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Il fuoco e le castagne

Del caso Bonino ho già parlato sul blog e, per quanto mi riguarda, non intendo farlo diventare un tormentone: la tentazione di remare contro non mi è mai venuta, né mi verrà ora che la partita è chiusa. Ma ritenevo importante fare una riflessione pubblica sulla vicenda – non che il blog non sia uno spazio pubblico, ma qui mi sento più in famiglia – e così ho inviato un contributo al direttore del Riformista, Antonio Polito, che oggi lo ha pubblicato. Tra parentesi quadre, i piccoli tagli redazionali. Buona lettura.

Ora che i giochi sono fatti, almeno nel Lazio, qualcuno sostiene che il Partito democratico dovrebbe ringraziare Emma Bonino, per averci tolto le castagne dal fuoco. Nessuno dei nostri candidati possibili, mi viene spiegato, avrebbe avuto la sua autorevolezza e la sua credibilità, nel mostrare all’elettorato di Centrosinistra che un nuovo inizio era possibile. Per rimettere in piedi le macerie mediatiche dell’affare Marrazzo serviva una personalità al riparo dal gossip, e la Bonino è [così] lontana da ogni sospetto [che due anni fa si prese pure il lusso di dare una lezione ai giornalisti politici, fingendosi innamorata per vederne l’effetto sulla stampa]. Per gestire un tema delicato come il governo clinico – che investe il problema dei rapporti fra politica e Sanità – c’era bisogno di una figura fuori dagli schemi partitocratici, capace di prendere decisioni coraggiose, e la Bonino certamente lo è: proprio questo tema, poi, è al centro delle battaglie radicali da parecchio tempo, prima ancora che in diverse Regioni scoppiassero scandali di vario colore politico. Per tenere testa a un avversario di peso come Renata Polverini, infine, occorreva un candidato energico, mediatico, trasparente, possibilmente donna: come Emma Bonino, appunto, che il segretario del Pd ha definito “una fuoriclasse”.
Il problema, però, è un altro. Il problema è che il maggiore partito del Centrosinistra – luogo politico che in Parlamento significa opposizione, ma alla Regione Lazio vuol dire governo – non deve mai appaltare a nessuno la gestione delle caldarroste: toglierle dal fuoco, anzi, è il suo mestiere, perché è questo che gli alleati si aspettano dal Pd. Se ha paura di scottarsi le mani, lasci perdere: si faccia invitare a pranzo dagli altri, che ogni volta decideranno quantità delle castagne e tempi di cottura. Ed è quello che temo accada proprio nella mia Regione, dove il Partito democratico – scegliendo di saltare un giro – ha temporaneamente abdicato ad una delle sue missioni più profonde, quella di essere la locomotiva del cambiamento e non un semplice vagone. Di essere un partito vero, insomma, capace di produrre innovazione politica e, per giunta, in modo democratico.
La questione dell’aggettivo non è residuale, perché proprio sulla democrazia interna il Pd aveva costruito la propria identità: a cominciare dal Lingotto, per finire alla recente campagna congressuale, che Pierl Luigi Bersani ha vinto ribadendo l’importanza delle primarie per la scelta dei candidati. Quelle primarie che in Puglia si faranno solo perché l’artiglieria nemica non è ancora schierata, ma che nel Lazio sono saltate per mancanza di tempo; eppure, si potevano prevedere già dai primi di novembre, quando l’affare Marrazzo – di cui trapelavano indizi addirittura in estate – aveva mostrato l’impossibilità di una ricandidatura del governatore uscente. Non è più il momento per fare altri nomi, per carità, ma tra i miei colleghi di partito i nomi si potevano trovare: eppure, si è preferito aspettare fino all’ultimo momento utile, per poi accorgersi che quel momento era passato. E affidarsi, dunque, ad un appalto esterno: la candidatura di Emma Bonino, appunto, che – per quanto fuoriclasse – lascia aperte alcune questioni nel gioco di squadra.
Io sono cattolico, la Bonino è radicale: sarebbe facile, dunque, derubricare il tutto all’ennesima puntata della lotta guelfi-ghibellini, che però non mi appassiona [per niente]. Non mi appassiona in generale, perché ritengo faccia male all’Italia, e tantomeno ne vedo la necessità all’interno del Partito democratico, dove l’impegno politico di ogni cristiano può trovare senso soltanto nello sforzo di gettare ponti tra culture diverse. Ma tra lasciare il Pd, come hanno fatto diversi miei colleghi nelle ultime settimane, e cedere alla tentazione di minimizzare in nome della ragion politica, come stanno facendo altri, ci deve essere una terza via. Che è poi quella di cercare un confronto serio sul programma di governo, prima ancora di appassionarsi al puzzle delle liste: visto che Emma Bonino è anche il nostro candidato – si chiedeva nei giorni scorsi Silvia Costa – dobbiamo trovare delle risposte condivise sulle politiche per la famiglia, sulla solidarietà sociale, sul rapporto tra istituzioni civili e religiose. E trovarle insieme, tanto per essere sicuri che le castagne appena tolte dal fuoco non vadano di traverso a un discreto numero di elettori del Pd.

