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Le croci di Blinisht

A Blinisht, villaggio dell’Albania settentrionale, ho visto qualche anno fa un cimitero che ricorderò per tutta la vita: una decina di croci bianche, piantate da un missionario italiano, ricordavano le ragazze partite per le nostre coste e mai più tornate indietro. È un fenomeno, quello della tratta, che dura ormai da una quindicina d’anni e che ha portato decine di migliaia di giovani donne sulle nostre strade: alcune volte con l’inganno amoroso, altre con la complicità delle famiglie, altre ancora facendo leva sul bisogno economico. Vai su Google, cerchi “prostituzione albanese in Italia” e ti trovi studi come quello di Gerd Buta, docente di Scienze politiche e strategiche:

Le ragazze vengono classificate in almeno cinque tipologie: le ragazze che vanno via di loro volontà; le ragazze che vengono prese con la forza; le ragazze che vengono imbrogliate; le ragazze che partono per continuare a fare le prostitute; le ragazze che vengono vendute dai loro genitori. Una ragazza passa attraverso varie fasi prima di cominciare a fare la meretrice: viene sistemata in una città lontana dalla sua piccola patria, prima della partenza; compie l’attraversata col gommone; viene sistemata in un’abitazione in un paese straniero, dove molto spesso viene tremendamente violentata e maltrattata, con lo scopo di farle perdere ogni dignità di essere umano, prima di uscire in strada per fare la prostituta; l’esercizio vero e proprio della prostituzione. Solo nel 1999 la delinquenza organizzata ha ucciso oltre quaranta ragazze che s’erano ribellate. Per superare il problema i delinquenti rapiscono i bambini di chi si rivolta, in maniera che così facendo, le madri siano indotte a continuare a prostituirsi. Negli anni novanta sono scomparsi oltre 1200 bambini albanesi. Una prostituta albanese può guadagnare in una notte sino a 500 euro, potendo tenere per sè solo il dieci per cento circa.

Se Berlusconi avesse un po’ di sensibilità su questo tema – visto che per un periodo è stato pure ministro degli Esteri – probabilmente non staremmo qui a parlarne. Invece, nella conferenza stampa con Berisha a Palazzo Chigi, ha detto che l’Italia bloccherà gli sbarchi, ma non tutti: “Faremo eccezione per chi porta belle ragazze”. E gli albanesi d’Italia, nel loro piccolo, si sono incazzati: prese carta e penna, una ventina di associazioni e centinaia di cittadini hanno scritto al premier una lettera aperta, dicendosi “profondamente indignati e offesi”.

(…) Nonostante il Premier italiano sia noto per le sue battute infelici, riteniamo che quanto da egli dichiarato sia un’affermazione offensiva nei confronti delle donne albanesi che vivono e lavorano onestamente in Italia e Albania, perché si prende beffa di una delle piaghe sociali più gravi della transizione democratica albanese: la tratta di esseri umani. Il premier italiano dovrebbe sapere che c’è già chi porta in Italia “le belle ragazze albanesi”, e le mette a lavorare come carne fresca sui marciapiedi italiani, oppure in finti centri benessere dove benestanti italiani si servono di loro per alleggerirsi dai loro carichi pesanti di lavoro e responsabilità. Sono i trafficanti di esseri umani e la criminalità organizzata che gestisce lo sfruttamento della prostituzione. Elevare un argomento cosi delicato e doloroso a inopportune battute sessiste e maschiliste offende il lavoro e l’impegno di quanti si battono affinché la donna non sia trattata come un oggetto, ma goda di pari opportunità.
Siamo profondamente dispiaciuti e addolorati che il Premier del Paese in cui viviamo, e del quale aspiriamo a diventare pieni cittadini, dimostri un atteggiamento altamente offensivo nei confronti del nostro Paese di origine e dia un immagine cosi arretrata dell’Italia. Chiediamo una rettifica e scuse formali a tutte le donne albanesi che vivono e lavorano in Italia.

