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Special guest

Tanto tuonò che piovve: con la canonica intervista al Corriere della Sera, che si conferma il bollettino ufficiale delle nostre partenze, Paola Binetti annuncia oggi il suo addio al Pd per l’Udc. Sull’addio al Pd, i bookmakers avevano chiuso le scommesse da tempo; sull’entrata nell’Udc, mi dispiace non essermi giocato qualche euro nei giorni scorsi, perché c’era ancora chi credeva che andasse con Rutelli. Io no, non ci ho mai creduto, perché per un profilo come il suo sarebbe stata una fatica inutile: andare nell’Api – che per necessità e per virtù nasce  pluralista – significava rimettersi a combattere per affermare l’identità cattolica pure lì dentro. Con la Lanzillotta anziché con la Pollastrini, ma sempre battaglia era. Nell’Udc, invece, Paola Binetti si può mettere finalmente in pantofole: più o meno lo stesso ragionamento che facevo tempo fa, parlando di Dorina Bianchi. Ecco perché, stavolta, non leggerete il mio solito pianto greco sull’irrilevanza del filone culturale cristiano nella costruzione politica del Pd: perché l’addio della Binetti, in realtà, l’avevo metabolizzato già da tempo, prima ancora che avvenisse. Da un lato, vedevo la sua sofferenza; dall’altro, constatavo l’insofferenza degli altri: non c’era scampo, davvero, e lo sapevamo tutti. Anche lei, che però – e questo gliel’ho rimproverato anche personalmente – ha insistito un po’ troppo sul vado-non-vado, beneficiando magari per qualche tempo di una rendita di posizione personale sui giornali ma non aiutando certo il Pd e neppure quelli di noi che, diversamente da lei, avevano deciso di continuare a combattere dal di dentro. A Paola Binetti devo molto, perché la mia candidatura è passata anche attraverso lei: fu proprio lei – che avevo avuto più volte ospite in Rai – a parlarne la prima volta con Francesco Rutelli, il quale a sua volta mi propose a Veltroni, che accettò. La sua partenza, dunque, mi pone più di un problema personale, perché istintivamente mi viene da pensare che uno di noi (forse lei, forse io)  stia oggi dalla parte sbagliata: o io sbaglio a restare, perché il destino della componente cattolica nel Pd è ormai segnato, oppure lei sbaglia ad andare via, perché rinuncia ad una sfida cruciale e si mette, appunto, le pantofole. Può darsi pure, però, che abbiamo ragione entrambi: su alcune questioni – dall’omofobia ai Dico, per dirne due – abbiamo infatti sensibilità diverse e non per questo uno dei due si sente più cristiano dell’altro. Nell’intervista di addio, Paola Binetti esagera su alcune cose (la locomotiva del Pd lasciata a Pannella) ma dice la verità su altre, perché è vero che oggi nel partito c’è la tendenza a considerare la cultura cattolica alla pari di quella radicale, nonostante i radicali non abbiano contribuito alla formazione del Pd e soprattutto non intendano farne parte, preferendo il ruolo di special guest. Il giorno in cui mi accorgessi che la situazione è irrimediabilmente ribaltata, con la cultura radical-libertaria a fare da collante e la presenza cristiana ridotta al ruolo di special guest, preparatemi un manifesto come questo qui sopra.

