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Qualche paletto

Le ripercussioni politiche, ve lo giuro, mi lasciano quasi indifferente: si troverà un nome alternativo a Piero Marrazzo, possibilmente credibile e gradito all’elettorato, e si cercherà di tenere il Lazio, pregando che il Centrodestra sbagli candidato. Neppure con il governatore uscente avremmo avuto certezze di farcela: il danno politico della vicenda è, dunque, abbastanza relativo. Ma c’è un danno più profondo, inferto alla politica nel suo insieme, che invece mi appare incommensurabile: perché in un colpo solo (questa storia parla infatti di auto blu, droga, prostituzione, ricatti e corruzione) si dà fiato a tutto quel sentimento anticasta che ci vogliono anni per spegnere e basta un secondo per riaccendere. Poi hai voglia di prendertela con le Iene, se vengono a farti un tampone davanti a Montecitorio: è chiaro che ti senti umiliato, pure se non hai nulla da nascondere, ma la situazione è così indifendibile che alla fine ti viene la tentazione – come propone La Russa, non senza demagogia – di sottoporti all’esame del capello per far vedere che il Parlamento non è un covo di tossici. Per quanto riguarda il sesso, d’altra parte, la situazione è ancora più compromessa: dal caso Mele in poi, siamo passati per le frequentazioni del premier ed ora siamo arrivati a quelle di Marrazzo. Ogni volta, c’era un pezzo della vita privata che sconfinava in quella pubblica: per il deputato Udc, il contrasto insostenibile fra la sua vita notturna e le sue iniziative parlamentari; per il presidente del Consiglio, l’influenza di quelle feste sulla compilazione delle liste elettorali e le bugie dette pubblicamente sul caso Noemi; per il governatore del Lazio, la sua ricattabilità. Non so se sia una coincidenza, ma in nessuno di questi tre casi è stato possibile separare con l’accetta la vita privata di un politico dalla sua dimensione pubblica. Né lo sarebbe se si venisse a sapere, fra qualche giorno, che magari il famoso Chiappe d’oro, l’ex ministro che condivideva con Marrazzo la passione per le trans di via Gradoli, è in Parlamento un baluardo dell’identità cristiana, o se qualche conducente di auto blu parlasse delle mattine passate in macchina ad aspettare un altro ex ministro, cliente fisso – anche durante l’orario di servizio – di un noto locale gay specializzato negli afterhours. Non è questione di destra o di sinistra, ma di ruolo che si ricopre: se fai la ballerina, o la modella, o il pugile, o l’attore, ogni volta che ti siedi a tavola devi pensare ad una serie di cose (calorie, grassi, proteine) che il resto del mondo può tranquillamente ignorare, mentre tu sei costretto a fare i conti con la tua forma fisica o con il tuo aspetto estetico. Se fai il politico, invece, devi saper discernere quanto un comportamento privato possa far perdere credibilità al tuo impegno pubblico, e – visto che, per dirla alla Bersani, non te l’ha ordinato il dottore – devi essere in grado di mettere qualche paletto. In compenso, puoi abbuffarti tranquillamente di Nutella.

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Visti in tv

 

Se avessi avuto qualche dubbio su chi votare alle primarie, la diretta di oggi su Youdem me lo avrebbe tolto dopo un quarto d’ora: il tempo di sentire Bersani prendere a calci l’articolo 67 della Costituzione, in nome della disciplina di partito, e Marino ripetere la famigerata frase del Lingotto sul “chi non si sente laico dentro può anche fermarsi un giro e stare a casa”. Mai come oggi, ho avuto chiaro che la mia scelta per Dario Franceschini è anche un atto di legittima difesa: chiunque vincesse degli altri due, infatti, mi toglierebbe il diritto di votare (come ho fatto e rifarei) contro il mutuo ventennale da 4 miliardi di euro per Gheddafi, o di astenermi (come ho fatto e continuerò a fare) sulle missioni internazionali fino a quando non aumenteranno i fondi per la cooperazione, o di dissentire dalla maggioranza del partito (come non ho ancora fatto ma potrei fare) su alcune delicatissime questioni etiche. Se questo blog fosse uno strumento di propaganda, insomma, oggi avrei diverse mazzate da tirare; non lo faccio perché voglio ancora bene al Pd, e così mi concentro su ciò che – di tutti e tre i candidati – mi ha convinto di più. In ordine di mozione, naturalmente.

