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L’affare si ingrossa

Non resisto alla battuta, scusate, ma qui l’affare si ingrossa. Ed ancora una volta – come facevo notare tempo fa, citando episodi pluripartisan – è difficilissimo, se non impossibile, distinguere il pubblico dal privato: cerchiamo, allora, di essere obiettivi. Se Bertolaso vuole “dare una ripassata a Francesca”, problemi suoi e della sua vita coniugale. Il discorso cambia, però, se ad organizzare la ripassata – questa e probabilmente altre dello stesso genere, come emerge dalle intercettazioni pubblicate da Repubblica – sono i proprietari del Salaria sport village, impianto sportivo già posto sotto sequestro alla vigilia dei Mondiali di nuoto e costruito in barba ad ogni logica umana, con una piscina addirittura sotto il livello del Tevere. Come hanno fatto a vincere la gara dell’appalto, con un progetto del genere? Semplice: non partecipando a nessuna gara, visto che lo stato di emergenza consente alla Protezione civile di derogare ad ogni bando. E chi è il capo della Protezione civile, colui che alla fine decide sugli appalti? Bertolaso, appunto. Può darsi che – come dice l’avvocato del futuro ministro – siamo di fronte ad un equivoco colossale, e personalmente me lo auguro: sarebbe difficile, altrimenti, convincere gli italiani che nella classe politica ci sia anche una sola persona perbene. Tifo per l’innocenza di Bertolaso, dunque, anche se mi converrebbe il contrario: o in questa storia c’è qualcosa di sporco, oppure diventa difficile dar torto a Berlusconi quando vede persecuzioni giudiziarie dappertutto. Tifare per Bertolaso, però, non significa anestetizzarsi il cervello, e così stamattina in Aula sono tornato alla carica sui mondiali di nuoto: se 7 mesi fa avevo ragione a volerci veder chiaro, oggi ne ho ancora di più. Eppure, il governo non mi risponde.

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, sui giornali di oggi la notizia principale è quella delle indagini per alcuni presunti illeciti che riguardano il sistema della Protezione civile: illeciti che, come si legge nelle inchieste, riguarderebbero alcuni eventi programmati da tempo, fra cui i mondiali di nuoto svoltisi a Roma nel luglio dello scorso anno. Ci sono delle presunte responsabilità di alcuni imprenditori che hanno costruito degli impianti molto importanti qui a Roma per i mondiali di nuoto e c’è – si dice – anche una collusione da parte di settori della Protezione civile. A questo proposito vorrei sollecitare la risposta a un’interrogazione che presentai a luglio dello scorso anno e che, all’epoca, fece notizia perché sembrava che volessi remare contro i mondiali di nuoto. In realtà, volevo soltanto la chiarezza che buona parte della società civile chiedeva a noi del Parlamento. Vi erano diversi comitati civici – e ci sono ancora – che avevano seri dubbi su ciò che stava accadendo: si parlava di impianti varati senza collaudi, di villaggi sportivi sorti a ridosso del Tevere ben sotto il livello del fiume, e lo stesso fiume era esondato due volte mentre i cantieri erano allestiti. Si parlava, soprattutto, di autorizzazioni date per costruire impianti pubblici, che poi erano stati improvvisamente trasformati in impianti privati. Non essendoci un Ministero dello sport in questo Governo, chiedo al Presidente del Consiglio di fare chiarezza. Non so se posso aspettarmi una risposta direttamente da lui, o se dovrò attendere che il dottor Bertolaso diventi Ministro per averla da lui in persona. In un modo o nell’altro, spero che il Governo mi risponda e, soprattutto, che risponda a quei cittadini che oggi ne chiedono conto: visto che siamo qui per rappresentarli e anche per fugare i loro dubbi. Dubbi che i giornali di oggi dimostrano non essere poi così campati in aria.

