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Special guest

Tanto tuonò che piovve: con la canonica intervista al Corriere della Sera, che si conferma il bollettino ufficiale delle nostre partenze, Paola Binetti annuncia oggi il suo addio al Pd per l’Udc. Sull’addio al Pd, i bookmakers avevano chiuso le scommesse da tempo; sull’entrata nell’Udc, mi dispiace non essermi giocato qualche euro nei giorni scorsi, perché c’era ancora chi credeva che andasse con Rutelli. Io no, non ci ho mai creduto, perché per un profilo come il suo sarebbe stata una fatica inutile: andare nell’Api – che per necessità e per virtù nasce  pluralista – significava rimettersi a combattere per affermare l’identità cattolica pure lì dentro. Con la Lanzillotta anziché con la Pollastrini, ma sempre battaglia era. Nell’Udc, invece, Paola Binetti si può mettere finalmente in pantofole: più o meno lo stesso ragionamento che facevo tempo fa, parlando di Dorina Bianchi. Ecco perché, stavolta, non leggerete il mio solito pianto greco sull’irrilevanza del filone culturale cristiano nella costruzione politica del Pd: perché l’addio della Binetti, in realtà, l’avevo metabolizzato già da tempo, prima ancora che avvenisse. Da un lato, vedevo la sua sofferenza; dall’altro, constatavo l’insofferenza degli altri: non c’era scampo, davvero, e lo sapevamo tutti. Anche lei, che però – e questo gliel’ho rimproverato anche personalmente – ha insistito un po’ troppo sul vado-non-vado, beneficiando magari per qualche tempo di una rendita di posizione personale sui giornali ma non aiutando certo il Pd e neppure quelli di noi che, diversamente da lei, avevano deciso di continuare a combattere dal di dentro. A Paola Binetti devo molto, perché la mia candidatura è passata anche attraverso lei: fu proprio lei – che avevo avuto più volte ospite in Rai – a parlarne la prima volta con Francesco Rutelli, il quale a sua volta mi propose a Veltroni, che accettò. La sua partenza, dunque, mi pone più di un problema personale, perché istintivamente mi viene da pensare che uno di noi (forse lei, forse io)  stia oggi dalla parte sbagliata: o io sbaglio a restare, perché il destino della componente cattolica nel Pd è ormai segnato, oppure lei sbaglia ad andare via, perché rinuncia ad una sfida cruciale e si mette, appunto, le pantofole. Può darsi pure, però, che abbiamo ragione entrambi: su alcune questioni – dall’omofobia ai Dico, per dirne due – abbiamo infatti sensibilità diverse e non per questo uno dei due si sente più cristiano dell’altro. Nell’intervista di addio, Paola Binetti esagera su alcune cose (la locomotiva del Pd lasciata a Pannella) ma dice la verità su altre, perché è vero che oggi nel partito c’è la tendenza a considerare la cultura cattolica alla pari di quella radicale, nonostante i radicali non abbiano contribuito alla formazione del Pd e soprattutto non intendano farne parte, preferendo il ruolo di special guest. Il giorno in cui mi accorgessi che la situazione è irrimediabilmente ribaltata, con la cultura radical-libertaria a fare da collante e la presenza cristiana ridotta al ruolo di special guest, preparatemi un manifesto come questo qui sopra.

