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Il fuoco e le castagne

Del caso Bonino ho già parlato sul blog e, per quanto mi riguarda, non intendo farlo diventare un tormentone: la tentazione di remare contro non mi è mai venuta, né mi verrà ora che la partita è chiusa. Ma ritenevo importante fare una riflessione pubblica sulla vicenda – non che il blog non sia uno spazio pubblico, ma qui mi sento più in famiglia – e così ho inviato un contributo al direttore del Riformista, Antonio Polito, che oggi lo ha pubblicato. Tra parentesi quadre, i piccoli tagli redazionali. Buona lettura.

Ora che i giochi sono fatti, almeno nel Lazio, qualcuno sostiene che il Partito democratico dovrebbe ringraziare Emma Bonino, per averci tolto le castagne dal fuoco. Nessuno dei nostri candidati possibili, mi viene spiegato, avrebbe avuto la sua autorevolezza e la sua credibilità, nel mostrare all’elettorato di Centrosinistra che un nuovo inizio era possibile. Per rimettere in piedi le macerie mediatiche dell’affare Marrazzo serviva una personalità al riparo dal gossip, e la Bonino è [così] lontana da ogni sospetto [che due anni fa si prese pure il lusso di dare una lezione ai giornalisti politici, fingendosi innamorata per vederne l’effetto sulla stampa]. Per gestire un tema delicato come il governo clinico – che investe il problema dei rapporti fra politica e Sanità – c’era bisogno di una figura fuori dagli schemi partitocratici, capace di prendere decisioni coraggiose, e la Bonino certamente lo è: proprio questo tema, poi, è al centro delle battaglie radicali da parecchio tempo, prima ancora che in diverse Regioni scoppiassero scandali di vario colore politico. Per tenere testa a un avversario di peso come Renata Polverini, infine, occorreva un candidato energico, mediatico, trasparente, possibilmente donna: come Emma Bonino, appunto, che il segretario del Pd ha definito “una fuoriclasse”.
Il problema, però, è un altro. Il problema è che il maggiore partito del Centrosinistra – luogo politico che in Parlamento significa opposizione, ma alla Regione Lazio vuol dire governo – non deve mai appaltare a nessuno la gestione delle caldarroste: toglierle dal fuoco, anzi, è il suo mestiere, perché è questo che gli alleati si aspettano dal Pd. Se ha paura di scottarsi le mani, lasci perdere: si faccia invitare a pranzo dagli altri, che ogni volta decideranno quantità delle castagne e tempi di cottura. Ed è quello che temo accada proprio nella mia Regione, dove il Partito democratico – scegliendo di saltare un giro – ha temporaneamente abdicato ad una delle sue missioni più profonde, quella di essere la locomotiva del cambiamento e non un semplice vagone. Di essere un partito vero, insomma, capace di produrre innovazione politica e, per giunta, in modo democratico.
La questione dell’aggettivo non è residuale, perché proprio sulla democrazia interna il Pd aveva costruito la propria identità: a cominciare dal Lingotto, per finire alla recente campagna congressuale, che Pierl Luigi Bersani ha vinto ribadendo l’importanza delle primarie per la scelta dei candidati. Quelle primarie che in Puglia si faranno solo perché l’artiglieria nemica non è ancora schierata, ma che nel Lazio sono saltate per mancanza di tempo; eppure, si potevano prevedere già dai primi di novembre, quando l’affare Marrazzo – di cui trapelavano indizi addirittura in estate – aveva mostrato l’impossibilità di una ricandidatura del governatore uscente. Non è più il momento per fare altri nomi, per carità, ma tra i miei colleghi di partito i nomi si potevano trovare: eppure, si è preferito aspettare fino all’ultimo momento utile, per poi accorgersi che quel momento era passato. E affidarsi, dunque, ad un appalto esterno: la candidatura di Emma Bonino, appunto, che – per quanto fuoriclasse – lascia aperte alcune questioni nel gioco di squadra.
Io sono cattolico, la Bonino è radicale: sarebbe facile, dunque, derubricare il tutto all’ennesima puntata della lotta guelfi-ghibellini, che però non mi appassiona [per niente]. Non mi appassiona in generale, perché ritengo faccia male all’Italia, e tantomeno ne vedo la necessità all’interno del Partito democratico, dove l’impegno politico di ogni cristiano può trovare senso soltanto nello sforzo di gettare ponti tra culture diverse. Ma tra lasciare il Pd, come hanno fatto diversi miei colleghi nelle ultime settimane, e cedere alla tentazione di minimizzare in nome della ragion politica, come stanno facendo altri, ci deve essere una terza via. Che è poi quella di cercare un confronto serio sul programma di governo, prima ancora di appassionarsi al puzzle delle liste: visto che Emma Bonino è anche il nostro candidato – si chiedeva nei giorni scorsi Silvia Costa – dobbiamo trovare delle risposte condivise sulle politiche per la famiglia, sulla solidarietà sociale, sul rapporto tra istituzioni civili e religiose. E trovarle insieme, tanto per essere sicuri che le castagne appena tolte dal fuoco non vadano di traverso a un discreto numero di elettori del Pd.

