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Tre indizi e una prova

Tre indizi fanno una prova. E per tre volte, nel giro di poche ore, sono stato attaccato personalmente in altrettante controversie politiche: tre problemi diversi (il testamento biologico, la deportazione dei rom dal Casilino 900, la macellazione dei cavalli), tre interlocutori diversi (un deputato leghista, un senatore Pdl, un giornalista del Foglio), tre attacchi in fotocopia. Tutti centrati sul mio passato televisivo, come se fosse una colpa.

Primo atto. Nella discussione sul testamento biologico, vi dicevo l’altro giorno, siamo al muro contro muro: basta che un emendamento contenga una parola problematica (volontà, autodeterminazione, articolo 32, invasivo…) e la maggioranza lo boccia. Così sono intervenuto per protestare, chiedendo al Centrodestra di fare chiarezza: se avevano intenzione di bocciarci ogni proposta indipendentemente dal merito, potevano dircelo subito ed avremmo risparmiato tempo. Al che, Massimo Polledri – il deputato leghista di cui sopra – mi ha risposto che del tema non capisco nulla, visto che vengo dai telequiz, e che probabilmente avevo nostalgia di ritornarci. Diversi esponenti della maggioranza (e pure il rappresentante del governo) sono venuti a chiedermi scusa, anche se non c’entravano nulla, ma io l’ho presa ironicamente: il giorno dopo, ho fatto arrivare in Aula a Polledri il mio curriculum, con un biglietto in cui gli chiedevo scusa per non averlo aggiornato con i telequiz.

Secondo atto. Ieri vi ho parlato del caso rom, in seguito al quale la comunità di Sant’Egidio ha abbandonato il tavolo con il Comune di Roma. In un comunicato stampa, lo definivo “un’operazione a casaccio”, che – citavo testualmente le critiche di Sant’Egidio – mandava all’aria anni di piccoli e grandi passi verso l’integrazione. E qui si è mobilitato Domenico Gramazio, senatore Pdl: Sarubbi, “volto televisivo prestato alla politica”, è “convinto di fare televisione e di essere il protagonista di una fiction”, mentre “parla di cose che non conosce”.

Riassumendo: non ci capisco niente di testamento biologico, perché vengo dalla tv, e non ci capisco niente neppure di nomadi, perché vengo dalla tv. Ma non è ancora finita.

Terzo atto. Come sapete, sono vegetariano. E per questo motivo sono stato tirato in ballo in un articolo del teocon Camillo Langone (quello che sul Foglio dà le pagelle alle Messe, e che in un libro cercava di convincere le ragazze sulla necessità di predicare bene e razzolare male) dal titolo significativo: “Com’è buono il cavallo”. Il passaggio che mi riguarda merita di essere citato per intero:

“Il democratico Andrea Sarubbi è uno dei pochissimi ministri del dio Equus non provenienti dal centro-destra. È un piacevole e pettinatissimo esemplare di clericale romano, allievo dei gesuiti che non sono riusciti a ficcargli in testa il Vangelo ma che gli hanno concesso il patentino di cattolico innocuo, indispensabile per entrare prima a Radio Vaticana e poi a Raiuno dove ha condotto la rubrica A sua immagine, una trasmissione che non ha mai convertito nessuno, l’equivalente televisivo di un brodo fatto col dado. A forza di andare in onda Sarubbi ha perso quel poco di fede, e adesso anziché credere in san Paolo caduto da cavallo crede nel cavallo”.

Tre indizi, dicevo, fanno una prova: la prova, probabilmente, che sto cominciando a dare fastidio.

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Il piano a casaccio

Solo un pazzo come me poteva mettersi a difendere i rom in campagna elettorale. Anche una mia carissima amica, donna di grande spessore e certamente non razzista, mi ha dato addosso quando ha saputo dell’interrogazione parlamentare che stavo scrivendo: dopo due esperienze terribili, di furti a casa sua, aveva concluso che i rom vanno cacciati. Punto. Ogni volta che scrivo qualcosa sui nomadi, non ricevo mazzi di fiori: li difendete – mi si obietta – perché nei vostri salotti radical-chic non li avete mai incrociati, mentre la destra li attacca perché sta in mezzo alla gente e dunque conosce il problema da vicino. La mia storia personale non è esattamente quella dei salotti, ma non importa: il problema, a mio parere, è che con i rom non bisogna essere né buoni né cattivi, ma semplicemente giusti. E credo che lo sgombero forzato deciso da Alemanno non lo sia: più che un piano nomadi, mi pare un piano a casaccio. Non c’entra la polemica politica, perché quando il sindaco di Roma azzecca qualcosa (tipo il trasferimento da Casilino 900 al campo attrezzato di via di Salone) non ho difficoltà ad ammetterlo, ma la deportazione dei bambini a Castelnuovo di porto è proprio incomprensibile, come sostengono anche molte realtà impegnate sul campo: tanto è vero che la Comunità di Sant’Egidio, membro del tavolo nomadi del Comune di Roma, lo ha abbandonato in segno di protesta. Così, ieri pomeriggio, ho presentato questa interrogazione al ministro dell’Interno:

