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Zitti tutti, tranne uno

Non so se parlare anch’io di bavaglio all’informazione, ma di certo la decisione di irreggimentare i talk show politici nell’ultimo mese di campagna elettorale pone qualche problema serio. Il radicale Marco Beltrandi, relatore del provvedimento, ha provato a convincermi che si tratta di una decisione giusta e mi ha ribadito che niente viene cancellato: se Ballarò vuole continuare a parlare di crisi economica, ad esempio, può farlo invitando i protagonisti del settore, dagli industriali ai consumatori, dall’operaio al datore di lavoro, dal commercialista al disoccupato, dall’evasore fiscale incappucciato al parroco che paga le bollette della luce per le famiglie povere. Pure Emma Bonino ieri sera minimizzava, durante la puntata di Annozero, ma la realtà non ha bisogno di molte interpretazioni: chi d’ora in poi inviterà politici dovrà adeguarsi alle regole rigide delle tribune elettorali, che vanno dal contingentamento dei tempi all’inquadratura solo di chi parla (senza smorfie altrui), dall’assenza di applausi alla rotazione di tutte le forze politiche secondo criteri precisi. A me sembra che l’idea sia, con rispetto parlando, una tipica idea radicale: fermissima sui principi, ispirata all’onestà ed alla trasparenza, incontestabile in un mondo perfetto ed in un Paese diverso dall’Italia. Il problema principale, da noi, si chiama conflitto di interessi: la Commissione di vigilanza ha infatti potere solo sul servizio pubblico, mentre nulla può sulle tv private. Che purtroppo, qui da noi, hanno un unico proprietario. E togliere i talk show sulla Rai senza toglierli a Mediaset non mi pare un’idea geniale per garantire quell’equilibrio informativo che la par condicio richiederebbe: sulle reti pubbliche si va con il cronometro, gli ospiti a rotazione e le inquadrature fisse; su quelle del premier, invece, si fa un po’ come si vuole, a meno che non intervenga l’Agenzia per le comunicazioni. Siccome l’Agcom di solito abbaia parecchio e morde poco, e siccome Berlusconi straborda già di suo, possiamo capire tutti come andrà a finire. C’è un altro aspetto, poi, che diversi esperti del settore sottolineano: vuoi per il disinteresse generale verso i contenuti, vuoi per la spettacolarizzazione della politica e lo scivolamento dell’informazione nell’infotainment, obbligare la Rai alle tribune politiche in prima serata significa far crollare gli ascolti e dunque la pubblicità. Un altro favore a Mediaset, insomma, e stavolta dal punto di vista economico. I motivi per cui i deputati di Centrodestra abbiano votato una misura del genere, allora, sono facilmente comprensibili; volendo se ne trova anche un altro, che deriva da un calcolo politico: fermare Annozero, Ballarò e In mezz’ora, secondo loro, valeva bene il sacrificio di Porta a porta (che va sempre in seconda serata e dedica una puntata su tre a temi leggeri) ed il nuovo approfondimento di Paragone (che vedono in pochi). Si capisce anche l’atteggiamento dell’Udc, che – per tenere caldo il forno di destra – ha deciso di non uscire dalla Commissione insieme a noi, in modo da garantire il numero legale: poi, a cose fatte, Casini ha detto che si trattava di un provvedimento liberticida, tanto per non far raffreddare troppo il forno di sinistra. Resta da capire perché i radicali si siano prestati a questo gioco: un po’ è certamente per quell’atteggiamento più idealistico che pragmatico di cui parlavo sopra, un po’ per far pagare al Pd il sostegno alla decisione di escludere dagli spazi televisivi, nella prima fase della campagna elettorale, tutti i partiti minori tranne la Destra di Storace. Continuiamo a farci del male.

