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Fuori due

La porta aperta mesi fa da Pierluigi Mantini, che uscì dal Pd in direzione centro, non è stata ancora richiusa: poco dopo toccò a Lorenzo Ria, poi alla truppa rutelliana (Mosella, Calgaro, Vernetti, Lanzillotta) con veltroniani spiazzati (Calearo), e probabilmente ne sto dimenticando qualcuno perché ormai cominciano ad essere parecchi. Oggi è toccato a Renzo Lusetti ed Enzo Carra, che in conferenza stampa hanno annunciato l’ingresso nell’Udc, motivandolo con una serie di argomentazioni che non sottovaluterei. Quella principale è la solita: il Pd non è più il Partito democratico, del progetto originario è rimasto solo il nome. Probabilmente non ve lo ricorderete, ma è lo stesso concetto espresso all’epoca da Lorenzo Ria, che – quando il congresso era ancora lontano – parlò di una “mutazione transgenica” del partito. La reazione al suo addio fu minimalista: si disse che era un problema locale, perché aveva litigato con il Pd pugliese in seguito a delle primarie non fatte, e che la storia della mutazione transgenica era una scusa. Così come minimalista fu la reazione all’addio di Mantini, derubricato all’ennesima virata di “un voltagabbana, abituato a passare da uno schieramento all’altro”. Di Rutelli e dei rutelliani si commentò che erano solo persone in cerca di potere e visibilità, visto che all’interno del Pd erano ormai ridotti al lumicino: avevano capito che con Bersani conveniva aprire partita Iva e fare i collaboratori esterni anziché accontentarsi di un lavoro da operaio sottopagato. Di Calearo si spiegò che non era mai stato di sinistra, e che dunque aveva sbagliato Veltroni a candidarlo nel Pd. E potremmo trovare ottime scuse, in effetti, anche per l’addio di Lusetti e Carra: del primo, possiamo facilmente ipotizzare un desiderio di vendetta personale, dopo essere stato lasciato solo dal partito durante tutta l’indagine di Napoli sull’affare Romeo, mentre Italo Bocchino – coinvolto come lui nello scandalo – veniva difeso a spada tratta dal Pdl; di entrambi, poi, possiamo ricordare l’elevato numero di legislature, che certamente li avrebbe tagliati fuori dalle prossime liste se fossero rimasti nel Pd, mentre con l’Udc si riaprono i giochi e probabilmente ci sarà spazio per un altro giro di giostra. Su ognuno, insomma, possiamo trovare le giustificazioni che vogliamo, e non è detto che siano analisi campate in aria: probabilmente c’è un pezzo di verità in ogni cosa, come del resto c’è verità nella loro analisi della situazione politica. Né Carra né Lusetti – e lo hanno ribadito nella conferenza stampa di oggi – avevano mai cambiato partito in vita loro: il percorso comune era quello dei cattolici democratici, attraverso le sue evoluzioni storiche (Dc, Ppi, Margherita, Pd). Se anche ci fosse del calcolo nella loro decisione attuale – e certamente credo che ci sia, perché parliamo comunque di due politici navigati – non si può accusarli di mastellismo, rivendicando a noi che restiamo il ruolo di duri e puri. Una scelta del genere deve interrogarci tutti, soprattutto perché è l’ennesima: se scrolliamo le spalle e ci illudiamo di aver tolto di mezzo i clericali, per tenerci solo i cattolici veri, compiamo un peccato enorme di presunzione. Mentre il Partito democratico attuale, a mio modo di vedere, ha bisogno esattamente del contrario: di un sanissimo bagno di umiltà che, se fossi il medico del Pd, prescriverei innanzitutto a molti nostri dirigenti refrattari all’acqua.

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Proposte smarrite

Se dialogo deve essere, si poteva fare di meglio. Si poteva evitare la ventisettesima fiducia, per esempio, che come le altre 26 volte ho celebrato vestito di nero, in segno di cordoglio per la morte della Repubblica parlamentare. Se non avete capito ancora perché abbiano posto la fiducia sulla Finanziaria, Fini ieri è stato abbastanza chiaro: perché non volevano trovarsi a disagio con il governo o, in alternativa, con se stessi. Cerco di spiegarmi meglio. Tra gli emendamenti da noi proposti, c’era ad esempio quello sulla cedolare secca per gli affitti: la proposta, cioè, di fissare un’aliquota fissa del 20%, in modo da incoraggiare i proprietari di case sfitte a darle in locazione (oggi in molti preferiscono tenerle vuote, per non pagare il 43% di tasse) e quelli che stipulano contratti in nero a riemergere dal sommerso. Molti del Centrodestra erano d’accordo – così come erano d’accordo con alcuni nostri emendamenti sugli aiuti ai terremotati – ma Tremonti aveva detto di no: la scelta, dunque, era tra seguire la propria volontà e mettersi contro il governo oppure obbedire al ministro e votare contro le proprie convinzioni, e così Tremonti ha deciso di tagliare la testa al toro, blindando il testo con la fiducia. Una decisione deprecabile, come ha detto ieri il presidente della Camera (e come Cicchitto gli ha oggi rinfacciato), tanto più che – secondo alcune voci raccolte da me in Transatlantico – i deputati del Centrodestra sarebbero stati disponibili a chinare la testa, per non mettere in difficoltà Palazzo Chigi. Ma c’è un altro motivo per cui Fini ha ragione: la fiducia, che non è mai una carezza al dialogo, in queste circostanze appare addirittura una provocazione, perché i nostri avversari politici non possono pensare di essere credibili se chiedono a noi di fare le colombe e poi continuano, nei nostri confronti, a comportarsi da falchi. L’intervento di Dario Franceschini, che ha parlato in dichiarazione di voto a nome del Pd, mandatelo a tutti quelli che ci accusano di non avere proposte.