SARUBBI – Al ministro dell’Interno – . Per sapere – premesso che:

Il 31 luglio 2008 il comune di Roma ha presentato il cosiddetto ‘Piano nomadi’ che, fra le altre cose, prevedeva la costruzione di 6 campi autorizzati (7 sono già presenti) – ovvero dotati di prefabbricati, luce, fogne, acqua corrente, vigilanza e servizi – e lo smantellamento dei campi abusivi presenti sul territorio;

nel febbraio 2009 è stato adottato dal Commissario Delegato per l’emergenza nomadi – nella persona del Prefetto di Roma – un regolamento che prevede l’ammissione presso i campi nomadi soltanto di stranieri che hanno titolo a restare in Italia, ossia coloro che siano in possesso di regolare permesso di soggiorno, nelle varie tipologie previste dal Testo Unico sull’immigrazione. In applicazione di esso, negli ultimi due mesi, si è proceduto a sottoporre i nomadi presenti nei campi ad accertamenti individuali circa il possesso dei requisiti previsti dalla legge o, in mancanza del titolo, a verificare le condizioni che potessero consentire il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Coloro che sono risultati privi di documenti regolari hanno presentato richiesta di asilo;

lunedì 19 gennaio 2010 sono stati compiuti una serie di interventi finalizzati allo sgombero di un grande campo abusivo denominato ‘Casilino 900’ attraverso una ricollocazione nei campi attrezzati della capitale ma in assenza della realizzazione dei nuovi campi previsti dal Piano nomadi, né tantomeno attivando l’ampliamento di quelli già esistenti. In particolare si è intervenuti presso il campo di via Salone, dove è in atto da tempo un difficile ma positivo lavoro di integrazione, soprattutto nei confronti dei minori;

a seguito di ciò il prefetto ha ritenuto sussistere le condizioni per uno spostamento di circa cento persone – di cui circa trenta ragazzi, la grande maggioranza dei quali nata in Italia e frequentante regolare corso scolastico – presso il CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Castelnuovo di Porto;

sembrano essere carenti non solo valutazioni di opportunità ma anche le ragioni di diritto per un simile intervento. La legislazione riguardante il trattenimento dei richiedenti asilo (Art.1.bis L.39/90 e successive modificazioni Art.3 D.P.R.303/04) non sembra poterlo giustificare. In particolare è prevista la detenzione amministrativa nei CIE (centri per l’identificazione e l’espulsione) quando, al momento della domanda, il richiedente è stato fermato per aver eluso o tentato di eludere il controllo alla frontiera o subito dopo, oppure laddove abbia presentato una domanda di asilo mentre era già destinatario di un provvedimento di espulsione o di respingimento. Entrambe queste condizioni non sussistono nel caso in questione;

per  quanto riguarda i CARA – che sono centri concettualmente diversi dai CIE e per l’accesso ai quali sono usualmente proprio i richiedenti a fare domanda – è previsto l’obbligo di dimora per un tempo massimo di 20 giorni solo laddove si renda necessaria l’identificazione del soggetto (Decr. Legisl. 25/2008, art. 20), condizione anch’essa manchevole nel caso in esame. Le persone interessate dall’intervento infatti, pur prive, in diversi casi, di documenti validi di identità, erano state tutte da tempo identificate e censite dall’autorità amministrativa, tanto da aver potuto accedere stabilmente ad un campo attrezzato. Tra l’altro, le condizioni di sicurezza e controllo presenti nei CARA non si differenziano in modo apprezzabile da quelle sussistenti nei campi autorizzati, anch’essi vigilati e non vincolanti quanto alla permanenza. Anche volendo giustificare una forzatura della norma, non si capisce la ragione di una simile accelerazione dello spostamento nel CARA per l’esame di una domanda di asilo avanzata più di un mese fa;

