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La Camera ricorda

Adolescenti brufolosi nei banchi dell’Udc, Bruno Vespa in quelli del Pd, Brunetta al posto di Berlusconi, Berlusconi abbronzatissimo che parlotta amabilmente con Napolitano: a volersi divertire, la cerimonia di stamattina alla Camera offriva parecchi spunti da cabaret. Ma non era il momento, davvero: Eli Wiesel, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, è venuto in Aula per la Giornata della memoria. Prima di lui ha preso la parola Fini, che di Wiesel ha citato una frase straordinaria: “Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza”. Ed è proprio un calcio all’indifferenza quello che questo giorno vuole rappresentare, dai tempi in cui – era il 2000 – il nostro Furio Colombo chiese al Parlamento di istituirlo. La testimonianza dello scrittore, ormai 82.enne, è stata una rasoiata alla schiena: in alcuni passaggi – come quello della deportazione nel campo di sterminio, durante la quale molti morirono sul treno ed altri urlarono al proprio Dio con tutta la forza rimasta – ho avuto difficoltà a trattenere le lacrime. Oltre al racconto, poi, c’era il monito per il nostro tempo, che Wiesel non ha mancato di sottolineare: “il silenzio non aiuta mai la vittima, ma aiuta sempre l’aggressore”, ha ricordato, aggiungendo che “chiunque ascolta un testimone diventa un testimone”. Ma c’è un ma, e non sarei onesto se facessi finta di nulla. A rischio di non essere politically correct, perché certe cose – come mi ha detto un mio collega – si possono pensare ma non dire. Pur avendo apprezzato buona parte del discorso di Wiesel, ho qualcosa da obiettare sulla sua valutazione del presente. Ha detto, è vero, che la pace tra Israele e Palestina si farà (“Se hanno fatto pace Israele e la Germania, accadrà anche questo”), ma nel complesso non ha saputo resistere alla tentazione di fornirci una lettura unilaterale del conflitto in Medio Oriente: il presidente iraniano Ahmadinejad dovrebbe essere arrestato, gli attentati kamikaze vanno considerati crimini contro l’umanità, i rapitori del soldato israeliano devono liberarlo. Tutto giusto, per carità, ma mi pare che manchi l’altra faccia della medaglia: dove è il riferimento alle colonie? Dove quello alle condizioni di vita nei Territori? E quello alle rappresaglie sproporzionate dell’esercito israeliano, più volte condannate anche in sede internazionale? Avrei potuto capire un discorso del genere in bocca al presidente della Knesset, ma da un premio Nobel per la Pace – lo dico con grande sincerità – mi attendevo un approccio più alto, più equidistante. Se no, a forza di mettere sullo stesso piano la follia nazista e l’intifada palestinese, si rischia di ridurre un conflitto così complesso come quello mediorientale, con radici profonde e soluzioni difficili, alla categoria di antisemitismo.

