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Oltre la pancia

Se l’Idv ha effettivamente deciso di rinsavire, come Di Pietro ha annunciato stamattina durante il congresso del partito, siamo di fronte alla notizia dell’anno. E già il fatto che si tenga un congresso è buon segno, per una forza politica abituata ad agire secondo i dettami del capo: più di una volta – ma forse ve l’ho già raccontato – nel gruppo dell’Idv alla Camera si è votato sulla linea politica da tenere (sull’atteggiamento verso il presidente Napolitano, ad esempio, o sulla presenza delle truppe in Afghanistan) e Di Pietro è andato sotto di brutto (anche 22 a 2, mi ha riferito chi c’era), ma alla fine si è fatto come voleva lui. Non è che da questo congresso mi aspetti rivoluzioni – si prepara una riconferma del leader con percentuali bulgare – ma d’altra parte pure il Pd ci ha messo un bel po’, prima di arrivare ad un congresso vero. E comunque, l’esistenza stessa di una candidatura alternativa a Di Pietro – quella di Franco Barbato, che si intesta la rappresentanza di liste civiche e grillini – rappresenta un bel pungolo per un partito che troppo spesso ha predicato bene e razzolato male. E talvolta continua a farlo, visto che la stessa mozione Barbato arriva al congresso nel boicottaggio generale: prima hanno tentato di farla fuori per motivi procedurali, poi l’hanno ignorata totalmente sul sito del partito. Quando uso il termine “rinsavire”, però, non mi riferisco tanto alle procedure interne, quanto piuttosto alla strategia politica nel suo insieme: finora, l’Idv si è accontentata di una rendita sicura – quella dell’antiberlusconismo senza se e senza ma – che, però, non appartiene alla categoria delle energie rinnovabili. L’idea di fondo, pure rispetto alle riforme, è stata finora quella del sospetto: se anche un’idea sembra buona, il solo fatto che l’abbia proposta Berlusconi significa che sotto c’è un imbroglio. Parallelamente – perché il cerchio naturalmente deve chiudersi – tutti i tentativi di dialogo da parte nostra, anche nella buona fede più totale, sono stati bollati come inciucio. Ora, finalmente, Di Pietro ci fa sapere che la pancia non basta più: l’Idv non può – parole sue – “restare una forza di opposizione settaria”, non deve accontentarsi di “fare la guerra al vicino”, ma deve piuttosto “convincere gli elettori che il nostro condominio è meglio dell’altro. I movimenti, la massa indefinita, si riuniscono al Palavobis o nel popolo viola, ma poi si sciolgono”. Che è poi il cammino compiuto dalla Lega, se ci pensate bene: dopo anni passati a gridare all’inciucio, Bossi si è dimostrato – faccio un po’ di fatica a dirlo, ma è così – un uomo capace di stare nelle istituzioni, con una proposta quanto mai opinabile (pugno duro con gli immigrati, soldi al nord, federalismo) ma comunque traducibile in un programma di governo. Quella bandiera che per Bossi è il federalismo potrebbe essere, per Di Pietro, la gestione trasparente della cosa pubblica: ci sono praterie da occupare su questo fronte, dal rinnovamento della classe politica all’eliminazione degli sprechi e dei privilegi, ed altrettante su quello della legalità. Finora, l’Italia dei valori si è accontentata della denuncia, condita spesso con mestolate di populismo, ma adesso non basta più. A meno che, come dice Bersani, non vogliamo morire tutti di opposizione.

