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L’Italia in pugno

Non mi ero mai accorto, nei tanti anni di A sua immagine, di avere l’Italia in pugno. Non mi rendevo conto che a volte basta un versetto del Vangelo, una parabola, un ospite… e zàcchete, hai condizionato l’esito delle elezioni. Vuoi fare un piacere all’Udc, in campagna elettorale? Citi Matteo 6,3: “Non sappia la sinistra che cosa fa la destra”. Vuoi difendere il Pdl milanese, dopo che un suo consigliere comunale è stato pescato con la mazzetta in mano? Ripeschi Lc 16,8: “Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza”. Vuoi spostare valanghe di voti a favore del Pd? Inviti in trasmissione il deputato romano Giovanni Bachelet, con la scusa di farlo parlare dell’assassinio di suo padre. E per non dare nell’occhio, da gran furbo che sei, hai pensato proprio a tutto: la trasmissione è al di fuori di ogni sospetto (A sua immagine che fa propaganda per la Bonino: sei un genio del male!), alle Regionali manca ancora un mese e mezzo e – soprattutto – è proprio il trentesimo anniversario della morte di Vittorio Bachelet. Ma da oggi, signori miei, la pacchia è finita, l’inganno è stato smascherato, i burattinai del consenso verranno mandati a casa: la Rai ha infatti deciso di non trasmettere la puntata di A sua immagine prevista per oggi pomeriggio perché, al suo interno, c’era della pericolosa propaganda politica. C’era Giovanni Bachelet, appunto, che parlava di suo padre e del concetto di perdono, a trent’anni di distanza dalla famosa preghiera per gli assassini di Vittorio durante il funerale. Dice sempre il Vangelo, utilizzando il concetto del sabato ebraico, che la legge è fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge. Il precetto vale pure per i regolamenti elettorali della Rai, il cui unico senso è impedire che la tv pubblica sposti voti da una parte o dall’altra; eppure, gli alti dirigenti che oggi ho contattato – per esprimere loro la mia incredulità e cercare di farli ragionare – mi hanno risposto che in Rai le leggi non si interpretano: si applicano. Tanto è vero che sabato prossimo, nella serata finale del Festival, il sindaco di Sanremo (di Centrodestra, perché l’ottusità non fa distinzioni) non potrà salire sul palco per consegnare il premio al vincitore. Né Giovanni Bachelet, né Maurizio Zoccarato sono candidati alle prossime elezioni: il primo è un parlamentare, e non si vota per le Politiche; il secondo è un sindaco eletto da pochissimo, dunque a Sanremo non si vota per le Amministrative. Non la tiro troppo per le lunghe e mi limito a due commenti. Il primo è che, nella società di oggi, tutto è politica e dunque tutto potenzialmente sposta voti: le canzoni di Povia (che l’anno scorso, con il gay tornato etero, erano considerate di destra e quest’anno, con Eluana, di sinistra), le puntate di Linea blu (che possono far vedere una spiaggia tenuta bene o male e dunque danno un messaggio subliminale sull’amministrazione locale), perfino il campanilismo regionale quasi leghisteggiante dei pacchi di Affari tuoi. L’unico modo per non rischiare, allora, è quello di mandare in onda il monoscopio, da qui al 28 marzo, così almeno uno sintonizza bene il digitale terrestre. La seconda considerazione riguarda un’altra metafora evangelica, quella della trave e della pagliuzza: avevo sempre creduto che il problema di un’informazione squilibrata in Italia fosse il conflitto di interessi, ma evidentemente mi sbagliavo.

