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Special guest

Tanto tuonò che piovve: con la canonica intervista al Corriere della Sera, che si conferma il bollettino ufficiale delle nostre partenze, Paola Binetti annuncia oggi il suo addio al Pd per l’Udc. Sull’addio al Pd, i bookmakers avevano chiuso le scommesse da tempo; sull’entrata nell’Udc, mi dispiace non essermi giocato qualche euro nei giorni scorsi, perché c’era ancora chi credeva che andasse con Rutelli. Io no, non ci ho mai creduto, perché per un profilo come il suo sarebbe stata una fatica inutile: andare nell’Api – che per necessità e per virtù nasce  pluralista – significava rimettersi a combattere per affermare l’identità cattolica pure lì dentro. Con la Lanzillotta anziché con la Pollastrini, ma sempre battaglia era. Nell’Udc, invece, Paola Binetti si può mettere finalmente in pantofole: più o meno lo stesso ragionamento che facevo tempo fa, parlando di Dorina Bianchi. Ecco perché, stavolta, non leggerete il mio solito pianto greco sull’irrilevanza del filone culturale cristiano nella costruzione politica del Pd: perché l’addio della Binetti, in realtà, l’avevo metabolizzato già da tempo, prima ancora che avvenisse. Da un lato, vedevo la sua sofferenza; dall’altro, constatavo l’insofferenza degli altri: non c’era scampo, davvero, e lo sapevamo tutti. Anche lei, che però – e questo gliel’ho rimproverato anche personalmente – ha insistito un po’ troppo sul vado-non-vado, beneficiando magari per qualche tempo di una rendita di posizione personale sui giornali ma non aiutando certo il Pd e neppure quelli di noi che, diversamente da lei, avevano deciso di continuare a combattere dal di dentro. A Paola Binetti devo molto, perché la mia candidatura è passata anche attraverso lei: fu proprio lei – che avevo avuto più volte ospite in Rai – a parlarne la prima volta con Francesco Rutelli, il quale a sua volta mi propose a Veltroni, che accettò. La sua partenza, dunque, mi pone più di un problema personale, perché istintivamente mi viene da pensare che uno di noi (forse lei, forse io)  stia oggi dalla parte sbagliata: o io sbaglio a restare, perché il destino della componente cattolica nel Pd è ormai segnato, oppure lei sbaglia ad andare via, perché rinuncia ad una sfida cruciale e si mette, appunto, le pantofole. Può darsi pure, però, che abbiamo ragione entrambi: su alcune questioni – dall’omofobia ai Dico, per dirne due – abbiamo infatti sensibilità diverse e non per questo uno dei due si sente più cristiano dell’altro. Nell’intervista di addio, Paola Binetti esagera su alcune cose (la locomotiva del Pd lasciata a Pannella) ma dice la verità su altre, perché è vero che oggi nel partito c’è la tendenza a considerare la cultura cattolica alla pari di quella radicale, nonostante i radicali non abbiano contribuito alla formazione del Pd e soprattutto non intendano farne parte, preferendo il ruolo di special guest. Il giorno in cui mi accorgessi che la situazione è irrimediabilmente ribaltata, con la cultura radical-libertaria a fare da collante e la presenza cristiana ridotta al ruolo di special guest, preparatemi un manifesto come questo qui sopra.

