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Tre indizi e una prova

Tre indizi fanno una prova. E per tre volte, nel giro di poche ore, sono stato attaccato personalmente in altrettante controversie politiche: tre problemi diversi (il testamento biologico, la deportazione dei rom dal Casilino 900, la macellazione dei cavalli), tre interlocutori diversi (un deputato leghista, un senatore Pdl, un giornalista del Foglio), tre attacchi in fotocopia. Tutti centrati sul mio passato televisivo, come se fosse una colpa.

Primo atto. Nella discussione sul testamento biologico, vi dicevo l’altro giorno, siamo al muro contro muro: basta che un emendamento contenga una parola problematica (volontà, autodeterminazione, articolo 32, invasivo…) e la maggioranza lo boccia. Così sono intervenuto per protestare, chiedendo al Centrodestra di fare chiarezza: se avevano intenzione di bocciarci ogni proposta indipendentemente dal merito, potevano dircelo subito ed avremmo risparmiato tempo. Al che, Massimo Polledri – il deputato leghista di cui sopra – mi ha risposto che del tema non capisco nulla, visto che vengo dai telequiz, e che probabilmente avevo nostalgia di ritornarci. Diversi esponenti della maggioranza (e pure il rappresentante del governo) sono venuti a chiedermi scusa, anche se non c’entravano nulla, ma io l’ho presa ironicamente: il giorno dopo, ho fatto arrivare in Aula a Polledri il mio curriculum, con un biglietto in cui gli chiedevo scusa per non averlo aggiornato con i telequiz.

Secondo atto. Ieri vi ho parlato del caso rom, in seguito al quale la comunità di Sant’Egidio ha abbandonato il tavolo con il Comune di Roma. In un comunicato stampa, lo definivo “un’operazione a casaccio”, che – citavo testualmente le critiche di Sant’Egidio – mandava all’aria anni di piccoli e grandi passi verso l’integrazione. E qui si è mobilitato Domenico Gramazio, senatore Pdl: Sarubbi, “volto televisivo prestato alla politica”, è “convinto di fare televisione e di essere il protagonista di una fiction”, mentre “parla di cose che non conosce”.

Riassumendo: non ci capisco niente di testamento biologico, perché vengo dalla tv, e non ci capisco niente neppure di nomadi, perché vengo dalla tv. Ma non è ancora finita.

Terzo atto. Come sapete, sono vegetariano. E per questo motivo sono stato tirato in ballo in un articolo del teocon Camillo Langone (quello che sul Foglio dà le pagelle alle Messe, e che in un libro cercava di convincere le ragazze sulla necessità di predicare bene e razzolare male) dal titolo significativo: “Com’è buono il cavallo”. Il passaggio che mi riguarda merita di essere citato per intero:

“Il democratico Andrea Sarubbi è uno dei pochissimi ministri del dio Equus non provenienti dal centro-destra. È un piacevole e pettinatissimo esemplare di clericale romano, allievo dei gesuiti che non sono riusciti a ficcargli in testa il Vangelo ma che gli hanno concesso il patentino di cattolico innocuo, indispensabile per entrare prima a Radio Vaticana e poi a Raiuno dove ha condotto la rubrica A sua immagine, una trasmissione che non ha mai convertito nessuno, l’equivalente televisivo di un brodo fatto col dado. A forza di andare in onda Sarubbi ha perso quel poco di fede, e adesso anziché credere in san Paolo caduto da cavallo crede nel cavallo”.

Tre indizi, dicevo, fanno una prova: la prova, probabilmente, che sto cominciando a dare fastidio.