L’affare si ingrossa

Non resisto alla battuta, scusate, ma qui l’affare si ingrossa. Ed ancora una volta – come facevo notare tempo fa, citando episodi pluripartisan – è difficilissimo, se non impossibile, distinguere il pubblico dal privato: cerchiamo, allora, di essere obiettivi. Se Bertolaso vuole “dare una ripassata a Francesca”, problemi suoi e della sua vita coniugale. Il discorso cambia, però, se ad organizzare la ripassata – questa e probabilmente altre dello stesso genere, come emerge dalle intercettazioni pubblicate da Repubblica – sono i proprietari del Salaria sport village, impianto sportivo già posto sotto sequestro alla vigilia dei Mondiali di nuoto e costruito in barba ad ogni logica umana, con una piscina addirittura sotto il livello del Tevere. Come hanno fatto a vincere la gara dell’appalto, con un progetto del genere? Semplice: non partecipando a nessuna gara, visto che lo stato di emergenza consente alla Protezione civile di derogare ad ogni bando. E chi è il capo della Protezione civile, colui che alla fine decide sugli appalti? Bertolaso, appunto. Può darsi che – come dice l’avvocato del futuro ministro – siamo di fronte ad un equivoco colossale, e personalmente me lo auguro: sarebbe difficile, altrimenti, convincere gli italiani che nella classe politica ci sia anche una sola persona perbene. Tifo per l’innocenza di Bertolaso, dunque, anche se mi converrebbe il contrario: o in questa storia c’è qualcosa di sporco, oppure diventa difficile dar torto a Berlusconi quando vede persecuzioni giudiziarie dappertutto. Tifare per Bertolaso, però, non significa anestetizzarsi il cervello, e così stamattina in Aula sono tornato alla carica sui mondiali di nuoto: se 7 mesi fa avevo ragione a volerci veder chiaro, oggi ne ho ancora di più. Eppure, il governo non mi risponde.

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, sui giornali di oggi la notizia principale è quella delle indagini per alcuni presunti illeciti che riguardano il sistema della Protezione civile: illeciti che, come si legge nelle inchieste, riguarderebbero alcuni eventi programmati da tempo, fra cui i mondiali di nuoto svoltisi a Roma nel luglio dello scorso anno. Ci sono delle presunte responsabilità di alcuni imprenditori che hanno costruito degli impianti molto importanti qui a Roma per i mondiali di nuoto e c’è – si dice – anche una collusione da parte di settori della Protezione civile. A questo proposito vorrei sollecitare la risposta a un’interrogazione che presentai a luglio dello scorso anno e che, all’epoca, fece notizia perché sembrava che volessi remare contro i mondiali di nuoto. In realtà, volevo soltanto la chiarezza che buona parte della società civile chiedeva a noi del Parlamento. Vi erano diversi comitati civici – e ci sono ancora – che avevano seri dubbi su ciò che stava accadendo: si parlava di impianti varati senza collaudi, di villaggi sportivi sorti a ridosso del Tevere ben sotto il livello del fiume, e lo stesso fiume era esondato due volte mentre i cantieri erano allestiti. Si parlava, soprattutto, di autorizzazioni date per costruire impianti pubblici, che poi erano stati improvvisamente trasformati in impianti privati. Non essendoci un Ministero dello sport in questo Governo, chiedo al Presidente del Consiglio di fare chiarezza. Non so se posso aspettarmi una risposta direttamente da lui, o se dovrò attendere che il dottor Bertolaso diventi Ministro per averla da lui in persona. In un modo o nell’altro, spero che il Governo mi risponda e, soprattutto, che risponda a quei cittadini che oggi ne chiedono conto: visto che siamo qui per rappresentarli e anche per fugare i loro dubbi. Dubbi che i giornali di oggi dimostrano non essere poi così campati in aria.

Tanto per dare un’idea del giro di soldi, la Corte dei Conti – sollecitata da un esposto dei Verdi – ha aperto un’inchiesta sui 550 milioni di euro spesi per opere non utilizzate nel corso dei Mondiali di nuoto e rimaste lì, come cattedrali nel deserto. Tipo il Polo natatorio di Ostia, su cui i comitati civici stanno cercando di fare trasparenza. Ed ogni giorno ne scoprono una: tipo questa della piscina olimpionica costruita con le misure sbagliate. E qui, se volessi essere triviale fino in fondo, potrei concludere che quelle di Francesca, invece, erano giuste.