Vi farò sapere

Avevo resistito in silenzio finora. Non parlerò, mi ero ripromesso, fino al giorno in cui la candidatura di Emma Bonino alla Regione Lazio, da parte del Pd, non sarà ufficiale. Quel giorno è oggi, signori miei, e qualcosa da dire ce l’ho anch’io, perché – al di là del ruolo che ricopro, e che dunque mi richiede una responsabilità maggiore rispetto all’elettore medio, oggi di qua e domani di là – il mio encefalogramma non è ancora piatto. Parecchi dei nostri se ne sono già andati (ieri gli ultimi due, Carra e Lusetti, denunciando gli errori compiuti nel metodo e nel merito rispetto alla candidatura nel Lazio), altri probabilmente se ne andranno. Qualcuno di voi esulta pensando alla Binetti, io certamente no, e con me una buona fetta di elettorato che comincia a porsi domande. Parlo dei cristiani impegnati in parrocchia, negli scout, nelle Acli o nella Caritas, nella Comunità di Sant’Egidio o nel Meg, nei focolarini o nell’Azione cattolica: sono in tanti che, in queste ore, mi scrivono privatamente per chiedermi che cosa stia accadendo e come mai ci siamo ridotti a questo, a nasconderci dietro la candidatura di Emma Bonino. Non lo so, cari amici, e forse questa è la cosa più grave. Non so perché si sia tirata così avanti la candidatura di Zingaretti, non so perché non si sia sondata la disponibilità di alcune persone che certamente non si sarebbero tirate indietro (Giovanna Melandri, Achille Serra), non so perché non si sia andati in pellegrinaggio a Bruxelles da Silvia Costa, che con i suoi 117 mila voti di preferenza alle Europee è stata la donna più votata in Italia, non so perché non si sia acchiappato a forza il primo imbecille (Giachetti, Touadi, Bachelet: tutti amici miei, che non si offendono se li chiamo imbecilli) e non lo si sia obbligato a metterci la faccia. Perché l’aspetto allucinante della vicenda, Bonino o non Bonino, è che il Pd – il primo partito della maggioranza uscente, in Regione – non abbia trovato una faccia propria ed abbia preferito esternalizzare il servizio, tipo le aziende con i call center, appaltandolo ai radicali. Mi ribatterete che anche con Prodi si decise di esternalizzare il servizio, candidando a premier uno che non veniva dai Ds o dalla Margherita, ma la differenza sta tutta nel passato: con Prodi si sceglieva qualcuno senza appartenenze politiche alle spalle, con la Bonino si sceglie qualcuno che delle battaglie di parte fa una bandiera da trent’anni. E questa parte non è sempre stata la mia, il che – riconoscetemi l’onestà – qualche problema me lo pone. Le possibilità, a questo punto, sembrano due: andarsene perché la goccia ha fatto traboccare il vaso oppure minimizzare in nome della ragion politica, dicendo che Emma Bonino è una fuoriclasse e tanti saluti. La prima strada, ricordavo, è già stata imboccata da alcuni cattolici – e quei laici che ora li accusano potrebbero chiedersi che cosa avrebbero fatto loro se la candidata del Pd alla Regione Lazio fosse stata Paola Binetti – ma per me significherebbe gettare la spugna troppo presto. La seconda è già stata tracciata dal segretario e sposata da parecchi dirigenti locali, per ragioni diverse: molte delle quali, mi spiace dirlo, più legate alla propria sopravvivenza politica che al progetto ideale del Pd. Io però non condivido nessuna delle due vie e mi concentro sulla terza, che è quella dell’appoggio condizionato. Da un lato, cercherò di fare il possibile per tirar fuori il meglio delle storiche battaglie radicali: penso alla trasparenza nella Sanità, innanzitutto, ma anche all’anagrafe degli eletti, all’attenzione per i più deboli, al rispetto delle libertà religiose e così via. Dall’altro, visto che il candidato mi è stato imposto, cercherò almeno di non farmi imporre il programma di governo; per questo, condivido e rilancio le tre condizioni poste oggi da Silvia Costa – che prima di arrivare al Parlamento europeo era assessore regionale all’Istruzione – in un articolo su Europa:

1- La nostra Costituzione è laica ma non  agnostica e delinea anche per la famiglia una precisa configurazione non confessionale, ma giuridicamente e socialmente rilevante e specifica, tale da legittimare politiche dedicate.

2- La solidarietà sociale ed economica, secondo il dettato costituzionale, è un “dovere”, e non può essere tutta catalogata come assistenzialismo. Il crinale  è nella sua capacità di promuovere insieme autonomia, condizioni di uguaglianza, relazioni sociali più significative ma anche  di riconoscere il ruolo delle organizzazioni e delle associazioni che le tutelano. Per noi questo è un tema centrale.

3- Il rapporto tra istituzioni civili e religiose si basa sul rispetto reciproco, l’ autonomia delle due sfere ma anche sulla capacità di collaborare per il bene comune. La realtà di Roma e della Regione è ricca di esperienze, pratiche e organismi realizzati dalla storia della Chiesa nelle sue componenti religiose e laiche. Riconoscere e valorizzare questi soggetti e questi servizi alla comunità è per noi un aspetto della cultura di Governo che non fa coincidere il pubblico solo con la gestione pubblica ma con le garanzie di accessibilità, qualità ed efficienza che pubblico e privato devono assicurare anche in base al principio costituzionale  del pluralismo nelle e delle istituzioni.

Famiglia, Stato sociale, rapporti con la Chiesa: quando avrò letto il programma della Bonino, vi farò sapere.

Al solito posto

Ci eravamo lasciati con la Camera dei deputati chiusa per ferie ed il Partito democratico ancora senza candidato per il Lazio. Ci ritroviamo, quindici giorni dopo, al solito posto: in mezzo è successo un po’ di tutto, che al netto del dibattito giornalistico diventa praticamente nulla. Vado per punti, e mi scuserete se la prosa non è quella dei giorni migliori: con il cervello erano in vacanza anche i polpastrelli, che dunque hanno bisogno di riprendere il ritmo.