Tanto per dare un’idea del giro di soldi, la Corte dei Conti – sollecitata da un esposto dei Verdi – ha aperto un’inchiesta sui 550 milioni di euro spesi per opere non utilizzate nel corso dei Mondiali di nuoto e rimaste lì, come cattedrali nel deserto. Tipo il Polo natatorio di Ostia, su cui i comitati civici stanno cercando di fare trasparenza. Ed ogni giorno ne scoprono una: tipo questa della piscina olimpionica costruita con le misure sbagliate. E qui, se volessi essere triviale fino in fondo, potrei concludere che quelle di Francesca, invece, erano giuste.

Tre indizi e una prova

Tre indizi fanno una prova. E per tre volte, nel giro di poche ore, sono stato attaccato personalmente in altrettante controversie politiche: tre problemi diversi (il testamento biologico, la deportazione dei rom dal Casilino 900, la macellazione dei cavalli), tre interlocutori diversi (un deputato leghista, un senatore Pdl, un giornalista del Foglio), tre attacchi in fotocopia. Tutti centrati sul mio passato televisivo, come se fosse una colpa.

Primo atto. Nella discussione sul testamento biologico, vi dicevo l’altro giorno, siamo al muro contro muro: basta che un emendamento contenga una parola problematica (volontà, autodeterminazione, articolo 32, invasivo…) e la maggioranza lo boccia. Così sono intervenuto per protestare, chiedendo al Centrodestra di fare chiarezza: se avevano intenzione di bocciarci ogni proposta indipendentemente dal merito, potevano dircelo subito ed avremmo risparmiato tempo. Al che, Massimo Polledri – il deputato leghista di cui sopra – mi ha risposto che del tema non capisco nulla, visto che vengo dai telequiz, e che probabilmente avevo nostalgia di ritornarci. Diversi esponenti della maggioranza (e pure il rappresentante del governo) sono venuti a chiedermi scusa, anche se non c’entravano nulla, ma io l’ho presa ironicamente: il giorno dopo, ho fatto arrivare in Aula a Polledri il mio curriculum, con un biglietto in cui gli chiedevo scusa per non averlo aggiornato con i telequiz.

Secondo atto. Ieri vi ho parlato del caso rom, in seguito al quale la comunità di Sant’Egidio ha abbandonato il tavolo con il Comune di Roma. In un comunicato stampa, lo definivo “un’operazione a casaccio”, che – citavo testualmente le critiche di Sant’Egidio – mandava all’aria anni di piccoli e grandi passi verso l’integrazione. E qui si è mobilitato Domenico Gramazio, senatore Pdl: Sarubbi, “volto televisivo prestato alla politica”, è “convinto di fare televisione e di essere il protagonista di una fiction”, mentre “parla di cose che non conosce”.

Riassumendo: non ci capisco niente di testamento biologico, perché vengo dalla tv, e non ci capisco niente neppure di nomadi, perché vengo dalla tv. Ma non è ancora finita.

Terzo atto. Come sapete, sono vegetariano. E per questo motivo sono stato tirato in ballo in un articolo del teocon Camillo Langone (quello che sul Foglio dà le pagelle alle Messe, e che in un libro cercava di convincere le ragazze sulla necessità di predicare bene e razzolare male) dal titolo significativo: “Com’è buono il cavallo”. Il passaggio che mi riguarda merita di essere citato per intero:

“Il democratico Andrea Sarubbi è uno dei pochissimi ministri del dio Equus non provenienti dal centro-destra. È un piacevole e pettinatissimo esemplare di clericale romano, allievo dei gesuiti che non sono riusciti a ficcargli in testa il Vangelo ma che gli hanno concesso il patentino di cattolico innocuo, indispensabile per entrare prima a Radio Vaticana e poi a Raiuno dove ha condotto la rubrica A sua immagine, una trasmissione che non ha mai convertito nessuno, l’equivalente televisivo di un brodo fatto col dado. A forza di andare in onda Sarubbi ha perso quel poco di fede, e adesso anziché credere in san Paolo caduto da cavallo crede nel cavallo”.