Ps. Qui trovate la mia intervista su L’Unità

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Zitti tutti, tranne uno

Non so se parlare anch’io di bavaglio all’informazione, ma di certo la decisione di irreggimentare i talk show politici nell’ultimo mese di campagna elettorale pone qualche problema serio. Il radicale Marco Beltrandi, relatore del provvedimento, ha provato a convincermi che si tratta di una decisione giusta e mi ha ribadito che niente viene cancellato: se Ballarò vuole continuare a parlare di crisi economica, ad esempio, può farlo invitando i protagonisti del settore, dagli industriali ai consumatori, dall’operaio al datore di lavoro, dal commercialista al disoccupato, dall’evasore fiscale incappucciato al parroco che paga le bollette della luce per le famiglie povere. Pure Emma Bonino ieri sera minimizzava, durante la puntata di Annozero, ma la realtà non ha bisogno di molte interpretazioni: chi d’ora in poi inviterà politici dovrà adeguarsi alle regole rigide delle tribune elettorali, che vanno dal contingentamento dei tempi all’inquadratura solo di chi parla (senza smorfie altrui), dall’assenza di applausi alla rotazione di tutte le forze politiche secondo criteri precisi. A me sembra che l’idea sia, con rispetto parlando, una tipica idea radicale: fermissima sui principi, ispirata all’onestà ed alla trasparenza, incontestabile in un mondo perfetto ed in un Paese diverso dall’Italia. Il problema principale, da noi, si chiama conflitto di interessi: la Commissione di vigilanza ha infatti potere solo sul servizio pubblico, mentre nulla può sulle tv private. Che purtroppo, qui da noi, hanno un unico proprietario. E togliere i talk show sulla Rai senza toglierli a Mediaset non mi pare un’idea geniale per garantire quell’equilibrio informativo che la par condicio richiederebbe: sulle reti pubbliche si va con il cronometro, gli ospiti a rotazione e le inquadrature fisse; su quelle del premier, invece, si fa un po’ come si vuole, a meno che non intervenga l’Agenzia per le comunicazioni. Siccome l’Agcom di solito abbaia parecchio e morde poco, e siccome Berlusconi straborda già di suo, possiamo capire tutti come andrà a finire. C’è un altro aspetto, poi, che diversi esperti del settore sottolineano: vuoi per il disinteresse generale verso i contenuti, vuoi per la spettacolarizzazione della politica e lo scivolamento dell’informazione nell’infotainment, obbligare la Rai alle tribune politiche in prima serata significa far crollare gli ascolti e dunque la pubblicità. Un altro favore a Mediaset, insomma, e stavolta dal punto di vista economico. I motivi per cui i deputati di Centrodestra abbiano votato una misura del genere, allora, sono facilmente comprensibili; volendo se ne trova anche un altro, che deriva da un calcolo politico: fermare Annozero, Ballarò e In mezz’ora, secondo loro, valeva bene il sacrificio di Porta a porta (che va sempre in seconda serata e dedica una puntata su tre a temi leggeri) ed il nuovo approfondimento di Paragone (che vedono in pochi). Si capisce anche l’atteggiamento dell’Udc, che – per tenere caldo il forno di destra – ha deciso di non uscire dalla Commissione insieme a noi, in modo da garantire il numero legale: poi, a cose fatte, Casini ha detto che si trattava di un provvedimento liberticida, tanto per non far raffreddare troppo il forno di sinistra. Resta da capire perché i radicali si siano prestati a questo gioco: un po’ è certamente per quell’atteggiamento più idealistico che pragmatico di cui parlavo sopra, un po’ per far pagare al Pd il sostegno alla decisione di escludere dagli spazi televisivi, nella prima fase della campagna elettorale, tutti i partiti minori tranne la Destra di Storace. Continuiamo a farci del male.

Burattino senza fili

Non so cosa voglia dire l’aggettivo ruiniano, ma credo che il primo a dolersene sarebbe il cardinale Ruini, se leggesse l’articolo che Italia oggi ha scritto su di me. Intanto, perché c’è una ricostruzione della mia candidatura che è esattamente l’opposto di come sono andate le cose: non solo il cardinale Ruini non ha mai caldeggiato la mia messa in lista, ma credo che – se avesse potuto – mi avrebbe pure legato ad una sedia per impedirmelo, perché ad un anno e mezzo di distanza posso raccontare tranquillamente che la mia candidatura nel Pd provocò più di un imbarazzo alla Chiesa cattolica italiana. Un imbarazzo comprensibilissimo, devo riconoscerlo: ero il volto di A sua immagine, la trasmissione cattolica di Raiuno prodotta in convenzione con la Cei, e c’erano tanti altri credenti candidabili, magari più “organici” di me e decisamente meno “chiassosi” da un punto di vista mediatico. Ma io ero determinato ad accettare la proposta di Francesco Rutelli (avallata da Walter Veltroni) e dalla Cei non ricevetti nessuna telefonata per sconsigliarmelo, a testimonianza – se mai ce ne fosse bisogno – che questa vulgata dei burattini cattolici tirati per i fili dai vescovi non corrisponde al vero. Il secondo errore sta nell’espressione “di successo” (sono sempre un peón, come mi ha ricordato il ministro La Russa), ma la prendo come un augurio e me la tengo stretta. Leggetevi l’articolo di Franco Adriano e poi, se volete, commentate.

