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Dio con noi

I fucili dei talebani, ha scoperto la Abc, sono marchiati con i versetti del Corano: è in nome di Dio, insomma, che quegli estremisti islamici sparano alle nostre truppe in Afghanistan. In nome del loro Dio, verrebbe da aggiungere, visto che il nostro – il Dio cristiano, quello del crocifisso e del presepe – è il Dio della pace e dell’amore. E potrei finirla qui, con tanti saluti ai pacifisti nostrani che non hanno ancora capito il senso della minaccia islamica, se non vi avessi preso in giro: la notizia è vera, ma i fucili in questione sono quelli dei soldati americani ed i versetti stampati lì sopra sono quelli della Bibbia. Del Nuovo Testamento, addirittura: un passaggio del Vangelo di Giovanni (Gv 8,12: “Gesù parlò loro di nuovo, dicendo: Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”), uno della Lettera ai Corinzi (2 Cor 4,6: “Il Dio che disse Splenda la luce fra le tenebre è quello che risplende nei nostri cuori, per far brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio che rifulge nel volto di Gesù Cristo”) e non so quanti altri: la società produttrice li ha messi nei codici e se l’è pure presa quando è stata sollevato il caso, definendolo una manovra politica di gruppi non cristiani. Tra la luce nel mondo e la guerra in Afghanistan c’è di mezzo un mare, ma i teocon americani (e pure i nostri, all’occorrenza) sono degli ottimi navigatori: le citazioni sono di conforto ai soldati, hanno spiegato nel Congresso, per poi aggiungere che non c’è nessuna contraddizione, visto che si tratta di una guerra giusta. Gli aspetti inquietanti sono più di uno: la tentazione del Gott mit uns, sopravvissuta agli insegnamenti della storia; il differente metro di giudizio, che passa dall’indifferenza all’indignazione a seconda che si tratti dei nostri o dei loro; last but not least, il modo in cui la vicenda viene trattata negli Usa, dove pare che il problema principale sia il divieto di proselitismo. Nel nome del religiously correct, insomma, l’importante è che i militari non convertano al cristianesimo la popolazione locale; se poi Dio dà una mano a prendere la mira, mentre le sparano addosso, tanto meglio. Ho fatto un giro nei blog statunitensi, per leggere i commenti alla vicenda: il pensiero dominante è che le religioni, con rispetto parlando, hanno rotto le palle. E mi sono depresso ulteriormente, pensando che Cristo si rivolterebbe nella Sindone, se non fosse risorto.

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L’appello

“Mentre io ero in strada con gli afroamericani, tu facevi l’avvocato da Wal-Mart”, disse Obama alla Clinton durante le primarie americane. “Vogliamo parlare del tuo amico siriano Tony Rezko, accusato di estorsione, frode e riciclaggio?”, rispose lei, che alla vigilia del voto in Ohio e Texas tentò il colpo più basso: la divulgazione di una foto del suo avversario Obama-Osama in in veste araba e turbante. Mentre mi tornavano in mente questi episodi, ripensando al confronto civile di ieri pomeriggio su Youdem, pensavo che da noi una cosa del genere (ma anche la sua radice quadrata) ci spaccherebbe per sempre. E che i loro due, alla fine, hanno saputo voltare pagina e fare squadra insieme, mentre i nostri tre, dopo il 25, chissà che cosa faranno. Non siamo gli Usa, insomma, e così rimango fedele alla mia linea: anziché dirvi i motivi per cui non voterò Bersani o Marino, vi spiego quelli per cui voto Franceschini. Leggetevi l’appello qui sotto, che abbiamo sottoscritto in 75: una specie di manifesto, che non ha l’ambizione di essere esaustivo e raffinato ma che almeno ha il pregio di essere semplice e chiaro.