tale accelerazione risulta poi ancora più inopportuna vista la delicatezza e la complessità del contesto sociale nel quale si colloca. È opportuno ricordare nuovamente che lo smantellamento del ‘Casilino 900’ avviene in assenza degli interventi per la costruzione dei nuovi campi e l’ampliamento dei campi autorizzati già esistenti come previsto dal Piano. Ciò ha portato non solo ad aumentare vertiginosamente la ‘densità demografica’ dei campi allo stato interessati – e ciò a detrimento della loro vivibilità interna e del rapporto con i quartieri circostanti – ma è anche intervenuta modificando pericolosamente e senza una ratio la composizione etnica dei campi. Infine, e soprattutto, l’allontanamento di nuclei familiari radicati ed inseriti da anni in percorsi di integrazione faticosamente avviati, soprattutto nei termini di inserimento nel percorso scolastico dei bambini, sembra una scelta dettata più da una immotivata fretta che da considerazioni legate alla corretta applicazione del ‘piano nomadi’;

è di tutta  evidenza che le modalità seguite nel dare applicazione al Piano, unite alle circostanze evidenziate sopra, svelano l’esistenza di obiettivi estranei a quelli delineati nel “piano”, condizionando pesantemente l’azione delle istituzioni coinvolte – :

se il ministro interrogato non ravveda l’urgenza di ripristinare immediatamente le condizioni di dimora delle famiglie rom trasferite contro la loro volontà al di fuori del campo attrezzato di via Salone, nel quale si trovano domiciliate da molti anni;

se il ministro interrogato non ravveda, riguardo alle famiglie del campo romano di via Salone, l’urgenza di ripristinare immediatamente la corretta applicazione delle norme sul trattenimento dei richiedenti asilo nei CARA di Roma.

L’hanno firmata, con me, Furio Colombo, Paola Binetti, Gino Bucchino, Maria Antonietta Farina Coscioni, Vittoria D’Incecco e Jean-Léonard Touadi. Notare l’accoppiata Binetti-Coscioni, please.

SARUBBI

COLOMBO

BINETTI

BUCCHINO

D’INCECCO

FARINA COSCIONI

TOUADI

Rosarno altrove

La cronaca dice che, per fortuna, siamo agli sgoccioli: qualche pallettone, qualche sasso e qualche spranga si sono fortuitamente scontrati con il corpo degli immigrati ancora presenti a Rosarno, ma il grosso se n’è andato con i pullman diretti a Bari e Crotone, provvidenziali nel sottrarre carne fresca ai propositi di vendetta. Un anno fa, di questi tempi, Rosarno era a Guidonia, in provincia di Roma, dove uno stupro aveva scatenato la pulizia etnica nei confronti di rumeni ed albanesi: i primi perché alcuni loro connazionali avevano violentato una ragazza del posto, i secondi perché abundare è sempre meglio che deficere. A settembre, e parliamo solo di quattro mesi fa, Rosarno era a Rovato, in provincia di Brescia, dove un altro stupro aveva portato ad un corteo anti-immigrati, e questo a sua volta era degenerato in violenze a casaccio: due muratori kosovari che non avevano nessuna colpa, tranne quella di essere nati nel posto sbagliato e di trovarsi in quello peggiore, finirono la giornata di lavoro all’ospedale per le botte ricevute. E ve lo ricordate, un anno e mezzo fa, quando Rosarno era a Ponticelli, periferia di Napoli? Lì ne fecero le spese i rom, cacciati mentre i loro campi bruciavano per vendicare un presunto furto di bambino che, in realtà, non avvenne mai. L’anno prossimo, se il clima non cambia, Rosarno sarà altrove: è ormai un format itinerante, tipo il karaoke di Fiorello, con un soggetto molto trendy (la guerra tra poveri, naturalmente) ed una sceneggiatura adattabile ad ogni circostanza. Sulla Stampa di oggi, guarda un po’, Cesare Martinetti si chiede quante siano le Rosarno d’Italia: leggetelo fino alla fine, per piacere.

