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La vita a punti

Siccome voglio essere propositivo, comincio dai lati buoni. Come se in Italia non governasse la Lega e come se non fossimo in campagna elettorale per le Regionali.  Sono talmente propositivo, guarda un po’, che li prendo sul serio: questa idea del permesso di soggiorno a punti, annunciata in pompa magna da Maroni e Sacconi, potrebbe anche essere un tentativo di avviare gli immigrati verso un percorso di integrazione. Di fare in modo, cioè, che lo straniero non rimanga un corpo estraneo alla comunità che lo ospita. I lati buoni, purtroppo, sono finiti, ma ci tenevo ad evidenziarli subito perché la mia non sembri una critica ideologica: l’idea di un percorso non è sbagliata in sé, ma anzi chiama lo Stato ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti di chi viene qui. Ad accoglierlo, insomma, e ad accompagnarlo nei primi due (o tre, perché alla fine leggendo tra le righe si capisce che sono tre) anni di permanenza nel nostro Paese. Meglio così che lasciarli da soli, direte voi, per evitare il rischio che finiscano in una delle tante Rosarno d’Italia, tra i cinesi invisibili di Prato o in mezzo ai manovali della camorra nel casertano. Il decreto – c’è un ottimo riassunto di Fiorenza Sarzanini sul Corriere di oggi – condiziona il rinnovo del permesso di soggiorno ad una serie di requisiti: un contratto di lavoro e di affitto (o una casa di proprietà), la conoscenza dell’italiano, dei principi fondamentali della Costituzione, dell’organizzazione e del funzionamento delle istituzioni, della vita civile in Italia (con particolare riferimento ai settori della sanità, della scuola, dei servizi sociali, del lavoro e degli obblighi fiscali), l’iscrizione dei propri figli minori alla scuola dell’obbligo. Potreste obiettare che molti italiani non hanno tutti questi requisiti, ma voglio ancora dar credito al governo e non scandalizzarmi per la scelta di un’immigrazione selezionata: come nota il nostro Massimo Livi Bacci in un documento di cui vi parlerò presto, anche oggi esiste nei fatti una selezione, legata però a “quote di provenienza geografica che poco hanno a che vedere con la disponibilità all’inclusione dell’immigrato”. Però lo stesso Livi Bacci – che non ha l’anello al naso – aggiunge che una politica selettiva ha senso solo se viene affiancata da “un robusto impegno in programmi di ammissione di immigrati richiedenti asilo o bisognosi di protezione umanitaria”: è giusto esigere da chi può dare, insomma, mentre la politica della faccia feroce verso tutti (barconi compresi) non è degna di un Paese civile. L’anello al naso non ce l’ho neppure io, e così non posso fare a meno di notare che questa storia del permesso a punti fa acqua da parecchie parti. Come si pensa di risolvere la storia dei contratti di locazione, ad esempio? Il problema attuale non è che gli immigrati non paghino l’affitto, ma che gli italiani – quei pochi disponibili ad affittare casa agli immigrati – non registrino il contratto: se vogliamo risolverlo, dobbiamo innanzitutto prevedere controlli più seri e poi magari introdurre la cedolare secca, per evitare che le case restino sfitte. Come si pensa di insegnare a tutti gli immigrati la lingua e le nozioni fondamentali della vita civile in Italia? Il problema attuale – giustamente sottolineato da Livia Turco – è che finora l’intero sistema poggia sulla buona volontà della Chiesa e del volontariato: quel poco che lo Stato ci metteva, attraverso il fondo di inclusione sociale, ora non ce lo mette più, perché Tremonti lo ha azzerato. Prima di avviare il permesso a punti, dunque, sarà necessario preparare una rete di scuole per immigrati (che chiaramente non sono a costo zero), cercando tra l’altro di fissare un programma di lezioni compatibile con il loro orario lavorativo (se sei qui per fare la badante, probabilmente puoi solo di domenica…). Come si pensa di riuscire a legare saldamente la presenza in Italia con un lavoro regolare? Il problema attuale è che – anche su questo fronte – sono gli italiani i primi a fornire lavoro solo in nero, e dunque sono necessari più controlli (e magari meno tasse sul lavoro dipendente, per favorire l’emersione). Ma c’è di più: come si pretende di riformare la disciplina del soggiorno, se non si prevedono insieme nuovi criteri per gli ingressi? Vogliamo che resti sul nostro territorio solo chi ha un lavoro? Bene: mettiamo mano alla Bossi-Fini ed introduciamo la possibilità di ingresso per ricerca di lavoro, tramite una garanzia economica o tramite uno sponsor familiare, in modo che chi viene qui (visto che vogliamo selezionarli noi) abbia la possibilità di dimostrare ciò che vale senza doversi nascondere in un bagagliaio per oltrepassare la frontiera. Vogliamo che gli immigrati si sentano sempre più parte della nostra comunità? Bene: abbiamo il coraggio, come chiedono da tempo alcuni peones, di mettere mano alla riforma della cittadinanza, perché chi decide di stabilirsi qui riesca a vedere la luce in fondo al tunnel, dopo una vita passata ad accumulare punti.