Tre indizi, dicevo, fanno una prova: la prova, probabilmente, che sto cominciando a dare fastidio.

Il piano a casaccio

Solo un pazzo come me poteva mettersi a difendere i rom in campagna elettorale. Anche una mia carissima amica, donna di grande spessore e certamente non razzista, mi ha dato addosso quando ha saputo dell’interrogazione parlamentare che stavo scrivendo: dopo due esperienze terribili, di furti a casa sua, aveva concluso che i rom vanno cacciati. Punto. Ogni volta che scrivo qualcosa sui nomadi, non ricevo mazzi di fiori: li difendete – mi si obietta – perché nei vostri salotti radical-chic non li avete mai incrociati, mentre la destra li attacca perché sta in mezzo alla gente e dunque conosce il problema da vicino. La mia storia personale non è esattamente quella dei salotti, ma non importa: il problema, a mio parere, è che con i rom non bisogna essere né buoni né cattivi, ma semplicemente giusti. E credo che lo sgombero forzato deciso da Alemanno non lo sia: più che un piano nomadi, mi pare un piano a casaccio. Non c’entra la polemica politica, perché quando il sindaco di Roma azzecca qualcosa (tipo il trasferimento da Casilino 900 al campo attrezzato di via di Salone) non ho difficoltà ad ammetterlo, ma la deportazione dei bambini a Castelnuovo di porto è proprio incomprensibile, come sostengono anche molte realtà impegnate sul campo: tanto è vero che la Comunità di Sant’Egidio, membro del tavolo nomadi del Comune di Roma, lo ha abbandonato in segno di protesta. Così, ieri pomeriggio, ho presentato questa interrogazione al ministro dell’Interno:

SARUBBI – Al ministro dell’Interno – . Per sapere – premesso che:

Il 31 luglio 2008 il comune di Roma ha presentato il cosiddetto ‘Piano nomadi’ che, fra le altre cose, prevedeva la costruzione di 6 campi autorizzati (7 sono già presenti) – ovvero dotati di prefabbricati, luce, fogne, acqua corrente, vigilanza e servizi – e lo smantellamento dei campi abusivi presenti sul territorio;

nel febbraio 2009 è stato adottato dal Commissario Delegato per l’emergenza nomadi – nella persona del Prefetto di Roma – un regolamento che prevede l’ammissione presso i campi nomadi soltanto di stranieri che hanno titolo a restare in Italia, ossia coloro che siano in possesso di regolare permesso di soggiorno, nelle varie tipologie previste dal Testo Unico sull’immigrazione. In applicazione di esso, negli ultimi due mesi, si è proceduto a sottoporre i nomadi presenti nei campi ad accertamenti individuali circa il possesso dei requisiti previsti dalla legge o, in mancanza del titolo, a verificare le condizioni che potessero consentire il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Coloro che sono risultati privi di documenti regolari hanno presentato richiesta di asilo;

lunedì 19 gennaio 2010 sono stati compiuti una serie di interventi finalizzati allo sgombero di un grande campo abusivo denominato ‘Casilino 900’ attraverso una ricollocazione nei campi attrezzati della capitale ma in assenza della realizzazione dei nuovi campi previsti dal Piano nomadi, né tantomeno attivando l’ampliamento di quelli già esistenti. In particolare si è intervenuti presso il campo di via Salone, dove è in atto da tempo un difficile ma positivo lavoro di integrazione, soprattutto nei confronti dei minori;

a seguito di ciò il prefetto ha ritenuto sussistere le condizioni per uno spostamento di circa cento persone – di cui circa trenta ragazzi, la grande maggioranza dei quali nata in Italia e frequentante regolare corso scolastico – presso il CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Castelnuovo di Porto;