La rivolta di Rosarno è scoppiata nelle stesse ore in cui il ministro dell’Interno, a distanza di pochi chilometri, discuteva con i responsabili dell’ordine pubblico in Calabria la risposta dello Stato alla bomba esplosa contro la procura. Una coincidenza casuale ma davvero simbolica che nella saldatura tra l’emergenza cronica chiamata mafia (‘ndrangheta, camorra, ecc.) e la nuova emergenza che si chiama immigrazione ci consegna all’inizio di questo 2010 un’agenda sociale drammatica. Quello che sta accadendo a Rosarno in queste ore ci riguarda tutti: il nostro quartiere, le nostre periferie, a Sud e a Nord, interroga la nostra coscienza di cittadini, sfida l’intelligenza e mette alla prova quello che si chiamava il sentimento democratico. Non è un problema solo italiano. Una rivolta del tutto analoga a quella di Rosarno è scoppiata qualche mese fa a Calais, nel Nord della Francia, da dove le bianche scogliere di Dover appaiono come un miraggio alle migliaia di migranti (soprattutto afghani, pakistani, iracheni) che premono per sbarcare in Gran Bretagna. Gli ammiratori acritici di quanto avviene al di là delle frontiere vadano al cinema a vedere «Welcome» di Philippe Lioret: avranno di che meditare su come la questione rappresenti un rompicapo per ogni governo, compreso quello del muscolare Sarkozy che ha trasformato in reati anche i piccoli gesti di solidarietà verso i clandestini senza aver disinnescato le polveriere sociali disseminate nelle banlieues francesi. È anche per questo che appare particolarmente irritante la litania tutta italiana del rinfaccio di responsabilità tra destra e sinistra, governo e non governo perché le responsabilità vanno equamente distribuite nel corso degli anni. Altra cosa è il confronto su quanto sta accadendo a Rosarno: accusare di clandestinità dei poveracci che accettano condizioni di vita disumane per svolgere lavori che gli italiani non vogliono più fare non ci sembra la strada migliore.
A Rosarno (un comune da anni senza amministrazione sciolta per mafia) va in scena la duplice sconfitta della classe dirigente italiana: un Sud abbandonato alla propria incapacità di uscire dal medioevo della ’ndrangheta, l’afflusso incontrollato di masse migranti. Il paradosso, inaccettabile, è che tutto ciò è noto ma tollerato per il sistema, quel sistema che in Calabria (ma anche in Sicilia, Puglia, Campania e nei frutteti del Nord) si regge su una manodopera invisibile e clandestina. Bisogna compiere un viaggio tra paesaggi improbabili e allucinati che avrebbero fatto da sfondo ideale al film tratto da «La strada» di Cormac McCarthy (che pare non vedremo mai in Italia perché troppo desolato e deprimente) per scovare l’accampamento dei «ribelli» di Rosarno: un vecchio stabilimento industriale abbandonato, dove senza nessun servizio e in condizioni igieniche inimmaginabili vivono stagionalmente, da anni, centinaia di persone. Quante Rosarno ci sono in Italia? Quanti cittadini italiani, nella maggioranza deboli ed essi stessi «abbandonati», come quelli che in Calabria in queste ore si confrontano e si scontrano con i migranti in una disperata guerra tra poveri? Per il governo, a distanza di pochi giorni, si apre una seconda, urgente sfida calabrese: rendere dignitose le condizioni di vita di centinaia di lavoratori stranieri, permettere loro di lavorare nella legalità, perseguire le mafie grandi o piccole che li sfruttano, non consentire che in nessun’altra Rosarno sparsa in Italia si aggreghino masse di clandestini inevitabilmente destinate a urtarsi con le popolazioni locali. Misure urgenti e difficili a cui bisogna affiancare prima possibile la regolazione di un percorso italiano alla cittadinanza per gli immigrati. Giovanna Zincone il 2 gennaio scorso ha illustrato su la Stampa quanto sia problematica la composizione delle varie proposte nel dibattito che si sta facendo in Parlamento. È essenziale dare certezze di legge a una materia così incandescente. Ed è importante che non siano le emozioni e le facili demagogie del momento a prevalere sulla ragione o anche su un banale calcolo utilitaristico: degli immigrati il sistema italiano non può fare a meno. Dare sicurezze a loro significa dare sicurezze agli italiani ed evitare altre Rosarno.

