opposti: i dipietristi non hanno votato il testo base perché non accettano che la maggioranza abbia ridotto il tutto ad un’aggravante. E qui c’è proprio la radiografia dei vari partiti: il Pdl che di fronte ad alcune proposte di buonsenso non può tirarsi indietro ma tenta di ridurre il danno, la Lega che – come un pezzo dell’Italia benpensante – verso gli omosessuali prova un certo fastidio, l’Udc che si chiude a riccio nell’identitarismo perché spera di riscuotere consensi nel fronte cattolico, l’Idv che vive perennemente nella logica del “tanto peggio, tanto meglio”, sperando che le riforme non si facciano per poter poi scendere in piazza ad urlare che il governo non le ha fatte. E noi? Il Pd – che nella circostanza soffriva, insieme ad Anna Paola Concia, per le mutilazioni ricevute dal testo – ha mostrato responsabilità: ha cercato fino all’ultimo di salvare il progetto, cambiandolo più di una volta rispetto a quello iniziale, ed ha agito pensando al Paese. Quella di Anna Paola è stata finora una prova di pazienza, un continuo tessere la tela per portare a casa qualche risultato, che alla fine si tradurrà comunque in un testo normativo: è chiaro che anche per noi sarebbe più comodo far saltare tutto e metterci ad urlare contro la maggioranza omofoba, ma la politica non può essere una campagna elettorale perenne. E speriamo che anche gli elettori, prima o poi, se ne rendano conto.

Lotta frocia

fiaccolata lgbt roma

Con l’autoironia che certamente non gli manca, il movimento lgbt la chiama “lotta frocia”. Ma con la lotta dura del ’68 ha in comune solo lo slogan, visto che i nostri sono antropologicamente incapaci – come me, del resto – di uccidere una zanzara. La lotta frocia si attua con metodi assolutamente nonviolenti, tipo una fiaccolata che parte dal Colosseo ed arriva in Campidoglio; non ha bersagli fisici, ma mira dritto alle coscienze; l’obiettivo non è l’attacco, ma l’autodifesa. E ieri sera ho lottato frociamente anch’io – io che non ho mai partecipato ad un gay pride, e che tuttora mi sentirei probabilmente a disagio di fronte ad alcuni carri sopra le righe – camminando con la candela accesa per via dei Fori imperiali, dietro alla bandiera simbolo del movimento omosessuale. Mi guardavano, i vari amici del Pd presenti, e si meravigliavano della mia presenza. Ed io – che l’anno scorso ero stato al circolo Mario Mieli, e quest’anno mi sono commosso alla proiezione del film “Due volte genitori”, organizzata da Paola Concia alla Camera – mi meravigliavo della loro meraviglia. Se il Pd ha un senso, se il suo progetto iniziale non è ancora morto, la prima regola deve essere quella dell’incontro; e per incontrarsi bisogna innanzitutto cercarsi, poi darsi un appuntamento, quindi mettersi in moto. Infine, stringersi la mano, come facevano i nostri antenati, per mostrarsi vicendevolmente la destra disarmata. Deporre le armi non significa rinunciare alle proprie convinzioni, ma vuol dire piuttosto non farsene scudo per evitare che quelle degli altri ti sfiorino. Cito ancora l’esempio della mia proposta di legge sulla cittadinanza agli immigrati: pur partendo da posizioni diverse, alla fine con una parte del Pdl stiamo dialogando bene ed abbiamo trovato una strada comune. Che non è di destra né di sinistra – e qualcuno se ne dispiacerà – ma ha dentro entrambe le corsie: la volontà di arrivare ad un risultato concreto, di sbloccare la situazione, ha superato la distanza iniziale dei nostri approcci. Penso che sui diritti civili si debba seguire la stessa strada, perché la strategia del muro-contro-muro attuata finora avrà pure riempito le piazze e smosso le coscienze, ma non ha cambiato di una virgola la nostra legislazione. Per l’omofobia, invece, il discorso mi sembra più semplice: pare che, dopo le violenze di questi giorni, la stessa Mara Carfagna abbia dato la disponibilità a discutere del testo, e forse stavolta non ci sarà neppure bisogno di scomodare il gemello di Fini.