Il contagio

Alle dimissioni di Guido Bertolaso non abbiamo creduto neanche un attimo, perché immaginavamo che la sua remissione del mandato sarebbe stata respinta: di fronte ad un uomo disposto a farsi da parte, “per non intralciare il lavoro degli inquirenti”, il nostro presidente del Consiglio temeva probabilmente il rischio del contagio. Ma il gesto, comunque, è da apprezzare, perché almeno dimostra che in questo governo c’è sottosegretario (Bertolaso, appunto) e sottosegretario (Cosentino, sempre lì). Due parole sul merito della questione, prima di andare avanti. Come già accadde per le Olimpiadi di Torino e per i mondiali di nuoto (a proposito: la mia interrogazione parlamentare attende ancora una risposta), anche per il G8 della Maddalena si è caduti nel vizietto di sempre: quello di trattare un evento programmato da tempo come se fosse un’emergenza. Lettura superficiale: e che ci vuoi fare, noi italiani siamo fatti così, diamo il meglio nelle emergenze, mica siamo svizzeri! Lettura più profonda: se organizzi un evento con le procedure ordinarie è tutto più complicato, perché devi fare i conti con la trasparenza, la competizione e le verifiche. Il modo per evitare queste rogne, dunque, è decretare lo stato di emergenza e delegare il tutto alla Protezione civile: a quel punto, tanto per dirne due, non c’è piano regolatore che tenga, né c’è procedura di appalto da rispettare. Le emergenze in Italia esistono davvero – dai terremoti alle alluvioni, mi pare che nell’ultimo anno non ci siamo fatti mancare nulla – e la nostra Protezione civile, dunque, avrebbe abbastanza lavoro già di suo. Invece, come raccontava Repubblica nelle settimane scorse, è già stata incaricata di organizzare il congresso eucaristico nazionale ad Ancona nel 2011 o il 400esimo anniversario dalla nascita di San Giuseppe da Copertino, come se fossero calamità improvvise. E presto potrebbero toccarle la gestione del piano carceri e quella dell’expo di Milano: prima, però, verrà trasformata in una società per azioni, in modo tale da uscire completamente dal controllo del Parlamento. Il decreto dovrebbe essere in Aula la prossima settimana, ma oggi – durante la conferenza dei capigruppo – noi abbiamo chiesto (e non ottenuto, temo) un rinvio:

DARIO FRANCESCHINI. (…) È del tutto evidente che deve esserci una netta distinzione tra le vicende giudiziarie e le scelte politiche, però è altrettanto chiaro che, nel momento in cui si sono avviate delle iniziative giudiziarie nei confronti di alcuni esponenti di rilievo della Protezione civile – alla quale, voglio ripeterlo in modo molto chiaro, va tutta la nostra solidarietà per tutto quel patrimonio di volontari, di impegno e di strutture formidabili che lavorano nella Protezione civile – è assolutamente inopportuno, dopo la giornata di oggi, portare a conversione un decreto-legge che prevede la totale soppressione, attraverso la formazione della Protezione civile Spa e la privatizzazione di tutte le procedure, di ogni garanzia di pubblicità delle gare e delle aggiudicazioni. Aggiungo che in quel decreto-legge, all’articolo 3, comma 5, vi è una norma che fa impallidire nella sua sostanza ogni tentativo precedente di lodi, di leggi ad personam o di tentativi di ostacolare il normale svolgimento delle vicende giudiziarie. È un comma molto chiaro, fin troppo chiaro, il comma 5, che dice esattamente questo: «Dalla data di entrata in vigore del presente decreto-legge e fino al 31 gennaio 2011 non possono essere intraprese azioni giudiziarie e arbitrali nei confronti delle strutture commissariali e quelle pendenti sono sospese». (…) Non solo si sospendono i procedimenti in corso (in questo caso), ma è vietato iniziare azioni giudiziarie. Penso che a maggior ragione, dopo la giornata di oggi, il Governo dovrebbe avviare urgentemente una seria riflessione e rinunciare a quella parte del decreto-legge o, quanto meno, a questa norma (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

Per capirci, insomma, il nuovo decreto fisserebbe una sorta di immunità giudiziaria per gli operatori della Protezione civile. Inoltre, grazie alla legge fresca fresca sul legittimo impedimento, la nomina di Bertolaso a ministro lo porrebbe al riparo di ogni eventuale processo. Se un contagio con Berlusconi ci sarà, insomma, sarà purtroppo nell’altro senso.

