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Il piano a casaccio

Solo un pazzo come me poteva mettersi a difendere i rom in campagna elettorale. Anche una mia carissima amica, donna di grande spessore e certamente non razzista, mi ha dato addosso quando ha saputo dell’interrogazione parlamentare che stavo scrivendo: dopo due esperienze terribili, di furti a casa sua, aveva concluso che i rom vanno cacciati. Punto. Ogni volta che scrivo qualcosa sui nomadi, non ricevo mazzi di fiori: li difendete – mi si obietta – perché nei vostri salotti radical-chic non li avete mai incrociati, mentre la destra li attacca perché sta in mezzo alla gente e dunque conosce il problema da vicino. La mia storia personale non è esattamente quella dei salotti, ma non importa: il problema, a mio parere, è che con i rom non bisogna essere né buoni né cattivi, ma semplicemente giusti. E credo che lo sgombero forzato deciso da Alemanno non lo sia: più che un piano nomadi, mi pare un piano a casaccio. Non c’entra la polemica politica, perché quando il sindaco di Roma azzecca qualcosa (tipo il trasferimento da Casilino 900 al campo attrezzato di via di Salone) non ho difficoltà ad ammetterlo, ma la deportazione dei bambini a Castelnuovo di porto è proprio incomprensibile, come sostengono anche molte realtà impegnate sul campo: tanto è vero che la Comunità di Sant’Egidio, membro del tavolo nomadi del Comune di Roma, lo ha abbandonato in segno di protesta. Così, ieri pomeriggio, ho presentato questa interrogazione al ministro dell’Interno:

SARUBBI – Al ministro dell’Interno – . Per sapere – premesso che:

Il 31 luglio 2008 il comune di Roma ha presentato il cosiddetto ‘Piano nomadi’ che, fra le altre cose, prevedeva la costruzione di 6 campi autorizzati (7 sono già presenti) – ovvero dotati di prefabbricati, luce, fogne, acqua corrente, vigilanza e servizi – e lo smantellamento dei campi abusivi presenti sul territorio;

nel febbraio 2009 è stato adottato dal Commissario Delegato per l’emergenza nomadi – nella persona del Prefetto di Roma – un regolamento che prevede l’ammissione presso i campi nomadi soltanto di stranieri che hanno titolo a restare in Italia, ossia coloro che siano in possesso di regolare permesso di soggiorno, nelle varie tipologie previste dal Testo Unico sull’immigrazione. In applicazione di esso, negli ultimi due mesi, si è proceduto a sottoporre i nomadi presenti nei campi ad accertamenti individuali circa il possesso dei requisiti previsti dalla legge o, in mancanza del titolo, a verificare le condizioni che potessero consentire il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Coloro che sono risultati privi di documenti regolari hanno presentato richiesta di asilo;

lunedì 19 gennaio 2010 sono stati compiuti una serie di interventi finalizzati allo sgombero di un grande campo abusivo denominato ‘Casilino 900’ attraverso una ricollocazione nei campi attrezzati della capitale ma in assenza della realizzazione dei nuovi campi previsti dal Piano nomadi, né tantomeno attivando l’ampliamento di quelli già esistenti. In particolare si è intervenuti presso il campo di via Salone, dove è in atto da tempo un difficile ma positivo lavoro di integrazione, soprattutto nei confronti dei minori;

a seguito di ciò il prefetto ha ritenuto sussistere le condizioni per uno spostamento di circa cento persone – di cui circa trenta ragazzi, la grande maggioranza dei quali nata in Italia e frequentante regolare corso scolastico – presso il CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Castelnuovo di Porto;

sembrano essere carenti non solo valutazioni di opportunità ma anche le ragioni di diritto per un simile intervento. La legislazione riguardante il trattenimento dei richiedenti asilo (Art.1.bis L.39/90 e successive modificazioni Art.3 D.P.R.303/04) non sembra poterlo giustificare. In particolare è prevista la detenzione amministrativa nei CIE (centri per l’identificazione e l’espulsione) quando, al momento della domanda, il richiedente è stato fermato per aver eluso o tentato di eludere il controllo alla frontiera o subito dopo, oppure laddove abbia presentato una domanda di asilo mentre era già destinatario di un provvedimento di espulsione o di respingimento. Entrambe queste condizioni non sussistono nel caso in questione;

