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Zitti tutti, tranne uno

Non so se parlare anch’io di bavaglio all’informazione, ma di certo la decisione di irreggimentare i talk show politici nell’ultimo mese di campagna elettorale pone qualche problema serio. Il radicale Marco Beltrandi, relatore del provvedimento, ha provato a convincermi che si tratta di una decisione giusta e mi ha ribadito che niente viene cancellato: se Ballarò vuole continuare a parlare di crisi economica, ad esempio, può farlo invitando i protagonisti del settore, dagli industriali ai consumatori, dall’operaio al datore di lavoro, dal commercialista al disoccupato, dall’evasore fiscale incappucciato al parroco che paga le bollette della luce per le famiglie povere. Pure Emma Bonino ieri sera minimizzava, durante la puntata di Annozero, ma la realtà non ha bisogno di molte interpretazioni: chi d’ora in poi inviterà politici dovrà adeguarsi alle regole rigide delle tribune elettorali, che vanno dal contingentamento dei tempi all’inquadratura solo di chi parla (senza smorfie altrui), dall’assenza di applausi alla rotazione di tutte le forze politiche secondo criteri precisi. A me sembra che l’idea sia, con rispetto parlando, una tipica idea radicale: fermissima sui principi, ispirata all’onestà ed alla trasparenza, incontestabile in un mondo perfetto ed in un Paese diverso dall’Italia. Il problema principale, da noi, si chiama conflitto di interessi: la Commissione di vigilanza ha infatti potere solo sul servizio pubblico, mentre nulla può sulle tv private. Che purtroppo, qui da noi, hanno un unico proprietario. E togliere i talk show sulla Rai senza toglierli a Mediaset non mi pare un’idea geniale per garantire quell’equilibrio informativo che la par condicio richiederebbe: sulle reti pubbliche si va con il cronometro, gli ospiti a rotazione e le inquadrature fisse; su quelle del premier, invece, si fa un po’ come si vuole, a meno che non intervenga l’Agenzia per le comunicazioni. Siccome l’Agcom di solito abbaia parecchio e morde poco, e siccome Berlusconi straborda già di suo, possiamo capire tutti come andrà a finire. C’è un altro aspetto, poi, che diversi esperti del settore sottolineano: vuoi per il disinteresse generale verso i contenuti, vuoi per la spettacolarizzazione della politica e lo scivolamento dell’informazione nell’infotainment, obbligare la Rai alle tribune politiche in prima serata significa far crollare gli ascolti e dunque la pubblicità. Un altro favore a Mediaset, insomma, e stavolta dal punto di vista economico. I motivi per cui i deputati di Centrodestra abbiano votato una misura del genere, allora, sono facilmente comprensibili; volendo se ne trova anche un altro, che deriva da un calcolo politico: fermare Annozero, Ballarò e In mezz’ora, secondo loro, valeva bene il sacrificio di Porta a porta (che va sempre in seconda serata e dedica una puntata su tre a temi leggeri) ed il nuovo approfondimento di Paragone (che vedono in pochi). Si capisce anche l’atteggiamento dell’Udc, che – per tenere caldo il forno di destra – ha deciso di non uscire dalla Commissione insieme a noi, in modo da garantire il numero legale: poi, a cose fatte, Casini ha detto che si trattava di un provvedimento liberticida, tanto per non far raffreddare troppo il forno di sinistra. Resta da capire perché i radicali si siano prestati a questo gioco: un po’ è certamente per quell’atteggiamento più idealistico che pragmatico di cui parlavo sopra, un po’ per far pagare al Pd il sostegno alla decisione di escludere dagli spazi televisivi, nella prima fase della campagna elettorale, tutti i partiti minori tranne la Destra di Storace. Continuiamo a farci del male.