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L’Italia in pugno

Non mi ero mai accorto, nei tanti anni di A sua immagine, di avere l’Italia in pugno. Non mi rendevo conto che a volte basta un versetto del Vangelo, una parabola, un ospite… e zàcchete, hai condizionato l’esito delle elezioni. Vuoi fare un piacere all’Udc, in campagna elettorale? Citi Matteo 6,3: “Non sappia la sinistra che cosa fa la destra”. Vuoi difendere il Pdl milanese, dopo che un suo consigliere comunale è stato pescato con la mazzetta in mano? Ripeschi Lc 16,8: “Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza”. Vuoi spostare valanghe di voti a favore del Pd? Inviti in trasmissione il deputato romano Giovanni Bachelet, con la scusa di farlo parlare dell’assassinio di suo padre. E per non dare nell’occhio, da gran furbo che sei, hai pensato proprio a tutto: la trasmissione è al di fuori di ogni sospetto (A sua immagine che fa propaganda per la Bonino: sei un genio del male!), alle Regionali manca ancora un mese e mezzo e – soprattutto – è proprio il trentesimo anniversario della morte di Vittorio Bachelet. Ma da oggi, signori miei, la pacchia è finita, l’inganno è stato smascherato, i burattinai del consenso verranno mandati a casa: la Rai ha infatti deciso di non trasmettere la puntata di A sua immagine prevista per oggi pomeriggio perché, al suo interno, c’era della pericolosa propaganda politica. C’era Giovanni Bachelet, appunto, che parlava di suo padre e del concetto di perdono, a trent’anni di distanza dalla famosa preghiera per gli assassini di Vittorio durante il funerale. Dice sempre il Vangelo, utilizzando il concetto del sabato ebraico, che la legge è fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge. Il precetto vale pure per i regolamenti elettorali della Rai, il cui unico senso è impedire che la tv pubblica sposti voti da una parte o dall’altra; eppure, gli alti dirigenti che oggi ho contattato – per esprimere loro la mia incredulità e cercare di farli ragionare – mi hanno risposto che in Rai le leggi non si interpretano: si applicano. Tanto è vero che sabato prossimo, nella serata finale del Festival, il sindaco di Sanremo (di Centrodestra, perché l’ottusità non fa distinzioni) non potrà salire sul palco per consegnare il premio al vincitore. Né Giovanni Bachelet, né Maurizio Zoccarato sono candidati alle prossime elezioni: il primo è un parlamentare, e non si vota per le Politiche; il secondo è un sindaco eletto da pochissimo, dunque a Sanremo non si vota per le Amministrative. Non la tiro troppo per le lunghe e mi limito a due commenti. Il primo è che, nella società di oggi, tutto è politica e dunque tutto potenzialmente sposta voti: le canzoni di Povia (che l’anno scorso, con il gay tornato etero, erano considerate di destra e quest’anno, con Eluana, di sinistra), le puntate di Linea blu (che possono far vedere una spiaggia tenuta bene o male e dunque danno un messaggio subliminale sull’amministrazione locale), perfino il campanilismo regionale quasi leghisteggiante dei pacchi di Affari tuoi. L’unico modo per non rischiare, allora, è quello di mandare in onda il monoscopio, da qui al 28 marzo, così almeno uno sintonizza bene il digitale terrestre. La seconda considerazione riguarda un’altra metafora evangelica, quella della trave e della pagliuzza: avevo sempre creduto che il problema di un’informazione squilibrata in Italia fosse il conflitto di interessi, ma evidentemente mi sbagliavo.

Ps. Qui trovate la mia intervista su L’Unità

Un anno invano

A leggere le notizie di oggi, con il ministro Sacconi in visita alle suore di Lecco ed Ignazio Marino in piazza per una veglia laica, sembra che Eluana Englaro sia ancora lì. Invece è passato un anno e siamo noi quelli ancora lì, fermi alla lotta che spaccò l’Italia in due fazioni: visti da destra, erano il popolo della vita e quello della morte; visti da sinistra, erano i clericali ed i laici autentici. Vi ho informato più volte, nelle ultime settimane, sull’andamento della discussione sul testamento biologico: nessuno di quei post è finito nella classifica dei più letti e commentati, segno che evidentemente non c’è troppa voglia di ragionare sul tema. Ci si accontenta dell’impatto emotivo, ed allora ecco qui che oggi – nel primo anniversario dalla morte di Eluana – si ritira fuori dall’armadio il vestito di guelfo o quello di ghibellino e si ricomincia, come se in mezzo non fosse passato un anno. Come se non ci fosse stato il tempo di riflettere sull’equilibrio tra diritto di autodeterminazione e difesa della vita, tra dignità della persona e divieto di eutanasia. Invece, dall’interno posso testimoniare che nel Pd questo percorso è stato fatto: per citare un esempio concreto,  i nostri emendamenti sono molto diversi da quelli dei radicali (tutti centrati sull’autodeterminazione) e rappresentano un tentativo serio di andare oltre gli arroccamenti. Purtroppo, vi spiegavo nei giorni scorsi, ci ritroviamo a sbattere contro un muro di gomma: votano compatti contro tutto ciò che l’opposizione presenta, indipendentemente dal merito, per non darci la soddisfazione di una vittoria politica. Tra gli emendamenti bocciati, tanto per capire, ce n’è pure uno sul divieto di eutanasia (nostro) ed uno sul fatto che il rifiuto di terapie è “atto personale e non derogabile” (Buttiglione): tutta roba su cui neppure il Papa avrebbe da ridire. Ma qui siamo ben oltre il Papa, perché almeno nella Chiesa il diritto al dissenso esiste ancora: nel Pdl, invece, le poche voci dissenzienti vengono messe a tacere, impedendo loro di votare, ed alla vigilia di ogni seduta in Commissione il capogruppo si mette al telefono per rimediare 19 alzatori di mano a comando. Per alzatori di mano a comando intendo colleghi che non solo non fanno parte della Commissione, e dunque non hanno seguito il dibattito né letto i nostri emendamenti, ma che spesso durante la discussione escono addirittura dalla porta, per poi rientrare magicamente al momento del voto e mandarci sotto. In questo clima, come potete capire, non è facile cercare mediazioni intelligenti su temi delicati: anche su quello della certezza della volontà – che per me nella vicenda Englaro traballava parecchio – ci troviamo di fronte a soluzioni tagliate con l’accetta. Per non parlare dell’articolo 3, quello su alimentazione e idratazione: è lì che si annuncia la madre di tutte le battaglie. Come se quest’ultimo anno, appunto, fosse passato invano.