per  quanto riguarda i CARA – che sono centri concettualmente diversi dai CIE e per l’accesso ai quali sono usualmente proprio i richiedenti a fare domanda – è previsto l’obbligo di dimora per un tempo massimo di 20 giorni solo laddove si renda necessaria l’identificazione del soggetto (Decr. Legisl. 25/2008, art. 20), condizione anch’essa manchevole nel caso in esame. Le persone interessate dall’intervento infatti, pur prive, in diversi casi, di documenti validi di identità, erano state tutte da tempo identificate e censite dall’autorità amministrativa, tanto da aver potuto accedere stabilmente ad un campo attrezzato. Tra l’altro, le condizioni di sicurezza e controllo presenti nei CARA non si differenziano in modo apprezzabile da quelle sussistenti nei campi autorizzati, anch’essi vigilati e non vincolanti quanto alla permanenza. Anche volendo giustificare una forzatura della norma, non si capisce la ragione di una simile accelerazione dello spostamento nel CARA per l’esame di una domanda di asilo avanzata più di un mese fa;

tale accelerazione risulta poi ancora più inopportuna vista la delicatezza e la complessità del contesto sociale nel quale si colloca. È opportuno ricordare nuovamente che lo smantellamento del ‘Casilino 900’ avviene in assenza degli interventi per la costruzione dei nuovi campi e l’ampliamento dei campi autorizzati già esistenti come previsto dal Piano. Ciò ha portato non solo ad aumentare vertiginosamente la ‘densità demografica’ dei campi allo stato interessati – e ciò a detrimento della loro vivibilità interna e del rapporto con i quartieri circostanti – ma è anche intervenuta modificando pericolosamente e senza una ratio la composizione etnica dei campi. Infine, e soprattutto, l’allontanamento di nuclei familiari radicati ed inseriti da anni in percorsi di integrazione faticosamente avviati, soprattutto nei termini di inserimento nel percorso scolastico dei bambini, sembra una scelta dettata più da una immotivata fretta che da considerazioni legate alla corretta applicazione del ‘piano nomadi’;

è di tutta  evidenza che le modalità seguite nel dare applicazione al Piano, unite alle circostanze evidenziate sopra, svelano l’esistenza di obiettivi estranei a quelli delineati nel “piano”, condizionando pesantemente l’azione delle istituzioni coinvolte – :

se il ministro interrogato non ravveda l’urgenza di ripristinare immediatamente le condizioni di dimora delle famiglie rom trasferite contro la loro volontà al di fuori del campo attrezzato di via Salone, nel quale si trovano domiciliate da molti anni;

se il ministro interrogato non ravveda, riguardo alle famiglie del campo romano di via Salone, l’urgenza di ripristinare immediatamente la corretta applicazione delle norme sul trattenimento dei richiedenti asilo nei CARA di Roma.

L’hanno firmata, con me, Furio Colombo, Paola Binetti, Gino Bucchino, Maria Antonietta Farina Coscioni, Vittoria D’Incecco e Jean-Léonard Touadi. Notare l’accoppiata Binetti-Coscioni, please.