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Zitti tutti, tranne uno

Non so se parlare anch’io di bavaglio all’informazione, ma di certo la decisione di irreggimentare i talk show politici nell’ultimo mese di campagna elettorale pone qualche problema serio. Il radicale Marco Beltrandi, relatore del provvedimento, ha provato a convincermi che si tratta di una decisione giusta e mi ha ribadito che niente viene cancellato: se Ballarò vuole continuare a parlare di crisi economica, ad esempio, può farlo invitando i protagonisti del settore, dagli industriali ai consumatori, dall’operaio al datore di lavoro, dal commercialista al disoccupato, dall’evasore fiscale incappucciato al parroco che paga le bollette della luce per le famiglie povere. Pure Emma Bonino ieri sera minimizzava, durante la puntata di Annozero, ma la realtà non ha bisogno di molte interpretazioni: chi d’ora in poi inviterà politici dovrà adeguarsi alle regole rigide delle tribune elettorali, che vanno dal contingentamento dei tempi all’inquadratura solo di chi parla (senza smorfie altrui), dall’assenza di applausi alla rotazione di tutte le forze politiche secondo criteri precisi. A me sembra che l’idea sia, con rispetto parlando, una tipica idea radicale: fermissima sui principi, ispirata all’onestà ed alla trasparenza, incontestabile in un mondo perfetto ed in un Paese diverso dall’Italia. Il problema principale, da noi, si chiama conflitto di interessi: la Commissione di vigilanza ha infatti potere solo sul servizio pubblico, mentre nulla può sulle tv private. Che purtroppo, qui da noi, hanno un unico proprietario. E togliere i talk show sulla Rai senza toglierli a Mediaset non mi pare un’idea geniale per garantire quell’equilibrio informativo che la par condicio richiederebbe: sulle reti pubbliche si va con il cronometro, gli ospiti a rotazione e le inquadrature fisse; su quelle del premier, invece, si fa un po’ come si vuole, a meno che non intervenga l’Agenzia per le comunicazioni. Siccome l’Agcom di solito abbaia parecchio e morde poco, e siccome Berlusconi straborda già di suo, possiamo capire tutti come andrà a finire. C’è un altro aspetto, poi, che diversi esperti del settore sottolineano: vuoi per il disinteresse generale verso i contenuti, vuoi per la spettacolarizzazione della politica e lo scivolamento dell’informazione nell’infotainment, obbligare la Rai alle tribune politiche in prima serata significa far crollare gli ascolti e dunque la pubblicità. Un altro favore a Mediaset, insomma, e stavolta dal punto di vista economico. I motivi per cui i deputati di Centrodestra abbiano votato una misura del genere, allora, sono facilmente comprensibili; volendo se ne trova anche un altro, che deriva da un calcolo politico: fermare Annozero, Ballarò e In mezz’ora, secondo loro, valeva bene il sacrificio di Porta a porta (che va sempre in seconda serata e dedica una puntata su tre a temi leggeri) ed il nuovo approfondimento di Paragone (che vedono in pochi). Si capisce anche l’atteggiamento dell’Udc, che – per tenere caldo il forno di destra – ha deciso di non uscire dalla Commissione insieme a noi, in modo da garantire il numero legale: poi, a cose fatte, Casini ha detto che si trattava di un provvedimento liberticida, tanto per non far raffreddare troppo il forno di sinistra. Resta da capire perché i radicali si siano prestati a questo gioco: un po’ è certamente per quell’atteggiamento più idealistico che pragmatico di cui parlavo sopra, un po’ per far pagare al Pd il sostegno alla decisione di escludere dagli spazi televisivi, nella prima fase della campagna elettorale, tutti i partiti minori tranne la Destra di Storace. Continuiamo a farci del male.