L’esordio

È chiaro che, se volessi fargli le pulci, qualcosa da dire la troverei: Ignazio Marino, per dire, gli ha già chiesto qualche precisazione in più sui diritti civili, mentre gli ecodem gli hanno rimproverato la fretta con cui ha parlato di ambiente. Ma giudicare l’esordio di Pierluigi Bersani dalle cose che non ha detto (e ce ne sarebbero altre, naturalmente) non mi sembra il modo migliore per aiutare la ditta. Se proprio devo criticarlo, e lo faccio subito per togliermi il dente, lo critico semmai su come ha parlato: un’ora di discorso tarato sugli addetti ai lavori, con sottintesi che solo un parlamentare, un sindacalista o un dirigente di Confindustria poteva cogliere appieno. Sentivo Bersani andare avanti nel suo tecno-politichese – reso più simpatico, ma non per questo più comprensibile, dall’accento piacentino e da qualche battuta sparsa – e mi immaginavo con terrore il dibattito televisivo con Berlusconi, capace di farsi capire (e votare) pure dalle vecchiette. Però poi pensavo che Prodi, da questo punto di vista, non era meglio, eppure Berlusconi lo ha battuto due volte: forse perché in certi casi, chissà, proprio il non farlo capire bene dà una patina di autorevolezza a quello che si dice. Andando sui contenuti, ho trovato l’impianto del discorso di oggi molto simile a quello dell’11 ottobre, quando il candidato segretario parlò da candidato premier e, proprio per questo, non venne travolto dagli applausi: innanzitutto, perché Bersani è uno che gli applausi non se li cerca mai, ma al limite li chiede per gli altri (il passaggio di stamattina su Alda Merini, ad esempio, mi ha fatto commuovere); inoltre, perché – calcisticamente parlando – quello è il suo gioco ed è inutile chiedergli di ricoprire un altro ruolo. Il segretario del Pd che ho visto stamattina non è un fantasista alla Veltroni, non è una punta rapida alla Franceschini, ma è un solido uomo di centrocampo che recupera palloni ed imposta gli schemi: di certo non è uno che vive per sé e questo suo aspetto – lo confesso – mi piace molto, perché distingue il Partito democratico da tutte le altre forze politiche presenti in Parlamento. Bersani non ha detto stamattina nessuna cosa pirotecnica ma moltissime cose ragionevoli: ho apprezzato molto il passaggio sulla riforma della politica (superamento del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari, moderna legislazione sui partiti, nuova legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti, nuove norme sui costi della politica) e quello sulla questione morale (che però mi aspetto venga applicato immediatamente in Campania, mio collegio elettorale, quando si tratterà di scegliere i candidati alle prossime regionali). Temevo il passaggio sulla libertà di coscienza, ed invece devo riconoscere che Bersani ha spiegato meglio ciò che in altre occasioni aveva detto peggio:

“(…) Come meglio bilanciare, ad esempio, l’ampia dialettica, l’assoluta libertà di espressione, il valore del pluralismo con l’esigenza di preservare l’autorevolezza e l’univocità delle posizioni del Partito. Quando si parla di questo, il pensiero va subito ai temi etici di frontiera. Ma il problema non è questo. Sto parlando invece di una fisiologia che riguarda diffusamente la vita del Partito e che più facilmente impatta nei diversi luoghi del Paese con questioni relative al tracciato di una strada o a un termovalorizzatore o a una nomina piuttosto che a problemi di frontiera. Se siamo forza di governo, e lo siamo; se siamo il Partito di una democrazia partecipata ed efficiente, e lo siamo, dobbiamo essere all’altezza di noi stessi e risultare lineari e affidabili agli occhi dei cittadini che si aspettano risposte e posizioni chiare sui problemi della loro vita comune. Esistono poi anche i temi di frontiera, che possono interpellare la coscienza in modo insuperabile. Non sarà certo difficile trovare gli strumenti che riconoscano questo ambito, percepito peraltro nel senso comune. In realtà sulle questioni etiche e antropologiche il punto principale sta nella dimensione culturale e politica e nella capacità nostra di mettere a frutto nella discussione, nel confronto e nell’impegno lo straordinario bagaglio culturale che ci ispira, fatto di umanesimi forti, laici e di ispirazione religiosa. Umanesimi forti che non dobbiamo annacquare, che sono una forza enorme per noi e che dovranno aiutarci ad arrivare fino al punto in cui deve esercitarsi l’autonoma responsabilità della politica che ha un compito ineludibile: quello di rispondere con delle decisioni, per quanto transitorie e fallibili, alle esigenze del bene comune”.