Se anche tu pensi che l’identità dei progressisti nel 2000 sarà Democratica, cioè quella dei partiti che hanno vinto le elezioni e stanno governando gli USA, l’India, il Brasile e il Giappone; ti riconosci nella leadership mondiale di Obama e desideri la creazione di una grande Internazionale Democratica, capace di misurarsi efficacemente coi problemi globali, dalla affermazione della democrazia e della pace fino alla lotta al riscaldamento globale…
Se anche tu pensi che l’offerta politica del Partito Democratico debba essere prioritariamente orientata al mutamento dei rapporti di forza nella società, alla conquista di nuovi voti come premessa e condizione indispensabile della conquista di nuovi partiti alleati; perché il nostro obiettivo non è solo quello di andare al governo, ma quello di cambiare l’Italia, in nome dei nostri valori e degli interessi sociali rappresentati dalla alleanza tra meriti e bisogni…
Se anche tu pensi che il Partito Democratico non può delegare ad un improbabile partito ‘di centro’ la conquista di quei nuovi consensi che possono fare del centrosinistra italiano una coalizione capace di governare stabilmente e di cambiare l’Italia…
Se anche tu pensi che il Partito Democratico debba adoperarsi per rafforzare la novità emersa dal voto delle ultime Politiche, cioè il bipolarismo tra coalizioni organizzate attorno a due grandi partiti, ciascuno egemone nel proprio campo…
Se anche tu pensi che Berlusconi dovrà essere cacciato dal Governo dal voto libero e consapevole degli italiani, non da colpi di mano parlamentari e da manovre di Palazzo…
Se anche tu pensi che il Partito Democratico sia entrato in crisi – dopo la straordinaria stagione inaugurata dal discorso del Lingotto – non perché ha scommesso sul cambiamento del tradizionale modo di fare politica e di essere partito, ma per la ragione opposta: essersi rinchiuso nella mediazione interna tra le correnti dei vecchi partiti ed avere disperso l’ambizione a rappresentare sempre le esigenze della maggioranza del popolo…
Se anche tu pensi che il Partito Democratico non può vivere senza il lavoro quotidiano degli iscritti, ma non può vincere se non riconosce a tutti gli elettori più attivi il diritto di partecipare a prendere le decisioni fondamentali: linea politico-programmatica e leader nazionale, da contrapporre alla proposta del centrodestra…
Se anche tu pensi che, nel governo locale, il Partito Democratico deve esplicitamente proporsi di operare una rottura di continuità con metodi, persone e scelte che – in settori decisivi per la qualità sociale (sanità, rifiuti, acqua) – inducono molti cittadini ad accomunarci alla destra in un giudizio negativo (siete tutti uguali)…
Vieni a votare per il Segretario del Partito Democratico, il 25 ottobre prossimo, e scegli Dario Franceschini.

Seguono le firme, che – come potrete vedere – raccontano storie e provenienze diverse.

Marilena Adamo, Mauro Agostini, Alfonso Andria, Teresa Armato, Francesca Barracciu, Enzo Bianco, Rita Borsellino, Chiara Braga, Massimo Calearo, Renzo Carella, Enzo Carra, Marco Causi, Andrea Causin, Stefano Ceccanti, Sergio Cofferati, Maria Coscia, Olga D’Antona, Rosa De Pasquale, Luigi De Sena, Roberto Della Seta, Maria Letizia De Torre, Mauro Del Vecchio, Luigina Di Liegro, Roberto Di Giovan Paolo, Anna Rita Fioroni, Maurizio Fistarol, Agostino Fragai, Leonardo Impegno, Maria Fortuna Incostante, Francesco Saverio Garofani, Paolo Gentiloni, Roberto Giachetti, Paolo Giaretta, Linda Lanzillotta, Alberto Losacco, Giuseppe Lupo, Luigi Lusi, Alessandro Maran, Elisa Marchioni, Raffaella Mariani, Andrea Martella, Donella Mattesini, Giovanna Melandri, Guido Melis, Vincenzo Menna, Maria Paola Merloni, Marco Minniti, Enrico Morando, Roberto Morassut, Gino Nicolais, Lino Paganelli, Achille Passoni, Vinicio Peluffo, Caterina Pes, Pina Picierno, Leana Pignedoli, Roberta Pinotti, Lapo Pistelli, Raffaele Ranucci, Ermete Realacci, Ettore Rosato, Simonetta Rubinato, Gian Carlo Sangalli, Andrea Sarubbi, David Sassoli, Achille Serra, Debora Serracchiani, Alessandra Siragusa, Giorgio Tonini, Jean Leonard Touadi, Salvatore Vassallo, Francesco Verducci, Walter Verini, Fabrizio Vigni, Walter Vitali.

