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Zitti tutti, tranne uno

Non so se parlare anch’io di bavaglio all’informazione, ma di certo la decisione di irreggimentare i talk show politici nell’ultimo mese di campagna elettorale pone qualche problema serio. Il radicale Marco Beltrandi, relatore del provvedimento, ha provato a convincermi che si tratta di una decisione giusta e mi ha ribadito che niente viene cancellato: se Ballarò vuole continuare a parlare di crisi economica, ad esempio, può farlo invitando i protagonisti del settore, dagli industriali ai consumatori, dall’operaio al datore di lavoro, dal commercialista al disoccupato, dall’evasore fiscale incappucciato al parroco che paga le bollette della luce per le famiglie povere. Pure Emma Bonino ieri sera minimizzava, durante la puntata di Annozero, ma la realtà non ha bisogno di molte interpretazioni: chi d’ora in poi inviterà politici dovrà adeguarsi alle regole rigide delle tribune elettorali, che vanno dal contingentamento dei tempi all’inquadratura solo di chi parla (senza smorfie altrui), dall’assenza di applausi alla rotazione di tutte le forze politiche secondo criteri precisi. A me sembra che l’idea sia, con rispetto parlando, una tipica idea radicale: fermissima sui principi, ispirata all’onestà ed alla trasparenza, incontestabile in un mondo perfetto ed in un Paese diverso dall’Italia. Il problema principale, da noi, si chiama conflitto di interessi: la Commissione di vigilanza ha infatti potere solo sul servizio pubblico, mentre nulla può sulle tv private. Che purtroppo, qui da noi, hanno un unico proprietario. E togliere i talk show sulla Rai senza toglierli a Mediaset non mi pare un’idea geniale per garantire quell’equilibrio informativo che la par condicio richiederebbe: sulle reti pubbliche si va con il cronometro, gli ospiti a rotazione e le inquadrature fisse; su quelle del premier, invece, si fa un po’ come si vuole, a meno che non intervenga l’Agenzia per le comunicazioni. Siccome l’Agcom di solito abbaia parecchio e morde poco, e siccome Berlusconi straborda già di suo, possiamo capire tutti come andrà a finire. C’è un altro aspetto, poi, che diversi esperti del settore sottolineano: vuoi per il disinteresse generale verso i contenuti, vuoi per la spettacolarizzazione della politica e lo scivolamento dell’informazione nell’infotainment, obbligare la Rai alle tribune politiche in prima serata significa far crollare gli ascolti e dunque la pubblicità. Un altro favore a Mediaset, insomma, e stavolta dal punto di vista economico. I motivi per cui i deputati di Centrodestra abbiano votato una misura del genere, allora, sono facilmente comprensibili; volendo se ne trova anche un altro, che deriva da un calcolo politico: fermare Annozero, Ballarò e In mezz’ora, secondo loro, valeva bene il sacrificio di Porta a porta (che va sempre in seconda serata e dedica una puntata su tre a temi leggeri) ed il nuovo approfondimento di Paragone (che vedono in pochi). Si capisce anche l’atteggiamento dell’Udc, che – per tenere caldo il forno di destra – ha deciso di non uscire dalla Commissione insieme a noi, in modo da garantire il numero legale: poi, a cose fatte, Casini ha detto che si trattava di un provvedimento liberticida, tanto per non far raffreddare troppo il forno di sinistra. Resta da capire perché i radicali si siano prestati a questo gioco: un po’ è certamente per quell’atteggiamento più idealistico che pragmatico di cui parlavo sopra, un po’ per far pagare al Pd il sostegno alla decisione di escludere dagli spazi televisivi, nella prima fase della campagna elettorale, tutti i partiti minori tranne la Destra di Storace. Continuiamo a farci del male.

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L’altra campana

La confusione dei ruoli ormai regna sovrana. Ricomincia Annozero su Raidue e, prima ancora che la commissione parlamentare di Vigilanza si occupi di eventuali abusi (che io non ho visto), il ministro Scajola annuncia che chiederà chiarimenti ai vertici Rai, come se toccasse al governo esercitare la funzione di controllo. Capisco che da un po’ di tempo il Parlamento non sia più trendy, che noi siamo molto lenti mentre il governo è molto rock, ma onestamente qui stiamo passando il segno. E non lo dice un fan di Michele Santoro, ma solo uno che – come ebbi a dichiarare qualche settimana fa, quando la sua trasmissione sembrava in dubbio – reputa la chiusura di Annozero un danno per l’azienda, vista la serietà del prodotto, visti gli ascolti e vista anche la necessità, per la televisione pubblica, di far sentire più campane. Sono il primo a riconoscere che alcuni sillogismi di Marco Travaglio sono smaccatamente forzati – ultimamente è riuscito nell’impresa di mettere in collegamento il parere dell’avvocatura dello Stato sul lodo Alfano, su cui magari vi dirò la mia nei prossimi giorni, con il processo a Dell’Utri per i legami con la mafia – ma altrettanto forzato mi pare il balletto attorno al suo rinnovo contrattuale. Travaglio non porta un voto al Pd, sia chiaro, mentre ce ne toglie parecchi: sul fronte interno, perché siamo sempre accusati di non essere duri e puri come – ad esempio – l’Italia dei valori, che da Annozero esce sempre benissimo; su quello esterno, perché – come ha detto in queste ore Marco Follini – “ogni qualvolta si vellica la pancia dell’anti-ber­lusconismo, si allontana­no da noi gli elettori berlusconiani delusi”. Non si tratta, dunque, di una battaglia strumentale, ma semplicemente della necessità di dar voce a pezzi diversi del nostro Paese, perché le coscienze si formano solo dopo aver ascoltato tutte le voci in campo. Una Rai “normalizzata” è una Rai “anestetizzata”, in cui – tanto per fare un esempio che mi riguarda da vicino – per avere notizia della proposta di legge bipartisan sulla cittadinanza, che sta provocando una discussione profonda anche all’interno del Centrodestra, sei costretto ad accendere il tg3 (o La7 o Sky, che però non c’entrano con la tv pubblica) oppure non ne saprai mai nulla. Potrete obiettarmi che la lottizzazione c’è sempre stata, ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato davvero: non si spiegherebbe, altrimenti, la decisione del ministero dell’Istruzione di bloccare l’intitolazione di una scuola romana ad Enzo Biagi, trincerandosi dietro una commedia degli equivoci in burocratese che induce a pensar male anche gli gnoccoloni come me. Già l’editto bulgaro in sé era una vergogna; il fatto che possa produrre effetti postumi, non lasciando riposare in pace neppure i morti, mi appare addirittura ridicolo.