sembrano essere carenti non solo valutazioni di opportunità ma anche le ragioni di diritto per un simile intervento. La legislazione riguardante il trattenimento dei richiedenti asilo (Art.1.bis L.39/90 e successive modificazioni Art.3 D.P.R.303/04) non sembra poterlo giustificare. In particolare è prevista la detenzione amministrativa nei CIE (centri per l’identificazione e l’espulsione) quando, al momento della domanda, il richiedente è stato fermato per aver eluso o tentato di eludere il controllo alla frontiera o subito dopo, oppure laddove abbia presentato una domanda di asilo mentre era già destinatario di un provvedimento di espulsione o di respingimento. Entrambe queste condizioni non sussistono nel caso in questione;

per  quanto riguarda i CARA – che sono centri concettualmente diversi dai CIE e per l’accesso ai quali sono usualmente proprio i richiedenti a fare domanda – è previsto l’obbligo di dimora per un tempo massimo di 20 giorni solo laddove si renda necessaria l’identificazione del soggetto (Decr. Legisl. 25/2008, art. 20), condizione anch’essa manchevole nel caso in esame. Le persone interessate dall’intervento infatti, pur prive, in diversi casi, di documenti validi di identità, erano state tutte da tempo identificate e censite dall’autorità amministrativa, tanto da aver potuto accedere stabilmente ad un campo attrezzato. Tra l’altro, le condizioni di sicurezza e controllo presenti nei CARA non si differenziano in modo apprezzabile da quelle sussistenti nei campi autorizzati, anch’essi vigilati e non vincolanti quanto alla permanenza. Anche volendo giustificare una forzatura della norma, non si capisce la ragione di una simile accelerazione dello spostamento nel CARA per l’esame di una domanda di asilo avanzata più di un mese fa;

tale accelerazione risulta poi ancora più inopportuna vista la delicatezza e la complessità del contesto sociale nel quale si colloca. È opportuno ricordare nuovamente che lo smantellamento del ‘Casilino 900’ avviene in assenza degli interventi per la costruzione dei nuovi campi e l’ampliamento dei campi autorizzati già esistenti come previsto dal Piano. Ciò ha portato non solo ad aumentare vertiginosamente la ‘densità demografica’ dei campi allo stato interessati – e ciò a detrimento della loro vivibilità interna e del rapporto con i quartieri circostanti – ma è anche intervenuta modificando pericolosamente e senza una ratio la composizione etnica dei campi. Infine, e soprattutto, l’allontanamento di nuclei familiari radicati ed inseriti da anni in percorsi di integrazione faticosamente avviati, soprattutto nei termini di inserimento nel percorso scolastico dei bambini, sembra una scelta dettata più da una immotivata fretta che da considerazioni legate alla corretta applicazione del ‘piano nomadi’;

è di tutta  evidenza che le modalità seguite nel dare applicazione al Piano, unite alle circostanze evidenziate sopra, svelano l’esistenza di obiettivi estranei a quelli delineati nel “piano”, condizionando pesantemente l’azione delle istituzioni coinvolte – :

se il ministro interrogato non ravveda l’urgenza di ripristinare immediatamente le condizioni di dimora delle famiglie rom trasferite contro la loro volontà al di fuori del campo attrezzato di via Salone, nel quale si trovano domiciliate da molti anni;

se il ministro interrogato non ravveda, riguardo alle famiglie del campo romano di via Salone, l’urgenza di ripristinare immediatamente la corretta applicazione delle norme sul trattenimento dei richiedenti asilo nei CARA di Roma.

L’hanno firmata, con me, Furio Colombo, Paola Binetti, Gino Bucchino, Maria Antonietta Farina Coscioni, Vittoria D’Incecco e Jean-Léonard Touadi. Notare l’accoppiata Binetti-Coscioni, please.

SARUBBI

COLOMBO

BINETTI

BUCCHINO

D’INCECCO

FARINA COSCIONI

TOUADI

Il fuoco e le castagne

Del caso Bonino ho già parlato sul blog e, per quanto mi riguarda, non intendo farlo diventare un tormentone: la tentazione di remare contro non mi è mai venuta, né mi verrà ora che la partita è chiusa. Ma ritenevo importante fare una riflessione pubblica sulla vicenda – non che il blog non sia uno spazio pubblico, ma qui mi sento più in famiglia – e così ho inviato un contributo al direttore del Riformista, Antonio Polito, che oggi lo ha pubblicato. Tra parentesi quadre, i piccoli tagli redazionali. Buona lettura.