Torno subito

Ho messo il vestito nero, quello che uso per i voti di fiducia, per assistere alla morte di un altro pezzetto di democrazia. Con i voti della maggioranza e l’astensione dell’Udc, la Camera ha infatti stabilito che per il capo del governo vale l’autocertificazione: bastano due righe (“Scusate, oggi sono legittimamente impedito”) e salta l’udienza in tribunale. Altre due domani (“Scusate ancora, pure oggi non posso”), altre due dopodomani (“Vi chiedo perdono, ma è proprio un momentaccio”), e così via, usque ad libitum, fino a quando Silvio Berlusconi siederà a Palazzo Chigi. Così, dice la legge, potrà svolgere serenamente le sue funzioni, senza il fastidio di vedere ogni volta quelle toghe rosse e quella frase nei tribunali (“La legge è uguale per tutti”) che lo metteva di cattivo umore. È stata una giornata lunga, segnata dai rapporti di forza tra chi ha vinto le elezioni e chi le ha perse: contro la matematica c’è poco da fare, e così non abbiamo toccato palla: sotto di 110 quando l’Udc votava con loro, di una trentina quando votava con noi. Ma quando abbiamo chiesto il voto segreto, a fine mattinata, le distanze si sono ridotte: appena 14 voti di differenza, con parecchi franchi tiratori nella maggioranza e Berlusconi letteralmente salvato dalle 15 luci accese nei banchi del suo governo. E pure questo conflitto di interessi va sottolineato, perché in Aula – dove non mettono piede quasi mai, talvolta neppure per rispondere alle interpellanze urgenti – c’erano ministri chiamati a votare una legge che avrebbe bloccato eventuali processi a loro carico: neppure la decenza di astenersi, come ha fatto notare il nostro Furio Colombo nel dibattito. L’Udc – che ieri aveva paragonato questa legge ad un ponte tibetano, stretto e ballerino, per arrivare alle riforme – si è vista infatti stravolgere la proposta iniziale di un salvacondotto per il premier, trovandosi di fronte ad una sorta di immunità allargata a tutti i ministri e per giunta reintrodotta clandestinamente: se proprio immunità doveva essere, allora bisognava passare per una legge costituzionale e dunque, con ogni probabilità, per un nuovo referendum che l’avrebbe bocciata. Ma alla fine Casini ha mandato giù il boccone: ufficialmente, per evitare che venisse stravolta la giustizia con il processo breve; in realtà, per evitare di mandare a monte l’alleanza con il Pdl in tutte le regioni del Centrosud. Tra la spregiudicatezza dell’Udc e la demagogia dell’Idv (culminata nell’intervento finale di Di Pietro, che ha definito l’Italia un “Paese barbaro e dittatoriale” e Berlusconi “il peggior capo del governo della storia repubblicana”, mentre i suoi urlavano “buffone” a Cicchitto), Pierluigi Bersani ha brillato come un diamante. Alla casalinga di Voghera, che lo stava guardando in diretta tv, ha spiegato che l’Italia continuerà ad avere i problemi di prima, a cominciare dalla crisi economica, ma almeno d’ora in poi Berlusconi sarà più tranquillo, perché  “in tribunale ci andranno quelli che possono consentirsi un po’ di nervoso”.