Zitti tutti, tranne uno

Non so se parlare anch’io di bavaglio all’informazione, ma di certo la decisione di irreggimentare i talk show politici nell’ultimo mese di campagna elettorale pone qualche problema serio. Il radicale Marco Beltrandi, relatore del provvedimento, ha provato a convincermi che si tratta di una decisione giusta e mi ha ribadito che niente viene cancellato: se Ballarò vuole continuare a parlare di crisi economica, ad esempio, può farlo invitando i protagonisti del settore, dagli industriali ai consumatori, dall’operaio al datore di lavoro, dal commercialista al disoccupato, dall’evasore fiscale incappucciato al parroco che paga le bollette della luce per le famiglie povere. Pure Emma Bonino ieri sera minimizzava, durante la puntata di Annozero, ma la realtà non ha bisogno di molte interpretazioni: chi d’ora in poi inviterà politici dovrà adeguarsi alle regole rigide delle tribune elettorali, che vanno dal contingentamento dei tempi all’inquadratura solo di chi parla (senza smorfie altrui), dall’assenza di applausi alla rotazione di tutte le forze politiche secondo criteri precisi. A me sembra che l’idea sia, con rispetto parlando, una tipica idea radicale: fermissima sui principi, ispirata all’onestà ed alla trasparenza, incontestabile in un mondo perfetto ed in un Paese diverso dall’Italia. Il problema principale, da noi, si chiama conflitto di interessi: la Commissione di vigilanza ha infatti potere solo sul servizio pubblico, mentre nulla può sulle tv private. Che purtroppo, qui da noi, hanno un unico proprietario. E togliere i talk show sulla Rai senza toglierli a Mediaset non mi pare un’idea geniale per garantire quell’equilibrio informativo che la par condicio richiederebbe: sulle reti pubbliche si va con il cronometro, gli ospiti a rotazione e le inquadrature fisse; su quelle del premier, invece, si fa un po’ come si vuole, a meno che non intervenga l’Agenzia per le comunicazioni. Siccome l’Agcom di solito abbaia parecchio e morde poco, e siccome Berlusconi straborda già di suo, possiamo capire tutti come andrà a finire. C’è un altro aspetto, poi, che diversi esperti del settore sottolineano: vuoi per il disinteresse generale verso i contenuti, vuoi per la spettacolarizzazione della politica e lo scivolamento dell’informazione nell’infotainment, obbligare la Rai alle tribune politiche in prima serata significa far crollare gli ascolti e dunque la pubblicità. Un altro favore a Mediaset, insomma, e stavolta dal punto di vista economico. I motivi per cui i deputati di Centrodestra abbiano votato una misura del genere, allora, sono facilmente comprensibili; volendo se ne trova anche un altro, che deriva da un calcolo politico: fermare Annozero, Ballarò e In mezz’ora, secondo loro, valeva bene il sacrificio di Porta a porta (che va sempre in seconda serata e dedica una puntata su tre a temi leggeri) ed il nuovo approfondimento di Paragone (che vedono in pochi). Si capisce anche l’atteggiamento dell’Udc, che – per tenere caldo il forno di destra – ha deciso di non uscire dalla Commissione insieme a noi, in modo da garantire il numero legale: poi, a cose fatte, Casini ha detto che si trattava di un provvedimento liberticida, tanto per non far raffreddare troppo il forno di sinistra. Resta da capire perché i radicali si siano prestati a questo gioco: un po’ è certamente per quell’atteggiamento più idealistico che pragmatico di cui parlavo sopra, un po’ per far pagare al Pd il sostegno alla decisione di escludere dagli spazi televisivi, nella prima fase della campagna elettorale, tutti i partiti minori tranne la Destra di Storace. Continuiamo a farci del male.