Pierluigi Bersani. Sulle questioni economiche ha dimostrato di essere decisamente una spanna sopra a tutti (in Parlamento gli tengono testa solo Cazzola e Tabacci, nel Pd nessuno): il passaggio sulla crisi e sulle tre soluzioni (sostegno ai redditi medio bassi, fondi di garanzia per le piccole e medie imprese, grande piano di piccole opere pubbliche) è stato di una lucidità impressionante. Allo stesso modo, quando ha parlato di previdenza è stato l’unico capace di contestualizzare l’innalzamento dell’età pensionabile all’interno di una riforma più ampia, in funzione dei giovani. Mi è piaciuto anche il passaggio sulla giustizia che non va, e sul fatto che ogni riforma necessaria venga condizionata dagli interessi personali del presidente del Consiglio. Bersani è un solido uomo di Stato.

Dario Franceschini. Bene sul pluralismo all’interno del Pd: il fatto che occorra votare sulle questioni controverse non è in discussione, ma non si può imporre la disciplina su tutto. Condivido anche il suo approccio sulle unioni civili, per le quali devono esserci limiti ben chiari: il no alle adozioni ai single ed alle coppie gay potrebbe costarmi l’accusa di essere singlofobo ed omofobo, ma mi rimetto al vostro buon cuore. Il suo discorso sul bipolarismo da conservare con i denti (non regaliamo una parte del Pd al centro, non deleghiamo all’Udc la rappresentanza dei moderati) mi pare saggio, così come la sua idea di partito aperto agli elettori e lontano dai caminetti. Franceschini è un uomo equilibrato e coraggioso.

Ignazio Marino. Perfetta la prima risposta, quella sulla sanità: per un chirurgo come lui, era una specie di domanda a piacere, ma devo riconoscere che è stato bravissimo. In due minuti, è riuscito a parlare di tutto: l’esodo dal sud al nord, le lunghe attese, le condizioni degli ospedali, le stesse candidature con Bersani di due campioni mondiali dell’intreccio fra politica e sanità come Bassolino e Loiero. Buono anche il passaggio sul merito come motore dell’istruzione e della ricerca, lontano dalla tentazione di utilizzare la scuola come ammortizzatore sociale. Sacrosanto il discorso sulle correnti che bloccano il rinnovamento della classe politica e l’avanzamento dei giovani all’interno del Pd. Infine, sottoscrivo il suo approccio sull’immigrazione, sulla cittadinanza e sul voto alle amministrative per chi paga le tasse qui. Marino è un uomo nuovo, con un approccio politico e non politicante.

Le critiche le lascio a voi, ma con una preghiera: non scanniamoci, perché da qui al 25 è ancora lunga e potremmo farci molto male.

