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Un anno invano

A leggere le notizie di oggi, con il ministro Sacconi in visita alle suore di Lecco ed Ignazio Marino in piazza per una veglia laica, sembra che Eluana Englaro sia ancora lì. Invece è passato un anno e siamo noi quelli ancora lì, fermi alla lotta che spaccò l’Italia in due fazioni: visti da destra, erano il popolo della vita e quello della morte; visti da sinistra, erano i clericali ed i laici autentici. Vi ho informato più volte, nelle ultime settimane, sull’andamento della discussione sul testamento biologico: nessuno di quei post è finito nella classifica dei più letti e commentati, segno che evidentemente non c’è troppa voglia di ragionare sul tema. Ci si accontenta dell’impatto emotivo, ed allora ecco qui che oggi – nel primo anniversario dalla morte di Eluana – si ritira fuori dall’armadio il vestito di guelfo o quello di ghibellino e si ricomincia, come se in mezzo non fosse passato un anno. Come se non ci fosse stato il tempo di riflettere sull’equilibrio tra diritto di autodeterminazione e difesa della vita, tra dignità della persona e divieto di eutanasia. Invece, dall’interno posso testimoniare che nel Pd questo percorso è stato fatto: per citare un esempio concreto,  i nostri emendamenti sono molto diversi da quelli dei radicali (tutti centrati sull’autodeterminazione) e rappresentano un tentativo serio di andare oltre gli arroccamenti. Purtroppo, vi spiegavo nei giorni scorsi, ci ritroviamo a sbattere contro un muro di gomma: votano compatti contro tutto ciò che l’opposizione presenta, indipendentemente dal merito, per non darci la soddisfazione di una vittoria politica. Tra gli emendamenti bocciati, tanto per capire, ce n’è pure uno sul divieto di eutanasia (nostro) ed uno sul fatto che il rifiuto di terapie è “atto personale e non derogabile” (Buttiglione): tutta roba su cui neppure il Papa avrebbe da ridire. Ma qui siamo ben oltre il Papa, perché almeno nella Chiesa il diritto al dissenso esiste ancora: nel Pdl, invece, le poche voci dissenzienti vengono messe a tacere, impedendo loro di votare, ed alla vigilia di ogni seduta in Commissione il capogruppo si mette al telefono per rimediare 19 alzatori di mano a comando. Per alzatori di mano a comando intendo colleghi che non solo non fanno parte della Commissione, e dunque non hanno seguito il dibattito né letto i nostri emendamenti, ma che spesso durante la discussione escono addirittura dalla porta, per poi rientrare magicamente al momento del voto e mandarci sotto. In questo clima, come potete capire, non è facile cercare mediazioni intelligenti su temi delicati: anche su quello della certezza della volontà – che per me nella vicenda Englaro traballava parecchio – ci troviamo di fronte a soluzioni tagliate con l’accetta. Per non parlare dell’articolo 3, quello su alimentazione e idratazione: è lì che si annuncia la madre di tutte le battaglie. Come se quest’ultimo anno, appunto, fosse passato invano.

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Ufficio propaganda

Oggi vi spiego come si manipola una notizia. Premessa: il gruppo parlamentare del Pd alla Camera ha approvato martedì sera il suo statuto. La notizia fin qui non c’è, nel senso che ogni associazione si dà delle regole e prevede delle sanzioni per chi non le rispetta: se Ronaldinho fa una festino prima del derby e poi dorme in campo, il Milan lo multa; se Adriano si ubriaca in discoteca, l’Inter lo manda in tribuna e poi – quando si accorge che non c’è più niente da fare – lo rispedisce in Brasile. Se un deputato prende lo stipendio da parlamentare ma poi non si presenta in Aula e nemmeno in Commissione, il Pd prima lo sanziona e poi – se insiste – lo caccia. Niente di strano, ripeto, per chi veda la cosa con occhi imparziali. Ma siccome nel giornalismo italiano l’imparzialità non esiste, Libero di ieri si inventa un articolo che già nel titolo dice tutto: “Il Pd approva lo statuto anti-Binetti. Via chi non vota come vogliono i capi”. La tesi naturalmente è che il Partito democratico sia la versione italica del Partito comunista cinese: per “evitare un caso Binetti”, verranno “puniti i voti in dissenso rispetto all’assemblea del gruppo”, mentre il voto di coscienza esiste solo “in teoria”. Anche Avvenire cade nella trappola, parlando di uno statuto “draconiano”, ma in realtà se la cava con una breve di tre righe; è Libero, invece, a ricamarci sopra, e così decido di prendere carta e penna per scrivere al direttore, Maurizio Belpietro:

Caro direttore,
apprendo dal Suo giornale che il mio gruppo parlamentare avrebbe varato uno statuto molto rigido contro la libertà di coscienza dei deputati. Così, almeno, mi spiega l’articolo di Elisa Calessi, pubblicato ieri a pagina 13 sotto un titolo (“Via chi non la pensa come i capi”) che non lascia spazio a molte interpretazioni. Si parla di sanzioni per ogni voto in dissenso, fino all’espulsione, e se così fosse, in effetti, sarebbe gravissimo: io stesso avrei qualche problema a convivere con una disciplina del genere, visto che dall’inizio della legislatura – dall’accordo con la Libia in poi, quando si regalarono 4 miliardi di euro a Gheddafi e si decise di affidare le sorti dei disperati ad un Paese che non rispetta i diritti umani – ho votato più di una volta in dissenso e non escludo di farlo in futuro, qualora la linea del partito su determinati provvedimenti risultasse incompatibile con la mia coscienza di parlamentare eletto senza vincolo di mandato. Invece, quello statuto – approvato martedì sera all’unanimità, dunque anche con la mia alzata di mano – non prevede l’annullamento delle differenze: già nel primo articolo, al contrario, si tiene a ribadire che “il pluralismo è elemento fondante del gruppo e suo principio costitutivo”. Il tutto, è chiaro, all’interno di un indirizzo politico, che lo statuto definisce “vincolante”, in un quadro di eventuali sanzioni già presenti nello statuto dell’Ulivo; ma sarebbe strano il contrario, visto che ognuno di noi è stato eletto in una lista anziché in un’altra, per poi aderire liberamente ad un gruppo parlamentare anziché ad un altro. È naturale, insomma, che ogni gruppo – al termine di un confronto serio e rispettoso tra le sue diverse anime – decida alla fine una linea comune; sarebbe grave, e su questo concordo con voi, se impedisse l’esercizio del voto a chi, per motivi di coscienza personale, non riuscisse a trovarsi d’accordo su questa linea. Sarebbe grave, lo ripeto. Anzi, lo è già: basta chiedere al mio collega Benedetto Della Vedova, al quale il gruppo del Pdl impedisce di votare gli emendamenti sul testamento biologico perché la sua posizione non è in linea con quella del partito.

Andrea Sarubbi – deputato Pd

 