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Una storia italiana

Dopo il gol di tacco di ieri all’Olimpico contro il Siena, mi è venuta in mente la storia di Stefano Okaka. Non quella sportiva, che probabilmente conoscete, ma quella familiare, che secondo me andrebbe proiettata in Aula alla Camera quando ricomincerà la discussione sulla cittadinanza. Mamma Doris è perito agrario, papà Austin ragioniere; partiti dalla Nigeria per cercare un futuro migliore, nel 1981 arrivano in Italia, con un permesso di soggiorno per motivi di studio. Si stabiliscono a Perugia, dove nel giro di pochi mesi hanno il primo figlio: lo chiamano con un nome italiano, Carlo, perché è qui che hanno intenzione di mettere radici. Passano altri 8 anni e – quando la famiglia si è ormai stabilita a Castiglione del lago, sul Trasimeno – nascono due gemelli: Stefano e Stefania. Famiglia in Italia da 9 anni e con un lavoro stabile, bimbi nati qui, ma niente cittadinanza: i genitori non ce l’hanno ancora, dunque non l’avranno nemmeno i figli (d’altronde, è questo il principio dello ius sanguinis, attualmente vigente). Carlo, Stefania e Stefano crescono in Umbria, studiano nelle nostre scuole, giocano a pallavolo (i primi due) ed a calcio (il terzo) nelle nostre società sportive. Ma sono a tutti gli effetti extracomunitari: a differenza dei loro coetanei, magari meno dotati tecnicamente, non possono essere convocati nelle nazionali giovanili, in quanto non italiani. Eppure – come potete sentire dall’intervista delle Iene, che ho riportato qui sopra – non sanno mezza parola del dialetto di mamma e papà; con lo stesso inglese, ammetterà Stefano in più di un’occasione, zoppicano un po’. A 18 anni, grazie ai potenti mezzi dello sport, Stefano Okaka diventa cittadino italiano, quando i suoi genitori (in Italia da una vita) ancora non lo sono . E rivolge al presidente Napolitano un saluto, nel quale – senza accorgersene – smonta la dottrina della scelta consapevole su cui alcuni falchi del Centrodestra hanno costruito il rifiuto della cittadinanza ai minori: “In realtà io, essendo nato in Italia, mi sono sempre sentito cittadino italiano e il riconoscimento ufficiale per me è stato più che altro una formalità”. Stefano, di fatto, è sempre stato italiano. Solo che non poteva esserlo di diritto. Come tanti altri, meno fortunati di lui, che Okaka ricorda nella stessa lettera: “Sono consapevole del fatto che esistono delle situazioni difficili. Mi tengo informato e spero che lo Stato italiano faccia molto perché tutti coloro che lavorano, anche se non sono nati in Italia, possano ottenere la cittadinanza italiana e contribuire alla crescita del nostro Paese in tutti i campi. Io spero di farlo nei campi da calcio di tutto il mondo”. In quella stessa cerimonia, il capo dello Stato lancia un invito:

Il punto di partenza non può non essere una presa di coscienza collettiva del carattere non temporaneo che ha assunto il fenomeno dell’immigrazione in Italia, e dunque della necessità di trarne le naturali conseguenze sul piano dello sviluppo delle politiche d’integrazione e anche sul piano delle norme e delle prassi per il conferimento della cittadinanza. È essenziale che a tale presa di coscienza giungano non solo le istituzioni, ma l’intera collettività nazionale”.

A due passi da Giorgio Napolitano, quel 13 novembre 2008, c’è anche il ministro dell’Interno. Che però fa finta di non sentire, e va avanti come un disco rotto: l’unica modifica da fare alla legge attuale sulla cittadinanza, insiste Maroni, riguarda la verifica dell’integrazione. I minori vadano a piangere da mamma.