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Il piano a casaccio

Solo un pazzo come me poteva mettersi a difendere i rom in campagna elettorale. Anche una mia carissima amica, donna di grande spessore e certamente non razzista, mi ha dato addosso quando ha saputo dell’interrogazione parlamentare che stavo scrivendo: dopo due esperienze terribili, di furti a casa sua, aveva concluso che i rom vanno cacciati. Punto. Ogni volta che scrivo qualcosa sui nomadi, non ricevo mazzi di fiori: li difendete – mi si obietta – perché nei vostri salotti radical-chic non li avete mai incrociati, mentre la destra li attacca perché sta in mezzo alla gente e dunque conosce il problema da vicino. La mia storia personale non è esattamente quella dei salotti, ma non importa: il problema, a mio parere, è che con i rom non bisogna essere né buoni né cattivi, ma semplicemente giusti. E credo che lo sgombero forzato deciso da Alemanno non lo sia: più che un piano nomadi, mi pare un piano a casaccio. Non c’entra la polemica politica, perché quando il sindaco di Roma azzecca qualcosa (tipo il trasferimento da Casilino 900 al campo attrezzato di via di Salone) non ho difficoltà ad ammetterlo, ma la deportazione dei bambini a Castelnuovo di porto è proprio incomprensibile, come sostengono anche molte realtà impegnate sul campo: tanto è vero che la Comunità di Sant’Egidio, membro del tavolo nomadi del Comune di Roma, lo ha abbandonato in segno di protesta. Così, ieri pomeriggio, ho presentato questa interrogazione al ministro dell’Interno:

SARUBBI – Al ministro dell’Interno – . Per sapere – premesso che:

Il 31 luglio 2008 il comune di Roma ha presentato il cosiddetto ‘Piano nomadi’ che, fra le altre cose, prevedeva la costruzione di 6 campi autorizzati (7 sono già presenti) – ovvero dotati di prefabbricati, luce, fogne, acqua corrente, vigilanza e servizi – e lo smantellamento dei campi abusivi presenti sul territorio;

nel febbraio 2009 è stato adottato dal Commissario Delegato per l’emergenza nomadi – nella persona del Prefetto di Roma – un regolamento che prevede l’ammissione presso i campi nomadi soltanto di stranieri che hanno titolo a restare in Italia, ossia coloro che siano in possesso di regolare permesso di soggiorno, nelle varie tipologie previste dal Testo Unico sull’immigrazione. In applicazione di esso, negli ultimi due mesi, si è proceduto a sottoporre i nomadi presenti nei campi ad accertamenti individuali circa il possesso dei requisiti previsti dalla legge o, in mancanza del titolo, a verificare le condizioni che potessero consentire il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Coloro che sono risultati privi di documenti regolari hanno presentato richiesta di asilo;

lunedì 19 gennaio 2010 sono stati compiuti una serie di interventi finalizzati allo sgombero di un grande campo abusivo denominato ‘Casilino 900’ attraverso una ricollocazione nei campi attrezzati della capitale ma in assenza della realizzazione dei nuovi campi previsti dal Piano nomadi, né tantomeno attivando l’ampliamento di quelli già esistenti. In particolare si è intervenuti presso il campo di via Salone, dove è in atto da tempo un difficile ma positivo lavoro di integrazione, soprattutto nei confronti dei minori;

a seguito di ciò il prefetto ha ritenuto sussistere le condizioni per uno spostamento di circa cento persone – di cui circa trenta ragazzi, la grande maggioranza dei quali nata in Italia e frequentante regolare corso scolastico – presso il CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Castelnuovo di Porto;

sembrano essere carenti non solo valutazioni di opportunità ma anche le ragioni di diritto per un simile intervento. La legislazione riguardante il trattenimento dei richiedenti asilo (Art.1.bis L.39/90 e successive modificazioni Art.3 D.P.R.303/04) non sembra poterlo giustificare. In particolare è prevista la detenzione amministrativa nei CIE (centri per l’identificazione e l’espulsione) quando, al momento della domanda, il richiedente è stato fermato per aver eluso o tentato di eludere il controllo alla frontiera o subito dopo, oppure laddove abbia presentato una domanda di asilo mentre era già destinatario di un provvedimento di espulsione o di respingimento. Entrambe queste condizioni non sussistono nel caso in questione;

per  quanto riguarda i CARA – che sono centri concettualmente diversi dai CIE e per l’accesso ai quali sono usualmente proprio i richiedenti a fare domanda – è previsto l’obbligo di dimora per un tempo massimo di 20 giorni solo laddove si renda necessaria l’identificazione del soggetto (Decr. Legisl. 25/2008, art. 20), condizione anch’essa manchevole nel caso in esame. Le persone interessate dall’intervento infatti, pur prive, in diversi casi, di documenti validi di identità, erano state tutte da tempo identificate e censite dall’autorità amministrativa, tanto da aver potuto accedere stabilmente ad un campo attrezzato. Tra l’altro, le condizioni di sicurezza e controllo presenti nei CARA non si differenziano in modo apprezzabile da quelle sussistenti nei campi autorizzati, anch’essi vigilati e non vincolanti quanto alla permanenza. Anche volendo giustificare una forzatura della norma, non si capisce la ragione di una simile accelerazione dello spostamento nel CARA per l’esame di una domanda di asilo avanzata più di un mese fa;