Homo laicus

Se vuoi fare bella figura in un incontro del Pd, citi Barack Obama. Oddio, certe volte il trucchetto vale pure in Parlamento, ma comunque negli incontri del Pd l’assenso della platea è matematico. Io stesso l’ho sperimentato due settimane fa, al Lingotto, quando cercavo spiegare in due minuti la differenza tra laicità dello Stato e dimensione privata della fede, e mi sono beccato applausi imprevisti: nessuno – indipendentemente dalla propria esperienza personale di agnostico, ateo, credente tiepido o praticante – ha osato contestare il fatto che il presidente degli Stati Uniti avesse riempito di riferimenti religiosi il proprio discorso inaugurale. Pochi giorni dopo mi sono trovato a discutere, via mail, con Cristiana Alicata, che coinvolgo qui senza chiederle il permesso ma tanto è una donna sportiva e capirà: io le ripeto la pappardella di cui sopra, lei mi risponde citandomi due episodi. Il primo è la promessa elettorale, fatta da Obama, di eliminare la regola “don’t ask, don’t tell”, introdotta da Bill Clinton come compromesso nel 1993, che permette ai gay di stare nell’esercito solo se nascondono le proprie preferenze sessuali: le rispondo che sono perfettamente d’accordo e che, se ci fosse in Italia, la abolirei anch’io. Il secondo mi mette più in difficoltà: Obama promette anche di eliminare la legge in Difesa del matrimonio (Doma), che considera “matrimonio” solo l’unione tra uomo e donna e “convivenza” le unioni omosessuali. Passano pochi giorni e scopro su internet che il capo della Casa Bianca ha cambiato idea: nei processi intentati dalle organizzazioni lgbt, che accusano la Doma di discriminazione, il Dipartimento per la Giustizia interviene in difesa della legge vigente, portando anche argomentazioni piuttosto forti, che a me non sarebbero mai passate per la testa. Non so se alla fine del mandato i cittadini statunitensi omosessuali saranno completamente soddisfatti della politica di Obama, ma finora – nonostante le trovate ad effetto, tipo la proclamazione di giugno 2009 come “mese dell’orgoglio lgbt” – mi pare che il presidente abbia agito più di cesello che di accetta, come secondo me ogni uomo politico è chiamato a fare. Se Obama è dunque l’attuale icona dell’homo laicus, mi sta benissimo: purché lo si valuti nel suo complesso, magari senza dimenticare l’incontro di ieri con il Papa. Lo avrete letto forse nelle cronache dei giornali: il capo della Casa Bianca si è impegnato solennemente a ridurre il numero di aborti negli Stati Uniti. Lo farà, naturalmente, con le politiche laiche che un governo ha a disposizione: non già rapendo le donne incinte dai consultori e portandole a partorire forzatamente nei conventi, ma – ad esempio, come lo stesso Mr. President ha anticipato – finanziando programmi di aiuto alla maternità difficile, perché nessuna donna sia mai portata ad abortire per motivi economici. Tanti di voi, in questi mesi, mi hanno chiesto di affrontare i problemi senza pregiudizi, in maniera non ideologica, e come vedete ci sto provando costantemente. Ora, però, permettetemi di rigirarvi la stessa richiesta: quando cominceremo ad affrontare l’aborto in maniera non ideologica? Quando smetteremo di dire che è una vittoria della libertà e lo chiameremo finalmente con il suo nome?