La religione senza Dio

Il titolo l’ho rubato da Ilvo Diamanti, perché non avrei saputo inventarmene uno all’altezza, e la tentazione sarebbe quella di copia-incollarvi tutta la sua riflessione, perché merita di essere letta. Parliamo naturalmente delle accuse leghiste al cardinale Dionigi Tettamanzi, colpevole di aver criticato gli sgomberi degli accampamenti rom e, per questo motivo, definito dalla Padania imam. Parola che nel vocabolario italiano significa ministro del culto islamico, ma in quello padano è un insulto. Lì per lì, pensavo ad una faccenda scappata di mano alla Lega, ad un’esagerazione giornalistica non autorizzata dai vertici del partito: mi aspettavo, a stretto giro di posta, un intervento di qualche ministro padano per ricorreggere il tiro, come fece Berlusconi con Feltri nel tentativo di calmare la Cei dopo il caso Boffo. L’intervento, in effetti, c’è stato, ma anziché correggere il tiro, Roberto Calderoli ci ha messo il carico da undici: Tettamanzi è un vescovo che non rappresenta le opinioni dei milanesi, dunque non lo riconosciamo. Doveva difendere il crocifisso, invece ha difeso i rom. È l’equivalente di “un prete mafioso in Sicilia”, e via così. Se avete tempo da perdere, andate in libreria e chiedete – con la faccia un po’ supplicante, perché sicuramente sarà fuori commercio – un libro scritto nel 1995 da un giovanotto rampante, che non avrebbe immaginato di finire in Parlamento 13 anni dopo: si intitola “La Lega qualunque”, è pubblicato da Armando editore, ed al suo interno ha un capitolo sui rapporti fra la Lega delle origini e la Chiesa. Non esistevano ancora le battaglie per il crocifisso (al contrario, c’era tutta la liturgia del dio Po), ma si sentiva già l’esigenza – da parte di un partito che mirava a conquistare le regioni bianche – di cercare una sponda nel cattolicesimo benpensante. Dio non c’entra nulla, naturalmente, né c’entra l’amore per il Vangelo: la Lega – scrive Diamanti nella sua analisi odierna – “si è proposta essa stessa alla guida di una religione senza Chiesa – e senza Dio. I cui valori, simboli, luoghi vengono fatti rientrare dentro i confini dell’identità territoriale”. Ma l’analisi più graffiante è quella di Filippo Rossi, direttore di Ffwebmagazine, che se continua così mi iscrivo a FareFuturo:

“Questo succede quando la politica si arroga il diritto di utilizzare la religione come carta d’identità, come facile strumento per riempire la propria vuotezza. Questo succede quando la politica prende in prestito la fede per farne uno strumento di odio e di divisione. Quando si confonde la croce con un simbolo di partito. Questo succede: si arriva a pretendere che la religione si adegui alle regole perverse della politica, perda l’universalità per occuparsi del contingente, perde l’altruismo per rifugiarsi nel più bieco individualismo. È la politica che diventa giudice della buona e della cattiva religione in funzione degli interessi di un partito. E così i demagoghi mandano via il prete dall’altare, ne prendono il posto, fanno un comizio e la chiamano predica”.

Come potete immaginare, questo è un tema su cui sono particolarmente sensibile: l’idea di “svuotare il cristianesimo della sua essenza – qui sto citando Pierluigi Castagnetti – e farne una mera religio, cioè una tradizione di fatto solo culturale e possibilmente politica” è quanto di più lontano dal mio modo di vivere la fede. Preferirei – e stimerei di più, sono sincero – una Lega laicista, pagana, dissacrante ed anticlericale, anziché questa caricatura di Partito dei crociati che ci troviamo davanti e che danneggia profondamente il dibattito attuale sulla laicità ed in ultima istanza la Chiesa stessa.