Il Nobel preventivo

La notizia del Nobel per la pace a Barack Obama non può che farmi piacere, ma sinceramente non la capisco. E cerco di ragionare onestamente, al di là delle appartenenze politiche, tenendomi lontano dai sillogismi di casa nostra per cui se Obama vince il Nobel allora il Pd guadagna mezzo punto: a novembre i democratici Usa hanno vinto le elezioni e nei mesi successivi noi le abbiamo perse, forse perché assomigliamo poco ai cugini americani oppure perché – se anche fossimo la loro fotocopia – magari i nostri elettori ragionano diversamente. Al di là delle improbabili ripercussioni interne, comunque, la notizia mi fa piacere perché dimostra quanto un cambio di rotta nella politica estera americana sia percepito – a livello internazionale – come la chiave di volta della pace; ed ancora, perché il protagonista di questa svolta incarna molte delle idee in cui mi riconosco anche io. Perché il sì alla politica della mediazione della nuova Casa Bianca è anche un no alla guerra preventiva di Bush, che solo pochi anni fa sembrava il metodo più efficace per risolvere le controversie internazionali. Ma è una decisione che non capisco, lo ripeto, perché mi sembra più un premio alle intenzioni – all’agenda di Barack Obama, come hanno notato molti giornalisti presenti stamattina ad Oslo – che un riconoscimento ai risultati conseguiti finora: tanto è vero che, nella motivazione del Nobel, il comitato parla espressamente di “sforzi straordinari”, di “impostazione” e di “nuovo clima”, ma non può andare oltre, perché i problemi spinosi che la nuova amministrazione americana ha ereditato da quella precedente sono ancora lì. C’è l’Iraq e c’è l’Afghanistan, c’è il Medio Oriente (e qui bisogna riconoscere a Bush di averci provato anche lui, nell’ultima parte di mandato) e c’è lo stesso Iran, con il quale – al di là di qualche stretta di mano con Ahmadinejad e di qualche dichiarazione di buoni propositi – il problema del nucleare non sembra ancora vicinissimo ad una soluzione. Per non parlare della Corea del nord, naturalmente, o dello stesso Honduras, che dopo la visita di Hillary Clinton non sembra aver fatto molti passi in avanti sulla via della riconciliazione. Sono d’accordo con Piero Fassino, insomma, che parla di un “messaggio di speranza”, ma non credevo che il Nobel si potesse dare sulle intenzioni: penso a quello vinto nel 1979 da Madre Teresa, o anche – ma sì, fatemi essere un po’ polemico – a quello non assegnato alla Comunità di Sant’Egidio a metà degli anni Novanta, nonostante il suo contributo alla pace in Mozambico fosse sotto gli occhi di tutti. Mi viene il dubbio, allora, che anche il premio Nobel cominci a cadere nella trappola massmediatica: non è più il vincitore (magari una ong sconosciuta, impegnata da decenni in un angolo nascosto del mondo) a far parlare di sé perché ha vinto il premio, ma il Nobel stesso ad acquistare visibilità perché ha premiato un uomo da copertina. Se così fosse, signori miei, mettiamoci l’anima in pace: l’edizione 2010 è già vinta da Silvio.

Peace strategy

Da vecchio obiettore di coscienza, scrivevo ieri su Facebook, non sarei un buon ministro della Difesa. Mi guardo bene, dunque, dal fare polemica facile sui dissapori interni alla maggioranza – con Bossi che chiede il ritiro dall’Afghanistan entro Natale e La Russa che definisce la richiesta “incomprensibile” – perché credo che in questa storia abbiano ragione un po’ tutti. Ha ragione il ministro della Difesa, quando invita a “non lasciarsi intimidire”, ma ha ragione anche il suo collega alle Riforme, quando si chiede se la missione sia “esaurita”; ha ragione Di Pietro, quando ricorda che “siamo andati in Afghanistan per aiutare il popolo afghano e non il tiranno di turno”, ma ha ragione anche il presidente Napolitano, quando ribadisce che l’Italia deve “tener fede agli impegni” con la Nato. Ha ragione Frattini, quando al Corriere afferma che “la missione va cambiata”, ed ha ragione Berlusconi, quando parla di transition strategy. C’è un po’ di vero in tutte le posizioni – anche nella mia di obiettore, mi auguro – tranne che in una: quella che invita a stare zitti, a non discutere, a non avanzare dubbi. Così come non riesco ad accettare l’ipocrisia delle parole, quella che definisce “missione di pace” una guerra vera e propria e quella che liquida la tragedia di ieri come un’azione di “vigliacchi aggressori” contro un “manipolo di eroi”. Perché alla fine, vuoi o non vuoi, finiamo sempre così, con la celebrazione degli eroi ogni volta che uno dei nostri militari perde la vita, pronti a ripiombare nel silenzio più assordante fino al prossimo attentato. Tempo fa, in occasione di un’altra morte in Afghanistan, ricordai al governo che il Parlamento non è un bancomat: non possono venire in Aula a parlarci delle missioni solo quando servono soldi per finanziarle, senza aggiornarci periodicamente su quello che sta accadendo. Vorrei poterne discutere serenamente, invece, senza evadere nulla: né le nostre responsabilità internazionali, né i pericoli che corriamo, né – soprattutto – l’obiettivo finale di qualcosa che, mi par di capire, al momento non abbiamo esattamente tra le mani. Corro forse il rischio di sembrare freddo, distaccato, ma sto cercando di ragionare da legislatore, sapendo che le decisioni non si prendono mai sull’onda delle emozioni: l’emotività me la tengo per altri momenti, come quello che ho appena vissuto qui a Napoli, da dove scrivo. Sono appena andato a visitare la famiglia di uno dei paracadutisti uccisi ieri: un po’ per dovere istituzionale, un po’ perché la sua storia umana aveva diversi punti di contatto con la mia, e leggendola sul giornale avevo riflettuto sul nostro impegno comune per l’Italia, pur su fronti diversi. Lui era contento di servire lo Stato ed era disposto anche a morire per questo, mi ha detto sua moglie, ma si chiedeva spesso – ha aggiunto – se lo Stato ne fosse degno.