C’è bisogno di cattolici

Sulla Stampa di oggi, Enzo Bianchi – priore della Comunità di Bose – ha scritto una riflessione che avrei voluto scrivere io, per commentare l’invito del cardinale Bagnasco ad una nuova generazione di politici cattolici. Si intitola “C’è bisogno di cattolici in politica” e racconta, senza saperlo, molto di me, della mia storia, del mio impegno quotidiano al servizio delle istituzioni. Se avrete voglia di leggerla fino in fondo – ve ne estrapolo la parte più significativa – capirete meglio che cosa mi anima davvero.

Almeno dalla nascita della repubblica, la politica nel nostro Paese ha conosciuto la presenza attiva di cittadini cattolici che, ispirati dalla loro fede e accompagnati dalla dottrina sociale della chiesa, hanno saputo offrire un contributo determinante alla costruzione della democrazia. L’idea di un’Europa unita, la difesa dei diritti della persona, la lotta per la libertà, l’affermarsi della solidarietà sociale hanno avuto tra i loro ispiratori e propulsori convinti i laici cristiani. Soprattutto i cattolici italiani avevano la consapevolezza che la politica potesse essere «l’espressione più alta della carità», secondo la parola di Pio XI e che, quindi, fare politica fosse per loro non solo un diritto, ma soprattutto un dovere. Una consapevolezza, questa, che nasceva dall’essere cittadini, appartenenti alla societas, intesa soprattutto come communitas: in questa ottica la politica appare per il cristiano una vocazione che esclude evasioni dalla storia e propugna uno sforzo arduo e costante per calarsi sul terreno delle realtà concrete e compiere azioni che siano nello stesso tempo, come ricordava Zaccagnini, «coerenti con le ispirazioni e gli ideali e compatibili con la realtà». Forte di questa appartenenza alla polis e distinguendo tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, il cristiano opera nella società assieme agli altri cittadini, non imponendo la propria fede, ma animato e guidato da essa.
All’origine dell’impegno sociale deve essere presente un autentico interesse per la persona e la comunità, in modo che siano armonizzate autorità e libertà, iniziativa personale e solidarietà di tutto il corpo sociale, la necessaria convergenza e la feconda diversità. «Merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto», ha scritto Dag Hammarskjöld, un cristiano divenuto segretario generale dell’Onu. In questo senso, la politica per un cristiano è innanzitutto servizio alla giustizia e alla collettività: è questa la parola più eloquente per indicare il rapporto del cristiano con gli altri, a livello personale come a livello sociale. Servizio, cioè rinuncia al dominio, all’oppressione, per un atteggiamento che sa vivere il rispetto della persona e l’affermazione dei suoi diritti inalienabili fino a volere, scegliere e operare per il bene dell’altro e della comunità. Per un cristiano in politica vale il monito rivolto da Gesù ai suoi discepoli nel metterli in guardia dal comportarsi come «i dominatori delle nazioni»: «
Non sic in vobis! Non così tra voi!». Rinuncia, quindi, a comportamenti mondani che schiacciano gli altri, li strumentalizzano e in nome di una egolatria che genera solo alienazioni e schiavitù.
Ma oggi, occorre riconoscerlo con franchezza, i «cattolici» in politica – a parte qualcuno che resiste in una solitudine non sempre riconosciuta – sembrano afoni, incapaci di mostrare la loro ispirazione e di avere la fede e il vangelo come motivazione profonda del loro operare, mentre assistiamo addirittura al fenomeno di non credenti che urlano a nome dei cattolici. Gli ultimi due decenni, soprattutto, hanno visto una sempre minor influenza dei cristiani e una crescita dell’afasia fino quasi all’irrilevanza di quanti, pur presenti nei vari partiti, non sanno farsi ascoltare. Si tratta di una perdita per tutta la società: mancando il contributo dei cattolici si rischia di leggere la politica, anche dopo la fine delle ideologie e a prescindere da qualsiasi degenerazione, soltanto come amministrazione tecnico-economica.