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La legge in freezer

Segnatevi questa data, perché ne riparleremo. Il 12 gennaio 2010, con 32 voti di scarto, la maggioranza ha deciso di rimandare in Commissione il testo sulla cittadinanza, con l’impegno di approfondire meglio i temi più delicati (in primis, i minori) per poi arrivare ad un testo condiviso. Così, almeno, recitano i resoconti parlamentari, perché questo è ciò che è stato detto poco fa in Aula dai rappresentanti del Pdl. Che non potevano esprimere pubblicamente le due ragioni vere della messa in freezer, ossia la paura di spaccarsi a ridosso delle Regionali e quella di regalare vagonate di voti alla Lega, ma io le sapevo già e tutto sommato non mi interessano molto. Quello che mi interessa davvero – lo ripeto per la millesima volta – è portare a casa qualcosa di decente, che sia una legge firmata il 15 agosto sulla spiaggia (il patto del ghiacciolo) o il 25 dicembre sulla neve (il patto del vin brulé), ma andrebbe bene anche l’11 ottobre nel bosco (il patto del porcino) o il 21 aprile in un giardino fiorito (il patto dello starnuto). Quando vi pare, ragazzi miei, ma facciamolo, nonostante la Lega e nonostante l’invasione di falchi che – con l’approssimarsi del voto – sta rendendo meno azzurro il cielo del Pdl. Stamattina, per dire, ce n’era uno nero nero in Commissione Affari Costituzionali: era Nitto Palma, sottosegretario agli Interni, che ha sproloquiato contro la cittadinanza ai minori perché, a suo avviso, sarebbe un moltiplicatore di ricongiungimenti familiari che poi renderebbe “inespellibili” molti immigrati. L’unica differenza tra un minore cittadino italiano ed uno non cittadino, ha poi spiegato, è l’indennità di accompagnamento per gli invalidi: tanto vale riformare quella, anziché mettere mano alla cittadinanza! La sua mail è segreteria.palma@interno.it, per chi volesse chiarirgli le idee: credo che ne abbia bisogno, visto che – come potete leggere dalla sua scheda istituzionale – la materia dell’immigrazione è espressamente esclusa dalle sue competenze. Qualcuno dei miei colleghi si è preoccupato, dopo averlo sentito parlare così; io, forse per l’incoscienza del neofita, ho derubricato il tutto a tattica politica pre-Regionali, perché solo un discorso del genere poteva tenere il Pdl attaccato alla Lega, come sarà da qui all’ultimo istante prima del voto. Ma quello che accadrà il giorno dopo, onestamente, è difficile da prevedere: il mio amico Fabio Granata è ottimista, perché crede che un clima più disteso possa favorire gli spiriti liberi; molti miei colleghi del Pd la pensano al contrario, perché temono che un ottimo risultato della Lega (quasi certo, visto il traino delle candidature in Veneto e Piemonte) possa rappresentare la pietra tombale su ogni discussione futura. Io la vedo come Fabio, quindi non mi fascio la testa prima di essermela rotta: gli emendamenti bipartisan che avevo ripresentato ieri sera li ho rimessi nel cassetto, ma sono sempre lì. E noi siamo qui, a vigilare sul comportamento di una maggioranza che, a questo punto, ha davvero esaurito gli alibi.

La rivincita dei peones

Eccolo qui, il mio intervento di ieri. Più lo leggo, più mi rendo conto che forse avrei potuto sfoggiare un po’ più di ars retorica, buttando giù qualche frase ad effetto, e soprattutto avrei potuto evitare qualche anacoluto, perché sintatticamente è un discorso pieno di frasi smozzicate e di sottintesi. Ma quando parli con il cuore capitano anche queste cose. E con il cuore chiedo a voi di leggerlo.