SARUBBI

COLOMBO

BINETTI

BUCCHINO

D’INCECCO

FARINA COSCIONI

TOUADI

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Parla la Caritas

Speriamo che almeno i numeri mettano a tacere le chiacchiere: il rapporto Caritas, che in assoluto è lo studio più approfondito compiuto in Italia sul tema dell’immigrazione, spiega già dal sottotitolo (“Dati, interpretazioni e pregiudizi”) che la propaganda è cosa diversa dalla realtà. La relazione tra immigrazione e criminalità, infatti, non esiste; ne esiste invece una tra criminalità e presenza irregolare nel territorio italiano: non perché i clandestini (parola che detesto) siano antropologicamente più portati a delinquere, ma perché la precarietà li rende più esposti al rischio. Prima di andare avanti, sento l’obbligo di precisare che garantire la sicurezza dei cittadini è fra gli obblighi principali di uno Stato: sembra una banalità ripeterlo, ma noi del Centrosinistra, in particolare da Firenze in giù, facciamo storicamente fatica ad ammettere  (ricordate la mia teoria della zanzara?), mentre Pdl e soprattutto Lega ne hanno fatto il loro baluardo. Alle dichiarazioni di principio non sono poi seguiti i fatti  – stamattina 30 mila poliziotti hanno marciato in corteo contro il governo di Centrodestra, che è un po’ come se le suore manifestassero contro l’Udc – ma nel Paese se ne sono accorti in pochi: il problema, per l’opinione pubblica, non sono i tagli alle forze dell’ordine, ma gli immigrati. La Cei ci va giù durissima, come poche altre volte dall’inizio della legislatura: il pacchetto sicurezza, dice una nota ufficiale dei vescovi italiani, “ha rafforzato il malinteso che sia fondato equiparare gli immigrati ai delinquenti”, mentre occorre “considerare gli immigrati come nuovi cittadini portandoli ad essere soggetti attivi e partecipi nella società che li ha accolti”. Passando naturalmente per la cittadinanza (i vescovi hanno richiamato espressamente “una recente proposta di legge”: vi ricorda qualcosa?), che è stata il centro dell’intervento di Gianfranco Fini, invitato dalla Caritas a commentare il rapporto. Ho sentito tutti gli interventi di Fini sul tema e potrei farne l’esegesi: mi rendo conto, dunque, quando c’è una sfumatura particolare, quando fra le righe si nasconde un messaggio diverso dal solito. Il messaggio che ho colto oggi è questo: sarà difficile che la Lega ceda sugli adulti, ed è altrettanto improbabile che il Pdl si prenda il rischio di forzare la mano fino al punto di rottura, per dar retta – tra l’altro – ad una proposta di legge bipartisan su un tema delicatissimo. D’altra parte, però, ci sono le condizioni per un compromesso sui minori, aprendo la strada al nostro ius soli temperato. Bisognerà vedere come temperarlo: l’ipotesi del completamento di un ciclo scolastico è già prevista nella Sarubbi-Granata per i bambini che arrivano qui da piccoli, mentre chi nasce in Italia può anche diventare cittadino subito se i suoi genitori vi soggiornano legalmente da almeno 5 anni. La soluzione, insomma, non è lontanissima: il fatto che esca allo scoperto Fini (reduce, lo ricordo, da incontri con Berlusconi e Bossi) mi fa sperare che, prima o dopo le Regionali, possa sbloccarsi qualcosa.

Ferita aperta

Per me la discussione si era chiusa un mese fa, con l’approvazione in Aula, ma oggi mi accorgo che la ferita è ancora aperta: dopo l’esame del Senato, che avevo freudianamente rimosso, il ddl sicurezza – in assoluto il provvedimento più deleterio approvato da questo governo, più del lodo Alfano e della riforma Gelmini che la stessa Consulta ha in parte bocciato – è ora legge dello Stato. L’Italia è un Paese peggiore di ieri, perché in nome di una sicurezza presunta ha rinunciato ad un pezzo di giustizia certa. Leggo, sui giornali di oggi, che il Centrodestra si sta arrampicando sugli specchi per sminuire le critiche del mondo cattolico: dal sottosegretario Mantovano, che definisce “non rappresentativo” il numero due vaticano per i Migranti, fino al ministro Maroni, che accusa la Chiesa di mettere in scena “la solita liturgia” senza non aver neppure letto il provvedimento; io credo invece che sia vero il contrario, e cioè che sia il ministro dell’Interno a non aver mai sfogliato il dossier di critiche inviato in Parlamento nei mesi scorsi dalle associazioni cattoliche. Quelle impegnate in trincea – Acli, Sant’Egidio, Caritas, Comunità Papa Giovanni XXIII, Centro Astalli – che spesso fanno il lavoro di prima accoglienza al posto dello Stato. Quelle che ricevono i disperati e, innanzitutto, li ascoltano. Poi li smistano, li accompagnano nella ricerca di un alloggio e di un lavoro, li assistono legalmente nella richiesta di asilo, li integrano con i corsi di lingua che da quest’anno, grazie allo svuotamento del Fondo di inclusione sociale, il governo non finanzia più. E leggo, sui giornali di oggi, anche un’altra notizia, che solo apparentemente non c’entra nulla: il rapporto deficit/Pil, dicono i calcoli più recenti, è in aumento del 9,3%. Da un lato per la crescita del debito pubblico, che in Italia significa in buona parte spesa previdenziale; dall’altro per il crollo del Prodotto interno lordo, un po’ perché le aziende chiudono ed un po’ perché il sommerso vola. Con la chiusura delle aziende, l’immigrazione c’entra poco; con il boom del sommerso, invece, sì, perché la clandestinità non dà altra scelta che quella del nascondimento, ed è un nascondimento che – siamo onesti – fa comodo soprattutto agli italianissimi datori di lavoro. Penso alla badante ucraina con il permesso di soggiorno scaduto, che assiste un’anziana signora milanese; al fioraio egiziano che lavora in nero, in un chiosco nel centro di Roma; al raccoglitore di pomodori nigeriano da 15 euro al giorno, impiegato sotto il sole delle campagne casertane: quanti contributi perdiamo, con il rifiuto di regolarizzare chi è qui per costruirsi una vita dignitosa? Tempo fa, insieme ad altri deputati del Pd, presentammo una proposta di legge molto semplice, sul permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, che non è stata finora presa in considerazione; nelle prossime settimane, io stesso depositerò finalmente il mio testo sulla cittadinanza agli immigrati, al quale sto lavorando da mesi, con il contributo di molte associazioni impegnate sul campo. Diversi esponenti del Centrodestra l’hanno letto, alcuni addirittura lo firmeranno e lo stanno già lanciando pubblicamente; io preferisco tenermi prudente, perché ho paura che anche stavolta il ministro Maroni si guardi bene dal leggerlo e – anziché affrontare senza pregiudizi un tema cruciale per il futuro dell’Italia – il Centrodestra si rifugi nella più rassicurante battaglia degli slogan, che è il modo migliore perché tutto resti come prima.