Una domanda

Partiamo dall’intervista di oggi al Corriere della Sera, che vi obbligo a leggere. Nonostante la nostra amicizia, Paola Binetti non mi cita tra i parlamentari a lei più vicini, e so benissimo che non si tratta di una scortesia: il voto sull’omofobia, tanto per fare un esempio, ha mostrato che, su alcuni temi, tanto vicini non siamo. Peccato, diranno i guelfi. Per fortuna, risponderanno i ghibellini. Ma il punto è un altro, e non è nemmeno il nostro affetto reciproco: io oggi difendo la Binetti perché difendo il Partito democratico, e – se pure vi prudono già i polpastrelli, come temo – vi chiedo di seguirmi un attimo. Dopodiché torneremo amabilmente a scannarci, come molte altre volte, purché abbiate la bontà di rispondere alla mia domanda finale. La premessa la conoscete: l’aggravante per l’omofobia mi sembrava una risposta doverosa della politica alle crescenti violenze contro gli omosessuali, tanto è vero che avevo seguito il provvedimento in Commissione Giustizia (pur non facendone parte) ed avevo chiesto di intervenire in Aula sul complesso degli emendamenti, per ribadire il mio appoggio al testo base. Avevo preparato un intervento molto duro nei confronti dell’Udc, che in Commissione aveva accostato l’omosessualità all’incesto ed alla pedofilia, e della stessa Lega, che aveva dichiarato di ritenere gli scontri fra tifosi di calcio un problema maggiore rispetto alle violenze omofobe. Purtroppo, al complesso degli emendamenti non siamo neppure arrivati, perché il Centrodestra e l’Udc hanno affossato il testo prima: gli stessi Pdl e Lega, che in Commissione si erano detti d’accordo (a denti stretti, per la verità), si sono rimangiati la parola in maniera vergognosa. Una lezione di cinismo incredibile, su cui c’è poco da commentare. Ma da ieri – e qui arriviamo al punto – lo stesso Pdl ci sta dando un’altra lezione, stavolta di liberalismo: nessuno dei 19 dissenzienti (9 voti contrari e 10 astenuti, lo ricordo) è stato processato sulla pubblica piazza, mentre la nostra unica free rider è finita sul rogo, immolata sull’altare del congresso. Nel giro di pochi minuti, Paola Binetti è diventata un’arma congressuale da puntare contro la mozione avversaria: attacchi a Franceschini da Marino e Bersani, Dario non vuole la patata bollente e minaccia l’espulsione, lei dice che all0ra voterà Bersani ed improvvisamente i franceschiniani si ringalluzziscono, mentre i bersaniani usano toni più concilianti e Marino continua a picchiare. Ma siamo scemi, signori miei? È così che risolve la terribile grana del pluralismo interno – perché è una grana, lo ammetto, soprattutto sotto congresso, quando si tende a tagliare tutto con l’accetta –  una forza politica che, vocazione maggioritaria o meno, si candida a governare l’Italia? Adesso leggetevi quanto ha scritto ieri FareFuturo, la fondazione di Fini, e poi vi faccio una domanda, solo una.

OMOFOBIA: FAREFUTURO, SALVATE DAL ‘ROGO’ IL SOLDATO BINETTI
(ANSA) – ROMA, 14 OTT – ‘Che qualcuno salvi dal ‘rogo’ il soldato Paola Binetti’. E’ l’invito di Ffwebmagazine (www.ffwebmagazine.it), il periodico online della Fondazione Farefuturo, presieduta da Gianfranco Fini, dopo la bocciatura della legge sull’omofobia e il caso nato nel Pd sul voto della deputata teodem.
‘Non e’ possibile – si legge nel corsivo – che un partito a vocazione maggioritaria, pluralista e moderno come si candida a essere il Pd possa inciampare ancora nel paradigma della disciplina di partito’. Per questo motivo, ‘qualcuno faccia qualcosa per spiegare ai democratici del Pd che l’epoca del ‘processo politico’ e’ ormai morta e sepolta’.
‘In un sistema bipolare, dove due grandi partiti rappresentato due terzi della societa’ italiana, vogliamo davvero ritornare all’opinione disciplinata?’. Soprattutto, proprio ‘nel momento in cui, anche all’interno del Popolo della liberta’, il dibattito su alcuni temi inizia un faticoso cammino e anche qui le cosiddette ‘minoranze’ rivendicano con sforzo spazio e agibilita’ politica, non e’ un buon segno se ‘nel maggior partito dello schieramento avverso’ un deputato viene messo all’indice per un voto contrario a quello della sua maggioranza’.
Salvare il soldato Binetti significa soprattutto riconoscere che le sue idee, ‘alcune delle quali discutibilissime, fanno parte di un bagaglio culturale e valoriale diffuso nella societa’ e non solo nel suo partito’. E lo ‘stesso discorso vale per la proposta di Paola Concia che e’ stata sostenuta anche da tanti esponenti del Pdl e dalle associazioni di destra. Per questo motivo il fallimento di ieri non si puo’ addossare a una sola persona. Ma ai limiti del dibattito all’interno dei due grandi partiti’. ‘E’ proprio nella crescita di questo – conclude il magazine – che si deve basare la sfida di un partito plurale. Nella sua capacita’ di includere, di mediare: di trovare cosi’ sempre la strada maestra per disinnescare il conflitto piu’ duro’.(ANSA)

Ora la domanda, a cui vi prego di rispondere: perché loro ci arrivano e noi no?