Un anno invano

A leggere le notizie di oggi, con il ministro Sacconi in visita alle suore di Lecco ed Ignazio Marino in piazza per una veglia laica, sembra che Eluana Englaro sia ancora lì. Invece è passato un anno e siamo noi quelli ancora lì, fermi alla lotta che spaccò l’Italia in due fazioni: visti da destra, erano il popolo della vita e quello della morte; visti da sinistra, erano i clericali ed i laici autentici. Vi ho informato più volte, nelle ultime settimane, sull’andamento della discussione sul testamento biologico: nessuno di quei post è finito nella classifica dei più letti e commentati, segno che evidentemente non c’è troppa voglia di ragionare sul tema. Ci si accontenta dell’impatto emotivo, ed allora ecco qui che oggi – nel primo anniversario dalla morte di Eluana – si ritira fuori dall’armadio il vestito di guelfo o quello di ghibellino e si ricomincia, come se in mezzo non fosse passato un anno. Come se non ci fosse stato il tempo di riflettere sull’equilibrio tra diritto di autodeterminazione e difesa della vita, tra dignità della persona e divieto di eutanasia. Invece, dall’interno posso testimoniare che nel Pd questo percorso è stato fatto: per citare un esempio concreto,  i nostri emendamenti sono molto diversi da quelli dei radicali (tutti centrati sull’autodeterminazione) e rappresentano un tentativo serio di andare oltre gli arroccamenti. Purtroppo, vi spiegavo nei giorni scorsi, ci ritroviamo a sbattere contro un muro di gomma: votano compatti contro tutto ciò che l’opposizione presenta, indipendentemente dal merito, per non darci la soddisfazione di una vittoria politica. Tra gli emendamenti bocciati, tanto per capire, ce n’è pure uno sul divieto di eutanasia (nostro) ed uno sul fatto che il rifiuto di terapie è “atto personale e non derogabile” (Buttiglione): tutta roba su cui neppure il Papa avrebbe da ridire. Ma qui siamo ben oltre il Papa, perché almeno nella Chiesa il diritto al dissenso esiste ancora: nel Pdl, invece, le poche voci dissenzienti vengono messe a tacere, impedendo loro di votare, ed alla vigilia di ogni seduta in Commissione il capogruppo si mette al telefono per rimediare 19 alzatori di mano a comando. Per alzatori di mano a comando intendo colleghi che non solo non fanno parte della Commissione, e dunque non hanno seguito il dibattito né letto i nostri emendamenti, ma che spesso durante la discussione escono addirittura dalla porta, per poi rientrare magicamente al momento del voto e mandarci sotto. In questo clima, come potete capire, non è facile cercare mediazioni intelligenti su temi delicati: anche su quello della certezza della volontà – che per me nella vicenda Englaro traballava parecchio – ci troviamo di fronte a soluzioni tagliate con l’accetta. Per non parlare dell’articolo 3, quello su alimentazione e idratazione: è lì che si annuncia la madre di tutte le battaglie. Come se quest’ultimo anno, appunto, fosse passato invano.

Ufficio propaganda

Oggi vi spiego come si manipola una notizia. Premessa: il gruppo parlamentare del Pd alla Camera ha approvato martedì sera il suo statuto. La notizia fin qui non c’è, nel senso che ogni associazione si dà delle regole e prevede delle sanzioni per chi non le rispetta: se Ronaldinho fa una festino prima del derby e poi dorme in campo, il Milan lo multa; se Adriano si ubriaca in discoteca, l’Inter lo manda in tribuna e poi – quando si accorge che non c’è più niente da fare – lo rispedisce in Brasile. Se un deputato prende lo stipendio da parlamentare ma poi non si presenta in Aula e nemmeno in Commissione, il Pd prima lo sanziona e poi – se insiste – lo caccia. Niente di strano, ripeto, per chi veda la cosa con occhi imparziali. Ma siccome nel giornalismo italiano l’imparzialità non esiste, Libero di ieri si inventa un articolo che già nel titolo dice tutto: “Il Pd approva lo statuto anti-Binetti. Via chi non vota come vogliono i capi”. La tesi naturalmente è che il Partito democratico sia la versione italica del Partito comunista cinese: per “evitare un caso Binetti”, verranno “puniti i voti in dissenso rispetto all’assemblea del gruppo”, mentre il voto di coscienza esiste solo “in teoria”. Anche Avvenire cade nella trappola, parlando di uno statuto “draconiano”, ma in realtà se la cava con una breve di tre righe; è Libero, invece, a ricamarci sopra, e così decido di prendere carta e penna per scrivere al direttore, Maurizio Belpietro:

Caro direttore,
apprendo dal Suo giornale che il mio gruppo parlamentare avrebbe varato uno statuto molto rigido contro la libertà di coscienza dei deputati. Così, almeno, mi spiega l’articolo di Elisa Calessi, pubblicato ieri a pagina 13 sotto un titolo (“Via chi non la pensa come i capi”) che non lascia spazio a molte interpretazioni. Si parla di sanzioni per ogni voto in dissenso, fino all’espulsione, e se così fosse, in effetti, sarebbe gravissimo: io stesso avrei qualche problema a convivere con una disciplina del genere, visto che dall’inizio della legislatura – dall’accordo con la Libia in poi, quando si regalarono 4 miliardi di euro a Gheddafi e si decise di affidare le sorti dei disperati ad un Paese che non rispetta i diritti umani – ho votato più di una volta in dissenso e non escludo di farlo in futuro, qualora la linea del partito su determinati provvedimenti risultasse incompatibile con la mia coscienza di parlamentare eletto senza vincolo di mandato. Invece, quello statuto – approvato martedì sera all’unanimità, dunque anche con la mia alzata di mano – non prevede l’annullamento delle differenze: già nel primo articolo, al contrario, si tiene a ribadire che “il pluralismo è elemento fondante del gruppo e suo principio costitutivo”. Il tutto, è chiaro, all’interno di un indirizzo politico, che lo statuto definisce “vincolante”, in un quadro di eventuali sanzioni già presenti nello statuto dell’Ulivo; ma sarebbe strano il contrario, visto che ognuno di noi è stato eletto in una lista anziché in un’altra, per poi aderire liberamente ad un gruppo parlamentare anziché ad un altro. È naturale, insomma, che ogni gruppo – al termine di un confronto serio e rispettoso tra le sue diverse anime – decida alla fine una linea comune; sarebbe grave, e su questo concordo con voi, se impedisse l’esercizio del voto a chi, per motivi di coscienza personale, non riuscisse a trovarsi d’accordo su questa linea. Sarebbe grave, lo ripeto. Anzi, lo è già: basta chiedere al mio collega Benedetto Della Vedova, al quale il gruppo del Pdl impedisce di votare gli emendamenti sul testamento biologico perché la sua posizione non è in linea con quella del partito.

Andrea Sarubbi – deputato Pd

 

In poche parole, nella lettera cerco di spiegare a Libero due concetti: il primo è che hanno ricamato malignamente su una storia inesistente, perché Bersani non è Pol Pot; il secondo è che, se esiste da qualche parte un tentativo di piallare le teste pensanti, questa parte è proprio il Centrodestra, dove il dissenso interno viene umiliato. Un giornale anglosassone avrebbe pubblicato la mia lettera per intero, senza aggiungere o togliere una virgola; un giornale italiano medio ci avrebbe aggiunto, in chiusura, una risposta ironica o sarcastica del direttore, tanto per avere l’ultima parola; Libero ha deciso di diluire la mia lettera in un pezzo più ampio, eliminandone le parti più scomode. Il titolo è parzialmente riparatore, ma allude quasi ad un ripensamento da parte nostra: “Il Pd fa il buono sul comma Binetti. Chi vota di testa sua può restare”. E perché avremmo cambiato idea, di grazia? Lo dice l’occhiello: “Questione di convivenza”. Della mia lettera si estrapola solo una frase, che suona quasi come un ultimatum (“Sarebbe gravissimo: io stesso avrei qualche problema a convivere con una disciplina del genere, visto che dall’inizio della legislatura ho votato più di una volta in dissenso e non escludo di farlo in futuro”), togliendo di mezzo ogni riferimento scomodo: come quello all’accordo con la Libia, per esempio, che in campagna elettorale è meglio non ricordare troppo ai cittadini. Ma soprattutto – ed è qui la grande lezione di giornalismo che oggi ci viene impartita – sparisce miracolosamente il mio riferimento al Pdl, ed alla messa a tacere di Benedetto Della Vedova nel dibattito sul testamento biologico: per l’ufficio propaganda di Palazzo Grazioli, in effetti, sono parole un po’  troppo forti. Della Vedova, nel frattempo, ha scritto una lettera a Cicchitto e Bocchino, per denunciare la gravità della situazione: le agenzie di stampa l’hanno pubblicata stamattina e domani, ne sono certo, la troverete allegata a Libero, in un inserto speciale con gli interventi del deputato dissidente. O no?

