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Vi farò sapere

Avevo resistito in silenzio finora. Non parlerò, mi ero ripromesso, fino al giorno in cui la candidatura di Emma Bonino alla Regione Lazio, da parte del Pd, non sarà ufficiale. Quel giorno è oggi, signori miei, e qualcosa da dire ce l’ho anch’io, perché – al di là del ruolo che ricopro, e che dunque mi richiede una responsabilità maggiore rispetto all’elettore medio, oggi di qua e domani di là – il mio encefalogramma non è ancora piatto. Parecchi dei nostri se ne sono già andati (ieri gli ultimi due, Carra e Lusetti, denunciando gli errori compiuti nel metodo e nel merito rispetto alla candidatura nel Lazio), altri probabilmente se ne andranno. Qualcuno di voi esulta pensando alla Binetti, io certamente no, e con me una buona fetta di elettorato che comincia a porsi domande. Parlo dei cristiani impegnati in parrocchia, negli scout, nelle Acli o nella Caritas, nella Comunità di Sant’Egidio o nel Meg, nei focolarini o nell’Azione cattolica: sono in tanti che, in queste ore, mi scrivono privatamente per chiedermi che cosa stia accadendo e come mai ci siamo ridotti a questo, a nasconderci dietro la candidatura di Emma Bonino. Non lo so, cari amici, e forse questa è la cosa più grave. Non so perché si sia tirata così avanti la candidatura di Zingaretti, non so perché non si sia sondata la disponibilità di alcune persone che certamente non si sarebbero tirate indietro (Giovanna Melandri, Achille Serra), non so perché non si sia andati in pellegrinaggio a Bruxelles da Silvia Costa, che con i suoi 117 mila voti di preferenza alle Europee è stata la donna più votata in Italia, non so perché non si sia acchiappato a forza il primo imbecille (Giachetti, Touadi, Bachelet: tutti amici miei, che non si offendono se li chiamo imbecilli) e non lo si sia obbligato a metterci la faccia. Perché l’aspetto allucinante della vicenda, Bonino o non Bonino, è che il Pd – il primo partito della maggioranza uscente, in Regione – non abbia trovato una faccia propria ed abbia preferito esternalizzare il servizio, tipo le aziende con i call center, appaltandolo ai radicali. Mi ribatterete che anche con Prodi si decise di esternalizzare il servizio, candidando a premier uno che non veniva dai Ds o dalla Margherita, ma la differenza sta tutta nel passato: con Prodi si sceglieva qualcuno senza appartenenze politiche alle spalle, con la Bonino si sceglie qualcuno che delle battaglie di parte fa una bandiera da trent’anni. E questa parte non è sempre stata la mia, il che – riconoscetemi l’onestà – qualche problema me lo pone. Le possibilità, a questo punto, sembrano due: andarsene perché la goccia ha fatto traboccare il vaso oppure minimizzare in nome della ragion politica, dicendo che Emma Bonino è una fuoriclasse e tanti saluti. La prima strada, ricordavo, è già stata imboccata da alcuni cattolici – e quei laici che ora li accusano potrebbero chiedersi che cosa avrebbero fatto loro se la candidata del Pd alla Regione Lazio fosse stata Paola Binetti – ma per me significherebbe gettare la spugna troppo presto. La seconda è già stata tracciata dal segretario e sposata da parecchi dirigenti locali, per ragioni diverse: molte delle quali, mi spiace dirlo, più legate alla propria sopravvivenza politica che al progetto ideale del Pd. Io però non condivido nessuna delle due vie e mi concentro sulla terza, che è quella dell’appoggio condizionato. Da un lato, cercherò di fare il possibile per tirar fuori il meglio delle storiche battaglie radicali: penso alla trasparenza nella Sanità, innanzitutto, ma anche all’anagrafe degli eletti, all’attenzione per i più deboli, al rispetto delle libertà religiose e così via. Dall’altro, visto che il candidato mi è stato imposto, cercherò almeno di non farmi imporre il programma di governo; per questo, condivido e rilancio le tre condizioni poste oggi da Silvia Costa – che prima di arrivare al Parlamento europeo era assessore regionale all’Istruzione – in un articolo su Europa:

1- La nostra Costituzione è laica ma non  agnostica e delinea anche per la famiglia una precisa configurazione non confessionale, ma giuridicamente e socialmente rilevante e specifica, tale da legittimare politiche dedicate.