In poche parole, nella lettera cerco di spiegare a Libero due concetti: il primo è che hanno ricamato malignamente su una storia inesistente, perché Bersani non è Pol Pot; il secondo è che, se esiste da qualche parte un tentativo di piallare le teste pensanti, questa parte è proprio il Centrodestra, dove il dissenso interno viene umiliato. Un giornale anglosassone avrebbe pubblicato la mia lettera per intero, senza aggiungere o togliere una virgola; un giornale italiano medio ci avrebbe aggiunto, in chiusura, una risposta ironica o sarcastica del direttore, tanto per avere l’ultima parola; Libero ha deciso di diluire la mia lettera in un pezzo più ampio, eliminandone le parti più scomode. Il titolo è parzialmente riparatore, ma allude quasi ad un ripensamento da parte nostra: “Il Pd fa il buono sul comma Binetti. Chi vota di testa sua può restare”. E perché avremmo cambiato idea, di grazia? Lo dice l’occhiello: “Questione di convivenza”. Della mia lettera si estrapola solo una frase, che suona quasi come un ultimatum (“Sarebbe gravissimo: io stesso avrei qualche problema a convivere con una disciplina del genere, visto che dall’inizio della legislatura ho votato più di una volta in dissenso e non escludo di farlo in futuro”), togliendo di mezzo ogni riferimento scomodo: come quello all’accordo con la Libia, per esempio, che in campagna elettorale è meglio non ricordare troppo ai cittadini. Ma soprattutto – ed è qui la grande lezione di giornalismo che oggi ci viene impartita – sparisce miracolosamente il mio riferimento al Pdl, ed alla messa a tacere di Benedetto Della Vedova nel dibattito sul testamento biologico: per l’ufficio propaganda di Palazzo Grazioli, in effetti, sono parole un po’  troppo forti. Della Vedova, nel frattempo, ha scritto una lettera a Cicchitto e Bocchino, per denunciare la gravità della situazione: le agenzie di stampa l’hanno pubblicata stamattina e domani, ne sono certo, la troverete allegata a Libero, in un inserto speciale con gli interventi del deputato dissidente. O no?

La sfida plurale

Vuoi vedere che alla fine i veri liberali siamo noi? Il dubbio mi è venuto ieri pomeriggio, in Commissione Affari Sociali, quando ho visto il comportamento del Pdl contro l’unico dissidente coraggioso. Non che i dissidenti manchino, pure da quella parte, ma è l’aggettivo che difetta: lo avevo già sperimentato sulla mia pelle, raccogliendo le firme per la cittadinanza, e lo sto verificando anche nei lavori sul testamento biologico. Dove ho visto con i miei occhi un parlamentare della maggioranza, per giunta addetto ai lavori, votare contro un emendamento su cui privatamente si era detto d’accordo. In questo contesto, Benedetto Della Vedova è davvero una mosca bianca: senza aspettare il voto segreto dell’Aula – quando il dissenso non avrà più bisogno del coraggio – si è imbarcato in una sorta di battaglia culturale, solo contro tutti, per dimostrare che il Pdl può essere davvero una forza politica plurale. D’altra parte, era stato lo stesso Berlusconi, un anno fa, a parlare di “un partito anarchico, perché su questioni di etica e morale, ad esempio, noi lasciamo la libertà di coscienza in tutte le situazioni”. E Benedetto gli aveva creduto, spiegando che il pluralismo è nel dna dei liberali, ricordando che tra i popolari europei le posizioni sui temi etici sono discordanti, prendendo atto con soddisfazione della linea prudente adottata dal suo leader, nel “rispetto dell’autonomia della coscienza dei singoli”. Ma Berlusconi scherzava, ed il mio collega non lo sapeva. Non sapeva che un anno dopo, al momento di votare gli emendamenti sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, quel partito liberale gli avrebbe impedito di farlo, negandogli il diritto sacrosanto di sostituire in Commissione un collega assente. Faccio un passo indietro, per chi è meno addentro alle regole parlamentari: se non sei membro di una Commissione, puoi partecipare comunque ai lavori e puoi anche votare in sostituzione di un collega assente: l’importante è che non si alteri l’equilibrio numerico tra i gruppi. Rocco Buttiglione, per esempio, non fa parte della Commissione Affari Sociali, ma siccome è interessato al testamento biologico sta partecipando a tutta la discussione, sostituendo il suo collega De Poli. E così anche Della Vedova, che ieri pomeriggio si era presentato al dibattito sugli emendamenti, come le altre volte, solo che stavolta si entrava in un terreno scivoloso (quello delle dat, appunto, dopo aver parlato nelle settimane scorse dei principî generali e del consenso informato) e quindi il suo capogruppo gli ha detto di no: al suo posto, era stato chiamato un collega che non aveva seguito un minuto della discussione precedente, ma che – a differenza di Benedetto – era bravissimo ad alzare la mano a comando. Il capogruppo del Pdl in Affari Sociali, lo dico per inciso, è il socialista Lucio Barani: non un cattolico conclamato, ma un craxiano di ferro, col garofano rosso sempre all’occhiello e con la missione dichiarata di evitare sorprese alla linea ufficiale del partito. Mi sono guardato intorno ed ho visto, nel Pd, facce molto diverse dalla mia. Comprese quella di Paola Binetti e Maria Antonietta Coscioni, la mia coppia preferita: una coppia a rischio, per carità, ma la sua stessa esistenza è già una vittoria, perché non riesco a concepire il Pd se non come un partito plurale. E se i veri liberali, alla fine, fossimo davvero noi, a me non dispiacerebbe per niente.