P.S. Non potendoli battere con i numeri, ci siamo tolti qualche soddisfazione con l’ironia. Siccome è il governo ad autocertificare le ragioni istituzionali del proprio legittimo impedimento, abbiamo presentato un centinaio di ordini del giorno in cui impegnavamo Berlusconi ed i suoi ministri a non avanzare le scuse di convegni, eventi mondani e sagre paesane. Non è legittimo impedimento, abbiamo scritto testualmente, la partecipazione del presidente del Consiglio e dei suoi ministri ai seguenti eventi: la festa del Santissimo crocifisso di Monreale (PA), la giostra cavalleresca  dei Paternò a San Gregorio (CT), la festa di San Corrado a Noto, la regata storica di Santa Lucia a Siracusa, la sagra dell’agnolotto e del canestrello a Polonghera (CN), la sagra del polentonissimo a Monastero Bormida (AT), la fiera degli uccelli a Sacile (PN), la festa di San Marco e Fortajada a Pordenone, il Rogo della vecia sempre a Pordenone, la sagra dello spiedino a Castello d’Agogna (PV), la sagra del Biligòcc ad Albino (BG), l’expo di Ischia, la disfida del soffritto di maiale a Flumeri (AV), la festa nazionale dei popoli padani, il panettone party a Borbona (RI), la sagra della lumaca a Valmontone (RM), la festa dei fagioli con le cotiche a Sant’Angelo Romano (RM), il Palio dei mussi di Teglio Veneto (firmato da me), la sagra delle fave con pecorino a Filacciano (RM), la Mondo sapori fiera a Mussolente (VI), la Fiera di mezza quaresima di Sant’Agata Feltria (RN), la Scuola di formazione del Popolo della libertà, l’inaugurazione del Salone del ciclo di Milano-Eicma, le feste provinciali della Lega nord, la Festa della libertà a Pietrelcina (BN), la presentazione dei libri, i convegni del Popolo della libertà sul Mezzogiorno, la festa della zucca, le conferenze stampa per illustrare i risultati della digitalizzazione della giustizia, l’inaugurazione di nuove sedi del partito della Lega nord, l’inaugurazione di nuove sedi del partito Popolo della Libertà, la consegna dei premi “Consumatori oggi”, la consegna del premio “Amico della famiglia”, l’eventuale ripetizione del seminario “Uomini in divisa nel Pdl – per dare più forza alle nostre idee”, la presentazione di nuovi patti per la sicurezza, la cerimonia di inaugurazione di Milano Unica (salone italiano del tessile), la festa di Atreju, l’inaugurazione di Com-Pa (salone europeo della comunicazione pubblica dei servizi al cittadino ed alle imprese), il Meeting musicale degli indipendenti, la sagra della strazzata di Avigliano (PZ), il Fiuggi family festival, la Giornata nazionale di promozione della rete dei partner, il Meeting per l’amicizia tra i popoli, l’evento Cortina incontra, la manifestazione Vinitaly, la festa del Villaggio cimbro, il Meeting mondiale dei giovani, la Festa europea della musica, la festa del radicchio rosso di Dosson, la sagra della lingua del Santo a Zeminiana di Massanzago, la festa del ciclamino a Fontanelle di Conco (VI), la manifestazione Corritalia-insieme per i beni culturali ambientali, la festa Ambiente e caccia a Granarolo Faentino (RA), la manifestazione Degusta e Degusta junior “Le ricette della prossima stagione” di Villa Bassi a Borgo Panigale (BO), la Mexpo a Busto Arsizio, l’Agrivarese sempre a Busto Arsizio, le iniziative per sostenere l’abolizione dello zoo di Roma, le iniziative per lanciare le giornate anticorrida, il trasporto della macchina di Santa Rosa a Viterbo, la sagra del carciofo di  Cerda (PA), la sagra dello stinco di maiale ad Offida (AP), il porco festival del borgo antico di Rotella (AP), il salone della pesca sportiva a Bologna, la rassegna cinofila di Ancona, la presentazione internazionale di abiti da sposa e da cerimonia a Milano, il salone internazionale della pellicceria e della pelle sempre a Milano, la fiera vintage “La Moda che vive due volte” a Forlì, la sagra gastronomica di Castelspina (AL), le giornate del riso a Jolanda di Savoia (FE), la festa della fame e della sete a Filattiera (MS), i festeggiamenti di San Giovanni Battista a Settimo di Cinto Caomaggiore (VE), il carnevale di Decima a San Matteo della Decima (BO), la manifestazione “Ciccioli in piasa, le terme del colesterolo” a San Martino in Rio (RE), il festival del tartufo vero dei monti Sibillini a Montefortino (AP), la festa della Madonna della Speranza a Castelletta (AN), la festa di Sant’Antonio a Villeneuve (AO), la festa di San Vitale a San Salvo (CH), la festa della sfogliatella a Lama dei Peligni (CH), la sagra della piè fritta a Fontanelice (BO), la sagra del brasadè a Borgo Priolo (PV), la fiera dell’artigianato di San Cataldo (CL), la sagra della polenta di Rocca Priora (RM), l’inaugurazione di club “Silvio ci manchi”, la sagra del pecorino pepato a Castel di Judica (CT), la sagra del mucco nel porto peschereccio di Portopalo di Capo Passero (SR), la sagra dell’agnello pasquale a Favara (AG), la sagra della frittella ad Isnello (PA), la cerimonia del prelievo dell’acqua del Po della Lega nord, la festa di San Biagio a Militello Rosmarino (ME), la festa della Candelora di Cefalù (PA), la festa della Madonna del soccorso di Sciacca (AG), la festa di Sant’Agata a Catania, la sagra della ricotta a Sant’Angelo Muxaro (AG); la sagra della sfincia a Montelepre (PA), la Mandorlara – sagra del mandorlo a Tavola sempre a Montelepre (PA), la sagra del tarocco a Francofonte (SR), la sagra della salsiccia a Chiaromonte Gulfi (RG), la sagra delle panelle e crocchette a Ciminna (PA). Li ho copiati uno per uno, ma ne valeva la pena.