La sfida plurale

Vuoi vedere che alla fine i veri liberali siamo noi? Il dubbio mi è venuto ieri pomeriggio, in Commissione Affari Sociali, quando ho visto il comportamento del Pdl contro l’unico dissidente coraggioso. Non che i dissidenti manchino, pure da quella parte, ma è l’aggettivo che difetta: lo avevo già sperimentato sulla mia pelle, raccogliendo le firme per la cittadinanza, e lo sto verificando anche nei lavori sul testamento biologico. Dove ho visto con i miei occhi un parlamentare della maggioranza, per giunta addetto ai lavori, votare contro un emendamento su cui privatamente si era detto d’accordo. In questo contesto, Benedetto Della Vedova è davvero una mosca bianca: senza aspettare il voto segreto dell’Aula – quando il dissenso non avrà più bisogno del coraggio – si è imbarcato in una sorta di battaglia culturale, solo contro tutti, per dimostrare che il Pdl può essere davvero una forza politica plurale. D’altra parte, era stato lo stesso Berlusconi, un anno fa, a parlare di “un partito anarchico, perché su questioni di etica e morale, ad esempio, noi lasciamo la libertà di coscienza in tutte le situazioni”. E Benedetto gli aveva creduto, spiegando che il pluralismo è nel dna dei liberali, ricordando che tra i popolari europei le posizioni sui temi etici sono discordanti, prendendo atto con soddisfazione della linea prudente adottata dal suo leader, nel “rispetto dell’autonomia della coscienza dei singoli”. Ma Berlusconi scherzava, ed il mio collega non lo sapeva. Non sapeva che un anno dopo, al momento di votare gli emendamenti sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, quel partito liberale gli avrebbe impedito di farlo, negandogli il diritto sacrosanto di sostituire in Commissione un collega assente. Faccio un passo indietro, per chi è meno addentro alle regole parlamentari: se non sei membro di una Commissione, puoi partecipare comunque ai lavori e puoi anche votare in sostituzione di un collega assente: l’importante è che non si alteri l’equilibrio numerico tra i gruppi. Rocco Buttiglione, per esempio, non fa parte della Commissione Affari Sociali, ma siccome è interessato al testamento biologico sta partecipando a tutta la discussione, sostituendo il suo collega De Poli. E così anche Della Vedova, che ieri pomeriggio si era presentato al dibattito sugli emendamenti, come le altre volte, solo che stavolta si entrava in un terreno scivoloso (quello delle dat, appunto, dopo aver parlato nelle settimane scorse dei principî generali e del consenso informato) e quindi il suo capogruppo gli ha detto di no: al suo posto, era stato chiamato un collega che non aveva seguito un minuto della discussione precedente, ma che – a differenza di Benedetto – era bravissimo ad alzare la mano a comando. Il capogruppo del Pdl in Affari Sociali, lo dico per inciso, è il socialista Lucio Barani: non un cattolico conclamato, ma un craxiano di ferro, col garofano rosso sempre all’occhiello e con la missione dichiarata di evitare sorprese alla linea ufficiale del partito. Mi sono guardato intorno ed ho visto, nel Pd, facce molto diverse dalla mia. Comprese quella di Paola Binetti e Maria Antonietta Coscioni, la mia coppia preferita: una coppia a rischio, per carità, ma la sua stessa esistenza è già una vittoria, perché non riesco a concepire il Pd se non come un partito plurale. E se i veri liberali, alla fine, fossimo davvero noi, a me non dispiacerebbe per niente.

Il piano a casaccio

Solo un pazzo come me poteva mettersi a difendere i rom in campagna elettorale. Anche una mia carissima amica, donna di grande spessore e certamente non razzista, mi ha dato addosso quando ha saputo dell’interrogazione parlamentare che stavo scrivendo: dopo due esperienze terribili, di furti a casa sua, aveva concluso che i rom vanno cacciati. Punto. Ogni volta che scrivo qualcosa sui nomadi, non ricevo mazzi di fiori: li difendete – mi si obietta – perché nei vostri salotti radical-chic non li avete mai incrociati, mentre la destra li attacca perché sta in mezzo alla gente e dunque conosce il problema da vicino. La mia storia personale non è esattamente quella dei salotti, ma non importa: il problema, a mio parere, è che con i rom non bisogna essere né buoni né cattivi, ma semplicemente giusti. E credo che lo sgombero forzato deciso da Alemanno non lo sia: più che un piano nomadi, mi pare un piano a casaccio. Non c’entra la polemica politica, perché quando il sindaco di Roma azzecca qualcosa (tipo il trasferimento da Casilino 900 al campo attrezzato di via di Salone) non ho difficoltà ad ammetterlo, ma la deportazione dei bambini a Castelnuovo di porto è proprio incomprensibile, come sostengono anche molte realtà impegnate sul campo: tanto è vero che la Comunità di Sant’Egidio, membro del tavolo nomadi del Comune di Roma, lo ha abbandonato in segno di protesta. Così, ieri pomeriggio, ho presentato questa interrogazione al ministro dell’Interno:

SARUBBI – Al ministro dell’Interno – . Per sapere – premesso che:

Il 31 luglio 2008 il comune di Roma ha presentato il cosiddetto ‘Piano nomadi’ che, fra le altre cose, prevedeva la costruzione di 6 campi autorizzati (7 sono già presenti) – ovvero dotati di prefabbricati, luce, fogne, acqua corrente, vigilanza e servizi – e lo smantellamento dei campi abusivi presenti sul territorio;

nel febbraio 2009 è stato adottato dal Commissario Delegato per l’emergenza nomadi – nella persona del Prefetto di Roma – un regolamento che prevede l’ammissione presso i campi nomadi soltanto di stranieri che hanno titolo a restare in Italia, ossia coloro che siano in possesso di regolare permesso di soggiorno, nelle varie tipologie previste dal Testo Unico sull’immigrazione. In applicazione di esso, negli ultimi due mesi, si è proceduto a sottoporre i nomadi presenti nei campi ad accertamenti individuali circa il possesso dei requisiti previsti dalla legge o, in mancanza del titolo, a verificare le condizioni che potessero consentire il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Coloro che sono risultati privi di documenti regolari hanno presentato richiesta di asilo;

lunedì 19 gennaio 2010 sono stati compiuti una serie di interventi finalizzati allo sgombero di un grande campo abusivo denominato ‘Casilino 900’ attraverso una ricollocazione nei campi attrezzati della capitale ma in assenza della realizzazione dei nuovi campi previsti dal Piano nomadi, né tantomeno attivando l’ampliamento di quelli già esistenti. In particolare si è intervenuti presso il campo di via Salone, dove è in atto da tempo un difficile ma positivo lavoro di integrazione, soprattutto nei confronti dei minori;

a seguito di ciò il prefetto ha ritenuto sussistere le condizioni per uno spostamento di circa cento persone – di cui circa trenta ragazzi, la grande maggioranza dei quali nata in Italia e frequentante regolare corso scolastico – presso il CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Castelnuovo di Porto;

sembrano essere carenti non solo valutazioni di opportunità ma anche le ragioni di diritto per un simile intervento. La legislazione riguardante il trattenimento dei richiedenti asilo (Art.1.bis L.39/90 e successive modificazioni Art.3 D.P.R.303/04) non sembra poterlo giustificare. In particolare è prevista la detenzione amministrativa nei CIE (centri per l’identificazione e l’espulsione) quando, al momento della domanda, il richiedente è stato fermato per aver eluso o tentato di eludere il controllo alla frontiera o subito dopo, oppure laddove abbia presentato una domanda di asilo mentre era già destinatario di un provvedimento di espulsione o di respingimento. Entrambe queste condizioni non sussistono nel caso in questione;

per  quanto riguarda i CARA – che sono centri concettualmente diversi dai CIE e per l’accesso ai quali sono usualmente proprio i richiedenti a fare domanda – è previsto l’obbligo di dimora per un tempo massimo di 20 giorni solo laddove si renda necessaria l’identificazione del soggetto (Decr. Legisl. 25/2008, art. 20), condizione anch’essa manchevole nel caso in esame. Le persone interessate dall’intervento infatti, pur prive, in diversi casi, di documenti validi di identità, erano state tutte da tempo identificate e censite dall’autorità amministrativa, tanto da aver potuto accedere stabilmente ad un campo attrezzato. Tra l’altro, le condizioni di sicurezza e controllo presenti nei CARA non si differenziano in modo apprezzabile da quelle sussistenti nei campi autorizzati, anch’essi vigilati e non vincolanti quanto alla permanenza. Anche volendo giustificare una forzatura della norma, non si capisce la ragione di una simile accelerazione dello spostamento nel CARA per l’esame di una domanda di asilo avanzata più di un mese fa;