Parole vietate

Non so se conoscete un gioco che ai miei tempi era da tavolo, e si chiamava “Taboo”. Oggi quel format ha pure una versione per iPhone, che si chiama “Parole vietate”. Peschi una carta, con la parola da far indovinare al tuo compagno di squadra, e ti devi dar da fare per suggerirgliela; il problema è che non puoi nominarne alcune molto attinenti, se no hai perso. Ti capita “mentina”? Non puoi dire “alito”, “fresca”, “piccola”, “masticare”, “sciogliere”, “confezione”. Hai pescato “colbacco”? Non puoi dire “cappello”, “copricapo”, “russo”, “pelliccia”, “caldo”. Nella legge sul testamento biologico, ho detto in Commissione, sta accadendo una cosa simile: si vuole fare un testo sulle dichiarazioni anticipate di trattamento ma non si possono utilizzare le parole “volontà”, “autodeterminazione”, “invasivo”, “articolo 32” e così via. Attenzione: come molti di voi sanno, io non sono un ultrà dell’autodeterminazione e ritengo che i suoi confini debbano essere chiari, per evitare di aprire all’eutanasia. Ma qui è sufficiente scrivere la parola in un emendamento per farlo bocciare: tanto che ad un certo punto ho chiesto al relatore di dirci in anticipo se voleva rimandare tutto il confronto al voto segreto dell’Aula, così potevamo metterci l’anima in pace ed occupare il tempo in maniera più utile. E qui si è scatenato il leghista Polledri, attaccandomi personalmente, ma preferisco parlarvene a parte, nei prossimi giorni, per non perdere il filo.  Anche questa settimana, dunque, ci hanno bocciato tutto: non solo ai pericolosi laicisti, nelle cui fila credo di essere stato arruolato anch’io, ma pure a Paola Binetti e Rocco Buttiglione. La prima voleva aggiungere nel testo la garanzia delle cure palliative per tutti, il secondo voleva scrivere che il medico è tenuto darti la morfina anche se questa ha l’effetto inintenzionale di provocare la tua morte. Il che è sempre accaduto e sempre accadrà, ma evidentemente non lo si può scrivere su una legge. Il muro di gomma è così respingente che vengono bocciati emendamenti come questo, presentato da tutto il gruppo del Pd in Affari sociali:

Ogni trattamento medico e sanitario di carattere preventivo, diagnostico, terapeutico e riabilitativo, se condotto secondo perizia, diligenza e prudenza è sempre diretto alla tutela della salute e della vita della persona. Nel rispetto del principio di autodeterminazione, salvo i casi previsti dalla legge, ogni trattamento medico e sanitario è attivato previo consenso informato, esplicito ed attuale del paziente prestato in modo libero e consapevole.

L’ospite indesiderato, in questo caso, è il richiamo (per quanto mitigato) al principio di autodeterminazione. Ma ogni volta ce n’è una, e pure quando potremmo vincere ci facciamo degli autogol: l’emendamento di cui sopra, per esempio, non è passato per un solo voto, e purtroppo erano assenti – come sempre – i due rappresentanti dell’Idv (Mura e Palagiano). Oppure, a causa di veti incrociati, può accadere l’inverosimile, come è successo su un emendamento dell’Udc che si opponeva a “trattamenti terapeutici non proporzionati, futili o inutilmente invasivi”, per poi ricordare che il medico “non ha l’obbligo di contrastare e ritardare ad ogni costo l’esito finale della malattia, ma piuttosto, nel rispetto del miglior interesse del paziente, ha il compito di accompagnarlo e assisterlo verso la sua fine naturale”. Una proposta laica ed equilibrata, di certo migliorativa rispetto al testo Calabrò, ma che i radicali non hanno votato, perché – hanno spiegato candidamente – un emendamento di Buttiglione “non va votato, a priori”. A volte, poi, il muro di gomma ha anche un effetto comico: come quando volevano respingere la nostra richiesta di mettere sul sito internet del ministero le informazioni sulla possibilità di firmare una dichiarazione anticipata di trattamento. L’abbiamo presa a ridere, ottenendo una grande vittoria politica: l’emendamento è stato accantonato e se ne riparlerà a suo tempo. Ma non chiedetemi quando, perché non ne ho idea: se andiamo avanti così piano, non prima dell’autunno.