Cittadinanza. L’articolo migliore di questo periodo – ma forse anche dell’ultimo anno, sul tema – è quello di Giovanna Zincone sulla Stampa. È vero, parla bene della Sarubbi-Granata (“una proposta che sta in Europa e non fuori dal mondo”), ma ve lo consiglierei lo stesso. La professoressa Zincone, che oltre ad insegnare a Torino è anche consulente del presidente della Repubblica per i problemi di coesione sociale, compie infatti un ragionamento lineare sull’incastro fra disciplina del permesso di soggiorno e riforma della cittadinanza, spiega perché la proposta Bertolini sia un passo indietro notevole e fa notare (come stiamo provando a fare noi, da parecchi mesi) che l’accordo sarebbe a portata di mano, se la maggioranza accettasse di seguire “criteri in teoria facilmente condivisibili: favorire i minori, favorire i meritevoli, essere equi e coerenti”. Poi ci sarebbe da parlare dell’intervista di Rutelli, che arriva a chiedere una dichiarazione di laicità per i nuovi italiani: la mia impressione, papale papale, è che gli sia scappata la frizione. Quanto al resto, però, dice cose giuste: il fatto che la cittadinanza sia la fine di un percorso, ad esempio, mi pare un dato abbastanza condiviso, così come le critiche al multiculturalismo, che in realtà è diverso dall’interculturalismo. Potrei analizzare parola per parola, ma vi annoierei: anche perché, più che le singole parole, mi sembra abbastanza evidente l’intenzione di diversificare l’offerta rispetto al Pd, alla vigilia delle Regionali. E la cittadinanza agli immigrati, si sa, non porta vagonate di voti a chi la difende.

Regionali. Comincio dalla Puglia: la candidatura di Francesco Boccia è molto buona, ma è stata preceduta da una sceneggiata natalizia a puntate (Emiliano si candida e l’Udc lo appoggia, Vendola pure e l’Udc chiede lumi, i vendoliani protestano all’assemblea regionale Pd che viene annullata, Emiliano accusa il segretario regionale di lavorare per il nemico e ritira la sua candidatura, il Pd resta senza un candidato e l’Udc si accomoda con il Centrodestra, ma alla fine arriva Boccia e l’Udc torna con noi, mentre Vendola continua a chiedere primarie) che ci costerà parecchie migliaia di voti. Direte: è un problema locale. E infatti nel Lazio, dove si sapeva di Marrazzo da settembre (e se dico settembre è perché la voce girava già allora), le cose sono andate allo stesso modo: si candida Gasbarra, anzi no, si candida Zingaretti, anzi no, si candida la Polverini, anzi no perché l’hanno già candidata loro, si dà un mandato a Zingaretti per capire se l’Udc non ha preso impegni, ma nel frattempo esce fuori Emma Bonino e l’Udc saluta tutti, a meno di un terzo nome che – spiega il povero Zingaretti, sempre lui – dovrà essere “nuovo e nazionale”. Tanto per iniziare in serenità il nuovo anno, dico subito che avere la Bonino come candidata del Partito democratico mi creerebbe più di un problema: il presidente della Regione è quello che ha tra le mani la Sanità, che è forse il principale punto di dissidio fra me ed i radicali. Se dal governatore del Lazio dipendessero le missioni internazionali, gli stipendi dei parlamentari, il funzionamento delle carceri, il rispetto dei diritti umani, mi tatuerei la faccia della Bonino sulla schiena. Ma purtroppo non è così, e spero che anche i vertici del mio partito se ne accorgano presto. Possibilmente, prima di marzo.

L’aborto obbligatorio

Dopo l’incontro di Obama con il Papa e la conseguente promessa del presidente americano di ridurre gli aborti negli Usa, attraverso politiche di aiuto alla maternità, l’Udc ha preso la palla al balzo per portare la discussione in Parlamento. Lo ha fatto attraverso l’unico strumento disponibile per la minoranza: una mozione che impegnava il governo a promuovere, in sede Onu, una risoluzione contro l’utilizzo dell’aborto come metodo di controllo demografico in vari Paesi del mondo. Meglio di me può spiegarlo l’intervento di Rocco Buttiglione, questa mattina in Aula:

ROCCO BUTTIGLIONE. Prendiamo posizione contro tutti coloro che impongono alle donne di abortire, mettendo insieme due principi che, troppe volte, si sono scontrati nel dibattito interno del nostro Paese: il diritto della libertà di scelta e il diritto alla vita. Lo facciamo in un momento in cui questo tema è drammaticamente attuale nel mondo, perché, non dimentichiamolo, metà dell’umanità, in un modo o in un altro, non vede riconosciuto il diritto della donna di dare alla luce il bambino che ha concepito. Esistono Paesi, che abbracciano un quarto dell’umanità, in cui l’aborto, al secondo figlio, è obbligatorio. Esistono Paesi, che abbracciano forse un altro quarto dell’umanità, in cui è possibile per la donna essere ricattata con l’offerta di aiuti a condizione di abortire. Questo ha generato nel mondo uno squilibrio drammatico, tra l’altro a danno delle bambine. Mancano ai conti della demografia forse cento milioni di bambine che sono state abortite unicamente per il fatto di essere di sesso femminile. Nei Paesi in cui è consentito un solo figlio questo fenomeno si aggrava potentemente, perché se il primo figlio è di sesso femminile la tendenza è di farlo morire. (…) È difficilissimo, forse impossibile, difendere il bambino contro la madre. Bisogna difendere il bambino insieme alla madre, rafforzando l’alleanza tra la madre e il bambino. Qui noi prendiamo posizione a livello mondiale, non nelle vicende interne italiane, su legislazioni le quali spezzano questo legame contro la vita del bambino e contro la libertà della madre. Questo è il tema della giornata di oggi, il tema sul quale io mi auguro che ancora sia possibile esprimere una unanimità morale di questo Parlamento e della nazione italiana.

Il testo dell’Udc, a mio parere, affrontava il problema in maniera molto seria e non ideologica, partendo da quanto enunciato nell’articolo 1 della legge 194: dal concetto, cioè, che “l’interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite”. Eppure, come capita sempre in questi casi, anziché cercare un accordo sul testo – con eventuali aggiustamenti – si è dato il via ad una serie di mozioni parallele: una del Pdl, condivisa anche dalla Lega, che ricopiava quella dell’Udc cambiando solo le parole; una dell’Idv; una del Pd; una della delegazione radicale. Le sfumature potete immaginarle: l’Idv chiedeva che si inserissero nei programmi di cooperazione internazionale anche le campagne per la contraccezione (e qui mi sono astenuto, perché mi pare che il primo problema della cooperazione internazionale non sia oggi l’educazione sessuale), i radicali arrivavano ad auspicare “la libera diffusione, senza ricetta medica, degli strumenti di contraccezione d’emergenza”, ossia della pillola del giorno dopo (e qui ho votato contro, perché – come ebbi a dire anche al Lingotto – il freno d’emergenza del treno sta bene lì dov’è, dentro un vetro da rompere, e non va dato in mano ad ogni passeggero insieme ai salatini). Rispetto alle altre mozioni, quella del Pd – che ho votato e che condivido – metteva più l’accento sulla libertà di scelta della donna, ma complessivamente non si differenziava molto dal dispositivo finale che è stato accettato dal governo: l’impegno, cioè, a “promuovere, ricercando a tal fine il consenso necessario alla presentazione, una risoluzione che condanni l’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico ed affermi il diritto di ogni donna a non essere costretta ad abortire, favorendo politiche che aiutino a rimuovere le cause economiche e sociali dell’aborto”. Per motivi a mio parere più ideologici che reali, il mio partito ha deciso di astenersi. Io no: non vedendo contraddizioni tra il nostro testo e quello del governo ho votato a favore, insieme ad altri colleghi, e lo rifarei ancora.

P.S. A fine seduta ho preso la parola, rivolgendomi allo stesso Buttiglione che, in quel momento, era il presidente di turno:

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, non so quanto sia rituale il mio intervento, dal momento che lei, in questo momento, ricopre la carica di Vicepresidente della Camera. Mi rivolgo quindi non al Presidente ma all’onorevole Buttiglione, per ringraziarla dell’opera che ha svolto in sede di presentazione della mozione che abbiamo discusso questa mattina concernente l’aborto e per il lavoro che è stato fatto. Non sono intervenuto a titolo personale per non appesantire i lavori d’Aula e per non alimentare polemiche, però mi è dispiaciuto – vorrei che restasse agli atti – che non si sia raggiunto un voto unanime della Camera sul dispositivo che, a mio parere, il Governo aveva approntato in maniera accettabile da tutti.