L’Italia può attendere

Undici ministri schierati nei banchi del governo, sottosegretari a profusione in tutta l’Aula: nel giorno del legittimo impedimento Palazzo Chigi chiude per ferie, perché quando c’è da salvare il premier l’Italia può attendere. Può attendere la riforma della giustizia, “quella vera”, invocata da Enrico Letta. Possono attendere gli operai dell’Alcoa, citati da Michele Ventura. E Roberto Zaccaria fotografa bene il momento: sembra di stare in tempo di guerra, o forse anche peggio, perché “’neanche in tempo di guerra è prevista la sospensione della costituzione”. Il dibattito è lungo ed appassionato, ma i numeri sono impietosi: nonostante il Pd sia al completo, le nostre pregiudiziali di costituzionalità – che avrebbero potuto bloccare l’esame della legge, come fu purtroppo per l’omofobia – vengono bocciate con 105 voti di scarto (343 a 238), grazie alle truppe cammellate di Pdl e Lega. In loro soccorso va anche l’Udc, con una trentina di voti ininfluenti, in nome di una realpolitik definita ufficialmente “operazione di trasparenza” :

MICHELE GIUSEPPE VIETTI. (…) La difficoltà di gestione da parte del Presidente del Consiglio dei suoi processi viene invocata come un alibi permanente per non mettere mano ad una riforma organica della giustizia, e la mancata riforma organica della giustizia viene invocata come alibi per non fare le complessive riforme costituzionali di cui pure tutti dicono il nostro Paese abbia bisogno. Noi abbiamo preso un’iniziativa chiara, diretta ed esplicita: rimuoviamo l’impedimento del Presidente del Consiglio rispetto ai suoi processi.

Proprio tra noi e l’Udc avviene uno scontro piuttosto aspro, nel giro di due minuti. Dopo una serie di accuse (nostre e dell’Idv) al provvedimento in esame, prende la parola Casini e smentisce Vietti: il legittimo impedimento – cerca di spiegare – non è una norma concepita per la persona di Silvio Berlusconi, ma per la carica da lui ricoperta. È in sostanza, spiega, una pezza a quel buco lasciato dall’abolizione dell’immunità parlamentare, che sbilancia troppo il rapporto tra politica e giustizia in favore della seconda. Ribatte al volo Franceschini:

DARIO FRANCESCHINI. (…) È vero che in molti ordinamenti, compreso il nostro, esistono delle norme – diverse da Paese a Paese e anche nella storia del nostro ordinamento giuridico – che stabiliscono criteri diversi per tutelare chi ricopre funzioni pubbliche, a cominciare dall’immunità parlamentare, da delle norme che esistono per tutelare lo svolgimento di funzioni pubbliche. L’anomalia – onorevole Casini, lei lo sa benissimo – sta nel fatto che non stiamo stabilendo una norma per il futuro per chiunque assumerà incarichi pubblici, ma stiamo approvando una norma, come molte altre in passato, per bloccare processi specifici già in corso! Questa è l’anomalia e la violazione che lei finge di non capire (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

Sull’equilibrio dei rapporti tra politica e giustizia ci sarebbe parecchio da dire e da scrivere. Non è un tema campato in aria, ma il problema è che il dibattito (anche quello pubblico, tra gli elettori) è rimasto fermo ai tempi di Mani Pulite, con i berlusconiani che pensano di essere Craxi e Di Pietro che crede di essere ancora un pubblico ministero. Per fugare ogni dubbio, noi abbiamo presentato un emendamento rivoluzionario, dal titolo “Priorità assoluta ai processi penali a carico di membri del Parlamento”: se davvero vogliamo garantire a tutti i parlamentari (premier compreso, naturalmente) il libero ed ordinato svolgimento del mandato, evitando il rischio di persecuzioni giudiziarie, allora facciamo in modo che ognuno possa dimostrare al più presto la propria innocenza, anziché essere trascinato per anni in processi pretestuosi. Bastavano poche parole, per risolvere la questione:

Al fine di garantire il libero e ordinato esercizio delle prerogative e competenze connesse all’esercizio del mandato parlamentare, ai sensi degli articoli 67 e 68 della Costituzione, la presente legge riconosce priorità assolta ai procedimenti penali a carico di membri delle Camere, in sede di formazione dei ruoli di udienza e trattazione dei processi.