La domanda, a questo punto, mi sorge spontanea: che cosa abbiamo fatto di male per meritare tutto ciò?

Un anno invano

A leggere le notizie di oggi, con il ministro Sacconi in visita alle suore di Lecco ed Ignazio Marino in piazza per una veglia laica, sembra che Eluana Englaro sia ancora lì. Invece è passato un anno e siamo noi quelli ancora lì, fermi alla lotta che spaccò l’Italia in due fazioni: visti da destra, erano il popolo della vita e quello della morte; visti da sinistra, erano i clericali ed i laici autentici. Vi ho informato più volte, nelle ultime settimane, sull’andamento della discussione sul testamento biologico: nessuno di quei post è finito nella classifica dei più letti e commentati, segno che evidentemente non c’è troppa voglia di ragionare sul tema. Ci si accontenta dell’impatto emotivo, ed allora ecco qui che oggi – nel primo anniversario dalla morte di Eluana – si ritira fuori dall’armadio il vestito di guelfo o quello di ghibellino e si ricomincia, come se in mezzo non fosse passato un anno. Come se non ci fosse stato il tempo di riflettere sull’equilibrio tra diritto di autodeterminazione e difesa della vita, tra dignità della persona e divieto di eutanasia. Invece, dall’interno posso testimoniare che nel Pd questo percorso è stato fatto: per citare un esempio concreto,  i nostri emendamenti sono molto diversi da quelli dei radicali (tutti centrati sull’autodeterminazione) e rappresentano un tentativo serio di andare oltre gli arroccamenti. Purtroppo, vi spiegavo nei giorni scorsi, ci ritroviamo a sbattere contro un muro di gomma: votano compatti contro tutto ciò che l’opposizione presenta, indipendentemente dal merito, per non darci la soddisfazione di una vittoria politica. Tra gli emendamenti bocciati, tanto per capire, ce n’è pure uno sul divieto di eutanasia (nostro) ed uno sul fatto che il rifiuto di terapie è “atto personale e non derogabile” (Buttiglione): tutta roba su cui neppure il Papa avrebbe da ridire. Ma qui siamo ben oltre il Papa, perché almeno nella Chiesa il diritto al dissenso esiste ancora: nel Pdl, invece, le poche voci dissenzienti vengono messe a tacere, impedendo loro di votare, ed alla vigilia di ogni seduta in Commissione il capogruppo si mette al telefono per rimediare 19 alzatori di mano a comando. Per alzatori di mano a comando intendo colleghi che non solo non fanno parte della Commissione, e dunque non hanno seguito il dibattito né letto i nostri emendamenti, ma che spesso durante la discussione escono addirittura dalla porta, per poi rientrare magicamente al momento del voto e mandarci sotto. In questo clima, come potete capire, non è facile cercare mediazioni intelligenti su temi delicati: anche su quello della certezza della volontà – che per me nella vicenda Englaro traballava parecchio – ci troviamo di fronte a soluzioni tagliate con l’accetta. Per non parlare dell’articolo 3, quello su alimentazione e idratazione: è lì che si annuncia la madre di tutte le battaglie. Come se quest’ultimo anno, appunto, fosse passato invano.

I super doveri

Purtroppo nella politica italiana, soprattutto in campagna elettorale, ci si combatte a colpi di slogan. Tu ti inventi il permesso di soggiorno a punti, io ti rispondo che la prossima invenzione saranno i diritti umani a punti, tutti e due andiamo sui giornali ma chi ci legge non capirà nulla della questione. Poi arrivano Crespi o Pagnoncelli, chiedono alla gente che cosa pensa del permesso di soggiorno a punti e l’elettore medio – che di suo non è un esperto di flussi migratori, né di politiche del lavoro – finisce per votare lo slogan che gli è piaciuto di più. Meno male che ogni tanto c’è qualcuno che ragiona e che – soprattutto – tenta di far ragionare gli altri: ancora una volta è la professoressa Giovanna Zincone, docente all’Università di Torino e consulente del presidente Napolitano per i problemi della coesione sociale. Leggete la sua riflessione sulla Stampa di oggi (“I super doveri degli immigrati”) e soprattutto fatela girare, mi raccomando.