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, innanzitutto, vorrei rivolgere un ringraziamento all’onorevole Sbai, che in questo intervento mi è sembrata la Souad Sbai che conoscevo fino a qualche mese fa, e che mi sembrava di aver perso per strada. Ringrazio anche tutte le persone che sono intervenute prima di me: sono presente in Aula da questa mattina e vi rimarrò fino all’ultima parola dell’ultimo intervento.
Avrei potuto – forse, avrei dovuto – scrivere un discorso, perché interventi di questo tipo restano agli atti (quindi, si rischia anche di fare qualche bella figura), ma in realtà, ho pensato che sarebbe stato meglio svolgere un intervento «a braccio». Mi scuso, pertanto, soprattutto con i nostri funzionari, per l’assenza di grammatica e di sintassi nel mio linguaggio, ma vorrei rispondere ad alcune questioni che sono emerse.
In primo luogo, vorrei dire in quest’Aula che, quando i miei amici della comunità di Sant’Egidio si rivolsero a me – ormai parliamo di quasi due anni fa – e mi chiesero di fare qualcosa perché venisse sbloccata l’impasse sulla cittadinanza, ricordai loro che il Partito Democratico aveva perso le elezioni e che, quindi, sarebbe stato difficile presentare una proposta di legge che ottenesse il consenso della maggioranza.
Pertanto, posi una condizione e dissi loro: se volete, possiamo lavorare insieme ad un testo che, però, non sia il testo di Andrea Sarubbi né della comunità di Sant’Egidio, ma un testo condiviso che possa piacere anche alla maggioranza, o a parte di essa.
Prendemmo in considerazione allora tutte le proposte di legge che erano a disposizione, anche quelle delle legislature precedenti, a partire dalla proposta a firma dell’onorevole Bressa, ma anche tante altre, e vedemmo che vi erano delle richieste che si ripetevano. In sostanza, il centrosinistra chiedeva sempre di rivolgere l’attenzione ai minori che nascevano o che venivano nel nostro Paese da piccoli e, per quanto riguarda gli adulti, chiedeva sempre lo snellimento e la riduzione dei tempi richiesti per la concessione della cittadinanza.
Guardando, invece, alle proposte del centrodestra, era sempre presente la richiesta di alcuni requisiti ben precisi, quali la fedina penale o il test di integrazione, che mirassero ad una cittadinanza qualitativa, e vi era anche un giuramento sulla Costituzione, sul quale ricordo benissimo di avere ascoltato il Ministro La Russa che poi, purtroppo, evidentemente non ha capito lo spirito della proposta bipartisan che tanti oggi in quest’Aula hanno citato.
Infatti, quando si cominciò a parlare della proposta di legge n. 2670, che nei telegiornali è diventata la Sarubbi-Granata, il Ministro disse che l’iniziativa era di due peones in cerca di visibilità. A me questa dichiarazione fece molto male allora e mi ha fatto male anche risentirla questa mattina in Aula. È questa la prima critica che vi faccio nel metodo. Perché si dice che sono necessarie le riforme, che è necessario un dialogo e ci si richiama agli appelli del Presidente Napolitano, e poi la prima volta che due persone, anche rischiando di far arrabbiare i propri schieramenti di appartenenza, cercano un dialogo e lo cercano a metà strada, questo diventa un inciucio, diventa una manovra di visibilità personale? Sinceramente, questa è un’accusa che, con tutto il cuore, mi sento di rispedire al mittente.