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Affari sociali

Dalla Commissione Cultura alla Commissione Affari Sociali: per cavarmela con una battuta, potrei dire che sto pagando i primi effetti dell’uscita di Francesco Rutelli dal Pd. Con l’abbandono di Donato Mosella e Marco Calgaro, andati via dal nostro gruppo, i deputati del Pd in Affari Sociali eravano rimasti solo 14; così, visto che in Cultura eravamo in 16, si cercava qualcuno disponibile a cambiare Commissione. Hanno pensato a me, per due motivi: il primo è che, in effetti, ad inizio legislatura avevo messo nelle prime scelte proprio gli Affari Sociali (e mi avevano spedito alla Trasporti!); il secondo è che, in questo anno e mezzo, le tematiche sociali sono sempre state al centro del mio impegno politico. Avrei anche potuto rifiutare – tanto più che in Cultura mi trovavo bene e stavo facendo cose interessanti – ma mi sono messo al servizio del gruppo ed ho accettato, sperando di non andare a fare troppi danni. La notizia è di un paio di giorni fa, ma ve la sto dando solo ora perché aspettavo l’esordio. Che è avvenuto proprio oggi, in coincidenza con il voto sugli emendamenti alla Finanziaria. Prima di parlarvene, devo fare una premessa: da che mondo è mondo, la discussione della Finanziaria si caratterizza per la pratica dell’assalto alla diligenza; con le nuove modalità introdotte da Tremonti – e gliene va dato atto – il criterio geografico dei finanziamenti a pioggia (un ponte in Veneto, una strada in Trentino, una fontana in Umbria, un campo sportivo in Calabria) è praticamente sparito. Rimane, però, la pressione legittima che ogni Commissione cerca di fare sul governo perché vengano messi soldi in alcuni ambiti che le stanno a cuore: alla Trasporti diranno che vanno finanziate la banda larga o le autostrade del mare, in Cultura premeranno per l’edilizia scolastica o la ricerca, alla Lavoro chiederanno fondi aggiuntivi per disoccupati e precari, e così via. In Affari Sociali ci si occupa essenzialmente di povertà e di esclusione sociale, ma anche di sanità: le nostre richieste, dunque, potete facilmente immaginarle. Per senso di responsabilità (e di realismo, visto che i soldi sono pochi) abbiamo ridotto il numero degli emendamenti ad una cinquantina: la maggioranza ce li ha respinti quasi tutti, ma su alcuni siamo riusciti a convincerli. Bocciato, tanto per fare un esempio, l’innalzamento del reddito per l’esenzione dal ticket: il limite attuale (36151,98 euro) è quello fissato nel 1993, ma nel frattempo parecchi che erano esenti oggi non lo sono più, a causa del tasso di inflazione. Fra le battaglie vinte – ma non è neppure detto che lo siano, e dopo vi spiego perché – c’è invece il rimborso alle famiglie più povere delle spese sostenute per latte artificiale e pannolini, oppure l’aiuto alle case-famiglia, attraverso l’istituzione del Fondo per il sostegno delle comunità di tipo familiare. E ancora: la possibilità di detrarre il 19% delle erogazioni in denaro a favore dei programmi di assistenza dei disabili gravi; i 400 milioni di euro da destinare al Fondo per le non autosufficienze; i 100 milioni per il Fondo “Dopo di noi”, che aiuterà i disabili gravi rimasti senza un adeguato sostegno familiare; la proroga del bonus straordinario alle famiglie, ai lavoratori pensionati ed alle persone non autosufficienti. Infine, il 5 per mille, che sembrava sul punto di saltare ed invece rimarrà: il contribuente potrà destinarlo al finanziamento della ricerca (scientifica e sanitaria), al sostegno delle attività sociali svolte dai Comuni oppure alle associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni. Buone notizie, allora? Non è detto, dicevo prima: perché tutti gli emendamenti approvati dalle Commissioni passano ora all’esame della Bilancio, che dovrà verificare se le coperture finanziarie da noi ipotizzate siano praticabili oppure no. Faremo la conta dei superstiti e vi terrò aggiornati.