Il presidente del Consiglio è un parlamentare, tutti i ministri del suo governo lo sono. Eppure, la proposta è stata dichiarata inammissibile, in quanto “estranea rispetto agli argomenti già considerati nel testo”. Ci eravamo dimenticati di specificare che il presente emendamento non si applicava – cito Sebastiano Messina – ai “nati il 29 settembre 1936, in possesso del cellulare di Noemi Letizia e del conto cifrato dell’avvocato Mills”.

Prendere o lasciare

Avevamo scherzato, abbiate pazienza. Mentre in Umbria, nelle ultime 48 ore, l’unico candidato esistente è stato affiancato da altri due, in Campania è accaduto l’esatto contrario: gli altri due si sono fatti da parte (uno ritirando la propria candidatura, l’altro non presentandola proprio) e ne è rimasto in ballo uno solo, dunque le primarie non si faranno. La tentazione sarebbe di dedicare questo post alla dietrologia, spiegandovi perché il candidato bassoliniano si è tolto di mezzo lasciando campo libero all’avversario di Bassolino, ma ho una concezione così alta della politica che mi sentirei di perdere tempo e, soprattutto, di farlo perdere a voi. Mi limito dunque ai fatti, ed i fatti dicono che il candidato del Pd alla Regione Campania è il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca. Prendere o lasciare. De Luca, in realtà, non è soltanto il candidato del Pd: lo sostengono anche rutelliani e Verdi, mentre l’Udc sembra più interessata a strappare al Centrodestra la promessa dell’assessorato alla Sanità e l’Idv – che certo in Campania non può dare lezioni di moralità a nessuno – si rifiuta di appoggiarlo per i processi in corso a suo carico. Anche su questo argomento ci sarebbe da aprire un bel capitolo, ma vi rimando al video qui sopra, in cui è lo stesso De Luca a spiegare lo stato dell’arte. Ora toccherà avviare una difficile trattativa con gli alleati – che hanno rinunciato anche loro a partecipare alle primarie di coalizione: la paura di perdere fa brutti scherzi – ed un confronto, ancora più difficile, con i bassoliniani, che allo stato attuale delle cose preferirebbero farsi tagliare un dito piuttosto che mettere la croce sul nome di colui che, in questi anni, non ha risparmiato critiche impietose al governatore. Ieri, nella sua prima uscita pubblica da candidato del Pd, De Luca ha cercato di ricucire almeno sul piano personale, ricordando che Bassolino è stato il protagonista del Rinascimento napoletano, ma nella sua analisi politica della gestione attuale non ci è andato leggero. Come quando ha detto di voler “riportare i primari in sala operatoria, togliendoli dalle sale d’attesa dei partiti”, o quando ha ricordato che una Regione “deve fare leggi e programmare e non preoccuparsi di dare i contributi alle Pro Loco”, oppure quando si è impegnato a “sfruttare ogni euro dell’Unione europea non per i marciapiedi, ma per grandi macroprogetti”. E poi giù mazzate contro il clientelismo, la “cultura della raccomandazione”, la latitanza delle istituzioni “nelle zone a nord di Napoli e della provincia di Caserta, dove dopo le 19 è in vigore il coprifuoco”. De Luca ha un linguaggio duro, para-leghista, e ieri ad un certo punto – quando ha annunciato di voler “premiare le eccellenze e perseguitare i fannulloni” – sembrava di sentir parlare Brunetta; è quanto di più distante dalla concezione comune del politico campano (figura mitologica che la gente spesso assimila, per dire, a Mastella), e proprio questo è secondo me il suo punto di forza. Se il Pdl ha scelto Caldoro, perché aveva bisogno di un candidato che non disturbasse il trend elettorale crescente, noi per la ragione opposta dovevamo puntare su un uomo di rottura profonda. Vincenzo De Luca lo è – se mi consentite, paradossalmente lo è ancor più di Caldoro, ex ministro socialista del terzo governo Berlusconi – e di certo saprà riportare al voto tanti nostri elettori delusi. Se i suoi avversari interni sapranno dimostrare maturità, non remandogli contro, e se l’Idv – dopo qualche seduta di autoanalisi – capirà finalmente cosa vuole dalla vita, l’inverosimile potrebbe accadere. Sul serio.