Ora che i giochi sono fatti, almeno nel Lazio, qualcuno sostiene che il Partito democratico dovrebbe ringraziare Emma Bonino, per averci tolto le castagne dal fuoco. Nessuno dei nostri candidati possibili, mi viene spiegato, avrebbe avuto la sua autorevolezza e la sua credibilità, nel mostrare all’elettorato di Centrosinistra che un nuovo inizio era possibile. Per rimettere in piedi le macerie mediatiche dell’affare Marrazzo serviva una personalità al riparo dal gossip, e la Bonino è [così] lontana da ogni sospetto [che due anni fa si prese pure il lusso di dare una lezione ai giornalisti politici, fingendosi innamorata per vederne l’effetto sulla stampa]. Per gestire un tema delicato come il governo clinico – che investe il problema dei rapporti fra politica e Sanità – c’era bisogno di una figura fuori dagli schemi partitocratici, capace di prendere decisioni coraggiose, e la Bonino certamente lo è: proprio questo tema, poi, è al centro delle battaglie radicali da parecchio tempo, prima ancora che in diverse Regioni scoppiassero scandali di vario colore politico. Per tenere testa a un avversario di peso come Renata Polverini, infine, occorreva un candidato energico, mediatico, trasparente, possibilmente donna: come Emma Bonino, appunto, che il segretario del Pd ha definito “una fuoriclasse”.
Il problema, però, è un altro. Il problema è che il maggiore partito del Centrosinistra – luogo politico che in Parlamento significa opposizione, ma alla Regione Lazio vuol dire governo – non deve mai appaltare a nessuno la gestione delle caldarroste: toglierle dal fuoco, anzi, è il suo mestiere, perché è questo che gli alleati si aspettano dal Pd. Se ha paura di scottarsi le mani, lasci perdere: si faccia invitare a pranzo dagli altri, che ogni volta decideranno quantità delle castagne e tempi di cottura. Ed è quello che temo accada proprio nella mia Regione, dove il Partito democratico – scegliendo di saltare un giro – ha temporaneamente abdicato ad una delle sue missioni più profonde, quella di essere la locomotiva del cambiamento e non un semplice vagone. Di essere un partito vero, insomma, capace di produrre innovazione politica e, per giunta, in modo democratico.
La questione dell’aggettivo non è residuale, perché proprio sulla democrazia interna il Pd aveva costruito la propria identità: a cominciare dal Lingotto, per finire alla recente campagna congressuale, che Pierl Luigi Bersani ha vinto ribadendo l’importanza delle primarie per la scelta dei candidati. Quelle primarie che in Puglia si faranno solo perché l’artiglieria nemica non è ancora schierata, ma che nel Lazio sono saltate per mancanza di tempo; eppure, si potevano prevedere già dai primi di novembre, quando l’affare Marrazzo – di cui trapelavano indizi addirittura in estate – aveva mostrato l’impossibilità di una ricandidatura del governatore uscente. Non è più il momento per fare altri nomi, per carità, ma tra i miei colleghi di partito i nomi si potevano trovare: eppure, si è preferito aspettare fino all’ultimo momento utile, per poi accorgersi che quel momento era passato. E affidarsi, dunque, ad un appalto esterno: la candidatura di Emma Bonino, appunto, che – per quanto fuoriclasse – lascia aperte alcune questioni nel gioco di squadra.
Io sono cattolico, la Bonino è radicale: sarebbe facile, dunque, derubricare il tutto all’ennesima puntata della lotta guelfi-ghibellini, che però non mi appassiona [per niente]. Non mi appassiona in generale, perché ritengo faccia male all’Italia, e tantomeno ne vedo la necessità all’interno del Partito democratico, dove l’impegno politico di ogni cristiano può trovare senso soltanto nello sforzo di gettare ponti tra culture diverse. Ma tra lasciare il Pd, come hanno fatto diversi miei colleghi nelle ultime settimane, e cedere alla tentazione di minimizzare in nome della ragion politica, come stanno facendo altri, ci deve essere una terza via. Che è poi quella di cercare un confronto serio sul programma di governo, prima ancora di appassionarsi al puzzle delle liste: visto che Emma Bonino è anche il nostro candidato – si chiedeva nei giorni scorsi Silvia Costa – dobbiamo trovare delle risposte condivise sulle politiche per la famiglia, sulla solidarietà sociale, sul rapporto tra istituzioni civili e religiose. E trovarle insieme, tanto per essere sicuri che le castagne appena tolte dal fuoco non vadano di traverso a un discreto numero di elettori del Pd.