Fuori dal cassetto

In un’intervista concessa stamattina, che sta passando alla cronaca per la proposta di abolire la buvette, il ministro Gianfranco Rotondi ha espresso in realtà una considerazione molto seria, su un tema che con la pausa pranzo ha poco a che vedere: secondo lui, la mancanza di tutele per i conviventi è colpa del Centrosinistra, che non vuole calendarizzare la proposta di legge 1756 (Disciplina dei diritti e dei doveri di reciprocità dei conviventi, da cui la sigla Didoré), presentata più di un anno fa e non ancora discussa nella Commissione competente (Affari Sociali). I Didoré, lo riassumo per i meno addentro, sono una specie di versione light dei Dico: il testo ribadisce che la famiglia riconosciuta dallo Stato è quella fondata sul matrimonio (e che quindi sono legate al matrimonio “le agevolazioni e le provvidenze di natura economica e sociale previste dalle disposizioni vigenti che comportano oneri a carico della finanza pubblica”), ma poi prevede una serie di norme che, oggettivamente, vanno a riempire qualche buco nella legislazione attuale e che rappresentano comunque un passo avanti rispetto al nulla esistente. Alcuni esempi: assistenza sanitaria, subentro nel contratto di locazione, alimenti. È un provvedimento che – cito la relazione introduttiva – “non comporta oneri per la finanza pubblica e non abbisogna pertanto di copertura finanziaria”: nonostante il blocco di Tremonti, insomma, potrebbe essere discusso alla Camera anche subito ed approvato nel giro di qualche settimana. Eppure, dicevo prima, è lì fermo da più di un anno: sebbene abbia i voti per farlo approvare, infatti, il Centrodestra non lo calendarizza, forse perché su temi così delicati si rischia di scivolare oppure per qualche altro motivo che non mi riesce proprio di comprendere. Per Rotondi, però, la colpa è nostra, perché – nonostante sia una legge sottoscritta solo da deputati del Pdl – avremmo potuto chiederne noi la calendarizzazione: se non lo abbiamo fatto, è perché riteniamo i Didoré troppo blandi. Le motivazioni addotte dal ministro (che della norma è l’ispiratore, pur non avendola firmata per motivi di opportunità) sono palesemente strumentali, perché è naturale che (avendo una piccola quota del calendario a disposizione) l’opposizione si concentri sulle proprie proposte e non su quelle altrui, così come sarebbe naturale un dibattito sul tema delle coppie di fatto all’interno della maggioranza; eppure, la questione sollevata oggi da Rotondi è di enorme importanza, perché pone un problema di strategia politica che il Pd prima o poi deve risolvere. Nella scorsa legislatura il governo Prodi voleva i Dico, ma non riuscì a farli passare perché all’interno della coalizione c’erano delle divisioni nel merito: secondo alcuni (pochi) dei nostri, infatti, i Dico erano troppo. Ora, sui Didoré si rischia di fare l’errore contrario, perché quella proposta di legge è troppo poco. Ed i conviventi, nel frattempo, continuano ad aspettare dal legislatore un minimo segno di civiltà. Secondo me – che non sono il segretario del Pd, né il capogruppo alla Camera, né il capo di alcun dipartimento e neppure un membro della direzione, ma un semplice parlamentare di buona volontà – dovremmo accettare la sfida e portarli a discutere su un terreno comune, come sto cercando di fare io con la cittadinanza agli immigrati: se loro non hanno la forza politica per tirare questo tema fuori dal cassetto, facciamolo noi! E poi, una volta portata la legge in Aula, combattiamo una battaglia a colpi di emendamenti: forse la perderemo, perché i numeri sono quelli che sono, ma in ogni caso – se anche venisse approvato il testo così come è ora – ci ritroveremo (leggi: le coppie di conviventi si ritroveranno) con un poco che è meglio di un nulla. L’alternativa, naturalmente, è molto più semplice: non muovere un dito fino a quando non lo muoveranno loro, sperare che i Didoré non arrivino mai in Aula e, se ciò dovesse per sbaglio accadere, votare contro o al massimo astenerci, perché non era quello che avremmo voluto noi. Ma ne vale la pena?