L’altro aspetto che mi sembra un po’ strano di questo testo unificato è il modo in cui è arrivato all’esame dell’Aula. Si tratta di un testo che l’opposizione ha chiesto di calendarizzare, quindi, come si dice da queste parti, è in quota opposizione. In tale proposta, però, di quello che ricordavo poco fa, cioè delle classiche richieste del centrosinistra e del centrodestra, una parte viene presa e buttata via e si tiene solo l’altra; è cioè una proposta in quota dell’opposizione che la maggioranza ha preso, riveduto e corretto, facendola diventare una proposta soltanto propria. Lo capisco, è legittimo dal punto di vista politico, ma non mi sembra il miglior viatico per un dialogo: se si parla di riforme, che siano riforme condivise. Visto che non stiamo parlando dell’etichettatura dei tappi dei barattoli – che pure è una cosa degnissima, ma che non cambierà l’Italia per i prossimi 17 o 18 anni – quello che in tutti questi mesi non sono riuscito a capire è come mai l’abbia avuta vinta la tentazione di ridurre tutto a tattica politica. Se i dissidi interni alla maggioranza si fossero manifestati sui tappi di barattolo avrei capito che potesse esserci una ritrosia, ma se i dissidi interni alla maggioranza si manifestano su una legge così importante, non capisco come mai non si entri nel merito piuttosto che dire «non facciamo un piacere a questo o a quest’altro».
Mi sembra, quindi, che per ora sia stata accolta soltanto quella parte delle richieste di riforma che storicamente proviene dal centrodestra. Per questi motivi, chiedo alla relatrice, in particolare, di fare un passo avanti e di ricordarsi che esiste un’altra metà del Parlamento, che poi suppongo sia più di una metà e gli interventi di oggi lo hanno dimostrato; alla fine faremo i conti, così come abbiamo fatto in Commissione cultura, dove 7 deputati del Popolo della Libertà su 12 hanno detto che i minori meritavano un’attenzione particolare, senza considerare tutti i deputati del Partito Democratico, dell’Unione di Centro e dell’Italia dei Valori. Se volete su questo potremo sfidarci e vedremo chi vincerà, ma non credo che le riforme si possano fare a colpi di maggioranza: sarebbe utile se, invece, prima trovassimo insieme un accordo.
Questa mattina ho sentito delle enormi inesattezze. Oltre a quella dei peones in cerca di visibilità, ne ho sentita un’altra dal collega Bianconi, che è arrivato ad accusarci di cittadinanza imposta e di cittadinanza coatta. Mi chiedo se anche dare lo sciroppo per la tosse ai bambini sia un atto di violenza. Di cosa stiamo parlando, di una cittadinanza che viene imposta a delle persone che non aspetterebbero altro e che non possono chiederla perché non hanno compiuto 18 anni? Ma siete andati fuori, mentre stavamo qui in Aula, siete andati a sentire i ragazzi delle seconde generazioni, a chiedere loro se sono italiani o no, come hanno trascorso la loro infanzia e l’adolescenza e come si sono trovati a 18 anni quando il pulmino che li portava a scuola poi poteva condurli improvvisamente in galera? Vi sembra una cosa normale?
Credo che su questo sia necessario trovare una soluzione, altrimenti faremmo tutti gli ingegneri costituzionali, e voi di ingegneri costituzionali siete ricchi: siete persone che ragionano in punta di comma… e beati voi che ne sapete così tanto di diritto! Ma poi, lo avete mai incontrato un ragazzo delle seconde generazioni, un ragazzo che magari si chiama Xianping che, però, qui in Italia si fa chiamare Valentino e che non si sente null’altro che italiano? Ci avete mai parlato? Perché quando dico certe sigle – G2, ANOLF – i miei colleghi, ingegneri costituzionali, mi guardano con gli occhi sgranati, come se stessi parlando di cose folli. Invece, vorrei dirvi che esistono sia queste sigle, sia queste persone.
Una cosa sola vi chiedo, senza confondere integrazione, sicurezza e tutto il resto: attenzione a non fare lo sbaglio che fece la Germania negli anni Sessanta. Quando sento dire dal capogruppo della Lega – il vostro candidato in Piemonte, Roberto Cota – che gli immigrati vengono qui per andarsene via, mi viene in mente la Germania degli anni Sessanta, quando si chiamavano gli immigrati di corsa, perché servivano braccia e non persone, e si diceva loro: «Vieni, vieni, stai qui. Riempiti i calzini di marchi e vattene via il prima possibile!». Non vi era alcun ricongiungimento familiare né interessava che si apprendesse la lingua. Si diceva: «Fai il gelataio? Impara a dire in tedesco fragola e pistacchio e a noi va bene così!». Ma che faceva poi questo signore del Bangladesh o della Turchia? Nel tempo libero si vedeva con i signori del Bangladesh e della Turchia. E quale convivenza aveva con la società che lo circondava? Nessuna. Cosa faceva? Si chiudeva in un ghetto. E cosa porta il ghetto? La devianza. Dunque, se non vi è integrazione non vi è neanche sicurezza. E se non vi è il senso di appartenenza a una comunità non vi è neanche integrazione.
Vi chiedo di volare un po’ più alto. Oggi ho sentito l’onorevole Santelli parlare in termini di gens romana. In questo caso non si deve parlare in termini di gens, ma in termini di communitas, che è qualcosa di diverso dal legame di sangue. Sono certo che l’onorevole Bertolini, anche per le sue radici profondamente cristiane, capirà quello che sto dicendo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni).