DARIO FRANCESCHINI. Signor Presidente, siamo alla fiducia numero ventisette. (…) Questa volta si è fatto qualche cosa di più, perché l’atteggiamento dell’opposizione (dichiarato pubblicamente e privatamente), e dell’opposizione unita, è stato un atteggiamento assolutamente responsabile proprio per togliere ogni pretesto. Abbiamo ridotto gli emendamenti a 49, sulle questione più essenziali (mai un numero così basso di emendamenti ad una finanziaria) e abbiamo proposto pubblicamente e privatamente al Ministro dei rapporti col Parlamento e al Ministro dell’economia e delle finanze di concludere in tempi certi il percorso, votando negli stessi tempi che comunque sarebbero stati necessari per il voto di fiducia. Siete fuggiti davanti ad un confronto sul merito.
Cosa c’era nelle nostre proposte, così pericolose al punto da non essere discusse e votate in quest’Aula, dove avreste potuto ascoltarle, accoglierle o spingerle in modo trasparente? C’erano misure per affrontare l’emergenza di questo 2009-2010, misure precise. Eccole qui le proposte pericolose del Partito Democratico, che penso quelli che ci guardano da casa abbiano il diritto di conoscere.
Per le famiglie, 3,4 miliardi per aumentare le detrazioni fiscali ai lavoratori dipendenti e pensionati con redditi fino a 55 mila euro, (quelli che faticano ad arrivare alla fine del mese) da corrispondere con la mensilità di aprile: bocciata; 600 milioni per aumentare le detrazioni fiscali per i figli: bocciata.
Per quanto riguarda le misure per le imprese, lo stanziamento di ulteriori 500 milioni per il Fondo di garanzia per il credito alle piccole e medie imprese: bocciata; il rifinanziamento per 500 milioni del credito di imposta per gli investimenti nel sud e del credito d’imposta per la ricerca: bocciata; il rifinanziamento di 200 milioni della detrazione del 55 per cento per la riqualificazione degli edifici (sarebbe stato utile approvarla in corrispondenza del vertice di Copenaghen): bocciata.
Per i comuni, 800 milioni per compensare i comuni per il minor gettito derivante dalla soppressione dell’ICI sulla prima casa, questa grande misura in linea con il federalismo (togliere risorse agli enti locali e non restituirglieli, una concessione, è stato appena detto): bocciata; un miliardo per consentire alle amministrazioni locali di pagare parte dei debiti che le imprese hanno nei loro confronti, perché i comuni sono costretti dal Patto di stabilità a trattenersi soldi delle imprese: bocciata. Misure per il lavoro: l’estensione della durata della cassa integrazione a centoquattro settimane è bocciata. Per quanto riguarda l’assegno una tantum per i lavoratori precari che perdono il lavoro, l’estensione dei benefici, l’innalzamento dal 30 al 60 per cento rispetto al reddito percepito nell’anno precedente, naturalmente anche queste proposte sono state bocciate.
E poi non soltanto questo ma vi è anche il tradimento delle promesse e degli annunci fatti come sempre in modo roboante dal Governo e, dopo, il silenzio. In questo testo non è contenuto nella promessa fatta con i titoli dei giornali: l’eliminazione dell’IRAP, non anni fa ma qualche settimana fa. Non c’è la famosa abolizione del bollo auto, l’ultima promessa della campagna elettorale di cui si sono perse le tracce. Non c’è la cedolare secca sui redditi da locazione. Non vi sono risorse per le forze dell’ordine e non c’è nulla per il Mezzogiorno se non ancora l’annuncio della Banca del sud. (…)  Noi volevamo su questo un confronto parlamentare di merito e voi siete fuggiti.
In un Paese europeo, in una democrazia normale la maggioranza e il Governo ringraziano l’opposizione di fronte ad un atteggiamento costruttivo sulla finanziaria. In un Paese europeo, in una democrazia normale la maggioranza apprezza e ringrazia un’opposizione, come ha fatto il Partito Democratico, che esprime solidarietà senza «se» e senza «ma» al Presidente del Consiglio vittima di un’aggressione. Nella giornata di ieri voi avete risposto alla prima offerta con un voto di fiducia sprezzante anche nei modi e con un intervento inutilmente rancoroso e violento del capogruppo del Popolo della Libertà
(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
Noi insisteremo su questa linea responsabile perché non ci rassegniamo all’idea che anche l’Italia possa essere un Paese in cui il rispetto per gli avversari non è ostacolo alla limpida durezza dello scontro politico. Non ci rassegniamo all’idea che il Parlamento possa restare il luogo del confronto e per questo siamo anche pronti a discutere per oggi e per la prossima legislatura della modifica dei Regolamenti parlamentari. Non ci rassegniamo all’idea che anche l’Italia possa essere un Paese in cui la maggioranza non dimentica che per la nostra democrazia, per la nostra Costituzione, il Parlamento non è la sede in cui si ratificano le scelte del Governo ma è il Governo ad essere espressione della sovranità del Parlamento che non può essere toccata
(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Ieri, il Presidente Fini ha correttamente ricordato – lo ringraziamo – che l’opposizione è stata un’opposizione non ostruzionistica né in Commissione né in Aula e che avrebbe reso possibile l’approvazione della legge finanziaria negli stessi tempi necessari per il voto di fiducia. E ha definito deprecabile la scelta del Governo. È stato un richiamo giusto, di verità, da Presidente della Camera per il suo ruolo istituzionale. Ma (…)  queste parole rivelano in modo formale e definitivo che le tensioni e le fibrillazioni dentro il Popolo della Libertà e la maggioranza sono divenute qualcosa di più profondo, di non più recuperabile che non si può nascondere. (…) La giornata di ieri ha segnato un altro passo verso una crisi non dichiarata, ma sta arrivando il tempo della chiarezza. Lo chiede un Paese che è stanco di annunci, che è stanco di liti e il giorno dopo di paci ipocrite nella maggioranza. Lo chiedono le persone che nel tempo della crisi non ce la fanno più a vivere dignitosamente e vorrebbero semplici risposte ai loro problemi di ogni giorno. Il Partito Democratico, in quest’aula e fuori da quest’aula, sarà la loro voce
(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni).