2- La solidarietà sociale ed economica, secondo il dettato costituzionale, è un “dovere”, e non può essere tutta catalogata come assistenzialismo. Il crinale  è nella sua capacità di promuovere insieme autonomia, condizioni di uguaglianza, relazioni sociali più significative ma anche  di riconoscere il ruolo delle organizzazioni e delle associazioni che le tutelano. Per noi questo è un tema centrale.

3- Il rapporto tra istituzioni civili e religiose si basa sul rispetto reciproco, l’ autonomia delle due sfere ma anche sulla capacità di collaborare per il bene comune. La realtà di Roma e della Regione è ricca di esperienze, pratiche e organismi realizzati dalla storia della Chiesa nelle sue componenti religiose e laiche. Riconoscere e valorizzare questi soggetti e questi servizi alla comunità è per noi un aspetto della cultura di Governo che non fa coincidere il pubblico solo con la gestione pubblica ma con le garanzie di accessibilità, qualità ed efficienza che pubblico e privato devono assicurare anche in base al principio costituzionale  del pluralismo nelle e delle istituzioni.

Famiglia, Stato sociale, rapporti con la Chiesa: quando avrò letto il programma della Bonino, vi farò sapere.

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Al solito posto

Ci eravamo lasciati con la Camera dei deputati chiusa per ferie ed il Partito democratico ancora senza candidato per il Lazio. Ci ritroviamo, quindici giorni dopo, al solito posto: in mezzo è successo un po’ di tutto, che al netto del dibattito giornalistico diventa praticamente nulla. Vado per punti, e mi scuserete se la prosa non è quella dei giorni migliori: con il cervello erano in vacanza anche i polpastrelli, che dunque hanno bisogno di riprendere il ritmo.

Cittadinanza. L’articolo migliore di questo periodo – ma forse anche dell’ultimo anno, sul tema – è quello di Giovanna Zincone sulla Stampa. È vero, parla bene della Sarubbi-Granata (“una proposta che sta in Europa e non fuori dal mondo”), ma ve lo consiglierei lo stesso. La professoressa Zincone, che oltre ad insegnare a Torino è anche consulente del presidente della Repubblica per i problemi di coesione sociale, compie infatti un ragionamento lineare sull’incastro fra disciplina del permesso di soggiorno e riforma della cittadinanza, spiega perché la proposta Bertolini sia un passo indietro notevole e fa notare (come stiamo provando a fare noi, da parecchi mesi) che l’accordo sarebbe a portata di mano, se la maggioranza accettasse di seguire “criteri in teoria facilmente condivisibili: favorire i minori, favorire i meritevoli, essere equi e coerenti”. Poi ci sarebbe da parlare dell’intervista di Rutelli, che arriva a chiedere una dichiarazione di laicità per i nuovi italiani: la mia impressione, papale papale, è che gli sia scappata la frizione. Quanto al resto, però, dice cose giuste: il fatto che la cittadinanza sia la fine di un percorso, ad esempio, mi pare un dato abbastanza condiviso, così come le critiche al multiculturalismo, che in realtà è diverso dall’interculturalismo. Potrei analizzare parola per parola, ma vi annoierei: anche perché, più che le singole parole, mi sembra abbastanza evidente l’intenzione di diversificare l’offerta rispetto al Pd, alla vigilia delle Regionali. E la cittadinanza agli immigrati, si sa, non porta vagonate di voti a chi la difende.