Ufficio propaganda

Oggi vi spiego come si manipola una notizia. Premessa: il gruppo parlamentare del Pd alla Camera ha approvato martedì sera il suo statuto. La notizia fin qui non c’è, nel senso che ogni associazione si dà delle regole e prevede delle sanzioni per chi non le rispetta: se Ronaldinho fa una festino prima del derby e poi dorme in campo, il Milan lo multa; se Adriano si ubriaca in discoteca, l’Inter lo manda in tribuna e poi – quando si accorge che non c’è più niente da fare – lo rispedisce in Brasile. Se un deputato prende lo stipendio da parlamentare ma poi non si presenta in Aula e nemmeno in Commissione, il Pd prima lo sanziona e poi – se insiste – lo caccia. Niente di strano, ripeto, per chi veda la cosa con occhi imparziali. Ma siccome nel giornalismo italiano l’imparzialità non esiste, Libero di ieri si inventa un articolo che già nel titolo dice tutto: “Il Pd approva lo statuto anti-Binetti. Via chi non vota come vogliono i capi”. La tesi naturalmente è che il Partito democratico sia la versione italica del Partito comunista cinese: per “evitare un caso Binetti”, verranno “puniti i voti in dissenso rispetto all’assemblea del gruppo”, mentre il voto di coscienza esiste solo “in teoria”. Anche Avvenire cade nella trappola, parlando di uno statuto “draconiano”, ma in realtà se la cava con una breve di tre righe; è Libero, invece, a ricamarci sopra, e così decido di prendere carta e penna per scrivere al direttore, Maurizio Belpietro:

Caro direttore,
apprendo dal Suo giornale che il mio gruppo parlamentare avrebbe varato uno statuto molto rigido contro la libertà di coscienza dei deputati. Così, almeno, mi spiega l’articolo di Elisa Calessi, pubblicato ieri a pagina 13 sotto un titolo (“Via chi non la pensa come i capi”) che non lascia spazio a molte interpretazioni. Si parla di sanzioni per ogni voto in dissenso, fino all’espulsione, e se così fosse, in effetti, sarebbe gravissimo: io stesso avrei qualche problema a convivere con una disciplina del genere, visto che dall’inizio della legislatura – dall’accordo con la Libia in poi, quando si regalarono 4 miliardi di euro a Gheddafi e si decise di affidare le sorti dei disperati ad un Paese che non rispetta i diritti umani – ho votato più di una volta in dissenso e non escludo di farlo in futuro, qualora la linea del partito su determinati provvedimenti risultasse incompatibile con la mia coscienza di parlamentare eletto senza vincolo di mandato. Invece, quello statuto – approvato martedì sera all’unanimità, dunque anche con la mia alzata di mano – non prevede l’annullamento delle differenze: già nel primo articolo, al contrario, si tiene a ribadire che “il pluralismo è elemento fondante del gruppo e suo principio costitutivo”. Il tutto, è chiaro, all’interno di un indirizzo politico, che lo statuto definisce “vincolante”, in un quadro di eventuali sanzioni già presenti nello statuto dell’Ulivo; ma sarebbe strano il contrario, visto che ognuno di noi è stato eletto in una lista anziché in un’altra, per poi aderire liberamente ad un gruppo parlamentare anziché ad un altro. È naturale, insomma, che ogni gruppo – al termine di un confronto serio e rispettoso tra le sue diverse anime – decida alla fine una linea comune; sarebbe grave, e su questo concordo con voi, se impedisse l’esercizio del voto a chi, per motivi di coscienza personale, non riuscisse a trovarsi d’accordo su questa linea. Sarebbe grave, lo ripeto. Anzi, lo è già: basta chiedere al mio collega Benedetto Della Vedova, al quale il gruppo del Pdl impedisce di votare gli emendamenti sul testamento biologico perché la sua posizione non è in linea con quella del partito.

Andrea Sarubbi – deputato Pd

 