Casa nostra

Il castello di Raffaele Cutolo, ad Ottaviano, apparteneva a Bernardetto de’ Medici, cugino di Lorenzo il Magnifico. È una meraviglia da 350 stanze, abbastanza per mettere insieme casa e bottega: in quella spartana dimora, infatti, si organizzavano anche le strategie della Nuova camorra organizzata. A causa di quel castello e del suo inquilino, purtroppo, ancora oggi Ottaviano – cittadina pacifica alle pendici del Vesuvio – si porta dietro il marchio della criminalità organizzata. Un marchio che l’amministrazione è impegnata in ogni modo a cancellare, anche con iniziative simboliche: nelle stesse sale che videro i boss tramare alle spalle dello Stato, per esempio, si è svolto ad agosto un master dell’Università del Sannio sull’utilizzo dei beni confiscati. Ogni proprietà sottratta ai clan – che sia una villa, un appartamento o un terreno – può diventare una medaglia al valore se viene riutilizzata per fini sociali: è la vittoria dello Stato contro l’anti-Stato, della legge contro il crimine. Per questo, 13 anni fa, Libera lanciò una petizione da un milione di firme, che sfociò nella legge 109/96, approvata all’unanimità. “Oggi – spiega la stessa associazione di don Ciotti in un appello – quell’impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. È facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all’intervento dello Stato. La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni”. Il ragionamento di Libera è semplice e lineare: se una villa appartenente ad un boss mafioso venisse riacquistata da un suo sodale, lo Stato avrebbe costruito – con i soldi ricavati dalla vendita della villa – un monumento alla mafia ed alla sua potenza. Ecco perché, mentre attendiamo l’arrivo della finanziaria nell’Aula della Camera, si fanno sempre più pressanti gli inviti delle associazioni impegnate nella lotta per la legalità: chiedono a chi ha presentato l’emendamento di ritirarlo (cosa che non è ancora avvenuta e non credo accadrà) ed invitano chi non lo ha presentato a prepararne uno soppressivo (cosa già fatta da Dario Franceschini). Nel frattempo, si stanno mobilitando anche le amministrazioni locali: il Consiglio provinciale di Napoli ha approvato un ordine del giorno presentato dal Pd, votandolo all’unanimità, ed analoghe iniziative sono in programma altrove. Manca solo il Parlamento, insomma, e la cosa non mi stupisce: abbiamo già assistito, da queste parti, all’approvazione dello scudo fiscale, e finché i soldi non avranno odore credo che ne vedremo ancora delle brutte.