Il vento del nord

Gli allergici alle statistiche si turino il naso, perché oggi vi rimbambisco di numeri: quelli su povertà e disagio in Italia, che ho ascoltato stamattina in un convegno a Napoli. C’era D’Alema, è vero, ma siccome non ha parlato di gossip politico non credo che i tg nazionali se ne occuperanno: tranne una battuta su Berlusconi (“Essendo cattolico, può confessarsi e quindi si concede parecchi peccati”) ed una su Bassolino (“Non lo esaltavo prima, non lo demonizzo ora”), i giornalisti alla ricerca di schermaglie dialettiche non hanno avuto molto da portare a casa. Peccato, perché il tema merita una riflessione seria. E la meritano soprattutto le cifre dell’Istat, a cominciare da quel 13,6% di famiglie sotto la soglia di povertà che significa – più o meno – mille euro al mese per un nucleo di due persone. Pochi i bisognosi al nord, qualcuno di più al centro, tantissimi al sud: in Europa, cari amici leghisti, l’Italia detiene infatti il tristissimo primato della disparità territoriale, spaziando dal 7,3% di poveri in Lombardia al 47% in Sicilia. Si risponderà che regioni ricche e regioni povere esistono dappertutto, ma anche qui i numeri parlano da soli: in Spagna si va dal 6,7% di bisognosi in Catalogna al 27% in Andalusia; in Belgio si oscilla tra l’8% dei fiamminghi poveri al 18% dei valloni. Eppure – ha notato Gianni La Bella, della Comunità di Sant’Egidio – da noi si sta facendo strada una “nouvelle vague negazionista della questione meridionale”. Invece, cifre alla mano, si scopre che nel nord nascono più figli e si vive più a lungo, oppure che il centro-nord riceve il 72% della previdenza, che tra l’altro occupa quasi tutto il budget della nostra spesa sociale. Proprio sulla spesa sociale, D’Alema ha ricordato che siamo un punto sotto la media europea (27,5% del Pil), tre punti sotto la Francia, tre e mezzo sotto la Svezia. Al capitolo “famiglia più infanzia” destiniamo appena l’1,2% del Pil, ai disabili l’1,5%, al reinserimento dei disoccupati lo 0,5%, alle politiche abitative addirittura lo 0,1%: la decima parte della media Ue. Il governo attuale ha definanziato tutte le leggi di spesa per la lotta alla povertà (compresi l’assegno per il terzo figlio, il prestito d’onore ed il credito d’imposta, nonché la 328 per il terzo settore) e le ha sostituite con la social card, che sarà certamente un atto caritatevole ma che risolve ben poco. Il Pd – ha annunciato D’Alema – presenterà quindi un disegno di legge a prima firma Livia Turco, perché venga avviato un piano nazionale di lotta alla povertà: servono 3 miliardi di euro e non sono pochissimi, ma al bilancio statale l’abolizione dell’Ici è costata di più. Chiudo con un dato ed una riflessione, entrambi sulla Campania. Il dato – fornito dal prefetto Alessandro Pansa – è quello sui lavoratori in nero o sui disoccupati, che a Napoli rappresentano il 60,5% del totale: l’economia sommersa sembra inarrestabile ed i suoi effetti perversi, perché le imprese che non dichiarano il proprio fatturato non riescono ad accedere ai finanziamenti bancari, finendo per rivolgersi all’usura. La riflessione, invece, è ancora di Gianni La Bella, che ha elencato alcuni episodi di cronaca dell’ultimo periodo: gli incendi ai campi rom di Ponticelli, la strage contro i nigeriani a Castel Volturno, l’aggressione agli srilankesi a Mergellina, le due ragazze rom annegate a Torregaveta e lasciate sulla sabbia nell’indifferenza dei bagnanti. E poi ha chiuso con una domanda, che vi rigiro:“È arrivato il vento del nord?”.