Una risposta positiva l’ho sentita anche sul fronte del collateralismo: il neosegretario ha rivendicato l’autonomia dal partito da tutte le forze sociali, che vanno sì ascoltate ma poi si ragiona con la propria testa. E poi, lo ammetto, sono stato felice di sentire per la prima volta da Bersani una parola su un tema che finora lo aveva visto un po’ latitante:

“Non fanno bene al nostro Paese posizioni oltranziste sull’immigrazione. Il problema è enorme e siamo convinti che l’Unione Europea debba fare di più ma il nostro Paese non può sottrarsi al dovere di fornire asilo e protezione a chi ne ha diritto e necessità né riteniamo che l’Italia possa scegliere le posizioni più arretrate e miopi sul tema della cittadinanza”.

Alcuni dei dubbi che avevo in testa, insomma, me li sono chiariti con il discorso di oggi. Altri li affronterò direttamente con Bersani, quando ci incontreremo, e naturalmente vi terrò aggiornati.

Un uomo in fuga

Ieri pomeriggio ho ricevuto, al mio indirizzo della Camera, una mail di Francesco Rutelli. Che non è una mail privata, nel senso che l’autore l’ha inviata a parecchie persone, ma che non avrei mai reso pubblica perché non ne avevo l’autorizzazione. Se però metti tra i destinatari anche il direttore di un quotidiano, come Rutelli ha fatto ieri, allora forse la riservatezza non è il tuo primo pensiero: tanto è vero che Stefano Menichini, direttore di Europa, l’ha pubblicata stamattina sul suo giornale. Le agenzie di stampa la stanno rilanciando, e quindi – ora che il segreto di Pulcinella è stato svelato – mi sento autorizzato a pubblicarla anch’io.

Care amiche e amici,
dunque, qualcuno tra voi si chiede dove io vada.
Innanzitutto, so bene dove andrà chi resta nel Partito Democratico: esattamente nello stesso posto dove si trovano oggi i nostri deputati europei.
Non è servito neppure aspettare qualche mese perché la finzione dell’ “Alleanza dei Socialisti e dei Democratici” rivelasse la sua verità politica e strategica, e perché gli eletti ex – Margherita si trovassero nella più radicale marginalità politica. Cosa per me dolorosissima, dopo che abbiamo speso 10 anni per aprire uno spazio innovativo a livello europeo e internazionale.
Laddove è stato travolto Veltroni, dove è stato malamente conteggiato Franceschini (un terzo dei consensi alla coalizione congressuale del Segretario uscente), è inutile illudersi che possa riuscire qualcun altro.
Molto di più, è al paese che fa male questo schema politico: il PD che torna a rassicurare i militanti della sinistra e che si troverà chiuso ad ogni prospettiva di credibile alternativa alla destra.
Voi sapete perfettamente, a menadito, che non posso far parte di un partito nell’orbita dei socialisti europei, né posso portare le mie convinzioni in un partito post-PDS.
Lo rispetto; potrò anche allearmi (come ho fatto quasi sempre). Ma non è il mio partito.
Capisco che per alcuni di Voi, assuefatti al realismo delle relazioni partitiche, il fatto che Bersani non mi abbia rivolto in cinque mesi neppure una telefonata (neanche quando gli ho inviato il mio libro con una dedica amichevole…) possa rientrare nel
business as usual . Ma è gravemente sbagliato. Chi è stato leale con me e, anche grazie a me, ha partecipato a un cammino importante, dimostra in questo modo una perdita di orientamenti fondamentali. Per me, in fondo, non aver ricevuto quella telefonata è motivo non di amarezza, ma di sollievo, a conferma di una precisa analisi politica. Per ciascuno di Voi, è un problema molto difficile da eliminare.
Dove vado, dunque? A difendere e promuovere le idee che ci hanno a lungo accomunati. E il profilo democratico, liberale, riformatore che potremo far vivere con molta maggiore libertà in una nuova iniziativa.
Con chi? Con coloro che si uniranno a noi, anche prendendosi una quota del rischio che ho preso io, per convincimento e con determinazione.
Molta è la strada da fare prima di immaginare convergenze con altre forze politiche; grandissimo l’entusiasmo che si manifesta nei territori, tra eletti locali e personalità della società civile, dell’impresa e delle professioni, dell’associazionismo. C’è moltissimo, di affascinante, da fare.
Un saluto cordiale. Vostro,
Francesco Rutelli