Un uomo in fuga

Ieri pomeriggio ho ricevuto, al mio indirizzo della Camera, una mail di Francesco Rutelli. Che non è una mail privata, nel senso che l’autore l’ha inviata a parecchie persone, ma che non avrei mai reso pubblica perché non ne avevo l’autorizzazione. Se però metti tra i destinatari anche il direttore di un quotidiano, come Rutelli ha fatto ieri, allora forse la riservatezza non è il tuo primo pensiero: tanto è vero che Stefano Menichini, direttore di Europa, l’ha pubblicata stamattina sul suo giornale. Le agenzie di stampa la stanno rilanciando, e quindi – ora che il segreto di Pulcinella è stato svelato – mi sento autorizzato a pubblicarla anch’io.

Care amiche e amici,
dunque, qualcuno tra voi si chiede dove io vada.
Innanzitutto, so bene dove andrà chi resta nel Partito Democratico: esattamente nello stesso posto dove si trovano oggi i nostri deputati europei.
Non è servito neppure aspettare qualche mese perché la finzione dell’ “Alleanza dei Socialisti e dei Democratici” rivelasse la sua verità politica e strategica, e perché gli eletti ex – Margherita si trovassero nella più radicale marginalità politica. Cosa per me dolorosissima, dopo che abbiamo speso 10 anni per aprire uno spazio innovativo a livello europeo e internazionale.
Laddove è stato travolto Veltroni, dove è stato malamente conteggiato Franceschini (un terzo dei consensi alla coalizione congressuale del Segretario uscente), è inutile illudersi che possa riuscire qualcun altro.
Molto di più, è al paese che fa male questo schema politico: il PD che torna a rassicurare i militanti della sinistra e che si troverà chiuso ad ogni prospettiva di credibile alternativa alla destra.
Voi sapete perfettamente, a menadito, che non posso far parte di un partito nell’orbita dei socialisti europei, né posso portare le mie convinzioni in un partito post-PDS.
Lo rispetto; potrò anche allearmi (come ho fatto quasi sempre). Ma non è il mio partito.
Capisco che per alcuni di Voi, assuefatti al realismo delle relazioni partitiche, il fatto che Bersani non mi abbia rivolto in cinque mesi neppure una telefonata (neanche quando gli ho inviato il mio libro con una dedica amichevole…) possa rientrare nel
business as usual . Ma è gravemente sbagliato. Chi è stato leale con me e, anche grazie a me, ha partecipato a un cammino importante, dimostra in questo modo una perdita di orientamenti fondamentali. Per me, in fondo, non aver ricevuto quella telefonata è motivo non di amarezza, ma di sollievo, a conferma di una precisa analisi politica. Per ciascuno di Voi, è un problema molto difficile da eliminare.
Dove vado, dunque? A difendere e promuovere le idee che ci hanno a lungo accomunati. E il profilo democratico, liberale, riformatore che potremo far vivere con molta maggiore libertà in una nuova iniziativa.
Con chi? Con coloro che si uniranno a noi, anche prendendosi una quota del rischio che ho preso io, per convincimento e con determinazione.
Molta è la strada da fare prima di immaginare convergenze con altre forze politiche; grandissimo l’entusiasmo che si manifesta nei territori, tra eletti locali e personalità della società civile, dell’impresa e delle professioni, dell’associazionismo. C’è moltissimo, di affascinante, da fare.
Un saluto cordiale. Vostro,
Francesco Rutelli

Aspetto commenti il più possibile equilibrati. E magari a posteriori, ossia partendo dal testo della lettera: ripetere cose già sentite mille volte (“Vada pure”, “Ci ha fatto perdere voti”, “Voltagabbana”…) può aiutare a sfogarsi, ma non a riflettere insieme sulla sostanza. Che mi pare non manchi.

Il giorno del Pd

7.00 Mio padre inaugura le primarie a Casalpalocco (Roma): primo votante in assoluto del suo seggio, credo anche tra i primi in Italia. Colpa dell’ora solare, dice lui. In realtà, era più agitato di me: il giorno in cui dovessi candidarmi io, che fa? Si mette in fila la sera prima?

9.30 Notizie da Pozzuoli (Napoli): tempi di attesa di un quarto d’ora per votare. C’è parecchia fila.

10.30 Aggiornamento da Casalpalocco: fila anche qui, dalle 9.30. La partecipazione è più alta del previsto.

11.00 Nella nuova sede del Pd di Bregnano (Como), che si inaugura proprio oggi, hanno già votato in parecchi: circa il 40% del totale di votanti alle primarie 2007. E non siamo ancora a metà giornata.

11.30 A Talenti (Roma) c’è una fila di 100 persone. Grande affluenza o boicottaggio di un presidente zelante? Dati parziali dell’affluenza nazionale al voto: a quest’ora, sono già 876.570.