Parole vietate

Non so se conoscete un gioco che ai miei tempi era da tavolo, e si chiamava “Taboo”. Oggi quel format ha pure una versione per iPhone, che si chiama “Parole vietate”. Peschi una carta, con la parola da far indovinare al tuo compagno di squadra, e ti devi dar da fare per suggerirgliela; il problema è che non puoi nominarne alcune molto attinenti, se no hai perso. Ti capita “mentina”? Non puoi dire “alito”, “fresca”, “piccola”, “masticare”, “sciogliere”, “confezione”. Hai pescato “colbacco”? Non puoi dire “cappello”, “copricapo”, “russo”, “pelliccia”, “caldo”. Nella legge sul testamento biologico, ho detto in Commissione, sta accadendo una cosa simile: si vuole fare un testo sulle dichiarazioni anticipate di trattamento ma non si possono utilizzare le parole “volontà”, “autodeterminazione”, “invasivo”, “articolo 32” e così via. Attenzione: come molti di voi sanno, io non sono un ultrà dell’autodeterminazione e ritengo che i suoi confini debbano essere chiari, per evitare di aprire all’eutanasia. Ma qui è sufficiente scrivere la parola in un emendamento per farlo bocciare: tanto che ad un certo punto ho chiesto al relatore di dirci in anticipo se voleva rimandare tutto il confronto al voto segreto dell’Aula, così potevamo metterci l’anima in pace ed occupare il tempo in maniera più utile. E qui si è scatenato il leghista Polledri, attaccandomi personalmente, ma preferisco parlarvene a parte, nei prossimi giorni, per non perdere il filo.  Anche questa settimana, dunque, ci hanno bocciato tutto: non solo ai pericolosi laicisti, nelle cui fila credo di essere stato arruolato anch’io, ma pure a Paola Binetti e Rocco Buttiglione. La prima voleva aggiungere nel testo la garanzia delle cure palliative per tutti, il secondo voleva scrivere che il medico è tenuto darti la morfina anche se questa ha l’effetto inintenzionale di provocare la tua morte. Il che è sempre accaduto e sempre accadrà, ma evidentemente non lo si può scrivere su una legge. Il muro di gomma è così respingente che vengono bocciati emendamenti come questo, presentato da tutto il gruppo del Pd in Affari sociali:

Ogni trattamento medico e sanitario di carattere preventivo, diagnostico, terapeutico e riabilitativo, se condotto secondo perizia, diligenza e prudenza è sempre diretto alla tutela della salute e della vita della persona. Nel rispetto del principio di autodeterminazione, salvo i casi previsti dalla legge, ogni trattamento medico e sanitario è attivato previo consenso informato, esplicito ed attuale del paziente prestato in modo libero e consapevole.

L’ospite indesiderato, in questo caso, è il richiamo (per quanto mitigato) al principio di autodeterminazione. Ma ogni volta ce n’è una, e pure quando potremmo vincere ci facciamo degli autogol: l’emendamento di cui sopra, per esempio, non è passato per un solo voto, e purtroppo erano assenti – come sempre – i due rappresentanti dell’Idv (Mura e Palagiano). Oppure, a causa di veti incrociati, può accadere l’inverosimile, come è successo su un emendamento dell’Udc che si opponeva a “trattamenti terapeutici non proporzionati, futili o inutilmente invasivi”, per poi ricordare che il medico “non ha l’obbligo di contrastare e ritardare ad ogni costo l’esito finale della malattia, ma piuttosto, nel rispetto del miglior interesse del paziente, ha il compito di accompagnarlo e assisterlo verso la sua fine naturale”. Una proposta laica ed equilibrata, di certo migliorativa rispetto al testo Calabrò, ma che i radicali non hanno votato, perché – hanno spiegato candidamente – un emendamento di Buttiglione “non va votato, a priori”. A volte, poi, il muro di gomma ha anche un effetto comico: come quando volevano respingere la nostra richiesta di mettere sul sito internet del ministero le informazioni sulla possibilità di firmare una dichiarazione anticipata di trattamento. L’abbiamo presa a ridere, ottenendo una grande vittoria politica: l’emendamento è stato accantonato e se ne riparlerà a suo tempo. Ma non chiedetemi quando, perché non ne ho idea: se andiamo avanti così piano, non prima dell’autunno.