Regionali. Comincio dalla Puglia: la candidatura di Francesco Boccia è molto buona, ma è stata preceduta da una sceneggiata natalizia a puntate (Emiliano si candida e l’Udc lo appoggia, Vendola pure e l’Udc chiede lumi, i vendoliani protestano all’assemblea regionale Pd che viene annullata, Emiliano accusa il segretario regionale di lavorare per il nemico e ritira la sua candidatura, il Pd resta senza un candidato e l’Udc si accomoda con il Centrodestra, ma alla fine arriva Boccia e l’Udc torna con noi, mentre Vendola continua a chiedere primarie) che ci costerà parecchie migliaia di voti. Direte: è un problema locale. E infatti nel Lazio, dove si sapeva di Marrazzo da settembre (e se dico settembre è perché la voce girava già allora), le cose sono andate allo stesso modo: si candida Gasbarra, anzi no, si candida Zingaretti, anzi no, si candida la Polverini, anzi no perché l’hanno già candidata loro, si dà un mandato a Zingaretti per capire se l’Udc non ha preso impegni, ma nel frattempo esce fuori Emma Bonino e l’Udc saluta tutti, a meno di un terzo nome che – spiega il povero Zingaretti, sempre lui – dovrà essere “nuovo e nazionale”. Tanto per iniziare in serenità il nuovo anno, dico subito che avere la Bonino come candidata del Partito democratico mi creerebbe più di un problema: il presidente della Regione è quello che ha tra le mani la Sanità, che è forse il principale punto di dissidio fra me ed i radicali. Se dal governatore del Lazio dipendessero le missioni internazionali, gli stipendi dei parlamentari, il funzionamento delle carceri, il rispetto dei diritti umani, mi tatuerei la faccia della Bonino sulla schiena. Ma purtroppo non è così, e spero che anche i vertici del mio partito se ne accorgano presto. Possibilmente, prima di marzo.

L’aborto obbligatorio

Dopo l’incontro di Obama con il Papa e la conseguente promessa del presidente americano di ridurre gli aborti negli Usa, attraverso politiche di aiuto alla maternità, l’Udc ha preso la palla al balzo per portare la discussione in Parlamento. Lo ha fatto attraverso l’unico strumento disponibile per la minoranza: una mozione che impegnava il governo a promuovere, in sede Onu, una risoluzione contro l’utilizzo dell’aborto come metodo di controllo demografico in vari Paesi del mondo. Meglio di me può spiegarlo l’intervento di Rocco Buttiglione, questa mattina in Aula:

ROCCO BUTTIGLIONE. Prendiamo posizione contro tutti coloro che impongono alle donne di abortire, mettendo insieme due principi che, troppe volte, si sono scontrati nel dibattito interno del nostro Paese: il diritto della libertà di scelta e il diritto alla vita. Lo facciamo in un momento in cui questo tema è drammaticamente attuale nel mondo, perché, non dimentichiamolo, metà dell’umanità, in un modo o in un altro, non vede riconosciuto il diritto della donna di dare alla luce il bambino che ha concepito. Esistono Paesi, che abbracciano un quarto dell’umanità, in cui l’aborto, al secondo figlio, è obbligatorio. Esistono Paesi, che abbracciano forse un altro quarto dell’umanità, in cui è possibile per la donna essere ricattata con l’offerta di aiuti a condizione di abortire. Questo ha generato nel mondo uno squilibrio drammatico, tra l’altro a danno delle bambine. Mancano ai conti della demografia forse cento milioni di bambine che sono state abortite unicamente per il fatto di essere di sesso femminile. Nei Paesi in cui è consentito un solo figlio questo fenomeno si aggrava potentemente, perché se il primo figlio è di sesso femminile la tendenza è di farlo morire. (…) È difficilissimo, forse impossibile, difendere il bambino contro la madre. Bisogna difendere il bambino insieme alla madre, rafforzando l’alleanza tra la madre e il bambino. Qui noi prendiamo posizione a livello mondiale, non nelle vicende interne italiane, su legislazioni le quali spezzano questo legame contro la vita del bambino e contro la libertà della madre. Questo è il tema della giornata di oggi, il tema sul quale io mi auguro che ancora sia possibile esprimere una unanimità morale di questo Parlamento e della nazione italiana.