11.45 Voto anch’io. Nel mio seggio, una quindicina di persone in fila, tra cui un anziano che mi racconta una storia poco edificante: è emigrato dal gazebo di piazza San Giovanni di Dio, circa un km più in là, perché lì qualche rappresentante di lista un po’ troppo esuberante gli ha detto che si poteva votare solo… in un senso.

12.00 Nanni Moretti dice che voterà Franceschini e tutto si mescola: l’ex popolare votato pure da chi chiedeva a D’Alema di dire qualcosa di sinistra…

12.30 Grande affluenza in Emilia-Romagna. Le mie antenne sul territorio (per lo più parenti) mi comunicano che ad Albinea (Reggio Emilia) siamo già oltre la metà dei votanti 2007, mentre a Reggio città si viaggia addirittura al 60%.

12.45 Jean-Léonard Touadi, candidato vicesegretario della mozione Franceschini, è a Castellammare di Stabia, davanti ad una casa confiscata alla camorra: il voto di oggi, scrivevo ieri, è la nostra risposta alle mafie.

13.00 Notizione dal circolo Madonnina, nel comune di Modena: ha votato già il 75% rispetto alle primarie 2007.  A Roma, nel XVII municipio, hanno un problema: sono arrivati a votare così in tanti che hanno finito le schede.

13.15 Al circolo di Lama (il paese di Monica Bellucci, anche se lei si dice di Città di castello) proteste vivaci contro le mollette verdi, perché sembrano della Lega. Le preferivano rosse, ma guarda un po’.

13.30 Mia madre torna a casa sconsolata: almeno un centinaio di persone in fila, ci riproverà più tardi. Vuoi vedere che ha fatto bene papà ad andarci alle 7?

13.45 Grande affluenza a Palermo, mi fa sapere la mia collega Alessandra Siragusa.

14.00 Milano, quartiere nord di Brugherio: superata la percentuale di votanti 2007 alla stessa ora.

14.15 Nella provincia di Modena l’affluenza è più o meno la stessa del 2007: 4 mila in più quest’anno, ma la verifica è stata un’ora dopo. Se veramente fosse così in tutta Italia, significherebbe ripetere i 3 milioni e mezzo di elettori: sinceramente, sarebbe oltre ogni previsione.

14.30 La mia amica Antonella è andata a votare nonostante il febbrone, ma da lei non sono in molti: ad Acquaviva delle fonti, infatti, domina il Centrodestra, e finora si sono presentati ai gazebo in 175.

14.45 In via Natale del Grande, a Trastevere, il seggio è dentro un’osteria. Strepitoso!

15.10 Vip watching: avvistato Nicola Piovani presso il seggio di Monteverde vecchio. La vita è bella.

15.30 Marrazzo non vota, scrivono or ora le agenzie, ed io non commento per non rovinarmi la giornata.

15.50 Ad Arezzo l’affluenza è leggermente inferiore alle primarie 2007, ma nettamente superiore alle attese: tanto è vero che nel seggio centrale, quello di Saione, sono stati reclutati scrutatori straordinari per smaltire le code.

16.10 Al secondo tentativo, mia madre ce l’ha fatta.

16.30 Ho trovato qualcuno peggio di mio padre: un’elettrice del circolo Aurora di Arezzo, che alle 6.50 di stamattina ha fatto fermare il pullman della gita Cai, a cui stava partecipando, per votare. Adesso, però, ho un black out di qualche ora: impegni istituzionali di papà.

19.30 Nel frammentre, abbiamo superato i 2 milioni di voti e ci sono code lunghissime in parecchi seggi: il maschio italico si è messo in moto alla fine delle partite. Finite le schede a Brugherio: si attendono rinforzi, probabilmente fotocopie.

19.50 Schede finite da un pezzo anche in provincia di Vicenza, dove i numeri dell’affluenza sono simili al 2007: in alcune zone addirittura superiori.

20.05 A Lama (Perugia), 289 votanti contro i 235 delle primarie 2007 e contro i 300 delle primarie di Prodi: li avrebbero superati se la banda (20 persone circa) non fosse stata a Morlupo (Roma) tutto il giorno, per il Gran gala delle majorettes.

20.20 Passata l’ora di chiusura, diversi seggi  sono ancora aperti per smaltire la fila: a Casalpalocco c’è una sessantina di elettori ancora da far votare.

20.40 Il Pd di Guastalla (Reggio Emilia) ha chiuso la giornata con 310 euro di multa: la giunta del Pdl non ha voluto concedere la piazza centrale per il gazebo, ma noi ce lo abbiamo messo lo stesso. La resistenza non ha prezzo.

21.00 Situazione mista dai primi scrutini: nessuno dei due stravince. Stanno arrivando risultati soprattutto dal nord. Cuneo-Sommariva-Bosco: Bersani 63, Franceschini 55, Marino 20. Novara-Torrion-Quartara: F49, B49, M21, 1 bianca e 2 nulle.