In poche parole, nella lettera cerco di spiegare a Libero due concetti: il primo è che hanno ricamato malignamente su una storia inesistente, perché Bersani non è Pol Pot; il secondo è che, se esiste da qualche parte un tentativo di piallare le teste pensanti, questa parte è proprio il Centrodestra, dove il dissenso interno viene umiliato. Un giornale anglosassone avrebbe pubblicato la mia lettera per intero, senza aggiungere o togliere una virgola; un giornale italiano medio ci avrebbe aggiunto, in chiusura, una risposta ironica o sarcastica del direttore, tanto per avere l’ultima parola; Libero ha deciso di diluire la mia lettera in un pezzo più ampio, eliminandone le parti più scomode. Il titolo è parzialmente riparatore, ma allude quasi ad un ripensamento da parte nostra: “Il Pd fa il buono sul comma Binetti. Chi vota di testa sua può restare”. E perché avremmo cambiato idea, di grazia? Lo dice l’occhiello: “Questione di convivenza”. Della mia lettera si estrapola solo una frase, che suona quasi come un ultimatum (“Sarebbe gravissimo: io stesso avrei qualche problema a convivere con una disciplina del genere, visto che dall’inizio della legislatura ho votato più di una volta in dissenso e non escludo di farlo in futuro”), togliendo di mezzo ogni riferimento scomodo: come quello all’accordo con la Libia, per esempio, che in campagna elettorale è meglio non ricordare troppo ai cittadini. Ma soprattutto – ed è qui la grande lezione di giornalismo che oggi ci viene impartita – sparisce miracolosamente il mio riferimento al Pdl, ed alla messa a tacere di Benedetto Della Vedova nel dibattito sul testamento biologico: per l’ufficio propaganda di Palazzo Grazioli, in effetti, sono parole un po’  troppo forti. Della Vedova, nel frattempo, ha scritto una lettera a Cicchitto e Bocchino, per denunciare la gravità della situazione: le agenzie di stampa l’hanno pubblicata stamattina e domani, ne sono certo, la troverete allegata a Libero, in un inserto speciale con gli interventi del deputato dissidente. O no?

Il sicario distratto

A questo punto, signori miei, Vittorio Feltri si dimetta . Per un sussulto di dignità, mi verrebbe da dire, ma ancor più per inadeguatezza professionale: il direttore di un giornale non è il barista che discute con i suoi avventori del più e del meno. Ha una responsabilità – anche penale – di ciò che pubblica, e per questo deve resistere alla tentazione di abboccare alle note anonime, verificando le carte processuali prima di sparare in prima pagina una fatwa contro chicchessia. Anche se chicchessia, in quel momento, gli è scomodo, e più ancora che a lui è scomodo al suo datore di lavoro. Dino Boffo, ammette oggi il suo killer, era innocente. Era uno schèrzo, come dice Corrado Guzzanti quando imita Bertinotti. Ma Feltri, anziché lasciare il giornalismo e dedicarsi a tempo pieno alla propaganda (sai che coppia con Capezzone?), fischietta ed invita a non pensarci più. Ecco la sua risposta ad una lettrice, che gli chiede un giudizio a freddo su quella vicenda:

Gentile signora,
quando abbiamo pubblicato la notizia, per altro non nuova (era già stata divulgata da Panorama sia pure con scarsa evidenza) eravamo consapevoli che non sarebbe passata inosservata. Ma non per il contenuto in sé, penalmente modesto, quanto per il risvolto politico. Infatti era un periodo di fuochi d’artificio sui presunti eccessi amorosi di Berlusconi. La Repubblica in particolare si era segnalata con servizi quotidiani su escort e pettegolezzi da camera da letto. Il cosiddetto dibattito politico aveva lasciato il posto al gossip usato come arma contro il premier anche in tivù, oltre che sulla stampa nazionale e internazionale.
Persino l’Avvenire, di solito pacato e riflessivo, cedette alla tentazione di lanciare un paio di petardi. Niente di eccezionale, per carità; data però la provenienza, quei petardi produssero un effetto sonoro rilevante. Nonostante ciò, personalmente non mi sarei occupato di Dino Boffo, giornalista prestigioso e apprezzato, se non mi fosse stata consegnata da un informatore attendibile, direi insospettabile, la fotocopia del casellario giudiziale che recava la condanna del direttore a una contravvenzione per molestie telefoniche. Insieme, un secondo documento (una nota) che riassumeva le motivazioni della condanna. La ricostruzione dei fatti descritti nella nota, oggi posso dire, non corrisponde al contenuto degli atti processuali.
All’epoca giudicammo interessante il caso per cercare di dimostrare che tutti noi faremmo meglio a non speculare sul privato degli altri, perché anche il nostro, se scandagliato, non risulta mai perfetto.
Poteva finire qui. Invece l’indomani è scoppiato un pandemonio perché i giornali e le televisioni si scatenarono sollevando un polverone ingiustificato. La «cosa», come lei dice, da piccola è così diventata grande. Ma, forse, sarebbe rimasta piccina se Boffo, nel mezzo delle polemiche (facile a dirsi, adesso), invece di segretare il fascicolo, lo avesse reso pubblico, consentendo di verificare attraverso le carte che si trattava di una bagattella e non di uno scandalo. Infatti, da quelle carte, Dino Boffo non risulta implicato in vicende omosessuali, tantomeno si parla di omosessuale attenzionato.
Questa è la verità. Oggi Boffo sarebbe ancora al vertice di Avvenire. Inoltre Boffo ha saputo aspettare, nonostante tutto quello che è stato detto e scritto, tenendo un atteggiamento sobrio e dignitoso che non può che suscitare ammirazione.