tale accelerazione risulta poi ancora più inopportuna vista la delicatezza e la complessità del contesto sociale nel quale si colloca. È opportuno ricordare nuovamente che lo smantellamento del ‘Casilino 900’ avviene in assenza degli interventi per la costruzione dei nuovi campi e l’ampliamento dei campi autorizzati già esistenti come previsto dal Piano. Ciò ha portato non solo ad aumentare vertiginosamente la ‘densità demografica’ dei campi allo stato interessati – e ciò a detrimento della loro vivibilità interna e del rapporto con i quartieri circostanti – ma è anche intervenuta modificando pericolosamente e senza una ratio la composizione etnica dei campi. Infine, e soprattutto, l’allontanamento di nuclei familiari radicati ed inseriti da anni in percorsi di integrazione faticosamente avviati, soprattutto nei termini di inserimento nel percorso scolastico dei bambini, sembra una scelta dettata più da una immotivata fretta che da considerazioni legate alla corretta applicazione del ‘piano nomadi’;

è di tutta  evidenza che le modalità seguite nel dare applicazione al Piano, unite alle circostanze evidenziate sopra, svelano l’esistenza di obiettivi estranei a quelli delineati nel “piano”, condizionando pesantemente l’azione delle istituzioni coinvolte – :

se il ministro interrogato non ravveda l’urgenza di ripristinare immediatamente le condizioni di dimora delle famiglie rom trasferite contro la loro volontà al di fuori del campo attrezzato di via Salone, nel quale si trovano domiciliate da molti anni;

se il ministro interrogato non ravveda, riguardo alle famiglie del campo romano di via Salone, l’urgenza di ripristinare immediatamente la corretta applicazione delle norme sul trattenimento dei richiedenti asilo nei CARA di Roma.

L’hanno firmata, con me, Furio Colombo, Paola Binetti, Gino Bucchino, Maria Antonietta Farina Coscioni, Vittoria D’Incecco e Jean-Léonard Touadi. Notare l’accoppiata Binetti-Coscioni, please.

SARUBBI

COLOMBO

BINETTI

BUCCHINO

D’INCECCO

FARINA COSCIONI

TOUADI

Basso impero

Il testo che state per leggere – scrive su Facebook Paolo Masini, brillante consigliere comunale del Pd a Roma – non è tratto dalla sceneggiatura della prossima tournée di Benigni.

PREMESSO
– che nel febbraio 2008 si è spenta Rosa Bossi Berlusconi, madre del presidente del Consiglio dott. Silvio Berlusconi ed esempio di moglie e madre modello, il cui grande senso di responsabilità l’ha portata ad essere fortemente dedita alla famiglia, al marito Luigi Berlusconi, ai tre figli e ai nipoti;
– che Rosa Bossi Berlusconi è stata esempio di cristiana devota, i cui sentimenti di umana solidarietà l’hanno sempre avvicinata con estrema sensibilità ai problemi della gente e dei cittadini, non solo negli anni dell’impegno politico del primogenito Silvio;
– che la signora Berlusconi è stata una donna-patriota, che ha creduto nello stato come organo che persegue il bene comune, dell’intera comunità e non di un gruppo a detrimento delle legittime esigenze degli altri;
CONSIDERATO
– che la signora Rosa, da cristiana credente, ha riportato nella società i valori che rispecchiano i modelli di madre e donna;
– che in un momento di grande cambiamento, caos e confusione dell’Italia ha sentito per prima il richiamo al dovere e con grande senso di responsabilità di madre e cittadina ha partecipato, incoraggiando e determinando una scelta importante, quella della discesa in campo del primogenito. Una scelta che ha “scritto” 16 anni
ad oggi della nostra storia, dando spazio a una nuova forma di politica mirante al sociale e al protagonismo fattivo dei giovani;
– che il principio di democrazia si esplica attraverso la libera condivisione di ideali e valori nel rispetto del prossimo. I cittadini italiani hanno sostenuto la scelta per prima riconosciuta e determinata dalla signora Rosa, avvertita dalla stessa in un momento di bisogno nazionale, e da Lei medesima supportata nonostante i rischi familiari che ne derivavano;
– che è necessario mantenere in vita i protagonisti comuni che hanno fatto la nostra Storia attraverso scelte semplici, coraggiose e responsabili con il ricordo cittadino;
SI CHIEDE
Al Sindaco che Roma Capitale dedichi una piazza o una strada al nome di questa grande ma semplice donna, che con il suo coraggio materno indirizzato alla volta del figlio come del Paese ha determinato il corso dell’ultima Storia d’Italia.