Basso impero

Il testo che state per leggere – scrive su Facebook Paolo Masini, brillante consigliere comunale del Pd a Roma – non è tratto dalla sceneggiatura della prossima tournée di Benigni.

PREMESSO
– che nel febbraio 2008 si è spenta Rosa Bossi Berlusconi, madre del presidente del Consiglio dott. Silvio Berlusconi ed esempio di moglie e madre modello, il cui grande senso di responsabilità l’ha portata ad essere fortemente dedita alla famiglia, al marito Luigi Berlusconi, ai tre figli e ai nipoti;
– che Rosa Bossi Berlusconi è stata esempio di cristiana devota, i cui sentimenti di umana solidarietà l’hanno sempre avvicinata con estrema sensibilità ai problemi della gente e dei cittadini, non solo negli anni dell’impegno politico del primogenito Silvio;
– che la signora Berlusconi è stata una donna-patriota, che ha creduto nello stato come organo che persegue il bene comune, dell’intera comunità e non di un gruppo a detrimento delle legittime esigenze degli altri;
CONSIDERATO
– che la signora Rosa, da cristiana credente, ha riportato nella società i valori che rispecchiano i modelli di madre e donna;
– che in un momento di grande cambiamento, caos e confusione dell’Italia ha sentito per prima il richiamo al dovere e con grande senso di responsabilità di madre e cittadina ha partecipato, incoraggiando e determinando una scelta importante, quella della discesa in campo del primogenito. Una scelta che ha “scritto” 16 anni
ad oggi della nostra storia, dando spazio a una nuova forma di politica mirante al sociale e al protagonismo fattivo dei giovani;
– che il principio di democrazia si esplica attraverso la libera condivisione di ideali e valori nel rispetto del prossimo. I cittadini italiani hanno sostenuto la scelta per prima riconosciuta e determinata dalla signora Rosa, avvertita dalla stessa in un momento di bisogno nazionale, e da Lei medesima supportata nonostante i rischi familiari che ne derivavano;
– che è necessario mantenere in vita i protagonisti comuni che hanno fatto la nostra Storia attraverso scelte semplici, coraggiose e responsabili con il ricordo cittadino;
SI CHIEDE
Al Sindaco che Roma Capitale dedichi una piazza o una strada al nome di questa grande ma semplice donna, che con il suo coraggio materno indirizzato alla volta del figlio come del Paese ha determinato il corso dell’ultima Storia d’Italia.