Il testo dell’Udc, a mio parere, affrontava il problema in maniera molto seria e non ideologica, partendo da quanto enunciato nell’articolo 1 della legge 194: dal concetto, cioè, che “l’interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite”. Eppure, come capita sempre in questi casi, anziché cercare un accordo sul testo – con eventuali aggiustamenti – si è dato il via ad una serie di mozioni parallele: una del Pdl, condivisa anche dalla Lega, che ricopiava quella dell’Udc cambiando solo le parole; una dell’Idv; una del Pd; una della delegazione radicale. Le sfumature potete immaginarle: l’Idv chiedeva che si inserissero nei programmi di cooperazione internazionale anche le campagne per la contraccezione (e qui mi sono astenuto, perché mi pare che il primo problema della cooperazione internazionale non sia oggi l’educazione sessuale), i radicali arrivavano ad auspicare “la libera diffusione, senza ricetta medica, degli strumenti di contraccezione d’emergenza”, ossia della pillola del giorno dopo (e qui ho votato contro, perché – come ebbi a dire anche al Lingotto – il freno d’emergenza del treno sta bene lì dov’è, dentro un vetro da rompere, e non va dato in mano ad ogni passeggero insieme ai salatini). Rispetto alle altre mozioni, quella del Pd – che ho votato e che condivido – metteva più l’accento sulla libertà di scelta della donna, ma complessivamente non si differenziava molto dal dispositivo finale che è stato accettato dal governo: l’impegno, cioè, a “promuovere, ricercando a tal fine il consenso necessario alla presentazione, una risoluzione che condanni l’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico ed affermi il diritto di ogni donna a non essere costretta ad abortire, favorendo politiche che aiutino a rimuovere le cause economiche e sociali dell’aborto”. Per motivi a mio parere più ideologici che reali, il mio partito ha deciso di astenersi. Io no: non vedendo contraddizioni tra il nostro testo e quello del governo ho votato a favore, insieme ad altri colleghi, e lo rifarei ancora.

P.S. A fine seduta ho preso la parola, rivolgendomi allo stesso Buttiglione che, in quel momento, era il presidente di turno:

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, non so quanto sia rituale il mio intervento, dal momento che lei, in questo momento, ricopre la carica di Vicepresidente della Camera. Mi rivolgo quindi non al Presidente ma all’onorevole Buttiglione, per ringraziarla dell’opera che ha svolto in sede di presentazione della mozione che abbiamo discusso questa mattina concernente l’aborto e per il lavoro che è stato fatto. Non sono intervenuto a titolo personale per non appesantire i lavori d’Aula e per non alimentare polemiche, però mi è dispiaciuto – vorrei che restasse agli atti – che non si sia raggiunto un voto unanime della Camera sul dispositivo che, a mio parere, il Governo aveva approntato in maniera accettabile da tutti.

Il limite della decenza

Dal 2 marzo 2008, Famiglia cristiana non ha cambiato direttore, né editore, né proprietario. E neppure linea politica – mi sembra di poter dire, da lettore assiduo – visto che, oggi come allora, l’unica linea della rivista continua ad essere quella della schiettezza. Che in generale è un pregio, ma per un cristiano addirittura un dovere. Nel numero di Famiglia cristiana del 2 marzo 2008 – lo ricordo bene perché uscì in edicola a fine febbraio, il giorno stesso della mia candidatura – l’editoriale era durissimo con il Pd, che aveva appena annunciato l’accordo con i radicali: “Pasticcio veltroniano in salsa pannelliana”, si leggeva nel titolo, e poi giù con le mazzate. Una alla presenza dei radicali nelle liste bloccate, una alla candidatura di Veronesi, un grido di allarme sul rischio che i cattolici democratici venissero mortificati, una richiesta di chiarezza “sull’antropologia e i valori di riferimento” del Pd: se questa è l’accoglienza che mi aspetta, pensai allora, andiamo bene. Ma quello stesso articolo – lo dico per onestà – conteneva anche una riflessione molto saggia sulla differenza tra un politico cattolico ed un cattolico che fa politica; prendeva come esempio di laicità la Democrazia cristiana, che “non è mai stata un partito cattolico, cioè confessionale, non ha mai preteso di fronteggiare la scristianizzazione della società”; ricordava che i cattolici impegnati nell’Assemblea costituente non fecero mai un uso ideologico della religione; chiedeva, infine, di farla finita con il “solito schema per cui i pacifisti sono di sinistra e chi si batte per la libertà di non abortire è di destra”. Ma fu il “pasticcio veltroniano” la notizia del giorno, prontamente (e comprensibilmente, direi) rilanciata dagli esponenti del Centrodestra: quegli stessi che oggi definiscono Famiglia cristiana “un giornale eversivo” e che – come ha fatto ieri sera il ministro Sacconi – ci vanno giù pesanti, con frasi del tipo “la Chiesa, per fortuna, è tutta un’altra cosa”. La colpa del settimanale cattolico è solo quella di aver detto la verità, ovvero che la posizione del premier è “indifendibile”, che il “limite di decenza è stato superato”, che “in altre Nazioni, se i politici vengono meno alle regole (anche minime) o hanno comportamenti discutibili, sono costretti alle dimissioni” e, last but not least, che “chi esercita il potere, anche con un ampio consenso di popolo, non può pretendere una zona franca dell’etica, né pensare di barattare la morale con promesse di leggi favorevoli alla Chiesa”. Poi apri Avvenire, stamattina, e ci trovi una lunga intervista (riparatrice?) al ministro Sacconi, per annunciare che il testamento biologico tornerà presto all’esame della Camera. Proprio adesso, ma guarda un po’.