Appena avrete smesso di ridere, parliamone. Perché a me questa vicenda della mozione presentata in Campidoglio da alcuni consiglieri del Pdl fa venire in mente Sant’Elena, madre di Costantino: anche lei passata alla storia, ma almeno – a differenza di mamma Rosa – ebbe il merito di trovare, così dicono le cronache, i frammenti della croce di Cristo. Mamma Rosa, invece, ha solo il merito di aver messo al mondo l’imperatore e di averlo cresciuto come si cresce un figlio, e di averlo accompagnato nel momento delle scelte. Dice bene il procuratore Trifuoggi, nel fuorionda con Fini: il nostro uomo ha sbagliato epoca, doveva nascere un paio di millenni prima. Ed hanno sbagliato epoca anche i suoi fedelissimi, che sarebbero stati degli ottimi augustales: così si chiamavano gli addetti al culto imperiale, gli organizzatori dei giochi e delle cerimonie in onore dell’imperatore divinizzato, che inizialmente doveva essere defunto ma poi – per non scontentare il vivente – si decise di non far più caso al dettaglio. Ecco, allora l’anomalia vera della politica italiana in questo momento: il fatto, cioè, che ciò che resta (l’istituzione) venga messo in secondo piano da ciò che passa (l’uomo che ricopre quella carica). E che tutto giri intorno a quell’uomo, semidio o tiranno a seconda dei punti di vista, e che se non fai parte degli augustales sei automaticamente un cospiratore. Come il presidente della Camera, appunto.

Ostia c’è

Non è successo nulla, o forse sì. Non è successo nulla a livello parlamentare, perché il dibattito sulla cittadinanza è ancora tutto da aprire, ma politicamente quella di oggi è una giornata importante, anche se non ne parlerà nessuno. Dopo l’approvazione quasi scontata da parte del Comune di Modena, l’ordine del giorno sulla Sarubbi-Granata è arrivato stamattina a Roma, nella Sala Consiliare del XIII municipio. Che detta così sembra roba da poco, ma poi basta aggiungere che quel municipio ha più residenti di Brescia e Reggio Calabria – più di Parma e della stessa Modena, di Cagliari e Reggio Emilia, di Perugia e Livorno, di Foggia e Salerno – per dare alla notizia il peso che merita: stiamo parlando di una città delle dimensioni di Trieste, e questa città (come Trieste, appunto) è governata dal Centrodestra. Un test politico non da poco, insomma, che della Sarubbi-Granata ha seguito lo spirito bipartisan fin dall’inizio: l’ordine del giorno, che trovate qui e che vi consiglio di leggere per riproporlo altrove, era infatti firmato sia da esponenti del Centrosinistra che dal capogruppo Pdl. Per questo motivo – ed anche per il carico di affetti che nella mia vita riveste quel Municipio, dove sono cresciuto – ho chiesto ed ottenuto di essere presente al dibattito, esponendo la proposta di legge e spiegando lo spirito che la anima. La discussione è stata serena e di livello: al di là delle posizioni di partenza, ho notato in tutti uno spirito costruttivo. Anche in quelli più contrari, che – dopo aver studiato il testo comma per comma – mi hanno mosso una serie di obiezioni su alcuni aspetti: i tempi troppo brevi (ma si riconosceva, allo stesso tempo, che le attuali lungaggini burocratiche sono uno scandalo), la mancanza di una verifica della capacità contributiva (il mero reddito non era ritenuto sufficiente), la possibilità di ottenere la cittadinanza alla nascita se i genitori sono qui da più di 5 anni. A livello sociale, le paure mi sembrano essenzialmente tre: la prima è che gli immigrati tolgano diritti agli italiani in difficoltà (il discorso della guerra tra poveri è, a mio parere, il guaio peggiore dell’Italia di oggi); la seconda è il timore di essere colonizzati culturalmente (“Non vorrei creare cittadini – ha detto un consigliere del Pdl – che dopo un anno staccano il crocifisso dalle nostre classi”); la terza è che il sentirsi meno ospiti e più padroni di casa dia sfogo agli istinti peggiori, anziché integrare. Anche nel Centrodestra, però, erano più numerose le voci favorevoli: della proposta di legge è stato lodato innanzitutto lo spirito, ma anche l’attenzione per i minori, l’equilibrio tra diritti e doveri ed infine l’accento posto sulla cultura, come verifica per l’integrazione. Non vi riporto le riflessioni del Centrosinistra, che potete facilmente immaginare, ma ci tengo a raccontarvi il percorso speculare compiuto da due consiglieri, partiti da posizioni opposte: per il primo, del Pd, il nostro testo aveva delle norme troppo rigide e cattiviste; per l’altro, del Pdl, erano troppo morbide e buoniste. Mi hanno sentito parlare ed alla fine hanno capito il senso della proposta di legge, votando entrambi a favore. A proposito: subito prima della votazione, il Pdl ha chiesto la sospensione dei lavori ed ha tenuto un minivertice di maggioranza, al termine del quale il capogruppo ha deciso di dare libertà di voto. Risultato finale: 10 favorevoli (più il consigliere aggiunto Rahman, bengalese, quasi commosso), 3 contrari, un astenuto. E non finisce qui: Paolo Orneli del Pd e Salvatore Colloca del Pdl hanno in mente di inviare una lettera aperta a tutti gli altri 19 Municipi romani, al Consiglio comunale ed a quello provinciale, chiedendo loro di ripetere l’esperimento del dialogo. Che ad Ostia, a soli 28 km da Montecitorio, è riuscito benissimo.