C’è un ruiniano di successo nel Pd
Su ispirazione del presidente Cei e tramite Rutelli era passato da Rai1 alla Camera
Sarubbi non sembra scontare il peccato di origine come la Binetti

Sarà per ragioni di età o per il suo appeal da conduttore televisivo («A sua immagine», Rai1) decisamente superiore a quello di Paola Binetti. Ma nel Pd c’è un seguace del cardinale Camillo Ruini che non sconta il peccato di origine, ma che anzi ha un gran successo nel partito. Si chiama Andrea Sarubbi. È deputato come la Binetti grazie all’ispirazione dell’ex presidente della Cei e il tramite di Francesco Rutelli. E sta imparando a muoversi bene in politica. Gli sono di certo serviti il liceo classico dai gesuiti, una tesi sul paragone tra la Lega nord ed il Fronte dell’Uomo qualunque («pubblicata mi ha fatto vincere un premio letterario»), i passaggi in radio Vaticana e in Rai. Solo Rosy Bindi sembra non dimenticare da dove proviene e non gliene passa una. L’altro giorno, quando ha organizzato un pranzo vegetariano a Montecitorio per sostenere il suo progetto di legge: «Norme per la tutela delle scelte alimentari vegetariana e vegana», l’esperimento è andato molto bene. «Al di là di qualche sfottò», ha confessato sul suo blog, «dei carnivori più accaniti (Rosy Bindi in testa)». Che deve esserselo sbranato. Tuttavia, lui appare più abile della Binetti a non cadere nelle trappole politiche che continuano a essere tese a quelli come lui. Sì, sull’omofobia si è smarcato dall’esponente appartenente all’Opus Dei sul voto in aula, ma un secondo dopo si è lanciato in sua difesa. Ancora dal suo blog. «Nonostante la nostra amicizia», si legge, «Paola Binetti non mi cita tra i parlamentari a lei più vicini (in una intervista al Corriere della Sera ndr), e so benissimo che non si tratta di una scortesia: il voto sull’omofobia, tanto per fare un esempio, ha mostrato che, su alcuni temi, tanto vicini non siamo». Una scelta opportunistica del tipo: la Binetti affonda ed è utile non affondare con lei? Forse anche. Ma Sarubbi non esita a pigliarsela con tutti e tre i candidati segretari del Pd: «Nel giro di pochi minuti, Paola Binetti è diventata un’arma congressuale da puntare contro la mozione avversaria» ha rilevato Sarubbi, «attacchi a Franceschini da Marino e Bersani, Dario non vuole la patata bollente e minaccia l’espulsione, lei dice che allora voterà Bersani ed improvvisamente i franceschiniani si ringalluzziscono, mentre i bersaniani usano toni più concilianti e Marino continua a picchiare. Ma siamo scemi, signori miei»? Il nuovo prototipo del ruiniano nel Pd, dunque, appare più conciliante, ma non lo è. E tra un ex comunista, un ex democristiano e un laico estremo, non ci sono dubbi. Basta leggere la riflessione di Sarubbi dopo il confronto dei tre candidati segretari, ieri, su Youdem tv. «Se avessi avuto qualche dubbio su chi votare alle primarie», ha scritto ieri sera, «la diretta di oggi su Youdem me lo avrebbe tolto dopo un quarto d’ora: il tempo di sentire Bersani prendere a calci l’articolo 67 della Costituzione, in nome della disciplina di partito, e Marino ripetere la famigerata frase del Lingotto sul «chi non si sente laico dentro può anche fermarsi un giro e stare a casa». Mai come oggi, ho avuto chiaro che la mia scelta per Dario Franceschini è anche un atto di legittima difesa: chiunque vincesse degli altri due, infatti, mi toglierebbe il diritto di votare (come ho fatto e rifarei) contro il mutuo ventennale da 4 miliardi di euro per Gheddafi, o di astenermi (come ho fatto e continuerò a fare) sulle missioni internazionali fino a quando non aumenteranno i fondi per la cooperazione, o di dissentire dalla maggioranza del partito (come non ho ancora fatto ma potrei fare) su alcune delicatissime questioni etiche».