Ronda su ronda

L’apologia del fascismo è un reato, dice la legge Scelba, dunque mi guardo bene dal sottovalutare il dibattito sulle ronde nere e sui loro richiami inquietanti al Ventennio. Ma devo dire che, dopo essermi appassionato anch’io al tema (una decina di minuti, forse dodici) ho smesso: colpa di una mail arrivata nella mia casella della Camera, in cui si raccontava la rabbia dei poliziotti romani per il taglio agli straordinari. Il ministero dell’Interno – si legge – ha tagliato 4 mila ore alla polizia romana (il 5% del monte ore della Questura) per un importo di circa 40 mila euro al mese, e fra i sindacati è scoppiata la rivolta: a guidare la protesta è addirittura l’Ugl, tradizionalmente vicina alla destra, che invita il governo (non molto pacatamente, per la verità) a farla finita con i proclami ed a passare ai fatti. Se si tagliano gli straordinari, affermano i poliziotti, “si abbia anche il coraggio di tagliare i servizi di ordine pubblico”. L’opinione pubblica se ne è dimenticata, ma in uno dei pezzetti dell’ultima Finanziaria c’erano 16 milioni di euro in meno per il Dipartimento pubblica sicurezza: “E tutto ciò – commenta il segretario nazionale dei funzionari di polizia – mentre il Viminale parla di tolleranza zero e, sotto elezioni, fa proclami sui risultati della lotta alla criminalità”. Tolleranza zero, zero tolerance, è un’espressione nata a New York: il sindaco che la coniò, Rudolph Giuliani, accompagnò lo slogan con l’aumento del 40 per cento delle risorse destinate alla polizia. Da noi, invece, agli elettori si parla di tolleranza zero, ai leader internazionali si promette un G8 blindato, ma poi alle forze dell’ordine si rende la vita impossibile: prima il blocco delle assunzioni e del turn over, ora il taglio degli straordinari che proprio a queste carenze dovevano sopperire. Anziché potenziare poliziotti e carabinieri, il governo ha cercato finora due strade alternative. La prima è quella di mandare militari in città: ultimamente sono stati utilizzati anche a Palermo, per l’emergenza rifiuti, ma paradossalmente hanno avuto bisogno anche loro della scorta delle forze dell’ordine. La seconda è appunto il ricorso alle ronde private, che – oltre a porre una serie di problemi sul fronte dell’efficacia – non è comunque un’opzione a costo zero: alle varie associazioni finiranno comunque cento milioni di euro, sottratti, guarda un po’, al bilancio del Dipartimento pubblica sicurezza. In questo contesto, possiamo anche metterci a discutere della Guardia nazionale italiana di Gaetano Saya, dei suoi richiami al fascismo, del simbolo con l’aquila che ora verrà sostituito e dei saluti romani che spariranno per non perdere il finanziamento pubblico. Potremo discettare a lungo sul rischio di fascismo, tirare in ballo gli storici e tutto quello che vi pare. A me, personalmente, il dibattito non appassiona molto, perché non sono quattro nostalgici esaltati a mettermi paura: mi spaventa molto di più chi mette nelle loro mani la sicurezza delle nostre strade e magari li finanzia pure, con i soldi tolti alla polizia.