tale accelerazione risulta poi ancora più inopportuna vista la delicatezza e la complessità del contesto sociale nel quale si colloca. È opportuno ricordare nuovamente che lo smantellamento del ‘Casilino 900’ avviene in assenza degli interventi per la costruzione dei nuovi campi e l’ampliamento dei campi autorizzati già esistenti come previsto dal Piano. Ciò ha portato non solo ad aumentare vertiginosamente la ‘densità demografica’ dei campi allo stato interessati – e ciò a detrimento della loro vivibilità interna e del rapporto con i quartieri circostanti – ma è anche intervenuta modificando pericolosamente e senza una ratio la composizione etnica dei campi. Infine, e soprattutto, l’allontanamento di nuclei familiari radicati ed inseriti da anni in percorsi di integrazione faticosamente avviati, soprattutto nei termini di inserimento nel percorso scolastico dei bambini, sembra una scelta dettata più da una immotivata fretta che da considerazioni legate alla corretta applicazione del ‘piano nomadi’;

è di tutta  evidenza che le modalità seguite nel dare applicazione al Piano, unite alle circostanze evidenziate sopra, svelano l’esistenza di obiettivi estranei a quelli delineati nel “piano”, condizionando pesantemente l’azione delle istituzioni coinvolte – :

se il ministro interrogato non ravveda l’urgenza di ripristinare immediatamente le condizioni di dimora delle famiglie rom trasferite contro la loro volontà al di fuori del campo attrezzato di via Salone, nel quale si trovano domiciliate da molti anni;

se il ministro interrogato non ravveda, riguardo alle famiglie del campo romano di via Salone, l’urgenza di ripristinare immediatamente la corretta applicazione delle norme sul trattenimento dei richiedenti asilo nei CARA di Roma.

L’hanno firmata, con me, Furio Colombo, Paola Binetti, Gino Bucchino, Maria Antonietta Farina Coscioni, Vittoria D’Incecco e Jean-Léonard Touadi. Notare l’accoppiata Binetti-Coscioni, please.

SARUBBI

COLOMBO

BINETTI

BUCCHINO

D’INCECCO

FARINA COSCIONI

TOUADI

Parole vietate

Non so se conoscete un gioco che ai miei tempi era da tavolo, e si chiamava “Taboo”. Oggi quel format ha pure una versione per iPhone, che si chiama “Parole vietate”. Peschi una carta, con la parola da far indovinare al tuo compagno di squadra, e ti devi dar da fare per suggerirgliela; il problema è che non puoi nominarne alcune molto attinenti, se no hai perso. Ti capita “mentina”? Non puoi dire “alito”, “fresca”, “piccola”, “masticare”, “sciogliere”, “confezione”. Hai pescato “colbacco”? Non puoi dire “cappello”, “copricapo”, “russo”, “pelliccia”, “caldo”. Nella legge sul testamento biologico, ho detto in Commissione, sta accadendo una cosa simile: si vuole fare un testo sulle dichiarazioni anticipate di trattamento ma non si possono utilizzare le parole “volontà”, “autodeterminazione”, “invasivo”, “articolo 32” e così via. Attenzione: come molti di voi sanno, io non sono un ultrà dell’autodeterminazione e ritengo che i suoi confini debbano essere chiari, per evitare di aprire all’eutanasia. Ma qui è sufficiente scrivere la parola in un emendamento per farlo bocciare: tanto che ad un certo punto ho chiesto al relatore di dirci in anticipo se voleva rimandare tutto il confronto al voto segreto dell’Aula, così potevamo metterci l’anima in pace ed occupare il tempo in maniera più utile. E qui si è scatenato il leghista Polledri, attaccandomi personalmente, ma preferisco parlarvene a parte, nei prossimi giorni, per non perdere il filo.  Anche questa settimana, dunque, ci hanno bocciato tutto: non solo ai pericolosi laicisti, nelle cui fila credo di essere stato arruolato anch’io, ma pure a Paola Binetti e Rocco Buttiglione. La prima voleva aggiungere nel testo la garanzia delle cure palliative per tutti, il secondo voleva scrivere che il medico è tenuto darti la morfina anche se questa ha l’effetto inintenzionale di provocare la tua morte. Il che è sempre accaduto e sempre accadrà, ma evidentemente non lo si può scrivere su una legge. Il muro di gomma è così respingente che vengono bocciati emendamenti come questo, presentato da tutto il gruppo del Pd in Affari sociali:

Ogni trattamento medico e sanitario di carattere preventivo, diagnostico, terapeutico e riabilitativo, se condotto secondo perizia, diligenza e prudenza è sempre diretto alla tutela della salute e della vita della persona. Nel rispetto del principio di autodeterminazione, salvo i casi previsti dalla legge, ogni trattamento medico e sanitario è attivato previo consenso informato, esplicito ed attuale del paziente prestato in modo libero e consapevole.

L’ospite indesiderato, in questo caso, è il richiamo (per quanto mitigato) al principio di autodeterminazione. Ma ogni volta ce n’è una, e pure quando potremmo vincere ci facciamo degli autogol: l’emendamento di cui sopra, per esempio, non è passato per un solo voto, e purtroppo erano assenti – come sempre – i due rappresentanti dell’Idv (Mura e Palagiano). Oppure, a causa di veti incrociati, può accadere l’inverosimile, come è successo su un emendamento dell’Udc che si opponeva a “trattamenti terapeutici non proporzionati, futili o inutilmente invasivi”, per poi ricordare che il medico “non ha l’obbligo di contrastare e ritardare ad ogni costo l’esito finale della malattia, ma piuttosto, nel rispetto del miglior interesse del paziente, ha il compito di accompagnarlo e assisterlo verso la sua fine naturale”. Una proposta laica ed equilibrata, di certo migliorativa rispetto al testo Calabrò, ma che i radicali non hanno votato, perché – hanno spiegato candidamente – un emendamento di Buttiglione “non va votato, a priori”. A volte, poi, il muro di gomma ha anche un effetto comico: come quando volevano respingere la nostra richiesta di mettere sul sito internet del ministero le informazioni sulla possibilità di firmare una dichiarazione anticipata di trattamento. L’abbiamo presa a ridere, ottenendo una grande vittoria politica: l’emendamento è stato accantonato e se ne riparlerà a suo tempo. Ma non chiedetemi quando, perché non ne ho idea: se andiamo avanti così piano, non prima dell’autunno.

Il fuoco e le castagne

Del caso Bonino ho già parlato sul blog e, per quanto mi riguarda, non intendo farlo diventare un tormentone: la tentazione di remare contro non mi è mai venuta, né mi verrà ora che la partita è chiusa. Ma ritenevo importante fare una riflessione pubblica sulla vicenda – non che il blog non sia uno spazio pubblico, ma qui mi sento più in famiglia – e così ho inviato un contributo al direttore del Riformista, Antonio Polito, che oggi lo ha pubblicato. Tra parentesi quadre, i piccoli tagli redazionali. Buona lettura.