La cittadinanza dell’Ue e quelle dei singoli Paesi membri seguono due logiche antitetiche. Il permesso di soggiorno a punti rischia di imitare quella sbagliata. Vediamo perché. L’Ue, in quanto figlia non troppo degenere della Comunità economica, adotta una cittadinanza che segue la logica della libera circolazione: incentiva le persone a muoversi dove ci sono più opportunità. La cittadinanza nazionale segue la tradizionale logica dello stato-nazione: pretende comunanza di cultura e di lingua, incentiva le persone a radicarsi sul territorio. Per diventare cittadino europeo basta avere la nazionalità di uno dei Paesi membri, poi si va e si lavora dove si vuole. Non si chiede ai cittadini comunitari di conoscere la lingua, la cultura, le istituzioni dei paesi dell’Unione in cui emigrano. Al contrario, le singole cittadinanze nazionali chiedono assimilazione, vogliono e inducono stabilità. Per naturalizzarsi occorre essere lungo-residenti, oppure essere nati sul territorio, o avervi studiato per un po’ di anni. L’europeo è invitato ad andare negli altri Paesi dell’Unione senza vincoli, mentre il non comunitario che vuole diventare cittadino del singolo Paese deve restare fermo e assimilarsi.

La differenza è comprensibile. Per concedere un diritto che segna l’appartenenza ad una comunità civile lo Stato chiede garanzie. Non vuole dare un titolo importante a chi stia lì quasi per caso, deve capire se chi vuole entrare nel club fa sul serio, anche se alcuni segnali di questo «fare sul serio» variano. Oggi nell’Unione il requisito della residenza va dal minimo di 3 anni in Belgio al massimo di 12 in Grecia (ma quel governo intende ridurlo a 5 anni). Per gli altri segnali di integrazione stiamo assistendo, invece, ad un trend convergente. In quasi tutti i Paesi europei una certa conoscenza della lingua è sempre stata valutata quando si trattava di concedere la naturalizzazione, ma per lo più non si chiedevano prove formali. Da quando, nel 1999, la Germania ha inserito per legge la conoscenza del tedesco, molti Paesi hanno seguito il suo esempio. Poi sono arrivati i test di integrazione, introdotti in Gran Bretagna nel 2002. Anche i test hanno attecchito alla grande, e servono non solo a valutare la competenza linguistica, ma anche la conoscenza della cultura, della storia, della vita civile del Paese di immigrazione. Per fornire le conoscenze ritenute necessarie si sono allestiti corsi di integrazione: ad aprire la pista in questo caso è stata l’Olanda, e di lì i corsi si sono diffusi a macchia d’olio.

L’asticella da superare per diventare cittadino si è talvolta abbassata sui tempi, ma si è alzata per le prove di integrazione. Alcuni esperti considerano queste richieste eccessive e inutili: se un individuo se la cava a vivere e a lavorare senza conoscere bene una lingua, se la può cavare altrettanto bene a votare, una volta che sia stato promosso a cittadino. D’altronde i regimi democratici, con il suffragio universale, hanno concesso la cittadinanza politica anche agli analfabeti. Quanto al caso italiano, fin troppi commentatori hanno già osservato che si pretende dai nuovi cittadini una cultura pubblica che non dimostrano di avere neppure molti parlamentari. Ma questi argomenti funzionano solo se vogliamo continuare ad accontentarci di una democrazia scadente. Altrimenti, proprio dai requisiti che imponiamo agli immigrati perché vogliamo nuovi cittadini competenti, dovremmo prendere spunto per chiedere altrettanto ai nostri concittadini per diritto ereditario. Anziché abbassare l’asticella per gli stranieri, dovremmo saltare tutti un po’ più in alto. Questo implica prendere molto più sul serio l’educazione civica, proporre palinsesti radiotelevisivi appetibili ed eticamente intensi. L’esigente approccio nei confronti dei nuovi cittadini potrebbe offrire uno spunto per chiedere maggiore competenza ai candidati alle elezioni di ogni ordine e grado. Si tratterebbe sia di ristabilire un cursus honorum, una carriera basata sull’apprendimento graduale, sia di restituire ai partiti quella funzione di educatori civili che svolgevano utilmente in passato.