Le indagini al buio

La sensazione che ho, dopo le elezioni, è che l’opinione pubblica sia già andata in vacanza: proprio quello che il governo voleva, perché del decreto intercettazioni meno si parla e meglio è. In campagna elettorale, un provvedimento ignobile come questo avrebbe suscitato indignazione diffusa; oggi, a pochi giorni dal voto, nessuno ci fa più caso, e non è un caso che ne stiamo parlando in Aula proprio ora; la settimana prossima, infatti, si riaccenderanno i riflettori sui ballottaggi e allora zàcchete, vai col decreto terremoto. Credo che molti di voi sappiano già di cosa parliamo, ma voglio riassumerlo per i non addetti ai lavori: con questo provvedimento, che oggi è stato blindato con la fiducia e che domani verrà votato senza possibilità di migliorarlo, si indebolisce l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche, di quelle telematiche e di quelle ambientali, circoscrivendolo a periodi molto ristretti nel tempo (due mesi) e per poche categorie di reati. Oltre tutto, lo ricordo, le intercettazioni sono ammesse solo in caso di gravi indizi di colpevolezza, il che è una contraddizione in termini, perché se non indago prima è difficile che scopra indizi di colpevolezza: dal traffico di rifiuti agli incendi dolosi, passando per le scommesse clandestine sugli animali, come faccio a scoprire che c’è un’attività criminale in corso se non utilizzo i telefoni, i computer, le microspie? La risposta della maggioranza è disarmante: le intercettazioni – hanno sostenuto oggi in Aula – non devono essere uno strumento per scoprire reati, tanto più se ciò avviene in modo casuale: la cosa che mi ha colpito maggiormente, nella dichiarazione di voto del leghista Matteo Brigandì, è stata la requisitoria contro la cosiddetta “pesca a strascico” (mentre intercetto Tizio per una rapina, scopro che il suo interlocutore Caio ha ucciso Sempronio con l’aiuto di Mevio) come se fosse la più ignobile delle barbarie, come se le indagini nei reati dovessero seguire un cavalleresco galateo in nome del garantismo. È da garantista che lo dico, sia chiaro: non si tratta, qui, di mettere sotto controllo i telefoni di tutti gli italiani per 24 ore al giorno e 365 giorni all’anno; non si tratta di spiare le camere da letto dal buco della serratura, per vedere se esce fuori qualcosa di strano, magari uno scoop a villa Certosa; si tratta, invece, di garantire alle forze dell’ordine gli strumenti necessari per fare il proprio lavoro, perché con questo provvedimento non sarebbero mai stati catturati gli autori dello stupro della Caffarella, visto che l’inchiesta partiva da una banalissima denuncia di violenza contro ignoti e non c’erano “gravi indizi di colpevolezza” a carico di nessuno. Ma il problema sicurezza, dico la verità, non mi sembra davvero il nodo della questione: le accuse più dure da parte del Pdl, nella dichiarazione di voto prima della fiducia, sono state infatti contro i giornalisti, rei di pubblicare parti dell’indagine prima della sentenza definitiva e di dare spazio anche a ciò che non appare penalmente rilevante. È la fuga di notizie, in sostanza, il nemico più temuto dal presidente del Consiglio, ed in questo primo anno di legislatura lo abbiamo sperimentato parecchie volte.

La promessa del governo

Un ordine del giorno, mi hanno insegnato in questo primo anno, non si nega a nessuno: si tratta infatti di un impegno poco più che morale, e da un governo che non rispetta neppure le leggi internazionali in materia di diritti umani non mi aspetto grande lealtà. Ma mentirei se negassi di essere soddisfatto per la mia piccolissima vittoria di mercoledì, ottenuta tra l’altro con un goal a tempo scaduto. Parliamo ancora di ddl sicurezza, naturalmente, e nello specifico dell’articolo 9, che subordina il rilascio del permesso di soggiorno di lungo periodo al superamento di un test di italiano: avrei voluto sopprimerlo, ma come sapete la fiducia non consente emendamenti, e così ho cercato almeno di renderlo più umano. Ho chiesto al governo, in sostanza, di preoccuparsi almeno di organizzare e finanziare i corsi di lingua.