Chi l’ha detto?

Ci serve una nuova mentalità. Dovremo dire ai nostri figli: “Sì, se sei nato a Scampia le possibilità di crescere fra camorra e bande sono sicuramente maggiori. Sì, se vivi in un quartiere povero, dovrai affrontare pericoli e minacce con i quali non dovrà cimentarsi chi vive a Posillipo. Ma queste non sono ragioni valide per avere brutti voti a scuola, o per marinare la scuola, o per abbandonare la scuola rinunciando a farti un’istruzione. Nessuno ha scritto il tuo destino per te. Il tuo destino è nelle tue mani: non dimenticarlo”. Questo è quanto dobbiamo dire ai nostri figli: “Non ci sono scuse. Non ci sono giustificazioni. Fatti un’istruzione: tutte quelle difficoltà ti renderanno soltanto più forte, e maggiormente in grado di competere”. Se po’ ffa’. E per quanto riguarda i genitori, non possiamo dire ai nostri giovani di andare bene a scuola  e poi non aiutarli quando tornano a casa. Voi genitori non potete esimervi dal fare i genitori. Questo significa mettere via i videogiochi, spegnere Uomini e donne, mandarli a letto a un’ora ragionevole. Significa anche spingere i nostri figli ad avere ambizioni più alte, a guardare più lontano. Possono anche pensare di aver fatto un bel numero con il pallone, oppure di avere un book fotografico da urlo, ma i nostri figli non possono aspirare tutti a diventare “El Pocho” Lavezzi o Elisabetta Canalis. Io vorrei che ambissero a diventare scienziati e ingegneri, medici e professori, non soltanto calciatori e veline. Io voglio che aspirino a diventare giudici della Corte Costituzionale. Voglio che aspirino a diventare presidenti del Consiglio.

Ho trovato queste parole da qualche parte, ma proprio non mi ricordo dove. Mi pare fosse un discorso di Silvio Berlusconi a Casoria, ma se voi potete confermarmelo mi fate un piacere…

L’aborto obbligatorio

Dopo l’incontro di Obama con il Papa e la conseguente promessa del presidente americano di ridurre gli aborti negli Usa, attraverso politiche di aiuto alla maternità, l’Udc ha preso la palla al balzo per portare la discussione in Parlamento. Lo ha fatto attraverso l’unico strumento disponibile per la minoranza: una mozione che impegnava il governo a promuovere, in sede Onu, una risoluzione contro l’utilizzo dell’aborto come metodo di controllo demografico in vari Paesi del mondo. Meglio di me può spiegarlo l’intervento di Rocco Buttiglione, questa mattina in Aula:

ROCCO BUTTIGLIONE. Prendiamo posizione contro tutti coloro che impongono alle donne di abortire, mettendo insieme due principi che, troppe volte, si sono scontrati nel dibattito interno del nostro Paese: il diritto della libertà di scelta e il diritto alla vita. Lo facciamo in un momento in cui questo tema è drammaticamente attuale nel mondo, perché, non dimentichiamolo, metà dell’umanità, in un modo o in un altro, non vede riconosciuto il diritto della donna di dare alla luce il bambino che ha concepito. Esistono Paesi, che abbracciano un quarto dell’umanità, in cui l’aborto, al secondo figlio, è obbligatorio. Esistono Paesi, che abbracciano forse un altro quarto dell’umanità, in cui è possibile per la donna essere ricattata con l’offerta di aiuti a condizione di abortire. Questo ha generato nel mondo uno squilibrio drammatico, tra l’altro a danno delle bambine. Mancano ai conti della demografia forse cento milioni di bambine che sono state abortite unicamente per il fatto di essere di sesso femminile. Nei Paesi in cui è consentito un solo figlio questo fenomeno si aggrava potentemente, perché se il primo figlio è di sesso femminile la tendenza è di farlo morire. (…) È difficilissimo, forse impossibile, difendere il bambino contro la madre. Bisogna difendere il bambino insieme alla madre, rafforzando l’alleanza tra la madre e il bambino. Qui noi prendiamo posizione a livello mondiale, non nelle vicende interne italiane, su legislazioni le quali spezzano questo legame contro la vita del bambino e contro la libertà della madre. Questo è il tema della giornata di oggi, il tema sul quale io mi auguro che ancora sia possibile esprimere una unanimità morale di questo Parlamento e della nazione italiana.

Il testo dell’Udc, a mio parere, affrontava il problema in maniera molto seria e non ideologica, partendo da quanto enunciato nell’articolo 1 della legge 194: dal concetto, cioè, che “l’interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite”. Eppure, come capita sempre in questi casi, anziché cercare un accordo sul testo – con eventuali aggiustamenti – si è dato il via ad una serie di mozioni parallele: una del Pdl, condivisa anche dalla Lega, che ricopiava quella dell’Udc cambiando solo le parole; una dell’Idv; una del Pd; una della delegazione radicale. Le sfumature potete immaginarle: l’Idv chiedeva che si inserissero nei programmi di cooperazione internazionale anche le campagne per la contraccezione (e qui mi sono astenuto, perché mi pare che il primo problema della cooperazione internazionale non sia oggi l’educazione sessuale), i radicali arrivavano ad auspicare “la libera diffusione, senza ricetta medica, degli strumenti di contraccezione d’emergenza”, ossia della pillola del giorno dopo (e qui ho votato contro, perché – come ebbi a dire anche al Lingotto – il freno d’emergenza del treno sta bene lì dov’è, dentro un vetro da rompere, e non va dato in mano ad ogni passeggero insieme ai salatini). Rispetto alle altre mozioni, quella del Pd – che ho votato e che condivido – metteva più l’accento sulla libertà di scelta della donna, ma complessivamente non si differenziava molto dal dispositivo finale che è stato accettato dal governo: l’impegno, cioè, a “promuovere, ricercando a tal fine il consenso necessario alla presentazione, una risoluzione che condanni l’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico ed affermi il diritto di ogni donna a non essere costretta ad abortire, favorendo politiche che aiutino a rimuovere le cause economiche e sociali dell’aborto”. Per motivi a mio parere più ideologici che reali, il mio partito ha deciso di astenersi. Io no: non vedendo contraddizioni tra il nostro testo e quello del governo ho votato a favore, insieme ad altri colleghi, e lo rifarei ancora.

P.S. A fine seduta ho preso la parola, rivolgendomi allo stesso Buttiglione che, in quel momento, era il presidente di turno:

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, non so quanto sia rituale il mio intervento, dal momento che lei, in questo momento, ricopre la carica di Vicepresidente della Camera. Mi rivolgo quindi non al Presidente ma all’onorevole Buttiglione, per ringraziarla dell’opera che ha svolto in sede di presentazione della mozione che abbiamo discusso questa mattina concernente l’aborto e per il lavoro che è stato fatto. Non sono intervenuto a titolo personale per non appesantire i lavori d’Aula e per non alimentare polemiche, però mi è dispiaciuto – vorrei che restasse agli atti – che non si sia raggiunto un voto unanime della Camera sul dispositivo che, a mio parere, il Governo aveva approntato in maniera accettabile da tutti.