Il diritto di provarci

Nel messaggio inviato oggi alla Fondazione Migrantes, per la Giornata mondiale dei migranti, il presidente della Repubblica pone un problema serissimo: essere in regola non è solo un dovere, ma anche un diritto. Tutto il resto, aggiungo io, è fuffa. Perché la clandestinità non si combatte in altro modo: né con i soldi a Gheddafi – che io mi glorierò sempre di non aver votato – né con i respingimenti dei barconi – visto che la stragrande maggioranza degli immigrati entra via terra e non abbiamo alpini a sufficienza per presidiare ogni valico alpino – e neppure con le regolarizzazioni a campione, tipo quella delle badanti o la prossima che si inventeranno per gli attacchini dei manifesti della Lega, ma solo quelli della Lega. Ho già detto, in più occasioni, della nostra proposta di legge sul permesso di soggiorno per ricerca di lavoro: per assumere una colf devo prima verificare che sia capace di stirare le camicie, ed è difficile che riesca a farne venire una dalle Filippine, con un contratto già firmato, se non l’ho mai incontrata prima; lo stesso vale per un meccanico, in una concessionaria di automobili: se poi ti capita uno come Andrea Sarubbi, che non distingue il radiatore dalla batteria, che cosa ci fai? Lo rimandi a casa? Quella proposta – che fu sponsorizzata dalle Acli, che torno oggi a ribadire, e che spero il Pd abbia il coraggio di rilanciare nella campagna per le Regionali – prevede che possa venire in Italia legalmente, senza bisogno di nascondersi in una valigia come il ragazzo afghano trovato ieri nel bagagliaio di una macchina, chi dimostra di potersi mantenere qui per un certo periodo (da 3 mesi ad un anno: dipende dalle possibilità di ognuno) e di avere un luogo in cui risiedere. Forse non ci riuscirà da solo, o forse sì, ma certamente gli sarà più facile con l’aiuto di un amico o familiare che potrà garantire per lui, tramite una sorta di fideiussione: è il sistema dello sponsor, che altri Paesi hanno sperimentato prima di noi. In questo modo, chi entra sa di non doversi nascondere, ma sa soprattutto di non poterlo fare: entro quel periodo si gioca le sue carte e non gli conviene accettare un lavoro in nero, perché perderebbe solo tempo e si condannerebbe per il futuro alla clandestinità. La prospettiva di essere regolare, insomma, sarebbe un grande disincentivo ad accettare compromessi, tipo i tre euro all’ora di Rosarno, e potrebbe essere conveniente anche per le aziende, se un forte incentivo fiscale a nuove assunzioni venisse accompagnato da multe salatissime per chi impiega in nero. Per non parlare dei rischi di finire preda della criminalità organizzata, che Giorgio Napolitano ha evidenziato nel suo messaggio di oggi. Ma a Palazzo Chigi arrivano i messaggi del Quirinale?

La legge in freezer

Segnatevi questa data, perché ne riparleremo. Il 12 gennaio 2010, con 32 voti di scarto, la maggioranza ha deciso di rimandare in Commissione il testo sulla cittadinanza, con l’impegno di approfondire meglio i temi più delicati (in primis, i minori) per poi arrivare ad un testo condiviso. Così, almeno, recitano i resoconti parlamentari, perché questo è ciò che è stato detto poco fa in Aula dai rappresentanti del Pdl. Che non potevano esprimere pubblicamente le due ragioni vere della messa in freezer, ossia la paura di spaccarsi a ridosso delle Regionali e quella di regalare vagonate di voti alla Lega, ma io le sapevo già e tutto sommato non mi interessano molto. Quello che mi interessa davvero – lo ripeto per la millesima volta – è portare a casa qualcosa di decente, che sia una legge firmata il 15 agosto sulla spiaggia (il patto del ghiacciolo) o il 25 dicembre sulla neve (il patto del vin brulé), ma andrebbe bene anche l’11 ottobre nel bosco (il patto del porcino) o il 21 aprile in un giardino fiorito (il patto dello starnuto). Quando vi pare, ragazzi miei, ma facciamolo, nonostante la Lega e nonostante l’invasione di falchi che – con l’approssimarsi del voto – sta rendendo meno azzurro il cielo del Pdl. Stamattina, per dire, ce n’era uno nero nero in Commissione Affari Costituzionali: era Nitto Palma, sottosegretario agli Interni, che ha sproloquiato contro la cittadinanza ai minori perché, a suo avviso, sarebbe un moltiplicatore di ricongiungimenti familiari che poi renderebbe “inespellibili” molti immigrati. L’unica differenza tra un minore cittadino italiano ed uno non cittadino, ha poi spiegato, è l’indennità di accompagnamento per gli invalidi: tanto vale riformare quella, anziché mettere mano alla cittadinanza! La sua mail è segreteria.palma@interno.it, per chi volesse chiarirgli le idee: credo che ne abbia bisogno, visto che – come potete leggere dalla sua scheda istituzionale – la materia dell’immigrazione è espressamente esclusa dalle sue competenze. Qualcuno dei miei colleghi si è preoccupato, dopo averlo sentito parlare così; io, forse per l’incoscienza del neofita, ho derubricato il tutto a tattica politica pre-Regionali, perché solo un discorso del genere poteva tenere il Pdl attaccato alla Lega, come sarà da qui all’ultimo istante prima del voto. Ma quello che accadrà il giorno dopo, onestamente, è difficile da prevedere: il mio amico Fabio Granata è ottimista, perché crede che un clima più disteso possa favorire gli spiriti liberi; molti miei colleghi del Pd la pensano al contrario, perché temono che un ottimo risultato della Lega (quasi certo, visto il traino delle candidature in Veneto e Piemonte) possa rappresentare la pietra tombale su ogni discussione futura. Io la vedo come Fabio, quindi non mi fascio la testa prima di essermela rotta: gli emendamenti bipartisan che avevo ripresentato ieri sera li ho rimessi nel cassetto, ma sono sempre lì. E noi siamo qui, a vigilare sul comportamento di una maggioranza che, a questo punto, ha davvero esaurito gli alibi.