ANDREA SARUBBI. Questo ordine del giorno riguarda un aspetto del disegno di legge sulla sicurezza che ci lascia attoniti (uno dei tanti aspetti, dovrei dire). Per ottenere il permesso di soggiorno di lungo periodo, prevede l’articolo 9, comma 2-bis, del decreto legislativo n. 286 del 1998, introdotto dal disegno di legge in esame, bisogna superare un test di conoscenza della lingua italiana. Quando ne abbiamo discusso, anche in Commissione cultura, ho cercato di spiegare che la conoscenza della lingua dovrebbe essere, al limite, un requisito valido e importante per la cittadinanza, non per il rilascio del permesso di soggiorno. Mi è stato risposto che gli altri Paesi europei fanno così, ed allora mi sono documentato.
Per non essere accusato di buonismo, signor Presidente, ho indagato sulla Germania, che ha un capo del governo di centrodestra. La Germania ha introdotto l’obbligo dell’esame di lingua nel 2006. Ma è per la cittadinanza, non per il permesso di soggiorno. Ed i corsi di apprendimento della lingua – ci tengo a sottolinearlo, perché è l’aspetto di cui vorrei parlare – sono a carico dello Stato. Lo Stato chiede all’immigrato di imparare la lingua, ma almeno si fa carico di insegnargliela.
Lo stesso discorso vale per la Francia, dove vige il
Contrat d’accueil et d’intégration, ossia il contratto di accoglienza e di integrazione. Anche qui, si accerta in un colloquio individuale la conoscenza del francese da parte dell’immigrato, ma se dovesse mostrarsi inadeguata sono disponibili fino a 400 ore gratuite di corsi di lingua a cura dell’Anaem, l’Agenzia nazionale per l’accoglienza degli stranieri e per l’immigrazione. Anche la Francia, lo ricordo, ha un governo di destra.
Per quanto riguarda la normativa comunitaria, nel novembre 2004 il Consiglio europeo ha adottato i principi base comuni per la politica di integrazione nella UE. Il quarto di questi principi base stabilisce, è vero, che la «conoscenza base della lingua della società di accoglienza, della sua storia e delle sue istituzioni è indispensabile per l’integrazione», ma contemporaneamente aggiunge che lo Stato deve «semplificare agli immigranti l’acquisizione di questa conoscenza di base», al fine di rendere l’integrazione «piena e completa».
Ecco, è proprio l’integrazione il punto fondamentale. Lo hanno sottolineato i miei colleghi intervenuti in Aula: il governo si rende conto che senza integrazione non andiamo da nessuna parte? E lo sa, il Ministro Tremonti, che l’integrazione non è a costo zero? In Spagna, che non è certo meno dura dell’Italia nel contrasto all’immigrazione clandestina, i fondi destinati all’inclusione sociale ammontano a 300 milioni di euro; sono 700 milioni, invece, in Germania. In Italia sono passati dai 100 milioni di euro del 2008 ai circa 5 milioni previsti dalla prossima legge finanziaria: una cifra che non basta neppure per i corsi di lingua nelle parrocchie, altro che inclusione sociale!
Vede, signor Presidente, io mi sento quasi imbarazzato a presentare questo ordine del giorno, perché mi sembra di fare torto all’intelligenza del governo, che non ha pensato da solo ad una cosa così ovvia: Pentecoste a parte, non ricordo altri casi di apprendimento di una lingua straniera ad opera dello Spirito Santo! A meno che, e non lo escludo, il governo non sia in malafede: non miri cioè, con tutta questa serie di ostacoli, a rendere impossibile la vita degli immigrati qui.
Una delle associazioni impegnate nel sociale che noi del PD abbiamo incontrato in questi giorni ci vedeva addirittura un’attenzione ragionieristica, quasi maniacale, a mettere i bastoni fra le ruote a chi viene nel nostro Paese, perché gli passi la voglia. Io spero che non sia così, ma se non venisse approvato questo ordine del giorno – che impegna il governo ad organizzare e finanziare corsi di lingua italiana – sarebbe difficile negare la malafede del disegno di legge sicurezza, di chi lo ha concepito e di chi domani, purtroppo, lo voterà
(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