Tre indizi e una prova

Tre indizi fanno una prova. E per tre volte, nel giro di poche ore, sono stato attaccato personalmente in altrettante controversie politiche: tre problemi diversi (il testamento biologico, la deportazione dei rom dal Casilino 900, la macellazione dei cavalli), tre interlocutori diversi (un deputato leghista, un senatore Pdl, un giornalista del Foglio), tre attacchi in fotocopia. Tutti centrati sul mio passato televisivo, come se fosse una colpa.

Primo atto. Nella discussione sul testamento biologico, vi dicevo l’altro giorno, siamo al muro contro muro: basta che un emendamento contenga una parola problematica (volontà, autodeterminazione, articolo 32, invasivo…) e la maggioranza lo boccia. Così sono intervenuto per protestare, chiedendo al Centrodestra di fare chiarezza: se avevano intenzione di bocciarci ogni proposta indipendentemente dal merito, potevano dircelo subito ed avremmo risparmiato tempo. Al che, Massimo Polledri – il deputato leghista di cui sopra – mi ha risposto che del tema non capisco nulla, visto che vengo dai telequiz, e che probabilmente avevo nostalgia di ritornarci. Diversi esponenti della maggioranza (e pure il rappresentante del governo) sono venuti a chiedermi scusa, anche se non c’entravano nulla, ma io l’ho presa ironicamente: il giorno dopo, ho fatto arrivare in Aula a Polledri il mio curriculum, con un biglietto in cui gli chiedevo scusa per non averlo aggiornato con i telequiz.

Secondo atto. Ieri vi ho parlato del caso rom, in seguito al quale la comunità di Sant’Egidio ha abbandonato il tavolo con il Comune di Roma. In un comunicato stampa, lo definivo “un’operazione a casaccio”, che – citavo testualmente le critiche di Sant’Egidio – mandava all’aria anni di piccoli e grandi passi verso l’integrazione. E qui si è mobilitato Domenico Gramazio, senatore Pdl: Sarubbi, “volto televisivo prestato alla politica”, è “convinto di fare televisione e di essere il protagonista di una fiction”, mentre “parla di cose che non conosce”.

Riassumendo: non ci capisco niente di testamento biologico, perché vengo dalla tv, e non ci capisco niente neppure di nomadi, perché vengo dalla tv. Ma non è ancora finita.

Terzo atto. Come sapete, sono vegetariano. E per questo motivo sono stato tirato in ballo in un articolo del teocon Camillo Langone (quello che sul Foglio dà le pagelle alle Messe, e che in un libro cercava di convincere le ragazze sulla necessità di predicare bene e razzolare male) dal titolo significativo: “Com’è buono il cavallo”. Il passaggio che mi riguarda merita di essere citato per intero:

“Il democratico Andrea Sarubbi è uno dei pochissimi ministri del dio Equus non provenienti dal centro-destra. È un piacevole e pettinatissimo esemplare di clericale romano, allievo dei gesuiti che non sono riusciti a ficcargli in testa il Vangelo ma che gli hanno concesso il patentino di cattolico innocuo, indispensabile per entrare prima a Radio Vaticana e poi a Raiuno dove ha condotto la rubrica A sua immagine, una trasmissione che non ha mai convertito nessuno, l’equivalente televisivo di un brodo fatto col dado. A forza di andare in onda Sarubbi ha perso quel poco di fede, e adesso anziché credere in san Paolo caduto da cavallo crede nel cavallo”.