Ma se la severità nelle richieste che facciamo ai nuovi cittadini può essere utile per costruire una democrazia più adulta, non si capisce invece a cosa servano pretese di assimilazione rivolte a chi è qui solo per lavorare. È sensato imporre una buona conoscenza della cultura storica e civica, dei meccanismi del welfare del nostro Paese anche a chi non intende radicarsi e non vuole diventare cittadino? Lo si è già fatto con il pacchetto sicurezza per la concessione della carta di soggiorno, che si può ottenere dopo 5 anni di residenza regolare, adesso pare che lingua e cultura diventino una condizione per restare a lavorare in Italia dopo un tempo di residenza anche più breve. Ma se uno straniero investe tanto per imparare lingua e cultura del luogo, sarà poi riluttante a spostarsi altrove, a tornare in patria. Il suo progetto iniziale, magari a breve termine, si trasformerà in un progetto stanziale a lungo termine. Se si può accettare la sfasatura tra una cittadinanza europea mobile, concepita in una logica economica, e una cittadinanza nazionale stanziale, concepita in una logica da stato-nazione, non si capisce perché calare la cappa della logica statuale anche ai permessi di soggiorno per motivi di lavoro. Perché imporre ai lavoratori stranieri l’obbligo di assimilarsi? Non ci basta che rispettino le nostre leggi e i valori portanti delle nostre democrazie? Meraviglia che forze politiche convinte dei benefici di un’immigrazione circolare, fluida, si adoperino per spingere gli immigrati a diventare stanziali.