Torno subito

Ho messo il vestito nero, quello che uso per i voti di fiducia, per assistere alla morte di un altro pezzetto di democrazia. Con i voti della maggioranza e l’astensione dell’Udc, la Camera ha infatti stabilito che per il capo del governo vale l’autocertificazione: bastano due righe (“Scusate, oggi sono legittimamente impedito”) e salta l’udienza in tribunale. Altre due domani (“Scusate ancora, pure oggi non posso”), altre due dopodomani (“Vi chiedo perdono, ma è proprio un momentaccio”), e così via, usque ad libitum, fino a quando Silvio Berlusconi siederà a Palazzo Chigi. Così, dice la legge, potrà svolgere serenamente le sue funzioni, senza il fastidio di vedere ogni volta quelle toghe rosse e quella frase nei tribunali (“La legge è uguale per tutti”) che lo metteva di cattivo umore. È stata una giornata lunga, segnata dai rapporti di forza tra chi ha vinto le elezioni e chi le ha perse: contro la matematica c’è poco da fare, e così non abbiamo toccato palla: sotto di 110 quando l’Udc votava con loro, di una trentina quando votava con noi. Ma quando abbiamo chiesto il voto segreto, a fine mattinata, le distanze si sono ridotte: appena 14 voti di differenza, con parecchi franchi tiratori nella maggioranza e Berlusconi letteralmente salvato dalle 15 luci accese nei banchi del suo governo. E pure questo conflitto di interessi va sottolineato, perché in Aula – dove non mettono piede quasi mai, talvolta neppure per rispondere alle interpellanze urgenti – c’erano ministri chiamati a votare una legge che avrebbe bloccato eventuali processi a loro carico: neppure la decenza di astenersi, come ha fatto notare il nostro Furio Colombo nel dibattito. L’Udc – che ieri aveva paragonato questa legge ad un ponte tibetano, stretto e ballerino, per arrivare alle riforme – si è vista infatti stravolgere la proposta iniziale di un salvacondotto per il premier, trovandosi di fronte ad una sorta di immunità allargata a tutti i ministri e per giunta reintrodotta clandestinamente: se proprio immunità doveva essere, allora bisognava passare per una legge costituzionale e dunque, con ogni probabilità, per un nuovo referendum che l’avrebbe bocciata. Ma alla fine Casini ha mandato giù il boccone: ufficialmente, per evitare che venisse stravolta la giustizia con il processo breve; in realtà, per evitare di mandare a monte l’alleanza con il Pdl in tutte le regioni del Centrosud. Tra la spregiudicatezza dell’Udc e la demagogia dell’Idv (culminata nell’intervento finale di Di Pietro, che ha definito l’Italia un “Paese barbaro e dittatoriale” e Berlusconi “il peggior capo del governo della storia repubblicana”, mentre i suoi urlavano “buffone” a Cicchitto), Pierluigi Bersani ha brillato come un diamante. Alla casalinga di Voghera, che lo stava guardando in diretta tv, ha spiegato che l’Italia continuerà ad avere i problemi di prima, a cominciare dalla crisi economica, ma almeno d’ora in poi Berlusconi sarà più tranquillo, perché  “in tribunale ci andranno quelli che possono consentirsi un po’ di nervoso”.