Ora che i giochi sono fatti, almeno nel Lazio, qualcuno sostiene che il Partito democratico dovrebbe ringraziare Emma Bonino, per averci tolto le castagne dal fuoco. Nessuno dei nostri candidati possibili, mi viene spiegato, avrebbe avuto la sua autorevolezza e la sua credibilità, nel mostrare all’elettorato di Centrosinistra che un nuovo inizio era possibile. Per rimettere in piedi le macerie mediatiche dell’affare Marrazzo serviva una personalità al riparo dal gossip, e la Bonino è [così] lontana da ogni sospetto [che due anni fa si prese pure il lusso di dare una lezione ai giornalisti politici, fingendosi innamorata per vederne l’effetto sulla stampa]. Per gestire un tema delicato come il governo clinico – che investe il problema dei rapporti fra politica e Sanità – c’era bisogno di una figura fuori dagli schemi partitocratici, capace di prendere decisioni coraggiose, e la Bonino certamente lo è: proprio questo tema, poi, è al centro delle battaglie radicali da parecchio tempo, prima ancora che in diverse Regioni scoppiassero scandali di vario colore politico. Per tenere testa a un avversario di peso come Renata Polverini, infine, occorreva un candidato energico, mediatico, trasparente, possibilmente donna: come Emma Bonino, appunto, che il segretario del Pd ha definito “una fuoriclasse”.
Il problema, però, è un altro. Il problema è che il maggiore partito del Centrosinistra – luogo politico che in Parlamento significa opposizione, ma alla Regione Lazio vuol dire governo – non deve mai appaltare a nessuno la gestione delle caldarroste: toglierle dal fuoco, anzi, è il suo mestiere, perché è questo che gli alleati si aspettano dal Pd. Se ha paura di scottarsi le mani, lasci perdere: si faccia invitare a pranzo dagli altri, che ogni volta decideranno quantità delle castagne e tempi di cottura. Ed è quello che temo accada proprio nella mia Regione, dove il Partito democratico – scegliendo di saltare un giro – ha temporaneamente abdicato ad una delle sue missioni più profonde, quella di essere la locomotiva del cambiamento e non un semplice vagone. Di essere un partito vero, insomma, capace di produrre innovazione politica e, per giunta, in modo democratico.
La questione dell’aggettivo non è residuale, perché proprio sulla democrazia interna il Pd aveva costruito la propria identità: a cominciare dal Lingotto, per finire alla recente campagna congressuale, che Pierl Luigi Bersani ha vinto ribadendo l’importanza delle primarie per la scelta dei candidati. Quelle primarie che in Puglia si faranno solo perché l’artiglieria nemica non è ancora schierata, ma che nel Lazio sono saltate per mancanza di tempo; eppure, si potevano prevedere già dai primi di novembre, quando l’affare Marrazzo – di cui trapelavano indizi addirittura in estate – aveva mostrato l’impossibilità di una ricandidatura del governatore uscente. Non è più il momento per fare altri nomi, per carità, ma tra i miei colleghi di partito i nomi si potevano trovare: eppure, si è preferito aspettare fino all’ultimo momento utile, per poi accorgersi che quel momento era passato. E affidarsi, dunque, ad un appalto esterno: la candidatura di Emma Bonino, appunto, che – per quanto fuoriclasse – lascia aperte alcune questioni nel gioco di squadra.
Io sono cattolico, la Bonino è radicale: sarebbe facile, dunque, derubricare il tutto all’ennesima puntata della lotta guelfi-ghibellini, che però non mi appassiona [per niente]. Non mi appassiona in generale, perché ritengo faccia male all’Italia, e tantomeno ne vedo la necessità all’interno del Partito democratico, dove l’impegno politico di ogni cristiano può trovare senso soltanto nello sforzo di gettare ponti tra culture diverse. Ma tra lasciare il Pd, come hanno fatto diversi miei colleghi nelle ultime settimane, e cedere alla tentazione di minimizzare in nome della ragion politica, come stanno facendo altri, ci deve essere una terza via. Che è poi quella di cercare un confronto serio sul programma di governo, prima ancora di appassionarsi al puzzle delle liste: visto che Emma Bonino è anche il nostro candidato – si chiedeva nei giorni scorsi Silvia Costa – dobbiamo trovare delle risposte condivise sulle politiche per la famiglia, sulla solidarietà sociale, sul rapporto tra istituzioni civili e religiose. E trovarle insieme, tanto per essere sicuri che le castagne appena tolte dal fuoco non vadano di traverso a un discreto numero di elettori del Pd.