La vita a punti

Siccome voglio essere propositivo, comincio dai lati buoni. Come se in Italia non governasse la Lega e come se non fossimo in campagna elettorale per le Regionali.  Sono talmente propositivo, guarda un po’, che li prendo sul serio: questa idea del permesso di soggiorno a punti, annunciata in pompa magna da Maroni e Sacconi, potrebbe anche essere un tentativo di avviare gli immigrati verso un percorso di integrazione. Di fare in modo, cioè, che lo straniero non rimanga un corpo estraneo alla comunità che lo ospita. I lati buoni, purtroppo, sono finiti, ma ci tenevo ad evidenziarli subito perché la mia non sembri una critica ideologica: l’idea di un percorso non è sbagliata in sé, ma anzi chiama lo Stato ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti di chi viene qui. Ad accoglierlo, insomma, e ad accompagnarlo nei primi due (o tre, perché alla fine leggendo tra le righe si capisce che sono tre) anni di permanenza nel nostro Paese. Meglio così che lasciarli da soli, direte voi, per evitare il rischio che finiscano in una delle tante Rosarno d’Italia, tra i cinesi invisibili di Prato o in mezzo ai manovali della camorra nel casertano. Il decreto – c’è un ottimo riassunto di Fiorenza Sarzanini sul Corriere di oggi – condiziona il rinnovo del permesso di soggiorno ad una serie di requisiti: un contratto di lavoro e di affitto (o una casa di proprietà), la conoscenza dell’italiano, dei principi fondamentali della Costituzione, dell’organizzazione e del funzionamento delle istituzioni, della vita civile in Italia (con particolare riferimento ai settori della sanità, della scuola, dei servizi sociali, del lavoro e degli obblighi fiscali), l’iscrizione dei propri figli minori alla scuola dell’obbligo. Potreste obiettare che molti italiani non hanno tutti questi requisiti, ma voglio ancora dar credito al governo e non scandalizzarmi per la scelta di un’immigrazione selezionata: come nota il nostro Massimo Livi Bacci in un documento di cui vi parlerò presto, anche oggi esiste nei fatti una selezione, legata però a “quote di provenienza geografica che poco hanno a che vedere con la disponibilità all’inclusione dell’immigrato”. Però lo stesso Livi Bacci – che non ha l’anello al naso – aggiunge che una politica selettiva ha senso solo se viene affiancata da “un robusto impegno in programmi di ammissione di immigrati richiedenti asilo o bisognosi di protezione umanitaria”: è giusto esigere da chi può dare, insomma, mentre la politica della faccia feroce verso tutti (barconi compresi) non è degna di un Paese civile. L’anello al naso non ce l’ho neppure io, e così non posso fare a meno di notare che questa storia del permesso a punti fa acqua da parecchie parti. Come si pensa di risolvere la storia dei contratti di locazione, ad esempio? Il problema attuale non è che gli immigrati non paghino l’affitto, ma che gli italiani – quei pochi disponibili ad affittare casa agli immigrati – non registrino il contratto: se vogliamo risolverlo, dobbiamo innanzitutto prevedere controlli più seri e poi magari introdurre la cedolare secca, per evitare che le case restino sfitte. Come si pensa di insegnare a tutti gli immigrati la lingua e le nozioni fondamentali della vita civile in Italia? Il problema attuale – giustamente sottolineato da Livia Turco – è che finora l’intero sistema poggia sulla buona volontà della Chiesa e del volontariato: quel poco che lo Stato ci metteva, attraverso il fondo di inclusione sociale, ora non ce lo mette più, perché Tremonti lo ha azzerato. Prima di avviare il permesso a punti, dunque, sarà necessario preparare una rete di scuole per immigrati (che chiaramente non sono a costo zero), cercando tra l’altro di fissare un programma di lezioni compatibile con il loro orario lavorativo (se sei qui per fare la badante, probabilmente puoi solo di domenica…). Come si pensa di riuscire a legare saldamente la presenza in Italia con un lavoro regolare? Il problema attuale è che – anche su questo fronte – sono gli italiani i primi a fornire lavoro solo in nero, e dunque sono necessari più controlli (e magari meno tasse sul lavoro dipendente, per favorire l’emersione). Ma c’è di più: come si pretende di riformare la disciplina del soggiorno, se non si prevedono insieme nuovi criteri per gli ingressi? Vogliamo che resti sul nostro territorio solo chi ha un lavoro? Bene: mettiamo mano alla Bossi-Fini ed introduciamo la possibilità di ingresso per ricerca di lavoro, tramite una garanzia economica o tramite uno sponsor familiare, in modo che chi viene qui (visto che vogliamo selezionarli noi) abbia la possibilità di dimostrare ciò che vale senza doversi nascondere in un bagagliaio per oltrepassare la frontiera. Vogliamo che gli immigrati si sentano sempre più parte della nostra comunità? Bene: abbiamo il coraggio, come chiedono da tempo alcuni peones, di mettere mano alla riforma della cittadinanza, perché chi decide di stabilirsi qui riesca a vedere la luce in fondo al tunnel, dopo una vita passata ad accumulare punti.