La romanella

Dalla comunità di Sant’Egidio ho sentito ripetere più volte che dietro il degrado si nasconde un disagio: non ha senso combattere il primo senza affrontare l’altro. Il degrado, a differenza del disagio, è visibile ad occhio nudo, come una macchia di umidità sulla parete; ma se mi limito ad una mano di bianco – dico una ma possono essere anche due o tre ed il risultato non cambia – prima o poi la chiazza rispunta fuori. Se invece scavo, faccio intercapedini e metto la carta catramata – se vado, cioè, alle radici di quel degrado – ho serie possibilità che la parete finalmente si asciughi: a quel punto sì che do una bella mano di bianco (o due, o tre…) e sistemo il tutto. Già nel ddl Carfagna sulla prostituzione – quello, per intenderci, che è finito in un cassetto e che a naso ci resterà, chissà perché – si capiva quale fosse, in materia, l’approccio del governo: una bella romanella e via. La romanella è quell’aggiustatina che il carrozziere ti dà alla macchina quando vuoi spendere poco: appena la ritiri ti sembra nuova, ma dopo un mesetto rispuntano fuori i vecchi difetti. D’altra parte, il tuo uomo era stato onesto: “Dotto’, famo ‘na cosa seria o ‘na romanella?”, ti aveva chiesto, e tu – guardandoti nel portafoglio – avevi optato per la seconda scelta. Come il ddl Carfagna, dicevo, che per combattere la prostituzione aveva lanciato una grande operazione di decoro urbano: l’importante non è che si prostituiscano (o meglio: che siano, nella maggior parte dei casi, costrette a farlo), ma che almeno non si veda. Sulla stessa linea si muove l’ordinanza del sindaco Alemanno, stabilendo una multa di 100 euro per i lavavetri ai semafori e per i giocolieri, che ne sono un po’ l’evoluzione artistica. “I vigili urbani – scriveva l’Ansa di lunedì scorso – hanno fatto sette multe e dieci sequestri di attrezzature. Tre lavavetri sono riusciti a sfuggire ai vigili abbandonando i secchi e le spazzole”. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere: come ha giustamente sottolineato Angelo Bonelli, dei Verdi, questa non è lotta alla povertà, ma lotta ai poveri. È un’altra operazione di decoro urbano, insomma: un’altra romanella, che per qualche settimana farà sparire i poveri dai semafori e li manderà a suonare nei vagoni della metropolitana o a spostare carrelli negli spiazzi dei supermercati oppure a distribuire santini all’uscita delle chiese. A proposito di Chiesa: l’ordinanza di Alemanno ha provocato pure la reazione del cardinale vicario di Roma, Agostino Vallini, che non è certamente un barricadero ma che non ha potuto (né voluto) tacere al sindaco il malessere del mondo cattolico. Cito testualmente dal comunicato ufficiale del vicariato: “La domanda di legittima sicurezza dei cittadini che la pubblica amministrazione ha il dovere di tutelare non può  non essere coniugata con il diritto naturale di ogni uomo alla sopravvivenza e alla ricerca di condizioni per una vita dignitosa”. E ancora: “Il cardinale Vallini, pur consapevole della complessita’ del problema, ha invitato il sindaco ad individuare iniziative e strumenti alternativi e integrativi che mostrino il volto umano della città e siano di sprone ai cittadini a non guardare soltanto ai propri interessi ma al bene di tutti”. Se no, a che cosa serve la politica?