Dopo aver sparato, colpito ed affondato, insomma, il sicario si accorge di aver fatto fuori un innocente. Ed è lo stesso sicario che, in altre circostanze, inneggia invece al garantismo: nel Giornale di oggi, tanto per citare l’ultimo caso, c’è tutto un dossier dettagliato per smontare le dichiarazioni del pentito Spatuzza, sottolineandone i lapsus, gli errori e le omissioni. E si tratta, in questo caso, di atti processuali, non di una nota anonima. Ma diverso è il bersaglio, evidentemente, e dunque diversi sono pesi e misure. Leggo su Avvenire di oggi una risposta fin troppo diplomatica e pacata: in un passaggio il nuovo direttore, Marco Tarquinio, arriva addirittura a riconoscere a Feltri una certa dose di fegato, per aver saputo ammettere il proprio errore. No, caro direttore: il caso non è chiuso per niente, e non lo sarà fino a quando Feltri resterà dov’è. Se Il Giornale avesse bisogno di un sostituto, tra l’altro, c’è un ottimo direttore a spasso da tre mesi per colpa di un sicario un po’ distratto.

Il guinzaglio

Non so se fossimo davvero 300 mila, perché bisognerebbe scorporare quanti si trovavano in via del Corso per lo struscio e non sarebbe facile, ma in piazza del Popolo ieri eravamo tanti. Il che non significa che avessimo ragione, perché erano tanti pure ad ascoltare Benito Mussolini sotto il balcone di palazzo Venezia, ma comunque conferma che l’oggettivo squilibrio dell’informazione italiana è un tema sentito e che i suoi destinatari – in primo luogo i telespettatori, visto che le notizie arrivano alla stragrande maggioranza dei cittadini tramite tv – non sono così decerebrati e passivi. Detto questo – e qui parla il giornalista che abita in me – concordo con Enrico Mentana nel ritenere che il problema in Italia non sia tanto la libertà di stampa, quanto piuttosto la stampa libera: come ho scritto più volte, da noi l’informazione è à la carte, nel senso che i giornalisti tendono a militare da una parte o dall’altra ed i loro lettori (o telespettatori) li seguono a seconda delle convinzioni politiche, per sentirsi dire quello che a loro fa piacere ascoltare. Questo atteggiamento del cittadino medio mi preoccupa parecchio, perché l’informazione non deve servire a motivare le truppe ma a formare le coscienze, ma credo che il problema vada risolto alla radice: restituendo alla stampa quel ruolo di osservatore super partes che fissa il confine tra notizia e propaganda. Oggi questo confine tende a scomparire, per colpa un po’ della politica ed un po’ anche dei miei (ex) colleghi. Comincio dalla politica. La lottizzazione c’è sempre stata, ma la legge Gasparri (faccio il caso della Rai, che conosco un po’ meglio) l’ha esasperata, mettendola nero su bianco: ad ogni partito un tot di consiglieri d’amministrazione, e poi giù fino ai direttori, ai vicedirettori, ai capistruttura, forse addirittura ai conduttori dei programmi di rete. Nella maggior parte dei casi, insomma, la politica è ormai così addentro all’informazione pubblica che – per essere considerato, per avere una prospettiva di carriera – il giornalista si deve schierare e sperare che la propria parte vinca, come se fosse un militante comune. L’unico modo per uscirne sarebbe uno scatto di reni dell’intera categoria, una ribellione unanime al sistema: se da domani nessuno si schiera più per nessuno, ma tutti si schierano per quell’unico padrone che è la verità, la politica prima o poi deve mollare la presa e rassegnarsi alla rinascita del quarto potere. Purtroppo, le debolezze umane mandano spesso all’aria i principî più nobili, e temo che – se anche mille giornalisti rialzassero la schiena tutti insieme – si troverà sempre qualcuno disponibile ad offrire i propri servigi al potente di turno. Ecco perché, a mio parere, la manifestazione di ieri va interpretata contemporaneamente come una protesta e come un appello: una protesta contro la politica, che pretende di mettere il guinzaglio alla stampa, ed un appello alla stampa, perché si ricordi che questo guinzaglio (per quanto comodo e rassicurante) non fa parte della sua natura libera.