Tre indizi, dicevo, fanno una prova: la prova, probabilmente, che sto cominciando a dare fastidio.

Parole vietate

Non so se conoscete un gioco che ai miei tempi era da tavolo, e si chiamava “Taboo”. Oggi quel format ha pure una versione per iPhone, che si chiama “Parole vietate”. Peschi una carta, con la parola da far indovinare al tuo compagno di squadra, e ti devi dar da fare per suggerirgliela; il problema è che non puoi nominarne alcune molto attinenti, se no hai perso. Ti capita “mentina”? Non puoi dire “alito”, “fresca”, “piccola”, “masticare”, “sciogliere”, “confezione”. Hai pescato “colbacco”? Non puoi dire “cappello”, “copricapo”, “russo”, “pelliccia”, “caldo”. Nella legge sul testamento biologico, ho detto in Commissione, sta accadendo una cosa simile: si vuole fare un testo sulle dichiarazioni anticipate di trattamento ma non si possono utilizzare le parole “volontà”, “autodeterminazione”, “invasivo”, “articolo 32” e così via. Attenzione: come molti di voi sanno, io non sono un ultrà dell’autodeterminazione e ritengo che i suoi confini debbano essere chiari, per evitare di aprire all’eutanasia. Ma qui è sufficiente scrivere la parola in un emendamento per farlo bocciare: tanto che ad un certo punto ho chiesto al relatore di dirci in anticipo se voleva rimandare tutto il confronto al voto segreto dell’Aula, così potevamo metterci l’anima in pace ed occupare il tempo in maniera più utile. E qui si è scatenato il leghista Polledri, attaccandomi personalmente, ma preferisco parlarvene a parte, nei prossimi giorni, per non perdere il filo.  Anche questa settimana, dunque, ci hanno bocciato tutto: non solo ai pericolosi laicisti, nelle cui fila credo di essere stato arruolato anch’io, ma pure a Paola Binetti e Rocco Buttiglione. La prima voleva aggiungere nel testo la garanzia delle cure palliative per tutti, il secondo voleva scrivere che il medico è tenuto darti la morfina anche se questa ha l’effetto inintenzionale di provocare la tua morte. Il che è sempre accaduto e sempre accadrà, ma evidentemente non lo si può scrivere su una legge. Il muro di gomma è così respingente che vengono bocciati emendamenti come questo, presentato da tutto il gruppo del Pd in Affari sociali:

Ogni trattamento medico e sanitario di carattere preventivo, diagnostico, terapeutico e riabilitativo, se condotto secondo perizia, diligenza e prudenza è sempre diretto alla tutela della salute e della vita della persona. Nel rispetto del principio di autodeterminazione, salvo i casi previsti dalla legge, ogni trattamento medico e sanitario è attivato previo consenso informato, esplicito ed attuale del paziente prestato in modo libero e consapevole.