21.10 Ceciliano (Arezzo): F105, B78, M36. Prima valutazione da quattro soldi: dove è più alto il numero di votanti (219 contro i 199 delle primarie 2007), Franceschini recupera lo svantaggio degli iscritti.

21.30 Taviano (Lecce): F196, B145, M19.

21.40 San Giustino (Perugia), dati comunali: B 533, F 314, M 91

21.55 Rignano garganico (Foggia): F70, B30, M2; San Severo (Foggia): B930, F620, M non pervenuto (nel senso che chi mi ha dato le cifre non se lo era appuntato, purtroppo: è il difetto dei metodi artigianali). A proposito: vogliamo commentare il fatto che sulle agenzie di stampa non sia uscito neanche un numero, mentre io sforno cifre da 45 minuti?

22.05 Arezzo zona Aurora: B237, M 148, F 129. Arezzo zona Saione: F210, B189, M97.

22.10 I dati del Lazio danno Bersani sopra il 50%.

22.20 In Sicilia si sospetta un inquinamento del voto notevole: parecchie schede bianche sul nazionale fanno pensare ad un intervento di Pdl e Mpa nelle primarie.

22.40 Dati frammentari da Cesena, ma la tendenza nelle schede del nazionale vede Bersani al 60% (conferma il dato degli iscritti), mentre Franceschini perde 2-3 punti a favore di Marino. Nel regionale, invece, la situazione è più in bilico.

22.50 Dati delle Marche (non artigianali, stavolta, ma diffusi dal Pd regionale): Bersani sopra il 50%, Franceschini al 35-37%, Marino al12-14%.

22.55 Mentre io calcolavo le percentuali di Bolzano, Dario Franceschini mi ha fatto capire che stavo perdendo tempo, annunciando che Pierluigi Bersani è il nuovo segretario del Pd. Che faccio, vado a dormire?

23.05 Franceschini: Bersani è il nuovo segretario, gli ho già telefonato (ma non facevano prima ad incontrarsi?), ora ci vuole un partito di forza e di unità, io continuerò a servire il Pd, la scelta delle primarie è irreversibile, oggi è stata una festa per tutti. Triste, ma leale.

23.25 Marino: abbiamo tra il 10 e il 20%, i miei temi (diritti civili, no al nucleare, lotta al precariato) sono ormai nel dna del partito. Ha perso, ma parla come se avesse vinto: per essere uno che viene dalla società civile, i vizi del politico li ha appresi in fretta.

23.45 Bersani: farò il leader a modo mio, non sarà il partito di un uomo solo ma un collettivo di protagonisti, con Franceschini e Marino lavoreremo insieme, non serve fare opposizione stando in un angolo ad urlare ma bisogna costruire un’alternativa, collaboreremo con le opposizioni, i tre milioni di votanti alle primarie sono un fatto eccezionale ed una grande prova di democrazia e trasparenza. Prima di commentare, mi concedete una notte di sonno?

Il vice che vorrei

Il Buongiorno di Massimo Gramellini sulla Stampa, che normalmente mi fa cominciare bene la giornata, oggi mi ha mandato di traverso il caffè. Oggetto: le ironie sulla candidatura di Jean-Léonard Touadi a vicesegretario del Pd, nel caso in cui Dario Franceschini vincerà le primarie. Leggetelo e poi ne parliamo.

I vice del vice
Se domenica sarò eletto segretario del Pd, dice Dario Franceschini, nominerò mio vice il giornalista nero Jean-Léonard Touadi. Passano alcune ore. Se domenica sarò eletto segretario del Pd, ridice Dario Franceschini, nominerò miei vice il giornalista nero Jean-Léonard Touadi e una donna. Lo Statuto del partito gli impedisce di andare oltre la coppia, altrimenti immaginiamo che alle prime luci dell’alba avrebbe incoronato vicesegretari anche un gay, un indiano Cheyenne, uno stambecco del Gran Paradiso. E’ il veltronismo senza Veltroni, la malattia terminale del Partito Democratico. Quell’idea di poter fare politica con le figurine invece che con le persone.
Naturalmente nessuno nega a priori che Touadi e la donna ancora misteriosa (Debora Serracchiani) siano politici straordinari che cambieranno le sorti dell’umanità. Ma resta il fatto che non vengono scelti in quanto tali, ma perché soddisfano le esigenze del cast, come nei reality televisivi. La crisi di Veltroni, fino a quel momento in rimonta nei sondaggi, cominciò con le candidature della Velina Pensante (la Madia) e del Leghista Buono (Calearo). La gente annusò la messa in scena e l’incanto finì. Franceschini riparte da quel vuoto e rischia di approdare nello stesso luogo. Certi democratici se ne facciano una ragione: la politica per immagini è un brevetto di Berlusconi. Ogni replica dell’originale, anche se in versione politicamente corretta, non diventa una novità. Rimane un tarocco.