Appena avrete smesso di ridere, parliamone. Perché a me questa vicenda della mozione presentata in Campidoglio da alcuni consiglieri del Pdl fa venire in mente Sant’Elena, madre di Costantino: anche lei passata alla storia, ma almeno – a differenza di mamma Rosa – ebbe il merito di trovare, così dicono le cronache, i frammenti della croce di Cristo. Mamma Rosa, invece, ha solo il merito di aver messo al mondo l’imperatore e di averlo cresciuto come si cresce un figlio, e di averlo accompagnato nel momento delle scelte. Dice bene il procuratore Trifuoggi, nel fuorionda con Fini: il nostro uomo ha sbagliato epoca, doveva nascere un paio di millenni prima. Ed hanno sbagliato epoca anche i suoi fedelissimi, che sarebbero stati degli ottimi augustales: così si chiamavano gli addetti al culto imperiale, gli organizzatori dei giochi e delle cerimonie in onore dell’imperatore divinizzato, che inizialmente doveva essere defunto ma poi – per non scontentare il vivente – si decise di non far più caso al dettaglio. Ecco, allora l’anomalia vera della politica italiana in questo momento: il fatto, cioè, che ciò che resta (l’istituzione) venga messo in secondo piano da ciò che passa (l’uomo che ricopre quella carica). E che tutto giri intorno a quell’uomo, semidio o tiranno a seconda dei punti di vista, e che se non fai parte degli augustales sei automaticamente un cospiratore. Come il presidente della Camera, appunto.

Ostia c’è

Non è successo nulla, o forse sì. Non è successo nulla a livello parlamentare, perché il dibattito sulla cittadinanza è ancora tutto da aprire, ma politicamente quella di oggi è una giornata importante, anche se non ne parlerà nessuno. Dopo l’approvazione quasi scontata da parte del Comune di Modena, l’ordine del giorno sulla Sarubbi-Granata è arrivato stamattina a Roma, nella Sala Consiliare del XIII municipio. Che detta così sembra roba da poco, ma poi basta aggiungere che quel municipio ha più residenti di Brescia e Reggio Calabria – più di Parma e della stessa Modena, di Cagliari e Reggio Emilia, di Perugia e Livorno, di Foggia e Salerno – per dare alla notizia il peso che merita: stiamo parlando di una città delle dimensioni di Trieste, e questa città (come Trieste, appunto) è governata dal Centrodestra. Un test politico non da poco, insomma, che della Sarubbi-Granata ha seguito lo spirito bipartisan fin dall’inizio: l’ordine del giorno, che trovate qui e che vi consiglio di leggere per riproporlo altrove, era infatti firmato sia da esponenti del Centrosinistra che dal capogruppo Pdl. Per questo motivo – ed anche per il carico di affetti che nella mia vita riveste quel Municipio, dove sono cresciuto – ho chiesto ed ottenuto di essere presente al dibattito, esponendo la proposta di legge e spiegando lo spirito che la anima. La discussione è stata serena e di livello: al di là delle posizioni di partenza, ho notato in tutti uno spirito costruttivo. Anche in quelli più contrari, che – dopo aver studiato il testo comma per comma – mi hanno mosso una serie di obiezioni su alcuni aspetti: i tempi troppo brevi (ma si riconosceva, allo stesso tempo, che le attuali lungaggini burocratiche sono uno scandalo), la mancanza di una verifica della capacità contributiva (il mero reddito non era ritenuto sufficiente), la possibilità di ottenere la cittadinanza alla nascita se i genitori sono qui da più di 5 anni. A livello sociale, le paure mi sembrano essenzialmente tre: la prima è che gli immigrati tolgano diritti agli italiani in difficoltà (il discorso della guerra tra poveri è, a mio parere, il guaio peggiore dell’Italia di oggi); la seconda è il timore di essere colonizzati culturalmente (“Non vorrei creare cittadini – ha detto un consigliere del Pdl – che dopo un anno staccano il crocifisso dalle nostre classi”); la terza è che il sentirsi meno ospiti e più padroni di casa dia sfogo agli istinti peggiori, anziché integrare. Anche nel Centrodestra, però, erano più numerose le voci favorevoli: della proposta di legge è stato lodato innanzitutto lo spirito, ma anche l’attenzione per i minori, l’equilibrio tra diritti e doveri ed infine l’accento posto sulla cultura, come verifica per l’integrazione. Non vi riporto le riflessioni del Centrosinistra, che potete facilmente immaginare, ma ci tengo a raccontarvi il percorso speculare compiuto da due consiglieri, partiti da posizioni opposte: per il primo, del Pd, il nostro testo aveva delle norme troppo rigide e cattiviste; per l’altro, del Pdl, erano troppo morbide e buoniste. Mi hanno sentito parlare ed alla fine hanno capito il senso della proposta di legge, votando entrambi a favore. A proposito: subito prima della votazione, il Pdl ha chiesto la sospensione dei lavori ed ha tenuto un minivertice di maggioranza, al termine del quale il capogruppo ha deciso di dare libertà di voto. Risultato finale: 10 favorevoli (più il consigliere aggiunto Rahman, bengalese, quasi commosso), 3 contrari, un astenuto. E non finisce qui: Paolo Orneli del Pd e Salvatore Colloca del Pdl hanno in mente di inviare una lettera aperta a tutti gli altri 19 Municipi romani, al Consiglio comunale ed a quello provinciale, chiedendo loro di ripetere l’esperimento del dialogo. Che ad Ostia, a soli 28 km da Montecitorio, è riuscito benissimo.