C’era una volta

C’era una volta una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Quello stabile, magari non fisso ma almeno mobile, e comunque in regola, non in nero. La sovranità apparteneva al popolo: erano i cittadini, insomma, a governare, a scegliere i propri rappresentanti da mandare in Parlamento, dove veniva esercitata la funzione legislativa. Il governo poteva sì proporre disegni di legge (come del resto ogni parlamentare e come gli stessi cittadini, per le leggi di iniziativa popolare) ma la funzione legislativa poteva essergli delegata solo per un tempo limitato e per oggetti stabiliti, per di più sulla base di principî e criteri direttivi già determinati dalle stesse Camere. In casi straordinari di necessità e di urgenza, il governo poteva adottare provvedimenti provvisori con forza di legge, detti decreti, la cui efficacia dipendeva però in ultima analisi dal giudizio incontestabile del Parlamento, ergo del popolo sovrano che lo aveva eletto. Il presidente del Consiglio dei ministri ed i ministri, anche se cessati dalla carica, erano sottoposti alla giurisdizione ordinaria: previa autorizzazione delle Camere in caso di reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, altrimenti (per tutti gli altri reati) non c’era bisogno neppure del via libera parlamentare. In quella Repubblica, infatti, tutti i cittadini erano uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Pur ricorrendo al più ampio decentramento amministrativo e tutelando le minoranze linguistiche, la Repubblica era una e indivisibile; agli stranieri che vedevano impedite nel proprio Paese le libertà democratiche riconosceva il diritto d’asilo, perché le norme del diritto internazionale erano al di sopra di tutto. Era una Repubblica che promuoveva lo sviluppo della cultura, la ricerca scientifica e tecnica; che tutelava il paesaggio, il patrimonio storico e artistico. Nessuno metteva in discussione l’indipendenza dalla Chiesa cattolica e la sovranità, nel proprio ordine, dello Stato; allo stesso modo, nessuno vedeva minacciata la laicità dello Stato dalla professione pubblica della fede religiosa (di qualunque fede si trattasse, visto che le confessioni religiose erano egualmente libere davanti alla legge): tutto era ammesso, purché non fosse contrario al buon costume. Lo stesso buon costume era l’unico limite anche per la stampa, che per tutto il resto non poteva essere soggetta a limitazioni o censure: ognuno, infatti, era libero di manifestare il proprio pensiero. Era una Repubblica che riconosceva i diritti della famiglia, agevolandone la formazione con misure economiche e altre provvidenze, con particolare riguardo alle famiglie numerose; proteggeva le mamme, i bambini ed i giovani. Tutelava la salute, considerata non solo un diritto fondamentale dell’individuo ma anche un interesse della collettività; allo stesso tempo, non obbligava nessuno a trattamenti sanitari se non per disposizione di legge, e comunque mai in caso di violazione dei limiti imposti dal rispetto della persona umana. L’istruzione statale abbracciava ogni ordine e grado, era aperta a tutti, obbligatoria e gratuita; i capaci e meritevoli avevano diritto ad accedere ai gradi più alti degli studi, attraverso contributi economici; enti e privati potevano istituire scuole senza oneri per lo Stato, ma allo stesso tempo veniva assicurata piena libertà all’istruzione non statale che chiedeva la parità. Era una Repubblica nata sulle ceneri di una guerra, capace di rimarginare ferite profonde nel nome del bene comune e governata da galantuomini, che vedevano nel proprio impegno civile uno strumento di servizio alla Nazione e non una scorciatoia per difendere gli interessi personali. Non so di chi sia la colpa, ma oggi questa Repubblica non c’è più.

L’inquinamento morale

La riflessione odierna del Papa sull’inquinamento morale mi ha fatto venire in mente un articolo che ho letto ieri su Repubblica: “Se le famiglie dicessero no”, di Gabriele Romagnoli. Benedetto XVI, nella sua omelia per la Messa di Pentecoste, mette in guardia dai veleni presenti nella nostra società: quelli che inquinano l’aria (“e per questo l’impegno ecologico rappresenta oggi una priorità”) e quelli che corrompono l’anima, lo spirito, “la mente e il cuore”. Ad entrambi, sostiene il Papa, “non bisogna assuefarsi”. Gabriele Romagnoli faceva ieri un ragionamento molto simile, partendo dal caso Noemi ma allargandolo al velinismo, alla cultura delle scorciatoie che oggi sembra averci colonizzato. Ve lo ripropongo qui sotto ed aspetto commenti.