La Camera ricorda

Adolescenti brufolosi nei banchi dell’Udc, Bruno Vespa in quelli del Pd, Brunetta al posto di Berlusconi, Berlusconi abbronzatissimo che parlotta amabilmente con Napolitano: a volersi divertire, la cerimonia di stamattina alla Camera offriva parecchi spunti da cabaret. Ma non era il momento, davvero: Eli Wiesel, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, è venuto in Aula per la Giornata della memoria. Prima di lui ha preso la parola Fini, che di Wiesel ha citato una frase straordinaria: “Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza”. Ed è proprio un calcio all’indifferenza quello che questo giorno vuole rappresentare, dai tempi in cui – era il 2000 – il nostro Furio Colombo chiese al Parlamento di istituirlo. La testimonianza dello scrittore, ormai 82.enne, è stata una rasoiata alla schiena: in alcuni passaggi – come quello della deportazione nel campo di sterminio, durante la quale molti morirono sul treno ed altri urlarono al proprio Dio con tutta la forza rimasta – ho avuto difficoltà a trattenere le lacrime. Oltre al racconto, poi, c’era il monito per il nostro tempo, che Wiesel non ha mancato di sottolineare: “il silenzio non aiuta mai la vittima, ma aiuta sempre l’aggressore”, ha ricordato, aggiungendo che “chiunque ascolta un testimone diventa un testimone”. Ma c’è un ma, e non sarei onesto se facessi finta di nulla. A rischio di non essere politically correct, perché certe cose – come mi ha detto un mio collega – si possono pensare ma non dire. Pur avendo apprezzato buona parte del discorso di Wiesel, ho qualcosa da obiettare sulla sua valutazione del presente. Ha detto, è vero, che la pace tra Israele e Palestina si farà (“Se hanno fatto pace Israele e la Germania, accadrà anche questo”), ma nel complesso non ha saputo resistere alla tentazione di fornirci una lettura unilaterale del conflitto in Medio Oriente: il presidente iraniano Ahmadinejad dovrebbe essere arrestato, gli attentati kamikaze vanno considerati crimini contro l’umanità, i rapitori del soldato israeliano devono liberarlo. Tutto giusto, per carità, ma mi pare che manchi l’altra faccia della medaglia: dove è il riferimento alle colonie? Dove quello alle condizioni di vita nei Territori? E quello alle rappresaglie sproporzionate dell’esercito israeliano, più volte condannate anche in sede internazionale? Avrei potuto capire un discorso del genere in bocca al presidente della Knesset, ma da un premio Nobel per la Pace – lo dico con grande sincerità – mi attendevo un approccio più alto, più equidistante. Se no, a forza di mettere sullo stesso piano la follia nazista e l’intifada palestinese, si rischia di ridurre un conflitto così complesso come quello mediorientale, con radici profonde e soluzioni difficili, alla categoria di antisemitismo.

Il piano a casaccio

Solo un pazzo come me poteva mettersi a difendere i rom in campagna elettorale. Anche una mia carissima amica, donna di grande spessore e certamente non razzista, mi ha dato addosso quando ha saputo dell’interrogazione parlamentare che stavo scrivendo: dopo due esperienze terribili, di furti a casa sua, aveva concluso che i rom vanno cacciati. Punto. Ogni volta che scrivo qualcosa sui nomadi, non ricevo mazzi di fiori: li difendete – mi si obietta – perché nei vostri salotti radical-chic non li avete mai incrociati, mentre la destra li attacca perché sta in mezzo alla gente e dunque conosce il problema da vicino. La mia storia personale non è esattamente quella dei salotti, ma non importa: il problema, a mio parere, è che con i rom non bisogna essere né buoni né cattivi, ma semplicemente giusti. E credo che lo sgombero forzato deciso da Alemanno non lo sia: più che un piano nomadi, mi pare un piano a casaccio. Non c’entra la polemica politica, perché quando il sindaco di Roma azzecca qualcosa (tipo il trasferimento da Casilino 900 al campo attrezzato di via di Salone) non ho difficoltà ad ammetterlo, ma la deportazione dei bambini a Castelnuovo di porto è proprio incomprensibile, come sostengono anche molte realtà impegnate sul campo: tanto è vero che la Comunità di Sant’Egidio, membro del tavolo nomadi del Comune di Roma, lo ha abbandonato in segno di protesta. Così, ieri pomeriggio, ho presentato questa interrogazione al ministro dell’Interno:

SARUBBI – Al ministro dell’Interno – . Per sapere – premesso che:

Il 31 luglio 2008 il comune di Roma ha presentato il cosiddetto ‘Piano nomadi’ che, fra le altre cose, prevedeva la costruzione di 6 campi autorizzati (7 sono già presenti) – ovvero dotati di prefabbricati, luce, fogne, acqua corrente, vigilanza e servizi – e lo smantellamento dei campi abusivi presenti sul territorio;

nel febbraio 2009 è stato adottato dal Commissario Delegato per l’emergenza nomadi – nella persona del Prefetto di Roma – un regolamento che prevede l’ammissione presso i campi nomadi soltanto di stranieri che hanno titolo a restare in Italia, ossia coloro che siano in possesso di regolare permesso di soggiorno, nelle varie tipologie previste dal Testo Unico sull’immigrazione. In applicazione di esso, negli ultimi due mesi, si è proceduto a sottoporre i nomadi presenti nei campi ad accertamenti individuali circa il possesso dei requisiti previsti dalla legge o, in mancanza del titolo, a verificare le condizioni che potessero consentire il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Coloro che sono risultati privi di documenti regolari hanno presentato richiesta di asilo;

lunedì 19 gennaio 2010 sono stati compiuti una serie di interventi finalizzati allo sgombero di un grande campo abusivo denominato ‘Casilino 900’ attraverso una ricollocazione nei campi attrezzati della capitale ma in assenza della realizzazione dei nuovi campi previsti dal Piano nomadi, né tantomeno attivando l’ampliamento di quelli già esistenti. In particolare si è intervenuti presso il campo di via Salone, dove è in atto da tempo un difficile ma positivo lavoro di integrazione, soprattutto nei confronti dei minori;

a seguito di ciò il prefetto ha ritenuto sussistere le condizioni per uno spostamento di circa cento persone – di cui circa trenta ragazzi, la grande maggioranza dei quali nata in Italia e frequentante regolare corso scolastico – presso il CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Castelnuovo di Porto;

sembrano essere carenti non solo valutazioni di opportunità ma anche le ragioni di diritto per un simile intervento. La legislazione riguardante il trattenimento dei richiedenti asilo (Art.1.bis L.39/90 e successive modificazioni Art.3 D.P.R.303/04) non sembra poterlo giustificare. In particolare è prevista la detenzione amministrativa nei CIE (centri per l’identificazione e l’espulsione) quando, al momento della domanda, il richiedente è stato fermato per aver eluso o tentato di eludere il controllo alla frontiera o subito dopo, oppure laddove abbia presentato una domanda di asilo mentre era già destinatario di un provvedimento di espulsione o di respingimento. Entrambe queste condizioni non sussistono nel caso in questione;

per  quanto riguarda i CARA – che sono centri concettualmente diversi dai CIE e per l’accesso ai quali sono usualmente proprio i richiedenti a fare domanda – è previsto l’obbligo di dimora per un tempo massimo di 20 giorni solo laddove si renda necessaria l’identificazione del soggetto (Decr. Legisl. 25/2008, art. 20), condizione anch’essa manchevole nel caso in esame. Le persone interessate dall’intervento infatti, pur prive, in diversi casi, di documenti validi di identità, erano state tutte da tempo identificate e censite dall’autorità amministrativa, tanto da aver potuto accedere stabilmente ad un campo attrezzato. Tra l’altro, le condizioni di sicurezza e controllo presenti nei CARA non si differenziano in modo apprezzabile da quelle sussistenti nei campi autorizzati, anch’essi vigilati e non vincolanti quanto alla permanenza. Anche volendo giustificare una forzatura della norma, non si capisce la ragione di una simile accelerazione dello spostamento nel CARA per l’esame di una domanda di asilo avanzata più di un mese fa;

tale accelerazione risulta poi ancora più inopportuna vista la delicatezza e la complessità del contesto sociale nel quale si colloca. È opportuno ricordare nuovamente che lo smantellamento del ‘Casilino 900’ avviene in assenza degli interventi per la costruzione dei nuovi campi e l’ampliamento dei campi autorizzati già esistenti come previsto dal Piano. Ciò ha portato non solo ad aumentare vertiginosamente la ‘densità demografica’ dei campi allo stato interessati – e ciò a detrimento della loro vivibilità interna e del rapporto con i quartieri circostanti – ma è anche intervenuta modificando pericolosamente e senza una ratio la composizione etnica dei campi. Infine, e soprattutto, l’allontanamento di nuclei familiari radicati ed inseriti da anni in percorsi di integrazione faticosamente avviati, soprattutto nei termini di inserimento nel percorso scolastico dei bambini, sembra una scelta dettata più da una immotivata fretta che da considerazioni legate alla corretta applicazione del ‘piano nomadi’;