A chi giova?

Chi segue questo blog da tempo (a proposito: dopodomani festeggiamo il cinquecentesimo post) di solito non si annoia, ma riconosco che nell’ultimo periodo sono un po’ monotematico. Anche oggi, per esempio, vorrei occuparmi dello scudo fiscale, su cui credo che daremo battaglia fino a sabato, ma mi tocca tornare sul tema della cittadinanza, perché ogni giorno ne succede una. Meglio delle soap, insomma. La prima novità è la conferenza dei capigruppo di stamattina: hanno deciso che ad ottobre arriva in Aula la legge sull’omofobia, a dicembre il testamento biologico ed a novembre (papparapà!) toccherà alla cittadinanza. Sia omofobia che cittadinanza sono passate in quota opposizione: è toccato a noi, insomma, chiedere che queste due proposte di legge venissero discusse, attingendo a quel 20% che ci viene assegnato dall’articolo 24 del regolamento della Camera. Implicazioni pratiche della vicenda: il comitato ristretto – che dovrebbe riunirsi domani – deve sbrigarsi ad adottare un testo base, scegliendolo fra le 12 proposte di legge presentate oppure preparando un nuovo testo della Commissione. Non so come andrà a finire e non faccio previsioni. La seconda novità di oggi è un articolo del Giornale (di cui tutti conoscete proprietario e direttore), nel quale prima si tenta di smontare la proposta di legge Sarubbi-Granata sui contenuti, liquidandola ad una riedizione di precedenti pdl del Centrosinistra (ed ignorando la novità principale, ossia l’abolizione dell’automatismo per la cittadinanza ed il passaggio da una logica quantitativa ad una qualitativa), e poi si arriva al punto chiave, ossia la convenienza politica o meno di ingaggiare battaglie interne alla maggioranza. Cito testualmente:

La sensazione, magari sbagliata finché si vuole, è che un americano e un tedesco, cioè Sarubbi e Granata, si siano messi d’accordo per forzare la mano, se non addirittura per inguaiare di brutto un centrodestra che è assai più tiepido del centrosinistra nel concedere con una certa larghezza la cittadinanza agli immigrati extracomunitari. Questa iniziativa legislativa, intendiamoci, a leggerla con la dovuta attenzione è meno scandalosa di quanto possa apparire. Da una parte persegue l’obiettivo dell’integrazione e dall’altra non fa propria la logica del todos caballeros. Un cavalierato che, come un sigaro, non si nega a nessuno.
E pur tuttavia solo chi è di una ingenuità disarmante, o peggio vagheggia nuovi scenari a tutt’oggi imprevedibili, con ogni probabilità un salto nel buio, può perorare oggi come oggi la causa di una simile iniziativa legislativa. Una mina che se non disinnescata a dovere e messa per il momento in un cassetto, può far saltare in aria la maggioranza e con essa il governo. Ai tonti e ai finti tonti in servizio permanente effettivo ci permettiamo di rivolgere una semplice domanda: a chi giova?

Le teorie, insomma, sono due: o siamo imbecilli, o siamo perfidi. Nel primo caso – nel caso, cioè, in cui fossimo in buona fede – non ci renderemmo conto dell’enorme rischio che facciamo correre alla politica italiana, proiettandola in “un salto nel buio”. Nel secondo – nel caso, cioè, in cui facessimo i finti tonti – a noi non importerebbe nulla degli immigrati, della cittadinanza e di tutto il resto, ma staremmo soltanto tramando nell’ombra per preparare il prossimo partito Fini-Casini-Rutelli (e ho letto pure Veltroni, da qualche parte). Ammettiamo invece, per assurdo, che 50 parlamentari coraggiosi (tanti siamo i firmatari, lo ricordo) decidano di mettere da parte le ideologie di provenienza e si mettano a discutere nel merito di una legge giusta (o almeno, per dirla con le parole del Giornale, “meno scandalosa di quanto possa apparire”), che – se approvata – potrebbe, a loro parere, migliorare l’Italia e riconoscere i diritti di decine di migliaia di ragazzi italiani in tutto, fuorché nel passaporto; una legge che potrebbe rendere la vita migliore ai 100 mila bambini figli di stranieri che ogni anno nascono qui o ci arrivano per ricongiungimento familiare; una legge, infine, che rafforzerebbe l’integrazione e la stessa percezione dell’identità nazionale. E loro hanno pure il coraggio di chiedersi a chi giova?