Brutta giornata

L’accordo raggiunto in Commissione Giustizia sul testo per l’omofobia si è perso in ascensore, tra il quarto piano ed il primo di Palazzo Montecitorio: la maggioranza ci ha voltato le spalle, proprio quando sembrava che le cose stessero migliorando. Ma andiamo con ordine. Qualche giorno fa, durante le votazioni in Commissione, noi presentiamo un emendamento che chiede l’introduzione dell’aggravante non solo per l’omofobia, ma anche per la transfobia, e la maggioranza ce lo boccia con il supporto dell’Udc. Il movimento trans giustamente se la prende e comincia ad alzare la voce contro il Centrodestra e contro il ministro delle Pari Opportunità, che a quel punto si fa convincere: nel testo, promette, ci sarà anche un riferimento alla transfobia. Così Mara Carfagna scrive una lettera a Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia, e le chiede di ricominciare l’esame del provvedimento. La Lega e parte del Pdl – contrari a questa legge, ma rassegnati alla sua approvazione – prendono la palla al balzo: rimandare il testo in Commissione significa perdere tempo e magari affossarlo pure, perché se un provvedimento lascia l’Aula non si sa mai quando ritorna. Per ragioni opposte, noi decidiamo di votare contro: il Pdl non ci ha dato nessuna rassicurazione, nonostante gli accordi informali, ed a questo punto crediamo che, se davvero il rinvio è soltanto per inserire la transfobia, allora potranno farlo tranquillamente votando l’emendamento che riproporremo in Aula. Il Pdl si spacca e, nonostante il voto favorevole di Udc e Lega, riusciamo ad averla vinta noi. A quel punto, l’Udc torna alla carica, presentando delle pregiudiziali di costituzionalità: se si proteggono gli omosessuali – dicono, ammiccando ad un certo perbenismo cattolico – allora bisogna proteggere tutti.

MICHELE GIUSEPPE VIETTI. La Convenzione di Lisbona ci chiede di tener conto di altre categorie di soggetti a rischio: degli anziani, cioè della discriminante dell’età, dei malati, cioè della discriminante della salute, dei disabili, cioè della discriminante di chi non è egualmente abile. Allora, se il provvedimento si deve prevedere in un quadro di rispetto delle normative europee, si prevedano tutte queste categorie. Diversamente, non vedo perché non dovremmo prevedere a questo punto che qualcuno di noi si senta offeso da un reato di cui è destinatario, magari perché ritiene di appartenere alla religione cattolica e la gente non lo sapeva, ma poiché è un reato commesso ai miei danni, voglio che sia aggravato perché sono cattolico.

La Lega, a quel punto, si smarca dalla maggioranza: visto che ci siamo divisi sul voto precedente, dicono, allora adesso andiamo per conto nostro e votiamo a favore delle pregiudiziali di costituzionalità. Le motivazioni addotte dalla Lussana sono agghiaccianti:

CAROLINA LUSSANA. Abbiamo sempre manifestato perplessità sul termine «orientamento». Perché? Perché (…) potrebbe anche prestarsi a interpretazioni fuorvianti. Noi, dagli atti della nostra Commissione, dalle intenzioni dei proponenti leggiamo nel termine «orientamento» la tendenza sessuale, eterosessuale o omosessuale, ma non avete voluto scriverlo esplicitamente; e nel termine «tendenza sessuale», come è stato evidenziato da alcuni colleghi, potrebbe rientrare anche l’amore per i bambini, la pedofilia!

Tocca parlare al Pdl, che a quel punto si trova in difficoltà. L’appoggio della Lega è venuto meno, la spaccatura interna si fa sentire, e nel suo intervento Bocchino fa un capolavoro di politichese: siamo a favore del testo, dice in sostanza, ma siccome è un voto segreto non è colpa mia se i miei colleghi del Pdl voteranno contro. Solo un ingenuo non capirebbe che la legge sull’omofobia, in questo momento, è clinicamente morta.