Il ribaltone

Li abbiamo mandati sotto sulla cittadinanza ai minori. Li-abbiamo-mandati-sotto-sulla-cittadinanza-ai-minori: me lo ripeto, perché ancora non ci credo. Roba di poco conto ai fini parlamentari – un semplice parere consultivo da parte di una Commissione – e prevedo già il commento di alcuni di voi: ce l’abbiamo fatta perché contava poco, ma se fosse stato un voto importante non avremmo toccato palla. Invece no, perché quello che ho visto ieri in Commissione Cultura (sì, sempre quella: ogni volta che ci metto piede, succede qualcosa) è un antipasto di ciò che potrebbe accadere in Aula, quando la cittadinanza arriverà per l’esame finale. Premessa: ogni legge è affidata ad una Commissione (in alcuni casi anche a due, in seduta congiunta), ma prima di arrivare in Aula ha bisogno dei pareri di tutte le Commissioni interessate dal provvedimento. Il testo sulla cittadinanza interessa anche la Cultura, in almeno due aspetti: il corso di integrazione, con il famoso test finale, e la possibilità o meno che diventino cittadini italiani i minori che abbiano frequentato le nostre scuole. Volete sapere chi è il capogruppo del Pdl in Commissione Cultura? Fabio Granata, che si è trovato ieri nella difficile condizione di tenere insieme le proprie convinzioni personali con il ruolo istituzionale ricoperto. Fabio ha svolto questo compito con intelligenza, dando parere favorevole al testo unico della Bertolini (cosa su cui sarebbe personalmente contrario) ma subordinando questo parere favorevole a due condizioni: il fatto che si ponga un limite temporale alle procedure amministrative (problema posto dalla stessa relatrice) e lo ius soli temperato. In pratica, Fabio ha copia-incollato un pezzo della nostra proposta di legge, definendo necessario “che i minori nati in Italia o che abbiano completato un ciclo di studi in Italia, da genitori non italiani legalmente residenti in Italia da almeno cinque anni, siano riconosciuti cittadini italiani”. Apriti cielo: la Lega è insorta e nel Pdl si sono aperte contestazioni, tanto che ad un certo punto è arrivato Bianconi a minacciare Fabio, e dopo di lui si è precipitata in Cultura la stessa Bertolini, alquanto infuriata. In segno di dialogo, noi abbiamo chiesto la votazione per parti separate: eravamo contrari al testo Bertolini, ma le condizioni poste da Fabio (ed in particolare la seconda, quella sui minori) ci trovavano d’accordo. Alla fine, il Pdl si è spaccato in due: la stessa presidente della Commissione Cultura, Valentina Aprea, ha ammesso che i minori “sono una specie diversa” e dunque vanno considerati con un metro differente. Abbiamo votato e la linea del buonsenso ha prevalso: il parere della Cultura è dunque favorevole al testo, ma solo a condizione che si apra allo ius soli temperato di cui parlava proprio la nostra proposta di legge bipartisan. Anziché prendere atto della spaccatura interna e cominciare a pensare ad una soluzione condivisa, nel Pdl si è aperta la caccia all’uomo, per individuare chi avesse votato con noi e con Fabio Granata: in tutto, ben 7 su 13 (addirittura 7 su 10 se consideriamo i 3 astenuti). Verranno probabilmente richiamati all’ordine ed intimoriti per benino, ma credo che non basterà: la sensazione a pelle – solo a pelle, per ora – è che sui minori il ribaltone sia possibile. Spero che lo capiscano anche i leader del Pdl: se non si impegneranno a farci pervenire qualche proposta decente, ci rivedremo in Aula. Dove tutto può succedere.