Lotta frocia

fiaccolata lgbt roma

Con l’autoironia che certamente non gli manca, il movimento lgbt la chiama “lotta frocia”. Ma con la lotta dura del ’68 ha in comune solo lo slogan, visto che i nostri sono antropologicamente incapaci – come me, del resto – di uccidere una zanzara. La lotta frocia si attua con metodi assolutamente nonviolenti, tipo una fiaccolata che parte dal Colosseo ed arriva in Campidoglio; non ha bersagli fisici, ma mira dritto alle coscienze; l’obiettivo non è l’attacco, ma l’autodifesa. E ieri sera ho lottato frociamente anch’io – io che non ho mai partecipato ad un gay pride, e che tuttora mi sentirei probabilmente a disagio di fronte ad alcuni carri sopra le righe – camminando con la candela accesa per via dei Fori imperiali, dietro alla bandiera simbolo del movimento omosessuale. Mi guardavano, i vari amici del Pd presenti, e si meravigliavano della mia presenza. Ed io – che l’anno scorso ero stato al circolo Mario Mieli, e quest’anno mi sono commosso alla proiezione del film “Due volte genitori”, organizzata da Paola Concia alla Camera – mi meravigliavo della loro meraviglia. Se il Pd ha un senso, se il suo progetto iniziale non è ancora morto, la prima regola deve essere quella dell’incontro; e per incontrarsi bisogna innanzitutto cercarsi, poi darsi un appuntamento, quindi mettersi in moto. Infine, stringersi la mano, come facevano i nostri antenati, per mostrarsi vicendevolmente la destra disarmata. Deporre le armi non significa rinunciare alle proprie convinzioni, ma vuol dire piuttosto non farsene scudo per evitare che quelle degli altri ti sfiorino. Cito ancora l’esempio della mia proposta di legge sulla cittadinanza agli immigrati: pur partendo da posizioni diverse, alla fine con una parte del Pdl stiamo dialogando bene ed abbiamo trovato una strada comune. Che non è di destra né di sinistra – e qualcuno se ne dispiacerà – ma ha dentro entrambe le corsie: la volontà di arrivare ad un risultato concreto, di sbloccare la situazione, ha superato la distanza iniziale dei nostri approcci. Penso che sui diritti civili si debba seguire la stessa strada, perché la strategia del muro-contro-muro attuata finora avrà pure riempito le piazze e smosso le coscienze, ma non ha cambiato di una virgola la nostra legislazione. Per l’omofobia, invece, il discorso mi sembra più semplice: pare che, dopo le violenze di questi giorni, la stessa Mara Carfagna abbia dato la disponibilità a discutere del testo, e forse stavolta non ci sarà neppure bisogno di scomodare il gemello di Fini.

Watergate

Ho deciso di parlare non perché voglia male all’Italia, ma perché le voglio bene. Faccio il tifo per i mondiali di nuoto, così come lo facevo per la riuscita del G8, ma quando ti accorgi che gli sprechi di Italia 90 (vogliamo parlare del terminal Ostiense a Roma? O dello stadio Delle Alpi a Torino?) non hanno insegnato niente, e che nel nostro Paese sbagliando non si impara, capisci che forse non potrai cambiare le cose, ma almeno non vuoi essere connivente. Ecco il senso della conferenza stampa che ho convocato ieri, per presentare un’interrogazione parlamentare che ho appena depositato: una richiesta di chiarezza su molti punti che vi vado a riassumere e che vi invito a diffondere, sperando di non essere troppo tecnico né troppo lungo.