ITALO BOCCHINO. I deputati singolarmente, come è opportuno rispetto al voto segreto, prenderanno la loro decisione sulla pregiudiziale. Ma noi riteniamo che, nel caso in cui l’iter del provvedimento non vada avanti, il Governo si debba far carico di un disegno di legge che adegui la nostra normativa a tutto ciò che è previsto dal Trattato di Lisbona, in modo che si possa procedere, magari in futuro, ad approvare una legge fatta bene, evitando di fare una legge contro le discriminazioni, discriminando noi per primi gli anziani o i disabili e favorendo un soggetto debole rispetto ad un altro.

Ha appena finito di parlare Italo Bocchino, quando arriva Pierferdinando Casini e spacca in due la maggioranza: rinunciamo allo scrutinio segreto, dice al Pdl, e vogliamo vedere come vi comportate. Si va quindi al voto: 285 voti a favore delle pregiudiziali di costituzionalità (Udc, Lega e Pdl), 222 contrari (Pd e Idv), la Camera approva. Voti ribelli: 9 contrari e 10 astenuti nel Pdl, un favorevole nel Pd (Paola Binetti). Le valutazioni a caldo sono abbastanza confuse: da un lato, il Centrodestra – che, come dicevo qualche giorno fa, era stato quasi costretto all’accordo dall’ottima mediazione di Paola Concia – ha gettato la maschera; dall’altro, però, la nostra linea dura non ha pagato. Si può discutere a lungo se la mediazione (e dunque il ritorno in Commissione) avrebbe dato risultati diversi, e non lo escludo a priori, ma la sensazione netta è che la maggioranza cercasse solo una scusa buona per far saltare il tavolo. Brutta giornata, davvero.

La tela di Anna Paola

La storia che sto per raccontarvi forse non la leggerete mai sui giornali, ma se io fossi il direttore di un quotidiano ci farei un bel fondo, perché è una storia che, nella sua semplicità, parla di politica meglio di un talk show. Commissione Giustizia, ieri pomeriggio: ci vado anch’io, pure se non ne faccio parte, perché si vota il testo base della legge sull’omofobia. O meglio, di quella che avrebbe dovuto essere la legge sull’omofobia, ma che – prima ancora di arrivare in Aula – ha già lasciato sul campo parecchie ambizioni: dei due progetti presentati (uno del Pd, a prima firma Anna Paola Concia, ed uno dell’Idv, a prima firma Di Pietro) è rimasto solo un richiamo nel titolo (“Disposizioni in materia di reati commessi per finalità di discriminazione o di odio fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”), mentre l’impianto originario è stato mutilato: niente introduzione del reato di omofobia, per esempio, ma soltanto un’aggravante nel codice penale, tra l’altro – come vi dirò – accettata a denti stretti. Alla fine, tutto quello che rimane è un testo di un solo articolo, che recita così:

All’articolo 61, comma 1, del codice penale, dopo il numero 11-ter), è aggiunto il seguente:
“11-quater) l’avere, nei delitti non colposi contro la vita e l’incolumità individuale, contro la personalità individuale, contro la libertà personale e contro la libertà morale, commesso il fatto per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa dal reato”.