Caro Andrea, (…) se posso permettermi un suggerimento su come procedere nella direzione che hai tracciato, io credo che il cammino per una sintesi oltre che attraverso una corretta definizione di laicità (come hai giustamente sottolineato) passi per un recupero della concretezza. Fintantoché le questioni si affrontano ideologicamente non c’è speranza di uscirne vivi, invece quando si comincia a ragionare di cose concrete una sintesi si può trovare.
Ti faccio un esempio: legge 194. Nessuno più pensa a ritornare ad un tempo in cui l’aborto era un reato, però forse possiamo convincerci tutti che (a prescindere dalla questione ideologica sulla persona) l’aborto è un male: forse un male minore a volte, ma comunque un male. Allora, una volta stabilito questo terreno comune, si può cercare una linea politica che ci porti oltre il male minore, ovvero riorientando la lotta contro l’aborto, combattendolo non nel tentativo velleitario e inutile di abrogare la 194, ma piuttosto iniziando una seria politica a favore della maternità, così da mettere la donna che non vorrebbe abortire in condizioni di poter tenere il bambino.
È un piccolo esempio (te lo cito perché è quello in cui sono concretamente impegnato sul campo) di come a mio parere si possano trovare sintonie e consonanze che vanno anche oltre il mero rispetto reciproco tra laici e credenti (che è sì un punto di partenza, ma ovviamente deve poi diventare linea d’azione e progetto politico).

La mail che avete appena letto me l’ha inviata un parroco di Roma, don Fabio Bartoli, che da domani mi toglierà il saluto. Ma non credo che, se l’avesse scritta Barack Obama, sarebbe stata poi così diversa.

C’era una volta

C’era una volta una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Quello stabile, magari non fisso ma almeno mobile, e comunque in regola, non in nero. La sovranità apparteneva al popolo: erano i cittadini, insomma, a governare, a scegliere i propri rappresentanti da mandare in Parlamento, dove veniva esercitata la funzione legislativa. Il governo poteva sì proporre disegni di legge (come del resto ogni parlamentare e come gli stessi cittadini, per le leggi di iniziativa popolare) ma la funzione legislativa poteva essergli delegata solo per un tempo limitato e per oggetti stabiliti, per di più sulla base di principî e criteri direttivi già determinati dalle stesse Camere. In casi straordinari di necessità e di urgenza, il governo poteva adottare provvedimenti provvisori con forza di legge, detti decreti, la cui efficacia dipendeva però in ultima analisi dal giudizio incontestabile del Parlamento, ergo del popolo sovrano che lo aveva eletto. Il presidente del Consiglio dei ministri ed i ministri, anche se cessati dalla carica, erano sottoposti alla giurisdizione ordinaria: previa autorizzazione delle Camere in caso di reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, altrimenti (per tutti gli altri reati) non c’era bisogno neppure del via libera parlamentare. In quella Repubblica, infatti, tutti i cittadini erano uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Pur ricorrendo al più ampio decentramento amministrativo e tutelando le minoranze linguistiche, la Repubblica era una e indivisibile; agli stranieri che vedevano impedite nel proprio Paese le libertà democratiche riconosceva il diritto d’asilo, perché le norme del diritto internazionale erano al di sopra di tutto. Era una Repubblica che promuoveva lo sviluppo della cultura, la ricerca scientifica e tecnica; che tutelava il paesaggio, il patrimonio storico e artistico. Nessuno metteva in discussione l’indipendenza dalla Chiesa cattolica e la sovranità, nel proprio ordine, dello Stato; allo stesso modo, nessuno vedeva minacciata la laicità dello Stato dalla professione pubblica della fede religiosa (di qualunque fede si trattasse, visto che le confessioni religiose erano egualmente libere davanti alla legge): tutto era ammesso, purché non fosse contrario al buon costume. Lo stesso buon costume era l’unico limite anche per la stampa, che per tutto il resto non poteva essere soggetta a limitazioni o censure: ognuno, infatti, era libero di manifestare il proprio pensiero. Era una Repubblica che riconosceva i diritti della famiglia, agevolandone la formazione con misure economiche e altre provvidenze, con particolare riguardo alle famiglie numerose; proteggeva le mamme, i bambini ed i giovani. Tutelava la salute, considerata non solo un diritto fondamentale dell’individuo ma anche un interesse della collettività; allo stesso tempo, non obbligava nessuno a trattamenti sanitari se non per disposizione di legge, e comunque mai in caso di violazione dei limiti imposti dal rispetto della persona umana. L’istruzione statale abbracciava ogni ordine e grado, era aperta a tutti, obbligatoria e gratuita; i capaci e meritevoli avevano diritto ad accedere ai gradi più alti degli studi, attraverso contributi economici; enti e privati potevano istituire scuole senza oneri per lo Stato, ma allo stesso tempo veniva assicurata piena libertà all’istruzione non statale che chiedeva la parità. Era una Repubblica nata sulle ceneri di una guerra, capace di rimarginare ferite profonde nel nome del bene comune e governata da galantuomini, che vedevano nel proprio impegno civile uno strumento di servizio alla Nazione e non una scorciatoia per difendere gli interessi personali. Non so di chi sia la colpa, ma oggi questa Repubblica non c’è più.