Nei commenti sul sito web della Stampa, gli elogi a Gramellini si sprecano: un po’ chi non vota Pd, un po’ chi lo vota ma appoggia altre mozioni, tutti a colpire duro contro il veltronismo, a questa politica del casting che non ci farà mai vincere un tubo, eccetera eccetera. Essendo io uno del casting, chiamato nel Pd proprio quando si era aperta una polemica con il mondo cattolico per l’accordo con i radicali, non mi meraviglio che qualcuno possa sospettare della mia obiettività in merito. Perché, non lo nascondo, è pur vero che il mio operato in questo anno e mezzo è sotto gli occhi di tutti (ed ognuno può giudicare autonomamente se quella scelta di Veltroni e Rutelli fu azzeccata oppure no), ma l’idea di essere etichettato a vita in una categoria (il cattolico, nel mio caso) mi sta un po’ stretta. Inoltre, a rischio di non sembrare obiettivo, c’è una verità che non posso tacere: al di là delle facili ironie gramelliniane sulla velina pensante, Marianna Madia è un’ottima parlamentare, pur non venendo dal basso, così come lo sono Chiara Braga e Daniela Sbrollini, che a differenza sua hanno storie di militanza nel partito e di impegno territoriale. La mia prima risposta a Gramellini (ed a tutti quelli che ne condividono l’analisi) è dunque che non esiste un solo modo di arrivare ai piani alti della politica: accanto ai territori gioca da sempre un ruolo la società civile, che per definizione, agli occhi dell’opinione pubblica, proprio in categorie si divide. La stessa possibile candidatura della Serracchiani – che pure non è scontata, mi pare di capire, perché saranno le donne del Pd a scegliere l’altro vicesegretario – è profondamente diversa da quella di Jean-Léonard, visto che si tratta di una giovane donna impegnata da sempre a livello locale ed eletta alle ultime Europee proprio grazie al voto dei circoli. Se avesse avuto altri sponsor politici (magari lo stesso Bersani) chi oggi critica il veltronismo serracchione avrebbe detto che, finalmente, veniva premiato il lavoro dei nostri giovani amministratori. L’altra obiezione che muovo a Gramellini è che, nella vita, tutto può essere ridotto a categorie. Potrei dire che lui è stato nominato vicedirettore della Stampa perché al giornale della Fiat, il più letto a Torino, serviva come il pane un simbolo del tifo granata: una boiata colossale, per carità, ma provate a smentirla una volta che l’ho messa in giro. Allo stesso modo, le primarie dei Democrats americani erano una sfida tra categorie: anche lì, guarda un po’, un nero ed una donna. Qualcuno può dubitare che Obama non sia stato favorito nell’impatto mediatico dal fatto di essere nero? Non credo. O che Hillary Clinton non abbia puntato, nella sua campagna elettorale, sul fatto di essere donna? Neppure. E può darsi, non lo nego, che una parte degli americani abbia votato l’uno o l’altro in base alle categorie di appartenenza; ma questo non toglie nulla ai loro meriti politici, al loro percorso, alla legittimità di occupare il posto che oggi occupano. Perché l’uno e l’altra hanno dimostrato che, al di là delle categorie, c’era – la dico alla Bersani – della polpa, proprio come nel caso della candidatura di Jean-Léonard e – ne sono certo – della donna che verrà scelta nel caso in cui Dario vincesse. Poi, è una mossa mediatica che può dar fastidio a chi non l’ha pensata, va bene, ed è normale che a pochi giorni dalle primarie il tasso di suscettibilità sia più alto del dovuto. Ma definire Touadi una categoria è un insulto alla verità, altro che veltronismo.

L’appello

“Mentre io ero in strada con gli afroamericani, tu facevi l’avvocato da Wal-Mart”, disse Obama alla Clinton durante le primarie americane. “Vogliamo parlare del tuo amico siriano Tony Rezko, accusato di estorsione, frode e riciclaggio?”, rispose lei, che alla vigilia del voto in Ohio e Texas tentò il colpo più basso: la divulgazione di una foto del suo avversario Obama-Osama in in veste araba e turbante. Mentre mi tornavano in mente questi episodi, ripensando al confronto civile di ieri pomeriggio su Youdem, pensavo che da noi una cosa del genere (ma anche la sua radice quadrata) ci spaccherebbe per sempre. E che i loro due, alla fine, hanno saputo voltare pagina e fare squadra insieme, mentre i nostri tre, dopo il 25, chissà che cosa faranno. Non siamo gli Usa, insomma, e così rimango fedele alla mia linea: anziché dirvi i motivi per cui non voterò Bersani o Marino, vi spiego quelli per cui voto Franceschini. Leggetevi l’appello qui sotto, che abbiamo sottoscritto in 75: una specie di manifesto, che non ha l’ambizione di essere esaustivo e raffinato ma che almeno ha il pregio di essere semplice e chiaro.