Homo laicus

Se vuoi fare bella figura in un incontro del Pd, citi Barack Obama. Oddio, certe volte il trucchetto vale pure in Parlamento, ma comunque negli incontri del Pd l’assenso della platea è matematico. Io stesso l’ho sperimentato due settimane fa, al Lingotto, quando cercavo spiegare in due minuti la differenza tra laicità dello Stato e dimensione privata della fede, e mi sono beccato applausi imprevisti: nessuno – indipendentemente dalla propria esperienza personale di agnostico, ateo, credente tiepido o praticante – ha osato contestare il fatto che il presidente degli Stati Uniti avesse riempito di riferimenti religiosi il proprio discorso inaugurale. Pochi giorni dopo mi sono trovato a discutere, via mail, con Cristiana Alicata, che coinvolgo qui senza chiederle il permesso ma tanto è una donna sportiva e capirà: io le ripeto la pappardella di cui sopra, lei mi risponde citandomi due episodi. Il primo è la promessa elettorale, fatta da Obama, di eliminare la regola “don’t ask, don’t tell”, introdotta da Bill Clinton come compromesso nel 1993, che permette ai gay di stare nell’esercito solo se nascondono le proprie preferenze sessuali: le rispondo che sono perfettamente d’accordo e che, se ci fosse in Italia, la abolirei anch’io. Il secondo mi mette più in difficoltà: Obama promette anche di eliminare la legge in Difesa del matrimonio (Doma), che considera “matrimonio” solo l’unione tra uomo e donna e “convivenza” le unioni omosessuali. Passano pochi giorni e scopro su internet che il capo della Casa Bianca ha cambiato idea: nei processi intentati dalle organizzazioni lgbt, che accusano la Doma di discriminazione, il Dipartimento per la Giustizia interviene in difesa della legge vigente, portando anche argomentazioni piuttosto forti, che a me non sarebbero mai passate per la testa. Non so se alla fine del mandato i cittadini statunitensi omosessuali saranno completamente soddisfatti della politica di Obama, ma finora – nonostante le trovate ad effetto, tipo la proclamazione di giugno 2009 come “mese dell’orgoglio lgbt” – mi pare che il presidente abbia agito più di cesello che di accetta, come secondo me ogni uomo politico è chiamato a fare. Se Obama è dunque l’attuale icona dell’homo laicus, mi sta benissimo: purché lo si valuti nel suo complesso, magari senza dimenticare l’incontro di ieri con il Papa. Lo avrete letto forse nelle cronache dei giornali: il capo della Casa Bianca si è impegnato solennemente a ridurre il numero di aborti negli Stati Uniti. Lo farà, naturalmente, con le politiche laiche che un governo ha a disposizione: non già rapendo le donne incinte dai consultori e portandole a partorire forzatamente nei conventi, ma – ad esempio, come lo stesso Mr. President ha anticipato – finanziando programmi di aiuto alla maternità difficile, perché nessuna donna sia mai portata ad abortire per motivi economici. Tanti di voi, in questi mesi, mi hanno chiesto di affrontare i problemi senza pregiudizi, in maniera non ideologica, e come vedete ci sto provando costantemente. Ora, però, permettetemi di rigirarvi la stessa richiesta: quando cominceremo ad affrontare l’aborto in maniera non ideologica? Quando smetteremo di dire che è una vittoria della libertà e lo chiameremo finalmente con il suo nome?

Caro Andrea, (…) se posso permettermi un suggerimento su come procedere nella direzione che hai tracciato, io credo che il cammino per una sintesi oltre che attraverso una corretta definizione di laicità (come hai giustamente sottolineato) passi per un recupero della concretezza. Fintantoché le questioni si affrontano ideologicamente non c’è speranza di uscirne vivi, invece quando si comincia a ragionare di cose concrete una sintesi si può trovare.
Ti faccio un esempio: legge 194. Nessuno più pensa a ritornare ad un tempo in cui l’aborto era un reato, però forse possiamo convincerci tutti che (a prescindere dalla questione ideologica sulla persona) l’aborto è un male: forse un male minore a volte, ma comunque un male. Allora, una volta stabilito questo terreno comune, si può cercare una linea politica che ci porti oltre il male minore, ovvero riorientando la lotta contro l’aborto, combattendolo non nel tentativo velleitario e inutile di abrogare la 194, ma piuttosto iniziando una seria politica a favore della maternità, così da mettere la donna che non vorrebbe abortire in condizioni di poter tenere il bambino.
È un piccolo esempio (te lo cito perché è quello in cui sono concretamente impegnato sul campo) di come a mio parere si possano trovare sintonie e consonanze che vanno anche oltre il mero rispetto reciproco tra laici e credenti (che è sì un punto di partenza, ma ovviamente deve poi diventare linea d’azione e progetto politico).

La mail che avete appena letto me l’ha inviata un parroco di Roma, don Fabio Bartoli, che da domani mi toglierà il saluto. Ma non credo che, se l’avesse scritta Barack Obama, sarebbe stata poi così diversa.