Il diavolo è sempre in cerca di anime da comprare, ma vendergli la propria resta una libera scelta. L’ultima, probabilmente. è quanto viene da pensare riconsiderando da una diversa angolazione l’ultimo “caso Berlusconi”. Se dal punto di vista politico quel che conta è l’incapacità di un presidente del consiglio di affrontare la verità dei fatti, che le sue contraddizioni hanno finito per rendere rilevante, dal punto di vista sociale a colpire è l’atteggiamento della famiglia Letizia, ragazza e genitori, la loro incapacità di dire, a suo tempo, un semplice (e ragionevole) no che avrebbe cambiato la storia. Quale storia? Quella di un piccolo nucleo umano alla periferia di Napoli, ma anche quella d’Italia. Perché è evidente che quel nucleo è lo specchio di un Paese. E’ la superficie sulla quale può vedere il proprio volto rivelato quella maggioranza consapevole di italiani che (a prescindere da come ha votato) si è consegnata non tanto a un uomo, a una guida, quanto a uno stile di vita, a un’ideale che preferisce la scorciatoia all’etica.
Prendiamo solo gli eventi acclarati ed esaminiamoli staccandoci dal particolare, senza relegarli ai nomi che ne nascondono la dimensione universale. In un luogo lontano dal cuore dell’impero e dalla luce dei riflettori (tendenti a coincidere) una coppia di genitori alleva una figlia sperando, come tutti tendono a fare, che la sua vita sia più fortunata della loro. La madre augurandole il successo nello spettacolo che lei non ha potuto avere. Il padre, l’accesso a quel potere di cui lui ha solo conosciuto l’anticamera. A un certo punto, per circostanze che qui non rilevano, book o cartolina, entra in contatto con la ragazza un uomo al di fuori della sua portata. Di cinquant’anni più grande, potente e, si aggiunga, sposato.
Saltiamo i preliminari e consideriamo una sola tra le cose accertate: quest’uomo invita la ragazza a passare un capodanno nella sua villa in Sardegna. Che sia ospite insieme ad altre dozzine di esemplari può essere considerata un’attenuante o un’aggravante, dipende dai punti di vista. Il fatto resta. E qui sorge la domanda sul rapporto con i figli, che non è quella mal mirata posta dal segretario del pd Dario Franceschini. La domanda è: se hai una figlia minorenne e un settantenne, maritato e potente l’invita a casa sua per le feste, come reagiresti?
Che cosa induce i genitori a guardarla fare la valigia e magari aiutarla a infilarci le calzette rosse? Non pensano a possibili rapporti piccanti, certo: pensano al bene di lei, alla carriera che potrà schiudersi, come è già per altre, nello spettacolo o nella politica. Questo sognano la ragazza, i suoi genitori, l’Italia in cui da almeno una generazione, viviamo.
Ora, è luogo comune a questo punto scagliare l’anatema contro il diavolo: è stato lui a venderci questi sogni, a far deviare dalla strada maestra asfaltando scorciatoie verso direzioni che sono altrettanti precipizi. Più che una spiegazione un alibi, una copertura per la mancanza di spina morale che nessun palinsesto avrebbe potuto piegare se fosse esistita.
E’ vero che le tentazioni sono tante e facili. Un qualunque pulcino ballerino può attraversare una passerella di presunti talenti , tuffarsi nell’altro canale e vincere, chessò, il Festival di Sanremo. Una qualsiasi faccia da citofono può piazzarsi in una casa, cicalecciare a comando e diventare una celebrità. Se, in un’altra epoca, Montanelli scriveva che l’ingresso al governo di Giovanni Goria ridava speranza a tutte le mamme con un figlio non troppo dotato, l’investitura delle Carfagna, Brambilla, Gelmini ha prodotto madri pronte a preparare alle figlie il trolley rosa per la Sardegna. Volere questo, volerlo in questo modo, non è un delitto. Proporre questo, proporlo in questo modo, non è un delitto. Il diavolo fa il suo mestiere. Quelli a cui telefona rispondono come possono. La vera domanda è una: perché non riescono a dire no?
Quando e come hanno perso gli anticorpi? Quando questo scambio è diventato la normalità del vivere qui e ora? Quando ne è valsa la pena? Quando? A quale risveglio e dopo quanto sonno? E non è questione che riguarda uno spicchio di società, individuabile politicamente o economicamente. E’ una situazione generalizzata, trasversale. Ognuno incontra il proprio diavolo, prima o poi. E può decidere come rispondere alla sua proposta. Può accettarne l’invito: in Sardegna, nel salottino televisivo che dà la popolarità, alla tavola dei signori che distribuiscono le cariche. O può proseguire nella sua, lunga, strada. Non è una decisione in cabina elettorale, è molto più di così. Riguarda la capacità di essere se stessi, lottare da soli contro i limiti imposti dal caso e dalle virtù, sconfiggerli o accettarli senza l’aiutino del presentatore o l’affettuosa benevolenza di chi dà e trucca le carte. Riguarda, soprattutto, la possibilità di costituire un esempio per le generazioni a seguire, affinché la prossima sappia da sé rispondere allo squillo del cellulare: “Pronto, ciao: sono papi…”.  “Lei ha sbagliato numero”.