Aspetto commenti il più possibile equilibrati. E magari a posteriori, ossia partendo dal testo della lettera: ripetere cose già sentite mille volte (“Vada pure”, “Ci ha fatto perdere voti”, “Voltagabbana”…) può aiutare a sfogarsi, ma non a riflettere insieme sulla sostanza. Che mi pare non manchi.

Mettetevi d’accordo

Ho la febbre alta e non dovrei stare qui al computer, ma mi dispiaceva troppo bucare una giornata di blog. Eppure, in questo periodo mi farebbe pure comodo stare un po’ zitto, anziché raccontarvi tutti i miei travagli interiori e sperare (invano, mi sembra di capire) che apprezziate la mia imbarazzante trasparenza. Non credo di essere abbastanza lucido, per cui faccio parlare voi: prima, però, mi limito a riassumervi la situazione. Nel momento in cui uno dei fondatori del Pd (uno di quelli a me più vicini per sensibilità politica) abbandona il partito, per formare una forza nuova, io preferisco pensarci su e chiedo un appuntamento al nuovo segretario. Vorrei restare, perché per me la pratica Pd non è ancora chiusa, ma prima ancora vorrei capire: mi sembra un atto di lealtà, di onestà. A Bersani non chiederò nulla per me (non avevo nessun incarico prima, quando erano segretari Veltroni e Franceschini, figuriamoci se posso aspirare a qualcosa ora che ho pure perso il congresso!), ma solo un’analisi sincera: uno come me fa comodo a questo Pd o invece rappresenta un problema? Chi di voi mastica un po’ di politica sa bene che, se me ne andassi, per me si aprirebbero praterie: andare come fondatore in una forza nuova, tra l’altro piccola, mi garantirebbe molta più visibilità che non restare nel Pd, dove siamo più di 200 deputati e dove chi ha vinto il congresso rivendicherà i suoi spazi. Ma è un ragionamento che non mi sfiora neanche, e chi segue questo blog da tempo dovrebbe aver capito ormai come sono fatto. Invece, mi tocca leggere commenti del genere:

Accettare l’analisi rutelliana significa accettare che il PD è fallito. Che caspita significa questo combattere da dentro?! Ma te l’ha prescitto il medico? Idem per la Binetti che dice di aspettare l’assemblea, di aspettare qua, di aspettare là… ma che deve aspettare? Abbiate la decenza di tacere visto che la vostra posizione è palesemente strumentale all’acquisizione della poltrona, sfruttando meriti non politici. Sennò se non condividete, uscite e date una mano a chi vuole rifare una cosa che è stata fatta male.

Se rimango nel Pd, dunque, lo faccio per la poltrona, dice Gennaro Salzano. E se invece decidessi di andare via? Pinosp la definirebbe – come l’ha già definita, parlando di Rutelli – “una scelta tattica, del tutto priva di ideali, alla ricerca di fortuna, occupando spazi che ritiene liberi. Fanno tutti così, poi rivestono la scelta di paroloni ideali”. Se resto, insomma, sono un opportunista. Se invece vado via, sono un opportunista. Ragazzi miei, mettetevi d’accordo.