P.S. Non potendoli battere con i numeri, ci siamo tolti qualche soddisfazione con l’ironia. Siccome è il governo ad autocertificare le ragioni istituzionali del proprio legittimo impedimento, abbiamo presentato un centinaio di ordini del giorno in cui impegnavamo Berlusconi ed i suoi ministri a non avanzare le scuse di convegni, eventi mondani e sagre paesane. Non è legittimo impedimento, abbiamo scritto testualmente, la partecipazione del presidente del Consiglio e dei suoi ministri ai seguenti eventi: la festa del Santissimo crocifisso di Monreale (PA), la giostra cavalleresca  dei Paternò a San Gregorio (CT), la festa di San Corrado a Noto, la regata storica di Santa Lucia a Siracusa, la sagra dell’agnolotto e del canestrello a Polonghera (CN), la sagra del polentonissimo a Monastero Bormida (AT), la fiera degli uccelli a Sacile (PN), la festa di San Marco e Fortajada a Pordenone, il Rogo della vecia sempre a Pordenone, la sagra dello spiedino a Castello d’Agogna (PV), la sagra del Biligòcc ad Albino (BG), l’expo di Ischia, la disfida del soffritto di maiale a Flumeri (AV), la festa nazionale dei popoli padani, il panettone party a Borbona (RI), la sagra della lumaca a Valmontone (RM), la festa dei fagioli con le cotiche a Sant’Angelo Romano (RM), il Palio dei mussi di Teglio Veneto (firmato da me), la sagra delle fave con pecorino a Filacciano (RM), la Mondo sapori fiera a Mussolente (VI), la Fiera di mezza quaresima di Sant’Agata Feltria (RN), la Scuola di formazione del Popolo della libertà, l’inaugurazione del Salone del ciclo di Milano-Eicma, le feste provinciali della Lega nord, la Festa della libertà a Pietrelcina (BN), la presentazione dei libri, i convegni del Popolo della libertà sul Mezzogiorno, la festa della zucca, le conferenze stampa per illustrare i risultati della digitalizzazione della giustizia, l’inaugurazione di nuove sedi del partito della Lega nord, l’inaugurazione di nuove sedi del partito Popolo della Libertà, la consegna dei premi “Consumatori oggi”, la consegna del premio “Amico della famiglia”, l’eventuale ripetizione del seminario “Uomini in divisa nel Pdl – per dare più forza alle nostre idee”, la presentazione di nuovi patti per la sicurezza, la cerimonia di inaugurazione di Milano Unica (salone italiano del tessile), la festa di Atreju, l’inaugurazione di Com-Pa (salone europeo della comunicazione pubblica dei servizi al cittadino ed alle imprese), il Meeting musicale degli indipendenti, la sagra della strazzata di Avigliano (PZ), il Fiuggi family festival, la Giornata nazionale di promozione della rete dei partner, il Meeting per l’amicizia tra i popoli, l’evento Cortina incontra, la manifestazione Vinitaly, la festa del Villaggio cimbro, il Meeting mondiale dei giovani, la Festa europea della musica, la festa del radicchio rosso di Dosson, la sagra della lingua del Santo a Zeminiana di Massanzago, la festa del ciclamino a Fontanelle di Conco (VI), la manifestazione Corritalia-insieme per i beni culturali ambientali, la festa Ambiente e caccia a Granarolo Faentino (RA), la manifestazione Degusta e Degusta junior “Le ricette della prossima stagione” di Villa Bassi a Borgo Panigale (BO), la Mexpo a Busto Arsizio, l’Agrivarese sempre a Busto Arsizio, le iniziative per sostenere l’abolizione dello zoo di Roma, le iniziative per lanciare le giornate anticorrida, il trasporto della macchina di Santa Rosa a Viterbo, la sagra del carciofo di  Cerda (PA), la sagra dello stinco di maiale ad Offida (AP), il porco festival del borgo antico di Rotella (AP), il salone della pesca sportiva a Bologna, la rassegna cinofila di Ancona, la presentazione internazionale di abiti da sposa e da cerimonia a Milano, il salone internazionale della pellicceria e della pelle sempre a Milano, la fiera vintage “La Moda che vive due volte” a Forlì, la sagra gastronomica di Castelspina (AL), le giornate del riso a Jolanda di Savoia (FE), la festa della fame e della sete a Filattiera (MS), i festeggiamenti di San Giovanni Battista a Settimo di Cinto Caomaggiore (VE), il carnevale di Decima a San Matteo della Decima (BO), la manifestazione “Ciccioli in piasa, le terme del colesterolo” a San Martino in Rio (RE), il festival del tartufo vero dei monti Sibillini a Montefortino (AP), la festa della Madonna della Speranza a Castelletta (AN), la festa di Sant’Antonio a Villeneuve (AO), la festa di San Vitale a San Salvo (CH), la festa della sfogliatella a Lama dei Peligni (CH), la sagra della piè fritta a Fontanelice (BO), la sagra del brasadè a Borgo Priolo (PV), la fiera dell’artigianato di San Cataldo (CL), la sagra della polenta di Rocca Priora (RM), l’inaugurazione di club “Silvio ci manchi”, la sagra del pecorino pepato a Castel di Judica (CT), la sagra del mucco nel porto peschereccio di Portopalo di Capo Passero (SR), la sagra dell’agnello pasquale a Favara (AG), la sagra della frittella ad Isnello (PA), la cerimonia del prelievo dell’acqua del Po della Lega nord, la festa di San Biagio a Militello Rosmarino (ME), la festa della Candelora di Cefalù (PA), la festa della Madonna del soccorso di Sciacca (AG), la festa di Sant’Agata a Catania, la sagra della ricotta a Sant’Angelo Muxaro (AG); la sagra della sfincia a Montelepre (PA), la Mandorlara – sagra del mandorlo a Tavola sempre a Montelepre (PA), la sagra del tarocco a Francofonte (SR), la sagra della salsiccia a Chiaromonte Gulfi (RG), la sagra delle panelle e crocchette a Ciminna (PA). Li ho copiati uno per uno, ma ne valeva la pena.