L’altra campana

La confusione dei ruoli ormai regna sovrana. Ricomincia Annozero su Raidue e, prima ancora che la commissione parlamentare di Vigilanza si occupi di eventuali abusi (che io non ho visto), il ministro Scajola annuncia che chiederà chiarimenti ai vertici Rai, come se toccasse al governo esercitare la funzione di controllo. Capisco che da un po’ di tempo il Parlamento non sia più trendy, che noi siamo molto lenti mentre il governo è molto rock, ma onestamente qui stiamo passando il segno. E non lo dice un fan di Michele Santoro, ma solo uno che – come ebbi a dichiarare qualche settimana fa, quando la sua trasmissione sembrava in dubbio – reputa la chiusura di Annozero un danno per l’azienda, vista la serietà del prodotto, visti gli ascolti e vista anche la necessità, per la televisione pubblica, di far sentire più campane. Sono il primo a riconoscere che alcuni sillogismi di Marco Travaglio sono smaccatamente forzati – ultimamente è riuscito nell’impresa di mettere in collegamento il parere dell’avvocatura dello Stato sul lodo Alfano, su cui magari vi dirò la mia nei prossimi giorni, con il processo a Dell’Utri per i legami con la mafia – ma altrettanto forzato mi pare il balletto attorno al suo rinnovo contrattuale. Travaglio non porta un voto al Pd, sia chiaro, mentre ce ne toglie parecchi: sul fronte interno, perché siamo sempre accusati di non essere duri e puri come – ad esempio – l’Italia dei valori, che da Annozero esce sempre benissimo; su quello esterno, perché – come ha detto in queste ore Marco Follini – “ogni qualvolta si vellica la pancia dell’anti-ber­lusconismo, si allontana­no da noi gli elettori berlusconiani delusi”. Non si tratta, dunque, di una battaglia strumentale, ma semplicemente della necessità di dar voce a pezzi diversi del nostro Paese, perché le coscienze si formano solo dopo aver ascoltato tutte le voci in campo. Una Rai “normalizzata” è una Rai “anestetizzata”, in cui – tanto per fare un esempio che mi riguarda da vicino – per avere notizia della proposta di legge bipartisan sulla cittadinanza, che sta provocando una discussione profonda anche all’interno del Centrodestra, sei costretto ad accendere il tg3 (o La7 o Sky, che però non c’entrano con la tv pubblica) oppure non ne saprai mai nulla. Potrete obiettarmi che la lottizzazione c’è sempre stata, ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato davvero: non si spiegherebbe, altrimenti, la decisione del ministero dell’Istruzione di bloccare l’intitolazione di una scuola romana ad Enzo Biagi, trincerandosi dietro una commedia degli equivoci in burocratese che induce a pensar male anche gli gnoccoloni come me. Già l’editto bulgaro in sé era una vergogna; il fatto che possa produrre effetti postumi, non lasciando riposare in pace neppure i morti, mi appare addirittura ridicolo.

L’errore giornalistico

Nel primo giorno di Aula dopo la pausa estiva, il calendario faceva pensare ad un ritorno soft: si discute, infatti, della legge sulle cure palliative, che alla fine dovrebbe passare con il consenso di tutte le forze politiche. Abbiamo assistito, invece, ad uno dei momenti più tesi dall’inizio della legislatura, che ci ha regalato una scenetta impensabile solo un anno fa: le opposizioni in difesa del presidente della Camera, la maggioranza impegnata nel difficile tentativo di salvare capra e cavoli, cercando di esprimere solidarietà a Fini per gli attacchi di Feltri e stando attenta, contemporaneamente, a non nuocere a Berlusconi, che del Giornale è il proprietario. Ha iniziato il nostro capogruppo, Antonello Soro, con un intervento misurato nei toni ma molto netto nei contenuti.