In alto mare

Abbiamo accettato di ritirare gli emendamenti al testo base sulla cittadinanza che avevamo presentato in Commissione Affari Costituzionali: li ripresenteremo in Aula a gennaio. Lo abbiamo deciso per evitare che il dibattito venisse strozzato oggi in 10 minuti e che la maggioranza votasse contro a priori, scegliendo in base alla tattica politica anziché in base al merito della questione. In cambio, abbiamo ottenuto dalla maggioranza stessa – e dal presidente della Commissione, Donato Bruno – la garanzia che a gennaio dedicheremo una giornata intera di lavori alla ricerca di spazi di mediazione, perché nonostante tutto neppure i miei colleghi del Pdl sono totalmente convinti del testo base presentato dalla relatrice, Isabella Bertolini. Due sono le grandi questioni che abbiamo posto, e sulle quali ci attendiamo dalla maggioranza risposte serie: la prima è appunto quella della cittadinanza ai minori, che non si può liquidare con la scusa della scelta responsabile; la seconda è quella della certezza dei tempi, perché – come dicevo pure l’altro giorno – annunciare che le pratiche amministrative possono durare al massimo due anni è cosa lodevole, ma devi anche spiegarci come intendi riuscire a far rispettare questo termine, o almeno lavoriamoci insieme, perché al momento ci sfugge. Previsioni mie? Che alla fine la legge uscita da Montecitorio sarà diversa dal testo Bertolini, anche se probabilmente – per non spaccarsi prima delle Regionali, per non fare un piacere a Fini in un momento così delicato e per non regalare voti alla Lega – la maggioranza deciderà di tirarla un po’ per le lunghe. Detto questo, per raccontarvi un po’ come è andata la discussione di questi due giorni sul complesso degli emendamenti voglio partire dal mitico Fabio Garagnani, così immerso nel ruolo di guardia svizzera che sembra l’imitazione televisiva di un teocon: oggi ci ha accusato di sottovalutare “la difesa della nostra tradizione culturale (e spirituale!) giudaico-cristiana” ed un po’ a denti stretti ha detto sì ai 10 anni di residenza presenti nel testo Bertolini, perché lui ne preferiva 15. La stessa Lega, al confronto, sembra moderata, quando annuncia – come ha fatto Manuela Dal Lago, ieri sera stracciata in tv dalla mia amica Sumaya – di respingere la mediazione proposta da Italo Bocchino, vicecapogruppo Pdl e punto di mediazione fra berlusconiani e finiani: otto anni di residenza, cinque per cominciare le pratiche con il test. Sugli altri interventi vado per sommi capi: l’Udc ha ribadito che gli altri Paesi europei hanno ritoccato i termini in basso, mentre l’Italia è rimasta ferma su ius sanguinis e 10 anni; l’Idv ha definito il testo “inaccettabile”, dicendosi però disponibile al dialogo per modificarne almeno i punti peggiori; il Pd ha ribadito che, anziché cercare una soluzione condivisa come richiederebbe una riforma così importante, la maggioranza ha cercato soltanto un accordo al proprio interno. La premiata ditta Sarubbi-Granata – che aveva presentato alcuni emendamenti bipartisan, nello spirito della pdl 2670 – si è divisa i compiti: a Fabio il discorso politico, a me quello tecnico. Lui ha cercato di spiegare i suoi che perseguire l’obiettivo della sicurezza non significa combattere l’integrazione, invitando Pdl e Lega a non lottare per superarsi nella durezza; io ho evidenziato la necessità di alcune modifiche concrete, soffermandomi in particolare sulla necessità di calcolare gli anni (che siano 5, 7, 8 o 10) dall’inizio del soggiorno legale e non dall’acquisizione della residenza, perché questa è spesso una variabile impazzita. Ma non vi tedierò di più: avete già capito l’essenziale, e cioè che siamo ancora in alto mare.

L’equilibrio difficile

Lo spostamento dalla Cultura agli Affari sociali mi ha catapultato nel pieno della discussione sul testamento biologico: un tema particolarmente delicato, che nel dibattito pubblico viene tagliato con l’accetta ma che in Commissione si sviscera fino alle virgole, emendamento per emendamento. Considerando che solo i radicali ne hanno depositati 2400 – un giorno vi spiegherò pure questa tattica otruzionistica: è simile a quella che fanno i sistemisti con la schedina del totocalcio – potete immaginare che genere di lavoraccio sia. Gli emendamenti del Pd sono invece in numero ragionevole, così come ragionevole (più di quanto pensassi, lo ammetto) è la loro impostazione. Giovedì, in particolare, ne abbiamo votato uno che – se approvato – avrebbe potuto cambiare l’impostazione della legge, senza per questo aprire a forme eutanasiche. Era un tentativo di modificare il primo comma del testo C2350, che attualmente (nella versione Calabrò, arrivataci dal Senato) dice così:

Art. 1.
(Tutela della vita e della salute).
1. La presente legge, tenendo conto dei princìpi di cui agli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione:
a) riconosce e tutela la vita umana, quale diritto inviolabile ed indisponibile, garantito anche nella fase terminale dell’esistenza e nell’ipotesi in cui la persona non sia più in grado di intendere e di volere, fino alla morte accertata nei modi di legge;
b) riconosce e garantisce la dignità di ogni persona in via prioritaria rispetto all’interesse della società e alle applicazioni della tecnologia e della scienza;
c) vieta ai sensi degli articoli 575, 579 e 580 del codice penale ogni forma di eutanasia e ogni forma di assistenza o di aiuto al suicidio, considerando l’attività medica nonché di assistenza alle persone esclusivamente finalizzata alla tutela della vita e della salute nonché all’alleviamento della sofferenza;
d) impone l’obbligo al medico di informare il paziente sui trattamenti sanitari più appropriati, fatto salvo quanto previsto dall’articolo 2, comma 4, riconoscendo come prioritaria l’alleanza terapeutica tra il medico e il paziente, che acquista peculiare valore proprio nella fase di fine vita;
e) riconosce che nessun trattamento sanitario può essere attivato a prescindere dall’espressione del consenso informato nei termini di cui all’articolo 2, fermo il principio per cui la salute deve essere tutelata come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario, se non per disposizione di legge e con i limiti imposti dal rispetto della persona umana;
f) garantisce che in casi di pazienti in stato di fine vita o in condizioni di morte prevista come imminente, il medico debba astenersi da trattamenti straordinari non proporzionati, non efficaci o non tecnicamente adeguati rispetto alle condizioni cliniche del paziente o agli obiettivi di cura.