Speravo di no

L’analisi di Francesco Rutelli è, per quanto mi riguarda, inoppugnabile. Le cose che ha ripetuto al Corriere della Sera, annunciando la sua uscita dal Partito democratico, le aveva già dette e scritte molte altre volte: mi ricordo l’intervista a Panorama di un anno fa, quando segretario era ancora Veltroni; i due interventi dei mesi scorsi su Europa (il primo ad aprile, il secondo a luglio) contro la riduzione del Pd a forza di sinistra, e qui il segretario era Franceschini ma la polemica fu anche con Bersani; il manifesto dei Liberi democratici che pubblicammo a luglio; infine, l’intervento agli stati generali dell’Udc a Chianciano. Non si può dire, insomma, che Rutelli non sia stato chiaro: come co-fondatore del Pd, tra l’altro, aveva il diritto ed il dovere di lanciare l’allarme, di ricordare a tutti i motivi per cui il progetto era partito e le condizioni che la Margherita aveva posto per il proprio scioglimento. Erano tre, se ricordate bene: no al collateralismo, ossia non diventare il braccio politico della Cgil; no al pensiero unico, perché la Margherita stessa era stata un tentativo di pluralismo; no, infine, all’ingresso nel partito socialista europeo, perché da solo non avrebbe rappresentato tutte le tradizioni (quella popolare, ad esempio, ma anche quella liberale) confluite nel Pd. Rutelli ritiene che tutte queste aspettative siano state disattese: il Pd che vede oggi è un partito troppo legato alla Cgil (problema sentito anche da Cisl e Uil, che da diversi mesi danno segni di preoccupazione), proiettato verso il pensiero unico (e su questo la campagna congressuale ci ha messo del suo, perché si è cercato di ribadire un’identità arrivando a negare perfino la libertà di coscienza) ed organico al Pse, nonostante l’aggiunta dell’aggettivo “democratici” al nome del gruppo parlamentare europeo. Sono cose, ripeto, che Rutelli dice da un bel po’: mi limito a ricordare, ad esempio, i suoi emendamenti al Senato sul testamento biologico (all’indomani del caso Englaro), o le critiche alla posizione della Cgil sulla contrattazione proprio mentre Franceschini (era il 4 aprile di quest’anno) aveva scelto invece di partecipare al corteo, o ancora la decisione (era giugno) di votare contro l’ingresso nell’Asde. Proprio per questo motivo, ad alcuni le sue posizioni creavano rabbia e disagio: non si può stare in un partito a forza di distinguo, gli dicevano, invitandolo ad andarsene presto nell’Udc, magari insieme ai teodem. Io speravo di no, naturalmente, ed ero contento che Francesco continuasse questa sua battaglia dal di dentro: una battaglia magari di minoranza, ma condotta – secondo la mia opinione, naturalmente, che potrete non condividere – per il bene del Pd. Altri, sia nel gruppo dirigente che nella base, pensavano invece che Rutelli tirasse la corda per contrattare meglio, ma credo che i fatti abbiano dimostrato il contrario: Matteo Renzi, che di quell’area era espressione, è diventato sindaco di Firenze vincendo le primarie, non per un accordo di vertice; gli stessi Guido Milana e Gianluca Susta, europarlamentari vicini a Francesco, sono arrivati a Strasburgo con i voti degli elettori e non per chiamata diretta. Nel gruppo Pd alla Camera, poi, non mi pare che qualche rutelliano abbia fatto una carriera improvvisa perché il suo capocorrente tirava la corda: al contrario, se posso permettermi, in questi mesi era più facile essere visti con una sorta di diffidenza, come uno che sta parcheggiato nel Pd ma non vede l’ora di andarsene. Nella fantapolitica di bassa lega – la voce è giunta direttamente alle mie orecchie – la stessa proposta di legge Sarubbi-Granata rischiava di non essere considerata per quello che è, ossia un tentativo serio di sbloccare l’impasse sulla cittadinanza, ma piuttosto come una manovrina di Rutelli e Fini per creare un terzo polo. Ora che Francesco è andato via – e mentre lo scrivo sento forte il dolore, sia politico che personale – spero che le polemiche finiscano, e che nel Pd si apra un dibattito serio su quelle tre famose questioni  rimaste ancora aperte.

P.S. Molti di voi mi hanno chiesto (sul blog, su facebook e via mail) che cosa intenda fare. Non ho risposte certe, tranne una: intendo fare una chiacchierata con il segretario del mio partito, per evitare di ripetere l’errore più grande compiuto da Francesco Rutelli. Che agli Stati generali dell’Udc aveva detto di voler esprimere le sue opinioni nella sede adeguata, e cioè durante il congresso, ed invece se n’è andato con un’intervista al Corriere.