Fuori due

La porta aperta mesi fa da Pierluigi Mantini, che uscì dal Pd in direzione centro, non è stata ancora richiusa: poco dopo toccò a Lorenzo Ria, poi alla truppa rutelliana (Mosella, Calgaro, Vernetti, Lanzillotta) con veltroniani spiazzati (Calearo), e probabilmente ne sto dimenticando qualcuno perché ormai cominciano ad essere parecchi. Oggi è toccato a Renzo Lusetti ed Enzo Carra, che in conferenza stampa hanno annunciato l’ingresso nell’Udc, motivandolo con una serie di argomentazioni che non sottovaluterei. Quella principale è la solita: il Pd non è più il Partito democratico, del progetto originario è rimasto solo il nome. Probabilmente non ve lo ricorderete, ma è lo stesso concetto espresso all’epoca da Lorenzo Ria, che – quando il congresso era ancora lontano – parlò di una “mutazione transgenica” del partito. La reazione al suo addio fu minimalista: si disse che era un problema locale, perché aveva litigato con il Pd pugliese in seguito a delle primarie non fatte, e che la storia della mutazione transgenica era una scusa. Così come minimalista fu la reazione all’addio di Mantini, derubricato all’ennesima virata di “un voltagabbana, abituato a passare da uno schieramento all’altro”. Di Rutelli e dei rutelliani si commentò che erano solo persone in cerca di potere e visibilità, visto che all’interno del Pd erano ormai ridotti al lumicino: avevano capito che con Bersani conveniva aprire partita Iva e fare i collaboratori esterni anziché accontentarsi di un lavoro da operaio sottopagato. Di Calearo si spiegò che non era mai stato di sinistra, e che dunque aveva sbagliato Veltroni a candidarlo nel Pd. E potremmo trovare ottime scuse, in effetti, anche per l’addio di Lusetti e Carra: del primo, possiamo facilmente ipotizzare un desiderio di vendetta personale, dopo essere stato lasciato solo dal partito durante tutta l’indagine di Napoli sull’affare Romeo, mentre Italo Bocchino – coinvolto come lui nello scandalo – veniva difeso a spada tratta dal Pdl; di entrambi, poi, possiamo ricordare l’elevato numero di legislature, che certamente li avrebbe tagliati fuori dalle prossime liste se fossero rimasti nel Pd, mentre con l’Udc si riaprono i giochi e probabilmente ci sarà spazio per un altro giro di giostra. Su ognuno, insomma, possiamo trovare le giustificazioni che vogliamo, e non è detto che siano analisi campate in aria: probabilmente c’è un pezzo di verità in ogni cosa, come del resto c’è verità nella loro analisi della situazione politica. Né Carra né Lusetti – e lo hanno ribadito nella conferenza stampa di oggi – avevano mai cambiato partito in vita loro: il percorso comune era quello dei cattolici democratici, attraverso le sue evoluzioni storiche (Dc, Ppi, Margherita, Pd). Se anche ci fosse del calcolo nella loro decisione attuale – e certamente credo che ci sia, perché parliamo comunque di due politici navigati – non si può accusarli di mastellismo, rivendicando a noi che restiamo il ruolo di duri e puri. Una scelta del genere deve interrogarci tutti, soprattutto perché è l’ennesima: se scrolliamo le spalle e ci illudiamo di aver tolto di mezzo i clericali, per tenerci solo i cattolici veri, compiamo un peccato enorme di presunzione. Mentre il Partito democratico attuale, a mio modo di vedere, ha bisogno esattamente del contrario: di un sanissimo bagno di umiltà che, se fossi il medico del Pd, prescriverei innanzitutto a molti nostri dirigenti refrattari all’acqua.