Annotazione a margine: avete visto quante citazioni dal blog? Vuoi vedere che, piano piano, tutta questa faticaccia comincia a dare frutto?

Il guinzaglio

Non so se fossimo davvero 300 mila, perché bisognerebbe scorporare quanti si trovavano in via del Corso per lo struscio e non sarebbe facile, ma in piazza del Popolo ieri eravamo tanti. Il che non significa che avessimo ragione, perché erano tanti pure ad ascoltare Benito Mussolini sotto il balcone di palazzo Venezia, ma comunque conferma che l’oggettivo squilibrio dell’informazione italiana è un tema sentito e che i suoi destinatari – in primo luogo i telespettatori, visto che le notizie arrivano alla stragrande maggioranza dei cittadini tramite tv – non sono così decerebrati e passivi. Detto questo – e qui parla il giornalista che abita in me – concordo con Enrico Mentana nel ritenere che il problema in Italia non sia tanto la libertà di stampa, quanto piuttosto la stampa libera: come ho scritto più volte, da noi l’informazione è à la carte, nel senso che i giornalisti tendono a militare da una parte o dall’altra ed i loro lettori (o telespettatori) li seguono a seconda delle convinzioni politiche, per sentirsi dire quello che a loro fa piacere ascoltare. Questo atteggiamento del cittadino medio mi preoccupa parecchio, perché l’informazione non deve servire a motivare le truppe ma a formare le coscienze, ma credo che il problema vada risolto alla radice: restituendo alla stampa quel ruolo di osservatore super partes che fissa il confine tra notizia e propaganda. Oggi questo confine tende a scomparire, per colpa un po’ della politica ed un po’ anche dei miei (ex) colleghi. Comincio dalla politica. La lottizzazione c’è sempre stata, ma la legge Gasparri (faccio il caso della Rai, che conosco un po’ meglio) l’ha esasperata, mettendola nero su bianco: ad ogni partito un tot di consiglieri d’amministrazione, e poi giù fino ai direttori, ai vicedirettori, ai capistruttura, forse addirittura ai conduttori dei programmi di rete. Nella maggior parte dei casi, insomma, la politica è ormai così addentro all’informazione pubblica che – per essere considerato, per avere una prospettiva di carriera – il giornalista si deve schierare e sperare che la propria parte vinca, come se fosse un militante comune. L’unico modo per uscirne sarebbe uno scatto di reni dell’intera categoria, una ribellione unanime al sistema: se da domani nessuno si schiera più per nessuno, ma tutti si schierano per quell’unico padrone che è la verità, la politica prima o poi deve mollare la presa e rassegnarsi alla rinascita del quarto potere. Purtroppo, le debolezze umane mandano spesso all’aria i principî più nobili, e temo che – se anche mille giornalisti rialzassero la schiena tutti insieme – si troverà sempre qualcuno disponibile ad offrire i propri servigi al potente di turno. Ecco perché, a mio parere, la manifestazione di ieri va interpretata contemporaneamente come una protesta e come un appello: una protesta contro la politica, che pretende di mettere il guinzaglio alla stampa, ed un appello alla stampa, perché si ricordi che questo guinzaglio (per quanto comodo e rassicurante) non fa parte della sua natura libera.