Di tutto questo comma, il Pd salvava soltanto la lettera e), quella sul consenso informato e sull’equilibrio fra diritto alla salute, interesse della collettività e rispetto della persona umana. Per il resto, i miei colleghi avevano preparato un testo alternativo che diceva così:

Al comma 1, sostituire le lettere a), b), c), d) e f) con le seguenti:
a) riconosce e garantisce alla persona il diritto alla vita, inviolabile e indisponibile per chiunque fino alla morte naturale, ai sensi dell’articolo 2 della Costituzione;
b) riconosce e garantisce alla persona il diritto alla salute ai sensi degli articoli 2, 3, 13 e 32 della Costituzione;
c) promuove e valorizza la relazione di cura e di fiducia tra il medico, il paziente ed i suoi familiari ed individua nel consenso informato ad ogni trattamento sanitario e accertamento diagnostico, fatto salvo quanto previsto dall’articolo 2, comma 4, l’atto fondante l’alleanza terapeutica tra medico e paziente;
d) riconosce e garantisce la dignità di ogni persona in via prioritaria rispetto all’interesse della società ed alle applicazioni della tecnologia e della scienza, così come indicato dall’articolo 1 della Convenzione di Oviedo sui diritti dell’uomo e la biomedicina;
e) vieta ogni forma di eutanasia e di assistenza o di aiuto al suicidio;
f) assicura alla persona che si avvalga del diritto a rifiutare le cure ai sensi dell’articolo 32, secondo comma, della Costituzione che il rispetto delle sue volontà sia vincolante per il sistema sanitario nazionale e garantisce il diritto del medico e del personale sanitario all’obiezione di coscienza;
g) garantisce, in attuazione dell’articolo 32, secondo comma, della Costituzione, che il medico si astenga da trattamenti non proporzionati rispetto alle condizioni cliniche del paziente o agli obiettivi di cura.

Nella discussione ci si è accaniti, in particolare, sul punto f), che definisce vincolante il rispetto delle volontà del paziente, nel caso in cui si avvalga del diritto di rifiutare le cure. La maggioranza lo ha attaccato con toni così ideologici che, ad un certo punto, ho dovuto prendere la parola anch’io (scende il gelo tra i miei colleghi: vuoi vedere che quel baciapile di Sarubbi dà ragione al Centrodestra?) per difendere l’emendamento del Pd, che a mio parere rappresentava un buon punto di equilibrio. Dal resoconto sommario sul sito della Camera, ecco lo scambio di battute con Massimo Polledri, cattolico leghista:

Massimo POLLEDRI (LNP) ritiene che l’emendamento Livia Turco 1.44 e, in particolare, la lettera f) enfatizzino eccessivamente l’importanza del principio di autodeterminazione, rendendo la volontà espressa nella dichiarazione anticipata di trattamento totalmente vincolante, anche al di fuori di qualsiasi relazione intersoggettiva.

Andrea SARUBBI (PD) rileva, rivolto al collega Polledri, che l’emendamento Livia Turco 1.44 non fa che esplicitare quanto previsto dall’articolo 32 della Costituzione, senza esaltare in modo esclusivo o unilaterale il principio di autodeterminazione.