In sostanza, chi compie un delitto non colposo (tra quelli di cui sopra) a causa dell’orientamento sessuale o della discriminazione sessuale avrà una circostanza aggravante ai fini della pena: capita già lo stesso se si compie il fatto contro un pubblico ufficiale o un ministro di culto, o se lo si compie da latitante, oppure (come ha chiesto ed ottenuto la Lega, facendo inserire la modifica nel ddl sicurezza) da immigrato irregolare. Nulla di rivoluzionario, insomma: il difetto di questa norma è, al limite, quello di essere troppo timida, ma – date le circostanze – era impossibile spuntare di più. La Lega ha continuato ad opporsi anche ieri, dicendo che l’aggravante dell’omofobia è perfettamente inutile: intanto, perché rientra in quella (già esistente) dei “motivi abietti e futili”; inoltre, perché “le statistiche dicono che sono molto più frequenti i reati a causa del tifo calcistico, eppure non esiste un’aggravante apposita”. Lo stesso ha fatto anche l’Udc, che – al contrario della Lega – non ha limitato il dissenso al dibattito, ma ha addirittura votato contro il testo base, pensando forse di cavalcare il moralismo di una parte del mondo cattolico ma finendo per essere più papista del Papa. Dall’altro lato della barricata, l’Italia dei valori ha adottato lo stesso atteggiamento dell’Udc, ma per motivi opposti: i dipietristi non hanno votato il testo base perché non accettano che la maggioranza abbia ridotto il tutto ad un’aggravante. E qui c’è proprio la radiografia dei vari partiti: il Pdl che di fronte ad alcune proposte di buonsenso non può tirarsi indietro ma tenta di ridurre il danno, la Lega che – come un pezzo dell’Italia benpensante – verso gli omosessuali prova un certo fastidio, l’Udc che si chiude a riccio nell’identitarismo perché spera di riscuotere consensi nel fronte cattolico, l’Idv che vive perennemente nella logica del “tanto peggio, tanto meglio”, sperando che le riforme non si facciano per poter poi scendere in piazza ad urlare che il governo non le ha fatte. E noi? Il Pd – che nella circostanza soffriva, insieme ad Anna Paola Concia, per le mutilazioni ricevute dal testo – ha mostrato responsabilità: ha cercato fino all’ultimo di salvare il progetto, cambiandolo più di una volta rispetto a quello iniziale, ed ha agito pensando al Paese. Quella di Anna Paola è stata finora una prova di pazienza, un continuo tessere la tela per portare a casa qualche risultato, che alla fine si tradurrà comunque in un testo normativo: è chiaro che anche per noi sarebbe più comodo far saltare tutto e metterci ad urlare contro la maggioranza omofoba, ma la politica non può essere una campagna elettorale perenne. E speriamo che anche gli elettori, prima o poi, se ne rendano conto.

Lotta frocia

fiaccolata lgbt roma

Con l’autoironia che certamente non gli manca, il movimento lgbt la chiama “lotta frocia”. Ma con la lotta dura del ’68 ha in comune solo lo slogan, visto che i nostri sono antropologicamente incapaci – come me, del resto – di uccidere una zanzara. La lotta frocia si attua con metodi assolutamente nonviolenti, tipo una fiaccolata che parte dal Colosseo ed arriva in Campidoglio; non ha bersagli fisici, ma mira dritto alle coscienze; l’obiettivo non è l’attacco, ma l’autodifesa. E ieri sera ho lottato frociamente anch’io – io che non ho mai partecipato ad un gay pride, e che tuttora mi sentirei probabilmente a disagio di fronte ad alcuni carri sopra le righe – camminando con la candela accesa per via dei Fori imperiali, dietro alla bandiera simbolo del movimento omosessuale. Mi guardavano, i vari amici del Pd presenti, e si meravigliavano della mia presenza. Ed io – che l’anno scorso ero stato al circolo Mario Mieli, e quest’anno mi sono commosso alla proiezione del film “Due volte genitori”, organizzata da Paola Concia alla Camera – mi meravigliavo della loro meraviglia. Se il Pd ha un senso, se il suo progetto iniziale non è ancora morto, la prima regola deve essere quella dell’incontro; e per incontrarsi bisogna innanzitutto cercarsi, poi darsi un appuntamento, quindi mettersi in moto. Infine, stringersi la mano, come facevano i nostri antenati, per mostrarsi vicendevolmente la destra disarmata. Deporre le armi non significa rinunciare alle proprie convinzioni, ma vuol dire piuttosto non farsene scudo per evitare che quelle degli altri ti sfiorino. Cito ancora l’esempio della mia proposta di legge sulla cittadinanza agli immigrati: pur partendo da posizioni diverse, alla fine con una parte del Pdl stiamo dialogando bene ed abbiamo trovato una strada comune. Che non è di destra né di sinistra – e qualcuno se ne dispiacerà – ma ha dentro entrambe le corsie: la volontà di arrivare ad un risultato concreto, di sbloccare la situazione, ha superato la distanza iniziale dei nostri approcci. Penso che sui diritti civili si debba seguire la stessa strada, perché la strategia del muro-contro-muro attuata finora avrà pure riempito le piazze e smosso le coscienze, ma non ha cambiato di una virgola la nostra legislazione. Per l’omofobia, invece, il discorso mi sembra più semplice: pare che, dopo le violenze di questi giorni, la stessa Mara Carfagna abbia dato la disponibilità a discutere del testo, e forse stavolta non ci sarà neppure bisogno di scomodare il gemello di Fini.