Il Papa in Campidoglio


Sentendo la rassegna stampa di Radio radicale stamattina mi ero un po’ preoccupato. Parlando della visita di Benedetto XVI in Campidoglio, infatti, il conduttore aveva annunciato una grande protesta in atto, anzi due: una preparata da un esponente radicale, l’altra da un giovane veterocomunista. Mi vedevo già i titoli dei giornali: il Papa a braccetto con il sindaco di destra, contestato in piazza dalla sinistra (è vero che i radicali di sinistra non sono, ma comunque stanno nel gruppo parlamentare del Pd e quindi per l’opinione comune non c’è molta differenza). Mi immaginavo già l’articolo che avrei mandato a Stefano Menichini, il direttore di Europa, per prendere le distanze, e la lettera di chiarimenti che avrei chiesto ai nostri dirigenti, per sapere da che parte stiamo noi. Così, quando si è fatta l’ora di capire come stesse andando la faccenda, ho guardato le agenzie con la stessa angoscia di una mano di poker, spizzandole una ad una, nel timore che quella dopo ti rovini tutto. A parte uno striscione dei lavoratori di Carrefour appena licenziati, peraltro comprensibilissimo, in Campidoglio non c’era nulla. Nulla. Nemmeno tre garibaldini con la foto di Porta Pia. Eppure, il nulla aveva già fatto notizia: come tante altre volte, dalla stampa esce l’immagine di un’Italia molto più arrabbiata con la Chiesa di quanto in realtà sia. E di una Chiesa molto più spostata a destra di quanto in realtà sia. Penso al discorso di oggi del Papa, che ha sottolineato le radici cristiane di Roma in una maniera diversa da come la vulgata anticlericale le interpreta: non per piantare la bandierina sulla città (come la Chiesa faceva qualche secolo fa, mettendo le croci sugli obelischi), ma piuttosto per ricordare alla città stessa (“multietnica e multireligiosa”, ha ricordato Benedetto XVI: alzi la mano chi ci avrebbe scommesso un euro) il dovere dell’accoglienza, del dialogo, dell’integrazione. Penso anche al passaggio del Papa sulle famiglie colpite dalla crisi, all’appello perché anche le istituzioni si prendano cura dei poveri (e non lascino il compito alla Chiesa), alla spiegazione dei fatti di violenza come frutto di un disagio profondo che va combattuto e perfino al regalo che Benedetto XVI ha scelto per Alemanno: non la nota della Congregazione per la dottrina della fede sull’impegno politico dei cattolici, ma il compendio della dottrina sociale della Chiesa. Poi il Papa gira l’angolo e l’anticlericalismo rialza la testa: nelle agenzie di stampa riemergono finalmente i radicali (ma non ancora il giovane veterocomunista, le cui dichiarazioni attendo con ansia), per inneggiare polemicamente al Papa re e per precisare che ad accogliere Benedetto XVI c’erano solo pochi turisti incuriositi. Domani, ne sono certo, avranno spazio sui giornali e ricominceremo a litigare sulla laicità.