ANTONELLO SORO. Signor Presidente, non saremmo onesti con gli italiani (…) se dovessimo rassegnarci all’idea che è normale rivolgere un’esplicita intimidazione al Presidente della Camera dei deputati che assume la forma di un palese ricatto. Troviamo assolutamente legittimo, normale e democraticamente fisiologico esprimere giudizi critici nei confronti delle idee del Presidente della Camera ed è assolutamente legittimo, normale e doveroso, in alcune circostanze, contestare lo stesso operato del Presidente della Camera nell’esercizio della sua funzione (noi lo abbiamo fatto in più di una circostanza, anche in questa legislatura). Ma rivolgere minacce e ricatti alla terza carica dello Stato significa mettere sotto schiaffo il Parlamento, mettere in dubbio la libertà di tutti noi. E quando questa minaccia viene da un quotidiano che è di proprietà della famiglia del Presidente del Consiglio dei ministri la cosa è ancora più grave, ed è ancora più inaccettabile se il Presidente del Consiglio non esprime una sola parola di censura (al momento non l’ha espressa) nei confronti di questo episodio(…). In questi mesi si è alzato un vento di intolleranza e di pressione nei confronti di quanti esprimono opinioni diverse: da la Repubblica, a l’Unità, ad Avvenire, ai giornalisti di una rete della televisione pubblica, agli stessi esponenti della maggioranza di Governo che esprimono parole e opinioni diverse. In questi giorni e in queste settimane si costituiscono dossier, si spargono veleni. (…) Noi che abbiamo l’ambizione di consolidare in questo Paese un regime di bipolarismo virtuoso e di democrazia dell’alternanza, noi che consideriamo l’onorevole Fini, in quanto cofondatore del Popolo della Libertà, un avversario, un leale avversario nei confronti del quale ci sentiamo alternativi politicamente, sentiamo il dovere di esprimere, in questa circostanza, la nostra solidarietà per il vigliacco attacco nei confronti della sua persona e della sua carica, che è ancora più importante (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Italia dei Valori e di deputati del gruppo Popolo della Libertà). Ma insieme alla solidarietà vogliamo esprimere il disagio e la preoccupazione per la nostra democrazia, per la tensione insopportabile che si svolge nel rapporto tra Governo e Parlamento e tra Governo e informazione: è una questione che riguarda tutti, non riguarda solo noi.

Rocco Buttiglione, a nome dell’Udc, ha espresso il dubbio che Gianfranco Fini “sia attaccato perché ha esercitato con imparzialità il suo ruolo di Presidente della Camera, uomo di parte quando era tempo di essere uomini di parte, sempre nel rispetto del bene comune e uomo delle istituzioni quando è stato tempo di essere uomo delle istituzioni”. Ed ha messo l’episodio in parallelo con il caso Avvenire, definito “un’azione squadristica” contro Dino Boffo “perché aveva osato dire, nel modo più mite possibile, che andare a donne non è una cosa commendevole e non va rappresentato come modello morale per i giovani”. Per l’Idv è intervenuto Fabio Evangelisti, alzando il tiro e parlando testualmente di un’operazione “di stampo mafioso”, nella quale “parte l’avvertimento, il sicario è pronto”, e “la politica ha il dovere di individuare il mandante, la cupola che ha deciso di inviare il messaggio”. Ma la chicca politica della giornata è stata, naturalmente, la reazione della maggioranza. Quasi scontata quella della Lega, che con il presidente della Camera ha ingaggiato un braccio di ferro interno: Manuela Dal Lago ha fatto capire chiaramente che, tra Berlusconi e Fini, il partito di Bossi non ha dubbi su chi difendere, ed ha liquidato le campagne di Feltri con un eloquente “a veleno risponde veleno”. Che avrebbe senso, però, se la campagna di Feltri fosse stata sulle donne di Franceschini, mentre non spiega quale veleno abbiano sparso il direttore di Avvenire o il presidente della Camera, colpiti perché stavano facendo il loro lavoro. Il compito più delicato spettava comunque a Fabrizio Cicchitto -capogruppo del Pdl, e dunque anche dei deputati finiani – che in politichese ha tentato di tenere il piede in due staffe, difendendo sia Berlusconi (dalle domande di Repubblica) che Fini (dalle minacce del Giornale). Con una sottile differenza nei toni, però: le inchieste sul premier sono “un inqualificabile attacco”, mentre il ricatto al presidente della Camera è “un errore giornalistico”. Sì, avete letto bene.