L’epurato


Alla fine hanno sospeso Vauro, per questa vignetta indelicata sull’aumento di cubatura nei cimiteri. E mi è venuta subito in mente l’arrabbiatura esagerata di Maroni contro Crozza, ieri sera a Ballarò, per una battuta sgradita: era un segnale, ma non me n’ero accorto. Possibile che sia la satira a pagare il prezzo della critica al potere? Possibile che il primo atto del nuovo direttore generale della Rai sia l’epurazione del vignettista di Annozero? Vabbe’, passiamo a Santoro. Piaciuto? Non particolarmente. Perché? Perché come ha detto Enzo Carra, mio collega del Pd, a Santoro certe volte “manca il senso di appartenenza ad una comunità nazionale”, che a mio parere fa la differenza in tutti i mestieri politici, giornalismo compreso. Poi Carra va oltre, e si chiede cosa sarebbe successo “se durante gli anni del terrorismo ci fosse stato Santoro in tv, sul servizio pubblico nazionale”, e io invece mi fermo qui. Amo le trasmissioni di inchiesta, quelle che hanno il coraggio di sollevare il tappeto per vedere cosa c’è sotto, e difficilmente me ne perdo una; ma nel mio pantheon – ve l’ho già detto ultimamente, a proposito di una discussa puntata di Report – non rientrano i programmi a tesi, che superano il confine del giornalismo e sconfinano nel territorio della propaganda. Dall’una e dall’altra parte, sia chiaro, perché – come scrive oggi Michele Serra su Repubblica – il banco degli imputati faziosi va “allargato di molto, comprendendo la schiera innumerevole dei reggimicrofono che hanno taciuto su tutte le questioni strutturali che il terremoto ha posto. La melensaggine, la retorica piagnona, i servizi zelanti che illustrano quanto bravo, generoso, efficiente e prodigo sia lo Stato, e quanto grati e protetti i senzatetto che festeggiano la Pasqua nei campi, circondati da uova e carezze, appartengono al giornalismo corretto tanto quanto le frottole fanno parte della realtà”. Le reti Mediaset, che hanno il compito di parlar bene del loro proprietario, hanno scelto questa strada: primissimo piano sull’emotività, mentre i problemi aperti (imprevidenza, ignoranza della legge, assenza di controlli) rimangono totalmente sfocati sullo sfondo. Dalla Rai, invece, mi aspetto un servizio pubblico nel vero senso della parola, capace di raccontare la tragedia senza dietrologie politiche. Capace di dire, nello stesso programma, che Berlusconi si sta impegnando molto, che parecchie tende sono arrivate in ritardo, che l’election day non risolverebbe il problema, che il ponte sullo Stretto è da rinviare, che la Protezione civile ha fatto un lavoro enorme, che Bertolaso non può essere l’uomo di tutte le emergenze. Cose che ho già sentito, naturalmente, ma mai tutte insieme: quelle dispari nei programmi filogovernativi (Tg2, Porta a Porta, infotainment di Raiuno e Raidue), quelle pari nelle roccaforti dell’opposizione (Tg3, Annozero, Ballarò). Ci stiamo rassegnando ad un’informazione à la carte, in cui io telespettatore scelgo in anticipo cosa voglio sentirmi dire: quel giornalismo che dovrebbe spiazzarmi, dandomi informazioni nuove, viene ridotto al compito di rafforzare le mie certezze. Ecco perché il piove governo ladro di Annozero non mi convince fino in fondo, così come mi fa ridere il tutto va bene madama la marchesa di Emilio Fede: il giorno in cui il primo dirà mezza-parola-mezza in difesa del governo ed il secondo muoverà una-critica-una a Berlusconi, magari, cambierò idea. Dimenticavo, ma solo perché lo davo per scontato: tra i due, naturalmente, mi tengo stretto Santoro, per carità.