Lettera aperta

Domani la leggerete sui giornali. Che forse ci ricameranno sopra, parlando di una manovra politica che preluderebbe alla fuga nell’Udc dei cattolici Pd. Chi mi legge da tempo sa invece che il progetto del Pd mi sta molto a cuore, che non sono tipo da manovre segrete e che in questo periodo, nei confronti dell’Udc, non sono particolarmente tenero: un po’ perché in Aula non vengono quasi mai (non parliamo poi della Commissione), lasciandoci fare opposizione praticamente da soli; un po’ perché l’alleanza con Cesaro, alle Provinciali di Napoli, vale più di mille proclami sui valori cristiani da difendere. Vi prego dunque, qualora vi punga vaghezza di commentare questo post, di concentrarvi sul contenuto della lettera, non cadendo nella tentazione di specializzarvi nell’ermeneutica dei firmatari. Vi giuro che, mentre scrivo queste parole, non so neppure quanti siamo: l’ho letta, l’ho sentita mia e l’ho firmata. Il resto lasciamolo ai giornali, se avranno la bontà di occuparsene.

La situazione politica ci rimanda in questi giorni una immagine francamente triste del nostro Paese! sembra davvero difficile metter in gioco quella virtù della speranza che è al centro della Dottrina sociale della Chiesa e che dovrebbe rappresentare nella nostra vita e nel nostro agire politico un potente motore di energie che si rinnovano continuamente al servizio degli altri.

C’è indubbiamente una crisi di valori che sembra diventare sempre più capillare e penetrante, che parte dal senso della vita, mette in discussione la famiglia, come luogo privilegiato di affetti e di fedeltà, e corrode dall’interno il senso più profondo delle relazioni umane, minando quella solidarietà, tutta laica e tutta cristiana, che negli ultimi 50 anni ha fatto da collante straordinario e da cinghia di traino per lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese.

Lo scandalo è spesso sulle nostre bocche, nei nostri cuori e nello sguardo desolato con cui contempliamo la società in cui viviamo, sentendoci troppo spesso impotenti nell’affrontare un’emergenza valoriale che ci colpisce e ci schiaccia come un macigno ancora più devastante di quello che abbiamo appena sperimentato. Ma anche lì ciò che giorno per giorno aiuta tante migliaia di persone a non abbattersi è la speranza della ricostruzione. Una speranza che non vorremmo venisse meno, anzi che si alimentasse giorno per giorno dei risultati concreti dell’impegno di tutti, a cominciare da quelli del Governo.

C’è però un’aggressione all’umanità dolente degli immigrati, che ci tocca ancor più profondamente di altre, perché stride con quella dimensione cristiana della nostra fede, della nostra speranza e della nostra carità. Molti di noi hanno vissuto la loro preparazione politica partecipando fin da giovani con impegno e generosità alle tante attività promosse dall’associazionismo cattolico. E abbiamo sperato, per la verità lo speriamo ancora!, che l’entrata in politica potesse aiutarci ad affrontare meglio e a risolvere il più possibile i problemi di tante categorie in difficoltà, correggendo ingiustizie, proponendo soluzioni migliori di quelle sperimentate finora. Riconosciamo nell’immigrato tanti bisogni diversi che ci sentiamo di condividere uno ad uno, a cominciare dal bisogno di sopravvivenza, ma c’è anche il bisogno di libertà per chi è oppresso, il bisogno di lavorare che è un diritto tanto caro a tutti noi, da essere scritto nell’articolo 1 della nostra Costituzione… E’ il diritto a mettere in gioco le proprie capacità, per attualizzare i propri talenti.