L’altra campana

La confusione dei ruoli ormai regna sovrana. Ricomincia Annozero su Raidue e, prima ancora che la commissione parlamentare di Vigilanza si occupi di eventuali abusi (che io non ho visto), il ministro Scajola annuncia che chiederà chiarimenti ai vertici Rai, come se toccasse al governo esercitare la funzione di controllo. Capisco che da un po’ di tempo il Parlamento non sia più trendy, che noi siamo molto lenti mentre il governo è molto rock, ma onestamente qui stiamo passando il segno. E non lo dice un fan di Michele Santoro, ma solo uno che – come ebbi a dichiarare qualche settimana fa, quando la sua trasmissione sembrava in dubbio – reputa la chiusura di Annozero un danno per l’azienda, vista la serietà del prodotto, visti gli ascolti e vista anche la necessità, per la televisione pubblica, di far sentire più campane. Sono il primo a riconoscere che alcuni sillogismi di Marco Travaglio sono smaccatamente forzati – ultimamente è riuscito nell’impresa di mettere in collegamento il parere dell’avvocatura dello Stato sul lodo Alfano, su cui magari vi dirò la mia nei prossimi giorni, con il processo a Dell’Utri per i legami con la mafia – ma altrettanto forzato mi pare il balletto attorno al suo rinnovo contrattuale. Travaglio non porta un voto al Pd, sia chiaro, mentre ce ne toglie parecchi: sul fronte interno, perché siamo sempre accusati di non essere duri e puri come – ad esempio – l’Italia dei valori, che da Annozero esce sempre benissimo; su quello esterno, perché – come ha detto in queste ore Marco Follini – “ogni qualvolta si vellica la pancia dell’anti-ber­lusconismo, si allontana­no da noi gli elettori berlusconiani delusi”. Non si tratta, dunque, di una battaglia strumentale, ma semplicemente della necessità di dar voce a pezzi diversi del nostro Paese, perché le coscienze si formano solo dopo aver ascoltato tutte le voci in campo. Una Rai “normalizzata” è una Rai “anestetizzata”, in cui – tanto per fare un esempio che mi riguarda da vicino – per avere notizia della proposta di legge bipartisan sulla cittadinanza, che sta provocando una discussione profonda anche all’interno del Centrodestra, sei costretto ad accendere il tg3 (o La7 o Sky, che però non c’entrano con la tv pubblica) oppure non ne saprai mai nulla. Potrete obiettarmi che la lottizzazione c’è sempre stata, ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato davvero: non si spiegherebbe, altrimenti, la decisione del ministero dell’Istruzione di bloccare l’intitolazione di una scuola romana ad Enzo Biagi, trincerandosi dietro una commedia degli equivoci in burocratese che induce a pensar male anche gli gnoccoloni come me. Già l’editto bulgaro in sé era una vergogna; il fatto che possa produrre effetti postumi, non lasciando riposare in pace neppure i morti, mi appare addirittura ridicolo.

La cena è servita

Tempo fa, prima ancora dei cambiamenti nei vertici Rai, denunciavo quello che secondo me è il principale difetto dell’informazione italiana: l’incapacità, nella stragrande maggioranza dei casi, di far sentire entrambe le campane. Ne viene fuori – scrivevo, e chiedo perdono per l’autocitazione – un’informazione à la carte, in cui ognuno sceglie in anticipo cosa vuole sentirsi dire ed in base a questo schiaccia il bottone del telecomando. Ribadito che, da ex giornalista, la cosa mi piace ben poco, sia quando si beatifica il premier che quando lo si critica a priori, non posso tacere di fronte alla scelta della Rai di far saltare la prima puntata di Ballarò – ormai pronta e dedicata in buona parte alla ricostruzione in Abruzzo – per uno speciale di Porta a porta sulla consegna delle prime villette ai terremotati. In questo caso, se posso continuare la mia metafora, è stata direttamente la Rai a decidere il menù: domani sera si mangia propaganda, stop. Non che Giovanni Floris sia un anarchico bombarolo, ma probabilmente qualche domanda scomoda l’avrebbe fatta. Avrebbe ricordato – come ha fatto oggi la presidente della Provincia dell’Aquila, Stefania Pezzopane – che le 200 villette pronte per la consegna non sono quelle del Progetto case, ma quelle realizzate dalla Provincia di Trento (governata, guarda un po’, dal Centrosinistra). Avrebbe parlato delle 30 mila persone parcheggiate sulla costa adriatica e delle 16 mila ancora in tenda. Avrebbe chiesto come mai le case che verranno consegnate ad Onna non siano le palazzine dove sono state messe le bandierine, ed avrebbe cercato di capire come mai gli abitanti di quel paese ormai distrutto abbiano costituito delle onlus per difendere i propri diritti. Ho grandissimo rispetto per Bruno Vespa, fin da quando facevo indegnamente il suo mestiere: ne ho sempre apprezzato l’enorme cultura, le grandi doti di divulgatore, l’abilità di condurre una trasmissione televisiva senza un copione in mano, la capacità di cambiare registro a seconda delle circostanze. Ma temo, purtroppo, che non sentiremo mai domande scomode in una liturgia come quella di domani sera, dove tutto è stato concepito per non disturbare il conducente. E ripenso ai contratti di Annozero (anche se la polemica sulle troupe di Euroscena mi pare una fesseria), alla mancata copertura legale di Report, alle nubi che ancora oggi avvolgono Che tempo che fa. Non vorrei dovermi preoccupare pure per A sua immagine, vista la fine che ha fatto il direttore di Avvenire.