L’Italia può attendere

Undici ministri schierati nei banchi del governo, sottosegretari a profusione in tutta l’Aula: nel giorno del legittimo impedimento Palazzo Chigi chiude per ferie, perché quando c’è da salvare il premier l’Italia può attendere. Può attendere la riforma della giustizia, “quella vera”, invocata da Enrico Letta. Possono attendere gli operai dell’Alcoa, citati da Michele Ventura. E Roberto Zaccaria fotografa bene il momento: sembra di stare in tempo di guerra, o forse anche peggio, perché “’neanche in tempo di guerra è prevista la sospensione della costituzione”. Il dibattito è lungo ed appassionato, ma i numeri sono impietosi: nonostante il Pd sia al completo, le nostre pregiudiziali di costituzionalità – che avrebbero potuto bloccare l’esame della legge, come fu purtroppo per l’omofobia – vengono bocciate con 105 voti di scarto (343 a 238), grazie alle truppe cammellate di Pdl e Lega. In loro soccorso va anche l’Udc, con una trentina di voti ininfluenti, in nome di una realpolitik definita ufficialmente “operazione di trasparenza” :

MICHELE GIUSEPPE VIETTI. (…) La difficoltà di gestione da parte del Presidente del Consiglio dei suoi processi viene invocata come un alibi permanente per non mettere mano ad una riforma organica della giustizia, e la mancata riforma organica della giustizia viene invocata come alibi per non fare le complessive riforme costituzionali di cui pure tutti dicono il nostro Paese abbia bisogno. Noi abbiamo preso un’iniziativa chiara, diretta ed esplicita: rimuoviamo l’impedimento del Presidente del Consiglio rispetto ai suoi processi.

Proprio tra noi e l’Udc avviene uno scontro piuttosto aspro, nel giro di due minuti. Dopo una serie di accuse (nostre e dell’Idv) al provvedimento in esame, prende la parola Casini e smentisce Vietti: il legittimo impedimento – cerca di spiegare – non è una norma concepita per la persona di Silvio Berlusconi, ma per la carica da lui ricoperta. È in sostanza, spiega, una pezza a quel buco lasciato dall’abolizione dell’immunità parlamentare, che sbilancia troppo il rapporto tra politica e giustizia in favore della seconda. Ribatte al volo Franceschini:

DARIO FRANCESCHINI. (…) È vero che in molti ordinamenti, compreso il nostro, esistono delle norme – diverse da Paese a Paese e anche nella storia del nostro ordinamento giuridico – che stabiliscono criteri diversi per tutelare chi ricopre funzioni pubbliche, a cominciare dall’immunità parlamentare, da delle norme che esistono per tutelare lo svolgimento di funzioni pubbliche. L’anomalia – onorevole Casini, lei lo sa benissimo – sta nel fatto che non stiamo stabilendo una norma per il futuro per chiunque assumerà incarichi pubblici, ma stiamo approvando una norma, come molte altre in passato, per bloccare processi specifici già in corso! Questa è l’anomalia e la violazione che lei finge di non capire (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

Sull’equilibrio dei rapporti tra politica e giustizia ci sarebbe parecchio da dire e da scrivere. Non è un tema campato in aria, ma il problema è che il dibattito (anche quello pubblico, tra gli elettori) è rimasto fermo ai tempi di Mani Pulite, con i berlusconiani che pensano di essere Craxi e Di Pietro che crede di essere ancora un pubblico ministero. Per fugare ogni dubbio, noi abbiamo presentato un emendamento rivoluzionario, dal titolo “Priorità assoluta ai processi penali a carico di membri del Parlamento”: se davvero vogliamo garantire a tutti i parlamentari (premier compreso, naturalmente) il libero ed ordinato svolgimento del mandato, evitando il rischio di persecuzioni giudiziarie, allora facciamo in modo che ognuno possa dimostrare al più presto la propria innocenza, anziché essere trascinato per anni in processi pretestuosi. Bastavano poche parole, per risolvere la questione:

Al fine di garantire il libero e ordinato esercizio delle prerogative e competenze connesse all’esercizio del mandato parlamentare, ai sensi degli articoli 67 e 68 della Costituzione, la presente legge riconosce priorità assolta ai procedimenti penali a carico di membri delle Camere, in sede di formazione dei ruoli di udienza e trattazione dei processi.

Il presidente del Consiglio è un parlamentare, tutti i ministri del suo governo lo sono. Eppure, la proposta è stata dichiarata inammissibile, in quanto “estranea rispetto agli argomenti già considerati nel testo”. Ci eravamo dimenticati di specificare che il presente emendamento non si applicava – cito Sebastiano Messina – ai “nati il 29 settembre 1936, in possesso del cellulare di Noemi Letizia e del conto cifrato dell’avvocato Mills”.