John e gli altri

La vicenda di Rosarno è finita anche in Vaticano: l’Angelus di oggi, con il richiamo di Benedetto XVI al rispetto verso gli immigrati, è certamente un fatto importante. Ma il discorso più importante della giornata, il Papa mi perdoni, l’ha fatto un umile parroco calabrese che non passerà alla storia. Si chiama don Pino Varrà, e tra pochi giorni – quando sarà passata ‘a nuttata – ritornerà nell’anonimato della sua parrocchia di Rosarno, San Giovanni Battista, e della mensa Caritas che continuerà a dirigere, se gli saranno rimaste bocche da sfamare dopo la cacciata dei mille. Gli si è svuotata pure la chiesa, ha fatto notare stamattina durante l’omelia: un discorso da brividi, che vi riporto da uno stralcio della cronaca di Repubblica:

“Bisogna aiutare i fratelli che sbagliano”, spiega il sacerdote. “E in questi giorni che stiamo vivendo qualcuno ha sbagliato. Ma questo non ci autorizza a colpirlo, a inseguirlo, a ucciderlo, a cacciarlo. Ci obbliga a capire, a fermarci. Per non sbagliare più. Questo dobbiamo fare se vogliamo essere dei cristiani”. Il parroco lascia l’altare, scende tra la gente. Parla a braccio, stringe con le mani il microfono. “Se ho un fratello in famiglia non posso picchiarlo o cacciarlo di casa perché ha rotto un vaso. Devo andargli incontro, sostenerlo, capire cosa è accaduto”. Allarga le braccia, sorride: “Vedo finalmente questa chiesa piena, sono contento che moltissimi tra voi sono tornati. Ma vedo anche che manca qualcuno”. Don Pino sospira, si rivolge ai bambini. “Lo vedete anche voi. Non c’è John. Vi ricordate di lui? Veniva ogni domenica”. I bambini annuiscono. I genitori, dietro, restano in silenzio. Tesi e consapevoli. “Mancano anche Christian, Luarent. E Didou, il piccolo Didou. Mancano i suoi genitori. Erano come voi, con la pelle più scura, venivano dall’Africa. Non ci sono perché li hanno cacciati”.
E’ il culmine dell’omelia. E’ il momento dell’appello. E del rimprovero: “Mi rivolgo ai più grandi, ai genitori. Perché loro hanno un ruolo importante, formativo. A voi dico: non vi fate trascinare verso ragionamenti e reazioni che non sono da cristiani. E’ facile dire: abbiamo ragione noi. Quando siete nati, Dio è stato chiaro: questo è mio figlio. Lo siamo tutti. Tutti abbiamo diritto alla vita, una vita dignitosa, che non ci umili. Anche quelli di un altro colore, anche quelli che sbagliano sempre. Se vogliamo essere cristiani noi non possiamo avere sentimenti di odio e di disprezzo”.
Il parroco adesso è al centro della navata. Si rivolge al suo gregge che appare ancora più smarrito. Alza la voce, come un tuono: “Possiamo anche dire che abbiamo sbagliato. Che i miei fratelli, bianchi e neri hanno sbagliato. Ma lo dobbiamo dire sempre. Non solo quando qualcuno ci sfascia la macchina. Lo dobbiamo sostenere con  forza anche quando altri fanno delle cose ancora più gravi. Cose terribili. Dobbiamo avere il coraggio di gridare e denunciare”. Il sacerdote indica il presepe: “Non avrebbe senso aver allestito questa opera. Non avrebbe senso festeggiare il Natale. Meglio distruggerlo e metterlo sotto i piedi. Dobbiamo celebrarlo convinti dei valori che lo rappresentano. Perché crediamo nella misericordia e nella solidarietà. Se invece non abbiamo la forza di ribellarci ai soprusi e alle ingiustizie e siamo pronti alle violenze nei confronti dei più deboli, allora non veniamo più in chiesa. Dio saprà giudicare. Saprà chi sono i suoi figli”.