Chi avesse voglia e tempo si vada a leggere, ora, una mia riflessione pubblicata da Formiche un annetto e mezzo fa: capirete poi perché uno si deprime, quando vede che ormai la difesa dei valori cristiani – espressione che mi piace poco, ma tant’è – è staata appaltata definitivamente agli atei devoti.

La sfida plurale

Vuoi vedere che alla fine i veri liberali siamo noi? Il dubbio mi è venuto ieri pomeriggio, in Commissione Affari Sociali, quando ho visto il comportamento del Pdl contro l’unico dissidente coraggioso. Non che i dissidenti manchino, pure da quella parte, ma è l’aggettivo che difetta: lo avevo già sperimentato sulla mia pelle, raccogliendo le firme per la cittadinanza, e lo sto verificando anche nei lavori sul testamento biologico. Dove ho visto con i miei occhi un parlamentare della maggioranza, per giunta addetto ai lavori, votare contro un emendamento su cui privatamente si era detto d’accordo. In questo contesto, Benedetto Della Vedova è davvero una mosca bianca: senza aspettare il voto segreto dell’Aula – quando il dissenso non avrà più bisogno del coraggio – si è imbarcato in una sorta di battaglia culturale, solo contro tutti, per dimostrare che il Pdl può essere davvero una forza politica plurale. D’altra parte, era stato lo stesso Berlusconi, un anno fa, a parlare di “un partito anarchico, perché su questioni di etica e morale, ad esempio, noi lasciamo la libertà di coscienza in tutte le situazioni”. E Benedetto gli aveva creduto, spiegando che il pluralismo è nel dna dei liberali, ricordando che tra i popolari europei le posizioni sui temi etici sono discordanti, prendendo atto con soddisfazione della linea prudente adottata dal suo leader, nel “rispetto dell’autonomia della coscienza dei singoli”. Ma Berlusconi scherzava, ed il mio collega non lo sapeva. Non sapeva che un anno dopo, al momento di votare gli emendamenti sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, quel partito liberale gli avrebbe impedito di farlo, negandogli il diritto sacrosanto di sostituire in Commissione un collega assente. Faccio un passo indietro, per chi è meno addentro alle regole parlamentari: se non sei membro di una Commissione, puoi partecipare comunque ai lavori e puoi anche votare in sostituzione di un collega assente: l’importante è che non si alteri l’equilibrio numerico tra i gruppi. Rocco Buttiglione, per esempio, non fa parte della Commissione Affari Sociali, ma siccome è interessato al testamento biologico sta partecipando a tutta la discussione, sostituendo il suo collega De Poli. E così anche Della Vedova, che ieri pomeriggio si era presentato al dibattito sugli emendamenti, come le altre volte, solo che stavolta si entrava in un terreno scivoloso (quello delle dat, appunto, dopo aver parlato nelle settimane scorse dei principî generali e del consenso informato) e quindi il suo capogruppo gli ha detto di no: al suo posto, era stato chiamato un collega che non aveva seguito un minuto della discussione precedente, ma che – a differenza di Benedetto – era bravissimo ad alzare la mano a comando. Il capogruppo del Pdl in Affari Sociali, lo dico per inciso, è il socialista Lucio Barani: non un cattolico conclamato, ma un craxiano di ferro, col garofano rosso sempre all’occhiello e con la missione dichiarata di evitare sorprese alla linea ufficiale del partito. Mi sono guardato intorno ed ho visto, nel Pd, facce molto diverse dalla mia. Comprese quella di Paola Binetti e Maria Antonietta Coscioni, la mia coppia preferita: una coppia a rischio, per carità, ma la sua stessa esistenza è già una vittoria, perché non riesco a concepire il Pd se non come un partito plurale. E se i veri liberali, alla fine, fossimo davvero noi, a me non dispiacerebbe per niente.