Quel che è di Dio

Da ieri sera vengo sollecitato sulla questione Binetti, che vado qui a riassumere. Il Vaticano pubblica un documento in cui si afferma che i ragazzi con “tendenze omosessuali fortemente radicate” non devono entrare in seminario, né diventare preti. Alessandra Arachi, del Corriere della Sera, chiede un parere a Paola Binetti, che si dice d’accordo con il documento e cita “la situazione drammatica dei preti pedofili”. L’accostamento omosessualità-pedofilia (“le tendenze omosessuali fortemente radicate – argomenta la Binetti – presuppongono la presenza di un istinto che può diventare incontrollabile”) provoca la reazione di tutti i movimenti gay e di alcuni esponenti del Pd, che chiedono a Veltroni di espellere la parlamentare dal partito. Faccio passare la nottata e telefono a Paola Binetti: la prima ed unica volta che mi intervistò, la Arachi fece fare anche a me la figura del menga, per cui vorrei capire esattamente che cosa è successo. Paola Binetti mi risponde che, fatto salvo il rispetto per le scelte sessuali e fatti salvi anche i diritti inviolabili della persona, è contraria all’ordinazione sacra degli omosessuali per lo stesso motivo per cui è contraria al loro matrimonio. Il che non significa che non possa essere data una risposta legislativa alle loro richieste, partendo dall’articolo 2 della Costituzione, eccetera eccetera. Mi chiedo che cosa avrei risposto io, se la Arachi avesse intervistato me: certamente, non avrei fatto riferimenti alla pedofilia; altrettanto certamente, avrei detto che il periodo in seminario è per definizione un periodo di discernimento, e che il discernimento richiede una lontananza dalle tentazioni: per questo motivo – essendo il seminario un luogo frequentato solo da maschi, che per di più praticano vita comunitaria – è evidente che una “tendenza omosessuale fortemente radicata” non sia d’aiuto. Avrei aggiunto, però, che nella mia vita ho conosciuto diversi sacerdoti con tendenze omosessuali latenti e che, in alcuni casi, ne ho apprezzato le capacità umane e pastorali. In altri, invece, ho pensato che fossero le persone sbagliate al posto sbagliato (come del resto mi è accaduto per certi sacerdoti eterosessuali). A pensarci bene, comunque, non so neppure se avrei avuto la gentilezza di rispondere a domande del genere: con quale autorità, infatti, può un politico mettere bocca in vicende interne alla Chiesa? Con quale legittimità e competenza può pronunciarsi sulla selezione dei candidati al sacerdozio?  Con quale faccia tosta, poi, può dire alla Chiesa di non mettere becco nelle faccende della polis? Della famosa frase di Gesù, ci ricordiamo sempre la parte relativa a “quel che è di Cesare”. Se la politica non venisse chiamata in causa anche per “quel che è di Dio”, probabilmente, perderemmo meno tempo a farci gli esami reciproci di laicità.