è di tutta  evidenza che le modalità seguite nel dare applicazione al Piano, unite alle circostanze evidenziate sopra, svelano l’esistenza di obiettivi estranei a quelli delineati nel “piano”, condizionando pesantemente l’azione delle istituzioni coinvolte – :

se il ministro interrogato non ravveda l’urgenza di ripristinare immediatamente le condizioni di dimora delle famiglie rom trasferite contro la loro volontà al di fuori del campo attrezzato di via Salone, nel quale si trovano domiciliate da molti anni;

se il ministro interrogato non ravveda, riguardo alle famiglie del campo romano di via Salone, l’urgenza di ripristinare immediatamente la corretta applicazione delle norme sul trattenimento dei richiedenti asilo nei CARA di Roma.

L’hanno firmata, con me, Furio Colombo, Paola Binetti, Gino Bucchino, Maria Antonietta Farina Coscioni, Vittoria D’Incecco e Jean-Léonard Touadi. Notare l’accoppiata Binetti-Coscioni, please.

SARUBBI

COLOMBO

BINETTI

BUCCHINO

D’INCECCO

FARINA COSCIONI

TOUADI

Dio con noi

I fucili dei talebani, ha scoperto la Abc, sono marchiati con i versetti del Corano: è in nome di Dio, insomma, che quegli estremisti islamici sparano alle nostre truppe in Afghanistan. In nome del loro Dio, verrebbe da aggiungere, visto che il nostro – il Dio cristiano, quello del crocifisso e del presepe – è il Dio della pace e dell’amore. E potrei finirla qui, con tanti saluti ai pacifisti nostrani che non hanno ancora capito il senso della minaccia islamica, se non vi avessi preso in giro: la notizia è vera, ma i fucili in questione sono quelli dei soldati americani ed i versetti stampati lì sopra sono quelli della Bibbia. Del Nuovo Testamento, addirittura: un passaggio del Vangelo di Giovanni (Gv 8,12: “Gesù parlò loro di nuovo, dicendo: Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”), uno della Lettera ai Corinzi (2 Cor 4,6: “Il Dio che disse Splenda la luce fra le tenebre è quello che risplende nei nostri cuori, per far brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio che rifulge nel volto di Gesù Cristo”) e non so quanti altri: la società produttrice li ha messi nei codici e se l’è pure presa quando è stata sollevato il caso, definendolo una manovra politica di gruppi non cristiani. Tra la luce nel mondo e la guerra in Afghanistan c’è di mezzo un mare, ma i teocon americani (e pure i nostri, all’occorrenza) sono degli ottimi navigatori: le citazioni sono di conforto ai soldati, hanno spiegato nel Congresso, per poi aggiungere che non c’è nessuna contraddizione, visto che si tratta di una guerra giusta. Gli aspetti inquietanti sono più di uno: la tentazione del Gott mit uns, sopravvissuta agli insegnamenti della storia; il differente metro di giudizio, che passa dall’indifferenza all’indignazione a seconda che si tratti dei nostri o dei loro; last but not least, il modo in cui la vicenda viene trattata negli Usa, dove pare che il problema principale sia il divieto di proselitismo. Nel nome del religiously correct, insomma, l’importante è che i militari non convertano al cristianesimo la popolazione locale; se poi Dio dà una mano a prendere la mira, mentre le sparano addosso, tanto meglio. Ho fatto un giro nei blog statunitensi, per leggere i commenti alla vicenda: il pensiero dominante è che le religioni, con rispetto parlando, hanno rotto le palle. E mi sono depresso ulteriormente, pensando che Cristo si rivolterebbe nella Sindone, se non fosse risorto.