Tre indizi e una prova

Tre indizi fanno una prova. E per tre volte, nel giro di poche ore, sono stato attaccato personalmente in altrettante controversie politiche: tre problemi diversi (il testamento biologico, la deportazione dei rom dal Casilino 900, la macellazione dei cavalli), tre interlocutori diversi (un deputato leghista, un senatore Pdl, un giornalista del Foglio), tre attacchi in fotocopia. Tutti centrati sul mio passato televisivo, come se fosse una colpa.

Primo atto. Nella discussione sul testamento biologico, vi dicevo l’altro giorno, siamo al muro contro muro: basta che un emendamento contenga una parola problematica (volontà, autodeterminazione, articolo 32, invasivo…) e la maggioranza lo boccia. Così sono intervenuto per protestare, chiedendo al Centrodestra di fare chiarezza: se avevano intenzione di bocciarci ogni proposta indipendentemente dal merito, potevano dircelo subito ed avremmo risparmiato tempo. Al che, Massimo Polledri – il deputato leghista di cui sopra – mi ha risposto che del tema non capisco nulla, visto che vengo dai telequiz, e che probabilmente avevo nostalgia di ritornarci. Diversi esponenti della maggioranza (e pure il rappresentante del governo) sono venuti a chiedermi scusa, anche se non c’entravano nulla, ma io l’ho presa ironicamente: il giorno dopo, ho fatto arrivare in Aula a Polledri il mio curriculum, con un biglietto in cui gli chiedevo scusa per non averlo aggiornato con i telequiz.

Secondo atto. Ieri vi ho parlato del caso rom, in seguito al quale la comunità di Sant’Egidio ha abbandonato il tavolo con il Comune di Roma. In un comunicato stampa, lo definivo “un’operazione a casaccio”, che – citavo testualmente le critiche di Sant’Egidio – mandava all’aria anni di piccoli e grandi passi verso l’integrazione. E qui si è mobilitato Domenico Gramazio, senatore Pdl: Sarubbi, “volto televisivo prestato alla politica”, è “convinto di fare televisione e di essere il protagonista di una fiction”, mentre “parla di cose che non conosce”.

Riassumendo: non ci capisco niente di testamento biologico, perché vengo dalla tv, e non ci capisco niente neppure di nomadi, perché vengo dalla tv. Ma non è ancora finita.

Terzo atto. Come sapete, sono vegetariano. E per questo motivo sono stato tirato in ballo in un articolo del teocon Camillo Langone (quello che sul Foglio dà le pagelle alle Messe, e che in un libro cercava di convincere le ragazze sulla necessità di predicare bene e razzolare male) dal titolo significativo: “Com’è buono il cavallo”. Il passaggio che mi riguarda merita di essere citato per intero:

“Il democratico Andrea Sarubbi è uno dei pochissimi ministri del dio Equus non provenienti dal centro-destra. È un piacevole e pettinatissimo esemplare di clericale romano, allievo dei gesuiti che non sono riusciti a ficcargli in testa il Vangelo ma che gli hanno concesso il patentino di cattolico innocuo, indispensabile per entrare prima a Radio Vaticana e poi a Raiuno dove ha condotto la rubrica A sua immagine, una trasmissione che non ha mai convertito nessuno, l’equivalente televisivo di un brodo fatto col dado. A forza di andare in onda Sarubbi ha perso quel poco di fede, e adesso anziché credere in san Paolo caduto da cavallo crede nel cavallo”.

Tre indizi, dicevo, fanno una prova: la prova, probabilmente, che sto cominciando a dare fastidio.