La trappola radicale

Tra i sostenitori di Ignazio Marino ci sono parecchi miei coetanei e molte persone a me care: alcuni li sento anche piuttosto vicini come sensibilità politica. Altri un po’ meno, ma gli applausi che ho ricevuto al Lingotto parlando della mia versione di laicità mi fanno pensare che ogni questione può essere affrontata con successo, se lo si fa nello spirito di cercare una sintesi. Purtroppo, da quando il terzo uomo ha lanciato la sua  candidatura non mi pare che ciò stia accadendo. E mi ritrovo in ogni parola – compresi gli incisi – scritta da Chiara Geloni, alla quale rubo questo articolo (“Il terzo uomo nella trappola radicale”) pubblicato su Europa di venerdì:

Come non era difficile prevedere, Ignazio Marino e i suoi sostenitori hanno bisogno, per tenere alta la visibilità della terza candidatura, di stressare moltissimo i temi della laicità e dei diritti civili. Premettiamo subito che si tratta di argomenti molto seri, decisivi per il futuro del Pd, di fronte ai quali non saranno più consentite ambiguità. Aggiungiamo che, se questi temi sono diventati tanto delicati per il Pd è anche perché ci sono stati ritardi colpevoli nell’affrontarli e nel risolverli. In qualche modo, quindi, quello che gli sta capitando il Pd se lo merita. Però.
Proporre, perfino imporre al partito un dibattito, anche congressuale, che faccia finalmente chiarezza e approdi alla definizione di una linea, possibilmente condivisa o se necessario figlia di uno scontro salutare, è un conto. Fare di questo una posizione politica, addirittura la ragione principale di una candidatura alla segreteria, ci sembra poco utile al Partito democratico e alla soluzione stessa, nel Partito democratico, delle questioni poste.
Non si tratta tanto del fatto che una delle ragioni per le quali il Pd è nato è certamente quella di cercare su questi argomenti difficili sintesi nuove, il che dovrebbe escludere punti di partenza ultimativi e sommari. Che, certo, non sono mancati solo da parte di chi oggi si ritrova sostenitore della candidatura di Marino, anzi.
Ma che in nessun modo, nemmeno per reazione, possono definire un punto dal quale ripartire. Che senso ha quindi che alla sua prima uscita Marino attacchi Franceschini accusandolo di essere in imbarazzo sui temi etici «perché all’interno della sua mozione convivono posizioni che non sono conciliabili»? Se le posizioni non sono conciliabili addio Pd, la cui scommessa è, e resta, proprio quella di riuscire a conciliare. E quanto a Franceschini, non ha bisogno di avvocati difensori ma su questo punto lui, e la cultura che ha alle spalle, hanno più titoli di merito che di demerito, ci pare.
Il problema però è anche un altro, che potremmo chiamare “vocazione minoritaria”. Lo diciamo a proposito della polemica sui matrimoni gay aperta ieri da Paola Concia e Magda Negri. Se il punto è che le persone omosessuali, e le coppie omosessuali, non devono subire discriminazioni, è sacrosanto, non foss’altro perché è la Costituzione, e si deve pretendere che il Pd stia in questo solco. Se invece si pretende che il Pd vada oltre la Costituzione e si schieri su posizioni che la maggioranza degli italiani non condivide, forse si sta nel Pd ma dentro il Pd si cerca un’altra cosa. Un partito battagliero e rilassante, molto divertente e irrimediabilmente piccolo. Ci dispiace, ma il Pd è una cosa molto più ambiziosa. E molto più interessante.