Il metodo. Nel 2005, la 13.esima edizione dei mondiali di nuoto, assegnata all’Italia, viene nominata “grande evento”. Tanto per cambiare, entra in gioco la Protezione civile (vi ricordate chi era il commissario straordinario dei mondiali di ciclismo a Varese?) e si gestisce il tutto come se fosse un’emergenza. Si va avanti con le ordinanze: la prima di queste nomina un commissario delegato (che sarà prima Balducci e poi Rinaldi), autorizzandolo addirittura a variare il piano regolatore di Roma, purché gli interventi siano funzionali allo svolgimento dei mondiali e purché il Comune sia d’accordo. Ve la faccio breve e vi dico subito come è finita: se anche le opere non sono funzionali (ve lo spiego dopo) e se anche il Comune non ha dato l’assenso, va bene lo stesso; il governo, infatti, ha sanato tutto con un’ordinanza di due settimane fa.
Le foresterie. Erano state concepite per ospitare gli atleti, ma al momento sono pronte 20 stanze, in tutta Roma: sono nella foresteria di Ostia, dove le altre 60 saranno finite dopo i mondiali. Per non parlare del Torrino o dell’Infernetto, dove non c’è neppure una stanza pronta, oppure di Valco San Paolo e Pietralata, dove il progetto della foresteria è stato addirittura stralciato perché non si faceva in tempo e perché i soldi non bastavano più. Che fine faranno queste foresterie, costruite in deroga al piano regolatore e finanziate con le agevolazioni del Credito sportivo, ma certamente non più funzionali ai mondiali visto che non ci dormirà neanche un atleta? Diventeranno ostelli per la gioventù? Ospiteranno gli atleti negli eventi minori che si svolgeranno a Roma? Si trasformeranno in alberghi privati, pur essendo state finanziate anche con i soldi dei contribuenti? Verranno abbandonate del tutto?
Le piscine. È chiaro che per ospitare i mondiali di nuoto servono piscine: se no, dove si allenano gli atleti? Vasche da 50 metri, come quelle di gara. Invece, quasi tutte le piscine costruite per questi mondiali sono di 25 metri: in questo modo, si è detto, potranno essere utilizzate più facilmente anche dopo l’evento. Ma quale atleta professionista, a ridosso della gara, si allena sui 25 metri? È come organizzare un mondiale di calcio e mandare il Brasile ad allenarsi su un campo da calcetto, perché poi – una volta finito il mondiale – sarà più facile affittarlo. Inoltre, gli impianti autorizzati dalla giunta Veltroni erano una decina; invece, da quando Veltroni lascia Roma, cominciano a spuntare piscine come funghi: attualmente si è perso il conto, ma dovrebbero essere 25, 17 delle quali private. Molte vengono fatte senza l’autorizzazione del Comune, ma poi ci pensa l’ordinanza Berlusconi a sanare tutto: comprese quelle costruite a ridosso del Tevere, sotto il livello del fiume, che durante l’inverno ha già esondato due volte, sommergendo il cantiere. E gli aneddoti non finiscono qui: ci sono piscine ancora non finite (i mondiali iniziano oggi), piscine ancora senz’acqua, vasche inaugurate senza essere state collaudate, piscine di forma stondata, impianti nati come piscine per i mondiali e trasformati in centri benessere con palestre, ristoranti e campi da basket. Anche qui, vale lo stesso discorso fatto per le foresterie: che fine faranno queste piscine, a mondiali finiti? Saranno strutture per pochi, da 40 euro al giorno, o saranno al servizio della collettività?
I soldi. Nei soli tre poli natatori, lo stralcio di due foresterie su tre non ha abbattuto i costi: al contrario, rispetto al previsto questi sono lievitati di 30 milioni di euro. Ma quanti soldi pubblici sono stati spesi complessivamente, tra poli natatori, finanziamenti a tasso agevolato agli impianti privati ed addirittura opere a scomputo (strade, rotonde e così via) che invece di solito vengono pagate dai costruttori? Ed è vero che sono stati utilizzati fondi della Protezione Civile, mentre i terremotati dell’Abruzzo continuano a passare la notte in tenda?

Avrei molte altre cose da dire, soprattutto dopo aver ascoltato gli altri relatori della conferenza stampa: nei prossimi giorni probabilmente ne riparleremo. Tra una medaglia e l’altra dell’Italia, magari, per addolcire un po’ l’amarezza.