Dopo il cardinale Tettamanzi, insomma, un altro pericoloso imam. E chissà quanti altri, dispersi nelle parrocchie di tutta Italia. Ma oggi non è il giorno delle polemiche con la Lega, perché voglio guardare più in alto: grazie a don Pino Varrà, ed alla sua omelia di stamattina, oggi è il giorno del mio orgoglio cristiano.

Il bersaglio facile

La paura più grande, che poi è una certezza, è che la campagna xenofoba abbia trovato un nuovo testimonial: dopo l’attentatore nigeriano sul volo Usa, servito a qualche mio collega in malafede per spiegare quanto sia giusto non dare la cittadinanza ai bambini stranieri ed a qualche brillante analista per teorizzare l’impossibilità di integrazione con i musulmani, ora salgono sul palco, siori e siore, i rivoltosi di Rosarno. Che probabilmente hanno fatto cose orribili, tipo circondare l’auto di una incolpevole signora e prenderla a bastonate, e per questo verranno puniti. Così come, ne sono certo, verranno puniti quei nostri connazionali che hanno acceso la miccia prendendoli a pallottole: con i bersagli facili, infatti, la nostra giustizia funziona a meraviglia. E pure la nostra politica, mi viene da pensare, dopo avere ascoltato il ministro dell’Interno che dà la colpa di tutto all’immigrazione irregolare. Mentre tutti quelli che stanno sul campo, da Libera di don Ciotti alla Caritas, continuano a ripetere che dietro ogni degrado c’è un disagio, e che i responsabili vanno cercati altrove: tra i bersagli mobili, quelli che non si fanno vedere perché sanno come mimetizzarsi nella nostra società. Tra i produttori delle passate di pomodori che rosoliamo nei nostri soffritti, ad esempio, o tra quelli dei succhi di frutta che diamo a merenda ai nostri bambini: nei loro campi, ci spiegano all’unisono i sindacati, nessuno ti chiede il permesso di soggiorno, perché tre euro all’ora senza contributi sono sempre meglio di dieci con un regolare contratto di lavoro, ferie, tredicesima e malattia. Diceva dom Helder Camara, vescovo brasiliano di Recife, e mi scuso se ve l’ho già scritto più di una volta: “Se do da mangiare ai poveri, mi chiamano santo. Se chiedo perché i poveri hanno fame, mi chiamano comunista”. E la diocesi locale, commentando la vicenda, ha appena detto una cosa comunistissima: “Non si possono far vivere le persone come animali e pensare che non si ribellino. Qui è in corso una vera emergenza sociale”. Faccio il comunista anch’io, allora, e mi chiedo dove sia il senso di tutto questo accanimento contro i disperati, quando l’economia ci dimostra che, prima di arrivare sulle nostre tavole, passate di pomodori e succhi di frutta passano per il loro sudore. Mi chiedo dove sia la Guardia di finanza, dove siano gli ispettori del lavoro, dove sia il pugno duro del governo contro l’evasione fiscale, dove siano le vittorie contro la criminalità organizzata che Maroni non manca mai di sbandierare, dove sia la dignità di un Paese che non ti fa entrare perché non gli servi, ma poi – quando sei dentro – scopre che in realtà gli servivi e non resiste alla tentazione di sfruttarti, senza chiederti mai scusa. Mi chiedo quando avranno l’umiltà di ammettere che la regolarizzazione delle sole badanti era una fesseria, o che la nostra proposta di legge sul permesso di soggiorno per ricerca di lavoro è un’idea pratica ed immediatamente applicabile. O almeno – e mi accontenterei anche di quello, per ora – quando la smetteranno di strumentalizzare tutto, anche la sofferenza degli ultimi, per qualche voto in più alle Regionali, in nome della razza ariana.