Parole vietate

Non so se conoscete un gioco che ai miei tempi era da tavolo, e si chiamava “Taboo”. Oggi quel format ha pure una versione per iPhone, che si chiama “Parole vietate”. Peschi una carta, con la parola da far indovinare al tuo compagno di squadra, e ti devi dar da fare per suggerirgliela; il problema è che non puoi nominarne alcune molto attinenti, se no hai perso. Ti capita “mentina”? Non puoi dire “alito”, “fresca”, “piccola”, “masticare”, “sciogliere”, “confezione”. Hai pescato “colbacco”? Non puoi dire “cappello”, “copricapo”, “russo”, “pelliccia”, “caldo”. Nella legge sul testamento biologico, ho detto in Commissione, sta accadendo una cosa simile: si vuole fare un testo sulle dichiarazioni anticipate di trattamento ma non si possono utilizzare le parole “volontà”, “autodeterminazione”, “invasivo”, “articolo 32” e così via. Attenzione: come molti di voi sanno, io non sono un ultrà dell’autodeterminazione e ritengo che i suoi confini debbano essere chiari, per evitare di aprire all’eutanasia. Ma qui è sufficiente scrivere la parola in un emendamento per farlo bocciare: tanto che ad un certo punto ho chiesto al relatore di dirci in anticipo se voleva rimandare tutto il confronto al voto segreto dell’Aula, così potevamo metterci l’anima in pace ed occupare il tempo in maniera più utile. E qui si è scatenato il leghista Polledri, attaccandomi personalmente, ma preferisco parlarvene a parte, nei prossimi giorni, per non perdere il filo.  Anche questa settimana, dunque, ci hanno bocciato tutto: non solo ai pericolosi laicisti, nelle cui fila credo di essere stato arruolato anch’io, ma pure a Paola Binetti e Rocco Buttiglione. La prima voleva aggiungere nel testo la garanzia delle cure palliative per tutti, il secondo voleva scrivere che il medico è tenuto darti la morfina anche se questa ha l’effetto inintenzionale di provocare la tua morte. Il che è sempre accaduto e sempre accadrà, ma evidentemente non lo si può scrivere su una legge. Il muro di gomma è così respingente che vengono bocciati emendamenti come questo, presentato da tutto il gruppo del Pd in Affari sociali:

Ogni trattamento medico e sanitario di carattere preventivo, diagnostico, terapeutico e riabilitativo, se condotto secondo perizia, diligenza e prudenza è sempre diretto alla tutela della salute e della vita della persona. Nel rispetto del principio di autodeterminazione, salvo i casi previsti dalla legge, ogni trattamento medico e sanitario è attivato previo consenso informato, esplicito ed attuale del paziente prestato in modo libero e consapevole.

L’ospite indesiderato, in questo caso, è il richiamo (per quanto mitigato) al principio di autodeterminazione. Ma ogni volta ce n’è una, e pure quando potremmo vincere ci facciamo degli autogol: l’emendamento di cui sopra, per esempio, non è passato per un solo voto, e purtroppo erano assenti – come sempre – i due rappresentanti dell’Idv (Mura e Palagiano). Oppure, a causa di veti incrociati, può accadere l’inverosimile, come è successo su un emendamento dell’Udc che si opponeva a “trattamenti terapeutici non proporzionati, futili o inutilmente invasivi”, per poi ricordare che il medico “non ha l’obbligo di contrastare e ritardare ad ogni costo l’esito finale della malattia, ma piuttosto, nel rispetto del miglior interesse del paziente, ha il compito di accompagnarlo e assisterlo verso la sua fine naturale”. Una proposta laica ed equilibrata, di certo migliorativa rispetto al testo Calabrò, ma che i radicali non hanno votato, perché – hanno spiegato candidamente – un emendamento di Buttiglione “non va votato, a priori”. A volte, poi, il muro di gomma ha anche un effetto comico: come quando volevano respingere la nostra richiesta di mettere sul sito internet del ministero le informazioni sulla possibilità di firmare una dichiarazione anticipata di trattamento. L’abbiamo presa a ridere, ottenendo una grande vittoria politica: l’emendamento è stato accantonato e se ne riparlerà a suo tempo. Ma non chiedetemi quando, perché non ne ho idea: se andiamo avanti così piano, non prima dell’autunno.