L’ospite indesiderato, in questo caso, è il richiamo (per quanto mitigato) al principio di autodeterminazione. Ma ogni volta ce n’è una, e pure quando potremmo vincere ci facciamo degli autogol: l’emendamento di cui sopra, per esempio, non è passato per un solo voto, e purtroppo erano assenti – come sempre – i due rappresentanti dell’Idv (Mura e Palagiano). Oppure, a causa di veti incrociati, può accadere l’inverosimile, come è successo su un emendamento dell’Udc che si opponeva a “trattamenti terapeutici non proporzionati, futili o inutilmente invasivi”, per poi ricordare che il medico “non ha l’obbligo di contrastare e ritardare ad ogni costo l’esito finale della malattia, ma piuttosto, nel rispetto del miglior interesse del paziente, ha il compito di accompagnarlo e assisterlo verso la sua fine naturale”. Una proposta laica ed equilibrata, di certo migliorativa rispetto al testo Calabrò, ma che i radicali non hanno votato, perché – hanno spiegato candidamente – un emendamento di Buttiglione “non va votato, a priori”. A volte, poi, il muro di gomma ha anche un effetto comico: come quando volevano respingere la nostra richiesta di mettere sul sito internet del ministero le informazioni sulla possibilità di firmare una dichiarazione anticipata di trattamento. L’abbiamo presa a ridere, ottenendo una grande vittoria politica: l’emendamento è stato accantonato e se ne riparlerà a suo tempo. Ma non chiedetemi quando, perché non ne ho idea: se andiamo avanti così piano, non prima dell’autunno.

L’equilibrio difficile

Lo spostamento dalla Cultura agli Affari sociali mi ha catapultato nel pieno della discussione sul testamento biologico: un tema particolarmente delicato, che nel dibattito pubblico viene tagliato con l’accetta ma che in Commissione si sviscera fino alle virgole, emendamento per emendamento. Considerando che solo i radicali ne hanno depositati 2400 – un giorno vi spiegherò pure questa tattica otruzionistica: è simile a quella che fanno i sistemisti con la schedina del totocalcio – potete immaginare che genere di lavoraccio sia. Gli emendamenti del Pd sono invece in numero ragionevole, così come ragionevole (più di quanto pensassi, lo ammetto) è la loro impostazione. Giovedì, in particolare, ne abbiamo votato uno che – se approvato – avrebbe potuto cambiare l’impostazione della legge, senza per questo aprire a forme eutanasiche. Era un tentativo di modificare il primo comma del testo C2350, che attualmente (nella versione Calabrò, arrivataci dal Senato) dice così:

Art. 1.
(Tutela della vita e della salute).
1. La presente legge, tenendo conto dei princìpi di cui agli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione:
a) riconosce e tutela la vita umana, quale diritto inviolabile ed indisponibile, garantito anche nella fase terminale dell’esistenza e nell’ipotesi in cui la persona non sia più in grado di intendere e di volere, fino alla morte accertata nei modi di legge;
b) riconosce e garantisce la dignità di ogni persona in via prioritaria rispetto all’interesse della società e alle applicazioni della tecnologia e della scienza;
c) vieta ai sensi degli articoli 575, 579 e 580 del codice penale ogni forma di eutanasia e ogni forma di assistenza o di aiuto al suicidio, considerando l’attività medica nonché di assistenza alle persone esclusivamente finalizzata alla tutela della vita e della salute nonché all’alleviamento della sofferenza;
d) impone l’obbligo al medico di informare il paziente sui trattamenti sanitari più appropriati, fatto salvo quanto previsto dall’articolo 2, comma 4, riconoscendo come prioritaria l’alleanza terapeutica tra il medico e il paziente, che acquista peculiare valore proprio nella fase di fine vita;
e) riconosce che nessun trattamento sanitario può essere attivato a prescindere dall’espressione del consenso informato nei termini di cui all’articolo 2, fermo il principio per cui la salute deve essere tutelata come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario, se non per disposizione di legge e con i limiti imposti dal rispetto della persona umana;
f) garantisce che in casi di pazienti in stato di fine vita o in condizioni di morte prevista come imminente, il medico debba astenersi da trattamenti straordinari non proporzionati, non efficaci o non tecnicamente adeguati rispetto alle condizioni cliniche del paziente o agli obiettivi di cura.