Cattolico vuol dire universale, aperto all’accoglienza, senza pregiudizi. Il cattolico è consapevole che anche dove ci sono differenze culturali, politiche geografiche, in definitiva esiste un’unica grande famiglia: quella dei figli di Dio. Per questo vogliamo accogliere chi bussa alla nostra porta, chi chiede aiuto, chi in qualunque modo si affida a noi per le sue esigenze più elementari. Lo facciamo a livello personale e a livello più organizzato, lo fanno le parrocchie, le mille associazioni di volontari, la Caritas, la Comunità di Sant’Egidio; nessuno bussa in vano alla porta di un medico se è malato o alla porta di una mensa se ha fame: tutti ricevono quello che è possibile condividere, proprio grazie a quella sobrietà che ogni giorno di più appare come la vera cifra del cristiano. E’ vero che c’è crisi, ma crediamo che sia una crisi provvisoria, mentre per loro è una crisi totale, devastante! E siamo vissuti in quella cultura familiare che ci diceva dove mangiano 4 mangiano anche 5 e dove mangiano 6 mangiano 7… e così via! Senza mai dire di no a chi aveva bisogno.

Ma come parlamentari, pur riconoscendo la grandezza di questa generosità capace di mettersi in gioco, senza calcoli, ogni volta che si crea un’urgenza e un’emergenza, riteniamo che sia nostro compito pensare ad un sistema di leggi e di decreti, di norme e di protocolli profondamente ispirati da un’umanità che mostri davvero il valore divino dell’umano. La generosità personale, come accade con la coerenza personale, è conditio sine qua non per essere credibili, per convincere anche altri, molti altri, ad essere a loro volta generosi, disponibili, accoglienti… ma per un politico è una condizione necessaria e non sufficiente. Come politici vogliamo collaborare a fare leggi giuste, nel senso che vogliamo leggi eticamente fondate sul senso della giustizia, sul valore della giustizia, sulla virtù della giustizia. Vogliamo una giustizia sostenuta dal valore della solidarietà, che cominci nel nostro Paese e che si allarghi a tutta l’Europa, per dare ad ognuno ciò di cui ha bisogno, soprattutto quando si tratta di bisogni così strettamente collegati con la tutela della vita. Vogliamo che l’immigrato viva, che non debba morire di fame o di sete, e per questo siamo disposti a condividere con lui ciò che abbiamo.

E’ fondamentale che questa nostra vecchia Europa, troppo spesso stanca, anemica per quell’anonimato di valori a cui si è consegnata per un falso quieto vivere, può e deve recepire questa nuova chiamata a testimoniare coi fatti le sue radici cristiane. Qualcuno non ha voluto che fossero scritte nella Carta Costituzionale europea , ma noi vogliamo scriverle con il nostro impegno personale e politico e vorremmo che tutti i parlamentari europei, ma proprio tutti! non solo gli italiani, sottoscrivessero un impegno chiaro e forte di riconoscimento della dignità degli immigrati, una sorta di Carta dei diritti degli immigrati. Va da sé che il primo diritto è quello di vivere nella legalità, ma noi vogliamo norme che rendano legale proteggere, difendere e facilitare la vita di coloro che sono più in difficoltà, sani e malati, piccolissimi e anziani, residenti ed immigrati. Non ci sembra che le norme sulla sicurezza che saremo chiamati a discutere e ad approvare in questi giorni vadano in questa direzione, tanto meno il respingimento dei rifugiati in Libia, persone che nella maggior parte dei casi fuggono dalla guerra e dalla miseria estrema.

L’immigrazione è una sfida che nessun Paese può affrontare da solo, ma per il nuovo Parlamento Europeo, quello che eleggeremo tra meno di un mese, può diventare la risposta generosa e creativa ad una crisi, che prima di essere economica è una crisi di valori, segnata dal fallimento dell’avidità di pochi a scapito dell’impoverimento di molti, e curata dalla sobrietà di molti a vantaggio della dignità di tutti.

Dall’Europa giungono a noi spinte sempre più forti per la tutela dei diritti individuali, per un riconoscimento sempre più consapevole delle implicazioni della propria libertà alla luce del principio di autodeterminazione e allora non esiste nessun motivo per privare interi popoli di questo diritto alla libertà, alla scelta consapevole del loro destino e del loro futuro, avallando nei fatti forme di discriminazione che riguardano livelli estremi di povertà materiale e spirituale, psicologica e sociale. La giustificazione che taluni danno è la tutela della sicurezza individuale e sociale, ma se senza solidarietà non c’è giustizia, senza giustizia non può esserci sicurezza, e senza sicurezza non può che esserci violenza e aggressività. Non renderemo più sicura l’Italia, né l’Europa, se non rendiamo più giuste l’una e l’altra e se le leggi attuali sono inadeguate non possiamo sostituirle con leggi che non siano almeno un po’ più giuste e più umane.