Guerra e fame

È curioso che sia proprio Silvio Berlusconi a chiedere date certe per gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo: proprio il suo governo, che poi sarebbe anche il nostro, sta infatti disattendendo tutti gli impegni presi in sede internazionale sul rispetto dei Millennium goals, gli obiettivi del Millennio che l’Onu si è data da qui al 2015. Ne ho parlato decine di volte e non ci tornerò sopra, anche perché dell’incontro di oggi alla Fao non mi sembra questa la notizia principale: la notizia, a mio modo di vedere, è che tutti – dal Papa al segretario generale delle Nazioni Unite – hanno concordato sul fatto che la fame nel mondo non si combatte con le politiche demografiche, ma con la redistribuzione delle risorse. Che ci sono per tutti. Finché lo dice il Vaticano, nulla di nuovo; che fosse d’accordo anche il Palazzo di vetro, invece, non me ne ero mai accorto. Dire che le risorse ci sono significa, secondo me, almeno due cose. La prima è che materialmente esistono, nel senso che la terra è già in grado di sfamare i suoi abitanti: Benedetto XVI citava, per condannarla, la pratica di distruggere le derrate alimentari per tenere alto il prezzo sul mercato, ma allo stesso modo potremmo aggiungere che basterebbe una dieta meno carnivora e più vegetariana – come diversi economisti sottolineano da anni – per fare in modo che, con gli stessi metri quadri di terra coltivata, si riescano a sfamare molte più persone (non sarebbe difficile arrivare a 7 volte tanto). Il secondo aspetto della vicenda è che le risorse – e qui non mi riferisco a pomodori e cereali, ma più in generale alle risorse economiche – vengono spesso destinate ad altro scopo: basta guardare la spesa globale per gli armamenti, che nell’ultimo anno non ha conosciuto nessuna crisi e che vede l’Italia ben (o mal, dipende dai punti di vista) piazzata nella classifica mondiale. Se gli Stati Uniti non spendevano così tanto dai tempi della seconda guerra mondiale, noi non siamo da meno: 40,6 miliardi di dollari nel 2008, pari al 2,8% della spesa mondiale. Ben sopra l’India, che pure non è uno staterello e che, invece di confinare con la neutrale Svizzera, ha la frontiera in comune con il Pakistan Colpa dei ricchi, come al solito? No, non solo. Perché anche i Paesi in cui si vive con un dollaro al giorno spendono, in media, oltre 200 dollari pro capite per gli armamenti, e perché il Brasile delle favelas è diventato la vera potenza militare dell’America Latina. Ma pensiamo un attimo all’Italia, ottavo Paese nel mondo per volume di spese nel settore: da noi la spesa pro capite per le armi è di circa 480 euro l’anno, che per coincidenza è esattamente l’importo della social card. Con le aziende in crisi e le famiglie alla terza settimana, forse un problema di distribuzione delle risorse esiste anche da noi.