Di tutto questo comma, il Pd salvava soltanto la lettera e), quella sul consenso informato e sull’equilibrio fra diritto alla salute, interesse della collettività e rispetto della persona umana. Per il resto, i miei colleghi avevano preparato un testo alternativo che diceva così:

Al comma 1, sostituire le lettere a), b), c), d) e f) con le seguenti:
a) riconosce e garantisce alla persona il diritto alla vita, inviolabile e indisponibile per chiunque fino alla morte naturale, ai sensi dell’articolo 2 della Costituzione;
b) riconosce e garantisce alla persona il diritto alla salute ai sensi degli articoli 2, 3, 13 e 32 della Costituzione;
c) promuove e valorizza la relazione di cura e di fiducia tra il medico, il paziente ed i suoi familiari ed individua nel consenso informato ad ogni trattamento sanitario e accertamento diagnostico, fatto salvo quanto previsto dall’articolo 2, comma 4, l’atto fondante l’alleanza terapeutica tra medico e paziente;
d) riconosce e garantisce la dignità di ogni persona in via prioritaria rispetto all’interesse della società ed alle applicazioni della tecnologia e della scienza, così come indicato dall’articolo 1 della Convenzione di Oviedo sui diritti dell’uomo e la biomedicina;
e) vieta ogni forma di eutanasia e di assistenza o di aiuto al suicidio;
f) assicura alla persona che si avvalga del diritto a rifiutare le cure ai sensi dell’articolo 32, secondo comma, della Costituzione che il rispetto delle sue volontà sia vincolante per il sistema sanitario nazionale e garantisce il diritto del medico e del personale sanitario all’obiezione di coscienza;
g) garantisce, in attuazione dell’articolo 32, secondo comma, della Costituzione, che il medico si astenga da trattamenti non proporzionati rispetto alle condizioni cliniche del paziente o agli obiettivi di cura.

Nella discussione ci si è accaniti, in particolare, sul punto f), che definisce vincolante il rispetto delle volontà del paziente, nel caso in cui si avvalga del diritto di rifiutare le cure. La maggioranza lo ha attaccato con toni così ideologici che, ad un certo punto, ho dovuto prendere la parola anch’io (scende il gelo tra i miei colleghi: vuoi vedere che quel baciapile di Sarubbi dà ragione al Centrodestra?) per difendere l’emendamento del Pd, che a mio parere rappresentava un buon punto di equilibrio. Dal resoconto sommario sul sito della Camera, ecco lo scambio di battute con Massimo Polledri, cattolico leghista:

Massimo POLLEDRI (LNP) ritiene che l’emendamento Livia Turco 1.44 e, in particolare, la lettera f) enfatizzino eccessivamente l’importanza del principio di autodeterminazione, rendendo la volontà espressa nella dichiarazione anticipata di trattamento totalmente vincolante, anche al di fuori di qualsiasi relazione intersoggettiva.

Andrea SARUBBI (PD) rileva, rivolto al collega Polledri, che l’emendamento Livia Turco 1.44 non fa che esplicitare quanto previsto dall’articolo 32 della Costituzione, senza esaltare in modo esclusivo o unilaterale il principio di autodeterminazione.

Il riassunto è effettivamente stringato, ma rende l’idea. Io ho detto, in sostanza, che la nostra impostazione riportava il provvedimento all’interno dell’articolo 32 costituzionale: né più, né meno. Tra l’altro, Polledri faceva l’esempio di un malato che voleva amputarsi una gamba pur avendola sana, mentre qui parlavamo esattamente del contrario: del diritto, cioè, di rifiutare un’amputazione quando la gamba è malata. Diritto che, tra l’altro, è già riconosciuto nel nostro ordinamento. Ho cercato di spiegarglielo, in maniera delicata: l’autodeterminazione non può essere l’unico criterio nella società, d’accordo, ed infatti questo emendamento la tempera con alcuni paletti, tipo l’art. 32 della Costituzione e gli altri punti di cui alla lettera e). Ma il rischio di cadere nell’errore contrario (quello di ignorare, cioè, le volontà del paziente, come se fosse un pezzo di legno) è altrettanto grave e, visto l’approccio ideologico della maggioranza, molto più reale. Volete sapere come è andato il voto di questo emendamento? No, lo sapete già.