Casa, dolce casa

L’articolo 42 del ddl sicurezza è un capolavoro di superficialità. Roba da citare nelle scuole, come esempio di come non si affronta un problema. Il problema in questione è il fatto che gli immigrati vivano in case fatiscenti, spesso al limite dell’abitabilità, nelle periferie delle grandi città; la soluzione proposta è quella di negare loro la residenza. L’iscrizione anagrafica non è possibile, stabilisce il disegno di legge, in mancanza “di un alloggio conforme ai requisiti igienico-sanitari, nonché di idoneità abitativa, accertati dai competenti uffici comunali”. Premesso che, come ha notato l’Anci, si tratta di adempimenti non sostenibili per le amministrazioni comunali (a Roma, per dire, ci vuole già un anno e mezzo per il certificato igienico-sanitario e l’abitabilità delle case nuove), la norma metterebbe nei guai 2 milioni di famiglie italiane: dai bassi di Napoli ai carrugi di Genova, da Librino (Catania) a Porta Palazzo (Torino), e potremmo andare avanti a lungo. La residenza, lo ricordo, è un requisito fondamentale per avere documenti, ricevere la pensione, richiedere una casa popolare, firmare un contratto di affitto, aprire un conto corrente bancario, iscriversi alle liste di collocamento, aprire una partita Iva. Non averne una, ricorda la Comunità di Sant’Egidio nel dossier consegnato alla Commissione, significa diventare invisibili e dunque non rintracciabili, “con conseguenti problemi sociali ed anche di ordine pubblico: basti pensare che la residenza è il presupposto anche per il sostegno pubblico alle famiglie in difficoltà, la notifica degli atti legali, il controllo sulla scolarizzazione dei minori, la programmazione dei servizi sociosanitari, non essendo possibile ad un italiano privo di residenza l’iscrizione al servizio sanitario nazionale”. Finito qui? No: c’è un’altra norma analoga, una sorta di variazione sul tema, che non leggerete mai sui giornali perché riguarda coloro che non fanno mai notizia. Per i senza fissa dimora – stabilisce l’articolo 50 del ddl sicurezza – non vale più l’autocertificazione, ma la loro residenza viene fissata nel Comune di nascita, a meno che non riescano a dimostrare di avere un alloggio altrove: il che, parlando appunto di clochard, appare quantomeno improbabile. Vi risparmio stavolta la citazione testuale delle associazioni cattoliche e della Fio.psd, la Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora, il cui contenuto è facilmente immaginabile: un articolo del genere pone problemi di previdenza, inclusione sociale, assistenza e cura. Ma una domanda, a questo punto, la faccio io: da quando in qua i poveri senzatetto sono diventati una minaccia alla convivenza pacifica in Italia, tanto da meritarsi un posto nel ddl sicurezza?

Vietato ai minori


Articolo 45 del ddl sicurezza, comma 1, lettera f: per il rilascio di atti dello stato civile e per l’accesso ai servizi pubblici, gli stranieri devono presentare il permesso di soggiorno. Ufficialmente, è una norma che serve a bloccare le licenze commerciali a chi non è in regola (ma non mi pare che gli ambulanti sul ponte di Castel Sant’Angelo si preoccupino di chiederle); in pratica, ha una serie di conseguenze terribili, come l’impossibilità di registrare un neonato per una donna (odio l’aggettivo, ma ho finito i sinonimi) clandestina. “Il rischio – parole della Comunità di Sant’Egidio, in un dossier presentato alle Commissioni – è che molte donne non andranno più in ospedale a partorire, molti bambini non verranno registrati allo stato civile ed aumenteranno gli abbandoni dei neonati nei cassonetti; è una regressione di secoli, mentre in Africa molte organizzazioni sono da tempo impegnate nelle campagne di iscrizione anagrafica dei bambini”. Cosa accade in un Paese normale? Che la maggioranza – avvertita dell’errore clamoroso che sta per compiere – ringrazia l’opposizione di avere impedito un guaio e ritira la norma. Da noi, però, non è così: per paura che il Pd vada sui giornali a gridare vittoria, a vantarsi di avere impedito una barbarie, il Centrodestra difende l’indifendibile (trincerandosi dietro l’articolo 19 del Testo unico sull’immigrazione, che in realtà dà alla donna solo un salvacondotto di 6 mesi, ma poi la espelle con il bambino) e lascia tutto così. Save the children, onlus impegnata da anni nella difesa dei minori, parla di aperta violazione dei diritti dell’infanzia, ma nel suo dossier sul ddl sicurezza esprime preoccupazione anche su altri aspetti. Come l’articolo 13, che affronta il problema dell’accattonaggio dei minori inasprendo le pene per i genitori, ma senza prevedere nessun coinvolgimento dei servizi sociali. O come il solito articolo 45, che al comma 1, lettera s impedisce il rilascio del permesso di soggiorno ai minori che siano entrati in Italia dopo il compimento dei 15 anni: “Questi ragazzi, anche se destinatari di provvedimenti di tutela o di affidamento, regolarmente accolti in comunità alloggio, iscritti a scuola o titolari di un contratto di lavoro, verrebbero espulsi o resterebbero in Italia irregolarmente al compimento dei 18 anni”. E vogliamo dimenticare i rilievi di Acli, Caritas, Sant’Egidio, Fondazione  Centro Astalli, Papa Giovanni XXIII e Migrantes? “La rigidità dei presupposti previsti favorirà il ritorno in clandestinità dei grandi minori e li renderà così più facile preda delle organizzazioni criminali”. Per una maggioranza cattolicissima, direi che non c’è male.