Il riassunto è effettivamente stringato, ma rende l’idea. Io ho detto, in sostanza, che la nostra impostazione riportava il provvedimento all’interno dell’articolo 32 costituzionale: né più, né meno. Tra l’altro, Polledri faceva l’esempio di un malato che voleva amputarsi una gamba pur avendola sana, mentre qui parlavamo esattamente del contrario: del diritto, cioè, di rifiutare un’amputazione quando la gamba è malata. Diritto che, tra l’altro, è già riconosciuto nel nostro ordinamento. Ho cercato di spiegarglielo, in maniera delicata: l’autodeterminazione non può essere l’unico criterio nella società, d’accordo, ed infatti questo emendamento la tempera con alcuni paletti, tipo l’art. 32 della Costituzione e gli altri punti di cui alla lettera e). Ma il rischio di cadere nell’errore contrario (quello di ignorare, cioè, le volontà del paziente, come se fosse un pezzo di legno) è altrettanto grave e, visto l’approccio ideologico della maggioranza, molto più reale. Volete sapere come è andato il voto di questo emendamento? No, lo sapete già.

Ritrosie profonde

Torno sul dibattito di ieri, perché l’urgenza della cronaca mi ha permesso di riportarvi solo i fatti. Mancavano le opinioni, che nel dibattito politico non sono meno importanti, e così oggi vi racconto come è andata la discussione in Commissione, perché possiate farvi un’idea del motivo per cui il testo unico votato ieri da Pdl e Lega esclude dalla cittadinanza i minori stranieri nati e cresciuti in Italia. Lo status di cittadino – afferma Isabella Bertolini, la relatrice – è così importante che solo un maggiorenne può decidere al riguardo: “imporre la cittadinanza ad un ragazzo che non sa neanche votare – chiosa il leghista Raffaele Volpi – è aberrante”. Il verbo “imporre” non è casuale, perché nella discussione è emerso più di una volta: ad un certo punto, Maurizio Bianconi (Pdl) ci ha addirittura definito “sciovinisti”, perché – udite, udite! – se diamo la cittadinanza italiana ad un bambino figlio di stranieri dimostriamo di “credere che la cittadinanza italiana sia migliore delle altre”. Ho provato ad obiettare, nel mio intervento, che probabilmente i miei colleghi non avevano mai parlato con un ragazzo della seconda generazione e li ho incoraggiati a farlo, per capire che il problema è di solito quello contrario. Ma nulla poteva scalfire le loro tesi preconfezionate, che in almeno un paio di occasioni hanno fatto venire a galla ritrosie più profonde. Mi viene in mente, ad esempio, il passaggio in cui Beatrice Lorenzin (Pdl) ha detto che “mentre noi pensiamo di concedere la cittadinanza alle seconde generazioni, in Francia e Gran Bretagna non hanno ancora risolto i problemi di integrazione delle terze”; oppure quello in cui Volpi, rispondendo alla mia domanda sui ragazzi del cricket (“Vi pare normale che il capitano della Nazionale italiana under 15, campione d’Europa con la maglia azzurra, non possa essere cittadino italiano?”), ha ammesso di sentire molto più vicino a sé l’anziano del palazzo accanto che va a giocare a bocce. Nel primo caso, quello della Lorenzin, si è capito che il vero problema del Pdl è la sfiducia nell’integrazione; nel secondo caso, quello di Volpi, si è avuta la prova che la conformazione mentale della Lega è quella della guerra tra poveri, in cui il diritto riconosciuto allo straniero toglie sempre qualcosa al padano. Se questi sono i presupposti, allora, capite da soli quanto sia difficile discutere. Ma per fortuna, nonostante la posizione ufficiale sia così chiusa, nella maggioranza non mancano le voci critiche: i finiani non fanno notizia, d’accordo, ma Gaetano Pecorella sì. L’avvocato di Berlusconi non è certamente un uomo sospettabile di tramare alle spalle del premier, di cercare una propria visibilità personale, di prepararsi un futuro politico; eppure, dopo aver letto il testo unico preparato dalla Bertolini, ci è andato giù pesante, obiettando che “non si può equiparare chi viene qui da adulto, con una sua storia, rispetto a chi nasce qui”. Ha rimarcato che, senza la cittadinanza, un bambino nato in un nostro ospedale e cresciuto in una nostra scuola è destinato a sentirsi sempre uno straniero; ha ricordato che un provvedimento come questo cambia la vita delle persone, per cui non può essere vittima di approcci ideologici; ha citato, infine, il diritto alla felicità previsto dalla Costituzione americana, spiegando che “qualunque legge che crea infelicità è una legge sbagliata”. E qui mi è partito l’applauso solitario, nel silenzio generale.