Radical choc

Era prevedibile, ma è scoppiato il caso radicali. D’altra parte, era chiaro fin dal primo giorno della legislatura – con quella lettera indirizzata a tutti i parlamentari Pd, in cui si chiedeva uno status a parte, come delegazione – che non sarebbe stato facile addomesticare un branco di tigri. Né si poteva credere che, all’improvviso, sarebbero diventate gattini. La cosa singolare è che, contrariamente alle previsioni (e preoccupazioni) della vigilia, il caso non è scoppiato sulle questioni di bioetica: su questo punto, essendo il nostro un partito plurale, la posizione dei radicali è chiara e netta ma (come testimonia il confronto sul testamento biologico) non mette in discussione la loro permanenza nel nostro gruppo parlamentare. Gli eventi che hanno portato alle tensioni di queste ore sono di natura prettamente politica: l’accordo con la Libia e la legge elettorale per le Europee. Sull’accordo con la Libia sapete come la penso, visto che sono stato uno dei pochi deputati Pd a votare contro: con Furio Colombo e, appunto, con la pattuglia radicale. La differenza tra me e Rita Bernardini è stata, però, nella dichiarazione di voto. Mentre io, pur ribadendo la mia contrarietà, rendevo merito al partito di avermi riconosciuto la possibilità di andare contro la linea tracciata da D’Alema con il suo intervento, Rita diceva in Aula queste parole testuali:

RITA BERNARDINI. Noi radicali ci sentiamo al fianco del liberale Antonio Martino e invitiamo Walter Veltroni per il futuro del Partito Democratico a pensare a uomini come Antonio Martino, piuttosto che a uomini come Massimo D’Alema.

Uno scenario simile si è riproposto in questi giorni, con la storia dello sbarramento per le Europee. Nel gruppo abbiamo avuto una discussione pacata e costruttiva, ma arrivati in Aula i radicali (che presumibilmente avrebbero voluto presentare una lista propria) hanno usato ancora una volta parole pesanti:

RITA BERNARDINI. La logica della riforma che oggi si propone è una sola: la spartizione del bottino partitocratico ai danni della legalità costituzionale e democratica, operazione di regime di ladri non solo di legalità e di moralità democratica, ma anche di informazione, di conoscenza, di denaro. Ripeto: ladri di denaro e di roba. Siamo ormai al punto in cui godono di diritti politici, civili e costituzionali solo gli arruolati e gli arruolandi al monopartito sotto forma di bipartito. Si tratta di un regime dal quale occorre liberare lo Stato, il popolo e l’Italia dopo sessant’anni, così come venne fatto dopo il ventennio fascista.

Opinioni legittime, per carità, ma poco compatibili con la permanenza nel Pd: per questo motivo, alcuni deputati (da Antonello Giacomelli a Enrico Farinone) hanno posto ufficialmente la questione al nostro capogruppo, Antonello Soro, che ieri ha scritto a Rita Bernardini una lettera aperta, in cui si chiedeva “quale convivenza politica sia possibile sulla base di quelle espressioni”. La risposta radicale, giunta in serata, non ha risolto il problema: Rita precisa di non aver rivolto quelle parole al gruppo del Pd, ma conviene sul fatto che sia necessario “affrontare il problema”. Ecco, affrontare il problema. In questi mesi, devo dirlo per onestà, ho avuto modo di apprezzare moltissimo il comportamento dei colleghi radicali: la loro passione, la loro onestà, la loro coerenza. In più di una battaglia ci siamo trovati, e ci troveremo ancora, dalla stessa parte, perché condividiamo il medesimo approccio “puro” alla politica: non ho dubbi che la presenza dei radicali sia una ricchezza per la democrazia italiana, non una sventura, e che il Parlamento sarebbe più povero senza le loro battaglie. Ma più di una volta mi sono chiesto, e me lo chiedo anche oggi, che cosa ci facciano nel Pd, visto che non ne condividono nulla: hanno semplicemente preso l’autobus per Montecitorio ed ora stanno decidendo da soli dove andare. Mi ricordo quando, il giorno della mia candidatura, molti giornalisti mi facevano domande sulla mia convivenza possibile con i radicali. Un anno dopo, a quanto pare, il problema non è soltanto mio.