Se anche tu pensi che l’identità dei progressisti nel 2000 sarà Democratica, cioè quella dei partiti che hanno vinto le elezioni e stanno governando gli USA, l’India, il Brasile e il Giappone; ti riconosci nella leadership mondiale di Obama e desideri la creazione di una grande Internazionale Democratica, capace di misurarsi efficacemente coi problemi globali, dalla affermazione della democrazia e della pace fino alla lotta al riscaldamento globale…
Se anche tu pensi che l’offerta politica del Partito Democratico debba essere prioritariamente orientata al mutamento dei rapporti di forza nella società, alla conquista di nuovi voti come premessa e condizione indispensabile della conquista di nuovi partiti alleati; perché il nostro obiettivo non è solo quello di andare al governo, ma quello di cambiare l’Italia, in nome dei nostri valori e degli interessi sociali rappresentati dalla alleanza tra meriti e bisogni…
Se anche tu pensi che il Partito Democratico non può delegare ad un improbabile partito ‘di centro’ la conquista di quei nuovi consensi che possono fare del centrosinistra italiano una coalizione capace di governare stabilmente e di cambiare l’Italia…
Se anche tu pensi che il Partito Democratico debba adoperarsi per rafforzare la novità emersa dal voto delle ultime Politiche, cioè il bipolarismo tra coalizioni organizzate attorno a due grandi partiti, ciascuno egemone nel proprio campo…
Se anche tu pensi che Berlusconi dovrà essere cacciato dal Governo dal voto libero e consapevole degli italiani, non da colpi di mano parlamentari e da manovre di Palazzo…
Se anche tu pensi che il Partito Democratico sia entrato in crisi – dopo la straordinaria stagione inaugurata dal discorso del Lingotto – non perché ha scommesso sul cambiamento del tradizionale modo di fare politica e di essere partito, ma per la ragione opposta: essersi rinchiuso nella mediazione interna tra le correnti dei vecchi partiti ed avere disperso l’ambizione a rappresentare sempre le esigenze della maggioranza del popolo…
Se anche tu pensi che il Partito Democratico non può vivere senza il lavoro quotidiano degli iscritti, ma non può vincere se non riconosce a tutti gli elettori più attivi il diritto di partecipare a prendere le decisioni fondamentali: linea politico-programmatica e leader nazionale, da contrapporre alla proposta del centrodestra…
Se anche tu pensi che, nel governo locale, il Partito Democratico deve esplicitamente proporsi di operare una rottura di continuità con metodi, persone e scelte che – in settori decisivi per la qualità sociale (sanità, rifiuti, acqua) – inducono molti cittadini ad accomunarci alla destra in un giudizio negativo (siete tutti uguali)…
Vieni a votare per il Segretario del Partito Democratico, il 25 ottobre prossimo, e scegli Dario Franceschini.

Seguono le firme, che – come potrete vedere – raccontano storie e provenienze diverse.

Marilena Adamo, Mauro Agostini, Alfonso Andria, Teresa Armato, Francesca Barracciu, Enzo Bianco, Rita Borsellino, Chiara Braga, Massimo Calearo, Renzo Carella, Enzo Carra, Marco Causi, Andrea Causin, Stefano Ceccanti, Sergio Cofferati, Maria Coscia, Olga D’Antona, Rosa De Pasquale, Luigi De Sena, Roberto Della Seta, Maria Letizia De Torre, Mauro Del Vecchio, Luigina Di Liegro, Roberto Di Giovan Paolo, Anna Rita Fioroni, Maurizio Fistarol, Agostino Fragai, Leonardo Impegno, Maria Fortuna Incostante, Francesco Saverio Garofani, Paolo Gentiloni, Roberto Giachetti, Paolo Giaretta, Linda Lanzillotta, Alberto Losacco, Giuseppe Lupo, Luigi Lusi, Alessandro Maran, Elisa Marchioni, Raffaella Mariani, Andrea Martella, Donella Mattesini, Giovanna Melandri, Guido Melis, Vincenzo Menna, Maria Paola Merloni, Marco Minniti, Enrico Morando, Roberto Morassut, Gino Nicolais, Lino Paganelli, Achille Passoni, Vinicio Peluffo, Caterina Pes, Pina Picierno, Leana Pignedoli, Roberta Pinotti, Lapo Pistelli, Raffaele Ranucci, Ermete Realacci, Ettore Rosato, Simonetta Rubinato, Gian Carlo Sangalli, Andrea Sarubbi, David Sassoli, Achille Serra, Debora Serracchiani, Alessandra Siragusa, Giorgio Tonini, Jean Leonard Touadi, Salvatore Vassallo, Francesco Verducci, Walter Verini, Fabrizio Vigni, Walter Vitali.