Finisco l’intervento e vado dal sottosegretario Mantovano, per chiedergli il parere del governo. Negativo, mi dice, spiegandomi che non si possono organizzare corsi di italiano per tutti quelli che sbarcano sulle nostre coste. Gli spiego che il ddl sicurezza, scritto anche da lui, non parla di test di italiano per tutti gli immigrati, ma solo per i soggiornanti di lungo periodo, e che quindi i corsi di lingua dovranno essere organizzati solo per loro. Fa una smorfia. Gli prendo il testo della legge e quello del mio ordine del giorno. Gli ripeto, con parole semplici, quello che ho appena detto nel mio discorso: come faccio a imparare l’italiano se qualcuno non me lo insegna? E come può il governo sostenere di essere a favore dell’integrazione, se poi non si vuole prendere un impegno del genere? Un’altra smorfia. L’ho convinto, o quasi. Mi chiede di sostituire l’espressione “adottare tutte le iniziative necessarie” con “valutare tutte le iniziative necessarie” e preferisco accettare, per non vedermi l’odg bocciato in Aula, il giorno dopo, dalle truppe cammellate. Vedremo insieme che fine farà questa promessa del governo

La legge che vorrei

Avrei preferito tacere ancora un po’, come sto facendo da mesi. Perché in politica non basta avere le idee buone, ma bisogna averle pure al momento giusto, e credo che questo non lo sia. Parliamo della mia proposta di legge sulla cittadinanza, che – come molti di voi sanno – è in gestazione da parecchio tempo: da quando ne discussi con alcune associazioni cattoliche che si occupano del tema e che mi hanno aiutato nella stesura. Poi, dopo aver parlato con i miei colleghi del Pd più esperti, ho iniziato un lavoro di mediazione che non è ancora finito, coinvolgendo Pdl, Udc e Idv. Qualche riunione l’abbiamo già fatta, altre ci attendono per limare i singoli punti. Non ora, però, perché in una campagna elettorale che non risparmia neppure i barconi dei disperati la mia proposta di legge finirebbe nel tritacarne: e siccome è una legge fatta per unire, non per dividere, avrei preferito non parlarne. Ma la fuga di notizie c’è stata – non da me, naturalmente – e da qualche settimana hanno cominciato ad uscire articoli: quello di ieri mattina del Sole 24 ore, poi ripreso dall’Apcom, riportava alcuni errori, e così ho accettato (un po’ a malincuore) l’intervista di Libero, che oggi pubblica un bel pezzo. C’è anche qui una strumentalizzazione, perché dal titolo pare che l’idea sia stata di Fini, ma devo comunque riconoscere che si tratta di un articolo equilibrato, nonostante qualche imprecisione nei dettagli. Da parte mia, spero di non dover tornare sul tema ancora per un mesetto e mezzo: dopo le elezioni, quando ognuno avrà regolato i conti con chi crede, ci metteremo di nuovo intorno al tavolo e ricominceremo da dove eravamo rimasti. Se non avete letto Libero, eccolo qui:

Idea Fini: dimezzare i tempi per diventare italiani
Appoggio alla proposta di legge che riduce a cinque anni l’ attesa degli immigrati per ottenere cittadinanza e voto
Salvatore Dama
Roma
Non più dieci, ma cinque anni per ottenere la cittadinanza italiana. E, con essa, il diritto di voto. Attivo e passivo. È la proposta di legge che piace a Gianfranco Fini. Porta la firma del deputato del Partito democratico Andrea Sarubbi. Ma il presidente della Camera ha già incaricato i suoi fedelissimi di lavorare al testo integrandolo e ampliandolo con le sue indicazioni. L’iniziativa legislativa non è ancora agli atti di Montecitorio. Prima Sarubbi ha voluto sottoporre il testo a un po’ di colleghi di maggioranza e opposizione per saggiare il gradimento del progetto: dimezzare i tempi per gli stranieri che vogliono diventare italiani. E offrire diritti – prima di tutto quello di voto – a chi dimostri reale voglia di integrazione. La proposta è finita così nelle mani di Fini. Il presidente della Camera l’ha trovata interessante. Dentro, nero su bianco, ci sono cose che va predicando da tempo sul tema dell’immigrazione. Allora la terza carica dello Stato ha girato la pratica al deputato Fabio Granata. A lui e al collega neo presidente della commissione Lavoro, Silvano Moffa. Entrambi del Popolo della Libertà, tendenza An. Considerati tra i più fidati uomini del presidente della Camera. La legge Sarubbi? «È coerente con le idee di Fini. Lui», ricorda Granata, «è un antesignano sui temi dell’integrazione degli stranieri e sul riconoscimento dei diritti politici». Ci tiene a sottolineare questo aspetto, l’esponente finiano: cittadinanza uguale accesso al voto per gli stranieri. Rendere gli immigrati dei nuovi italiani, e farlo in tempi dimezzati, «è un fatto politico, non etnico», spiega Granata. «Mettiamolo in chiaro subito: noi non siamo per le porte aperte a tutti. Ma chi viene da noi deve integrarsi, non rimanere ai margini della società. Deve condividere i nostri valori, parlare la lingua, avere una buona condotta ottenendo in cambio dei diritti». Cosa c’è nel testo che tanto piace a Fini? Intanto, s’è detto, tempi ridotti per l’ottenimento della cittadinanza italiana. Bastano cinque anni (attualmente ne servono dieci) trascorsi nel Belpaese con un regolare permesso di soggiorno per poter diventare cittadini italiani. Cambia la filosofia, però. La nuova legge, come in parte anticipato ieri dal Sole24ore, privilegia il dato qualitativo su quello quantitativo. La conta degli anni non basta. L’immigrato non solo dovrà giurare sulla Costituzione (già avviene con la normativa attuale), ma finirà col sostenere anche un test di lingua e cultura italiana. Ciò, nelle intenzioni del legislatore, per far sì che i nuovi italiani siano animati da reale desiderio di integrazione. Tra le altre novità: lo ius soli “temperato”. Cioè, il minore nato in Italia da genitori stranieri acquisisce la cittadinanza se uno dei due risiede regolarmente nella penisola da almeno cinque anni. Varrà, per diventare cittadini italiani, anche la frequenza, con continuità e profitto, di cicli scolastici formativi, mentre viene irrigidita la norma sui matrimoni misti: non basteranno più sei mesi allo straniero che sposa un italiano per ottenere la cittadinanza. Dovranno trascorrere due anni. «Con questa proposta», spiega Sarubbi, il promotore, «diamo l’opportunità alla maggioranza di dimostrare se, come dicono, sono realmente favorevoli all’integrazione degli immigrati». Il deputato democratico ha incontrato Fini. Ed è stata sintonia: «Prima ho illustrato la mia iniziativa ai vertici del Pd. Ne ho parlato con i colleghi. Poi con il presidente della Camera. Fini», spiega l’ex conduttore del programma Rai “A sua immagine”, «è assolutamente d’accordo sui principi della mia proposta. Sono questioni, legate all’immigrazione, che egli ha più volte sostenuto. Anche al congresso del PdL». I tempi? I firmatari aspetteranno la fine della campagna elettorale. «È una materia troppo delicata per essere lanciata prima del voto. La proposta», spiega Sarubbi, «finirebbe per essere strumentalizzata a fini elettorali. Pazientiamo». Se ne parlerà dopo il voto, allora. «Voglio provare a coinvolgere tutti. Parlerò anche alla Lega». Granata ammette che il tema della cittadinanza veloce non piace a tutta la maggioranza. E che non era nel programma di governo. «Ma questo è un tipico tema parlamentare, non impegna l’esecutivo». Semmai andranno convinti i colleghi del PdL. «A luglio, una volta pronta la proposta di legge», spiega l’esponente finiano, «chiederemo a Cicchitto e Bocchino di indire una riunione del gruppo parlamentare per discutere il tema. Non escludo che possa realizzarsi un’intesa bipartisan sul tema tra maggioranza e opposizione». La tela del dialogo era arrivata a buon punto. Poi, qualche settimana fa, l’episodio dei franchi tiratori (quello che ha mandato sotto il governo sul prolungamento del trattenimento degli stranieri nei Centri di identificazione ed espulsione) ha compromesso la situazione. E ora tocca a Fini provare di nuovo a mettere d’accordo PdL e Pd sulla legge che tanto gli sta a cuore.