L’epurato


Alla fine hanno sospeso Vauro, per questa vignetta indelicata sull’aumento di cubatura nei cimiteri. E mi è venuta subito in mente l’arrabbiatura esagerata di Maroni contro Crozza, ieri sera a Ballarò, per una battuta sgradita: era un segnale, ma non me n’ero accorto. Possibile che sia la satira a pagare il prezzo della critica al potere? Possibile che il primo atto del nuovo direttore generale della Rai sia l’epurazione del vignettista di Annozero? Vabbe’, passiamo a Santoro. Piaciuto? Non particolarmente. Perché? Perché come ha detto Enzo Carra, mio collega del Pd, a Santoro certe volte “manca il senso di appartenenza ad una comunità nazionale”, che a mio parere fa la differenza in tutti i mestieri politici, giornalismo compreso. Poi Carra va oltre, e si chiede cosa sarebbe successo “se durante gli anni del terrorismo ci fosse stato Santoro in tv, sul servizio pubblico nazionale”, e io invece mi fermo qui. Amo le trasmissioni di inchiesta, quelle che hanno il coraggio di sollevare il tappeto per vedere cosa c’è sotto, e difficilmente me ne perdo una; ma nel mio pantheon – ve l’ho già detto ultimamente, a proposito di una discussa puntata di Report – non rientrano i programmi a tesi, che superano il confine del giornalismo e sconfinano nel territorio della propaganda. Dall’una e dall’altra parte, sia chiaro, perché – come scrive oggi Michele Serra su Repubblica – il banco degli imputati faziosi va “allargato di molto, comprendendo la schiera innumerevole dei reggimicrofono che hanno taciuto su tutte le questioni strutturali che il terremoto ha posto. La melensaggine, la retorica piagnona, i servizi zelanti che illustrano quanto bravo, generoso, efficiente e prodigo sia lo Stato, e quanto grati e protetti i senzatetto che festeggiano la Pasqua nei campi, circondati da uova e carezze, appartengono al giornalismo corretto tanto quanto le frottole fanno parte della realtà”. Le reti Mediaset, che hanno il compito di parlar bene del loro proprietario, hanno scelto questa strada: primissimo piano sull’emotività, mentre i problemi aperti (imprevidenza, ignoranza della legge, assenza di controlli) rimangono totalmente sfocati sullo sfondo. Dalla Rai, invece, mi aspetto un servizio pubblico nel vero senso della parola, capace di raccontare la tragedia senza dietrologie politiche. Capace di dire, nello stesso programma, che Berlusconi si sta impegnando molto, che parecchie tende sono arrivate in ritardo, che l’election day non risolverebbe il problema, che il ponte sullo Stretto è da rinviare, che la Protezione civile ha fatto un lavoro enorme, che Bertolaso non può essere l’uomo di tutte le emergenze. Cose che ho già sentito, naturalmente, ma mai tutte insieme: quelle dispari nei programmi filogovernativi (Tg2, Porta a Porta, infotainment di Raiuno e Raidue), quelle pari nelle roccaforti dell’opposizione (Tg3, Annozero, Ballarò). Ci stiamo rassegnando ad un’informazione à la carte, in cui io telespettatore scelgo in anticipo cosa voglio sentirmi dire: quel giornalismo che dovrebbe spiazzarmi, dandomi informazioni nuove, viene ridotto al compito di rafforzare le mie certezze. Ecco perché il piove governo ladro di Annozero non mi convince fino in fondo, così come mi fa ridere il tutto va bene madama la marchesa di Emilio Fede: il giorno in cui il primo dirà mezza-parola-mezza in difesa del governo ed il secondo muoverà una-critica-una a Berlusconi, magari, cambierò idea. Dimenticavo, ma solo perché lo davo per scontato: tra i due, naturalmente, mi tengo stretto Santoro, per carità.