L’invito a tutti i colleghi parlamentari, rivolto non solo a quelli che riconoscono nel loro agire politico le radici della cultura e dell’esperienza cristiana, è quello di ripensare le leggi che proponiamo e quelle che votiamo per chiederci se davvero sono un riflesso dei valori in cui crediamo. La nostra laicità deve avere la forza delle argomentazioni che ci offre la ragione, senza paura di andare oltre i confini di un individualismo frammentato ed egocentrico, senza timore a ritrovare valori forti e a ripensare legami altrettanto forti con chi ci sta vicino. Vogliamo aprirci ad un rinnovato senso della giustizia che si interroghi senza fermarsi a formule standardizzate e vuote di senso, per non perdere di vista la ricchezza degli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, unica voce che da sempre e in tutte le circostanze è sempre dalla parte dei più deboli, dei più poveri, dei più malati, di quelli che non hanno voce…

Il granello di sabbia

Non ho ancora capito come classificare il divorzio tra Veronica Lario e Silvio Berlusconi. Per il Tg3, che lo ha messo come secondo titolo subito dopo le nuove scosse in Abruzzo, è certamente un fatto politico; per il Tg1, che ha dedicato alla notizia gli stessi 30 secondi del campionato mondiale di aeroplanini di carta, rientra invece nel gossip. Il Tg1 non vuole disturbare il manovratore, questo è ovvio, e il Tg3 lo vuole infastidire, ma il dubbio mi rimane. Tendenzialmente, sarei portato a dire che la fine di un matrimonio è un fatto esclusivamente privato: sono piuttosto geloso della mia intimità familiare e all’epoca – quando ero un conduttore tv e mi avrebbe fatto comodo entrare nel giro delle riviste da parrucchiere – rifiutai pure servizi fotografici con i miei bimbi; ora vedo che il leader dell’Udc, defensor familiae, fa campagna elettorale sui manifesti con i figli in spalla e mi dico che forse quello sbagliato sono io. Eppure, continuo a credere che la sfera pubblica e quella privata vadano tenute separate, almeno in linea di principio: almeno fino a quando, cioè, la seconda non ha ripercussioni sulla prima. L’esempio che mi viene in mente, sempre in casa Udc, è il festino hard di Cosimo Mele, beccato (o incastrato, ma qui fa poca differenza) all’hotel Flora con un paio di ragazze nel letto e con la coca sul comò: pur non essendo un bacchettone, pensai allora (e lo penso anche oggi) che il suo partito avesse fatto bene ad espellerlo e, pochi mesi dopo, a non ricandidarlo, per una questione di credibilità personale sulla dimensione etica, che è poi il nocciolo duro dell’offerta politica dell’Udc. Fosse stato un deputato radicale, magari, sarei stato più tenero: ma in quel caso – ripeto – pensai che la dimensione privata avesse tracimato abbondantemente su quella pubblica e che quindi fosse giusto tenerne conto. Non l’ho mai pensato, per esempio, del divorzio di Casini, e per questo mi chiedo se sia legittimo dare oggi rilievo pubblico a quello di Berlusconi.  Ripenso a Bill Clinton, al sexgate: quello che lo mandò sotto impeachment – e che lo fece crollare nei sondaggi di popolarità – non fu tanto l’episodio con la Lewinsky nello studio ovale, quanto il suo spergiuro davanti ai giudici. Così, ancora una volta, mi ripeto la domanda: nel caso specifico di Veronica e Silvio, il privato ha ripercussioni sul pubblico? Con tutto il rispetto per la loro intimità, forse sì. Della festa di Noemi mi interessa poco, anche se umanamente mi turba il fatto che Berlusconi non sia mai stato ai diciott’anni dei suoi figli. Quello che mi preoccupa di più, da cittadino, è che la vita sessuale del premier possa avere ripercussioni sulla composizione delle nostre istituzioni: dal Parlamento italiano a quello europeo, passando per lo stesso governo. E la notizia del divorzio, seguita alla polemica sulle veline nelle liste, non fa che confermare i miei dubbi: checché ne dica Berlusconi, è difficile credere che sua moglie si sia fatta “manipolare dai giornali della sinistra” e che non abbia indagato personalmente su ciò che stava venendo fuori, dalle intercettazioni distrutte in poi. O mythos deloi, diceva Esopo, che puoi anche controllare 5 televisioni su 6, possedere giornali, riviste e case editrici, tenere sotto controllo l’informazione sulla tua attività pubblica e far calare il silenzio sulle vicende meno edificanti, ma poi basta poco e l’ingranaggio salta. Basta un granello di sabbia o una moglie che non ti stima più.