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Prendere o lasciare

Avevamo scherzato, abbiate pazienza. Mentre in Umbria, nelle ultime 48 ore, l’unico candidato esistente è stato affiancato da altri due, in Campania è accaduto l’esatto contrario: gli altri due si sono fatti da parte (uno ritirando la propria candidatura, l’altro non presentandola proprio) e ne è rimasto in ballo uno solo, dunque le primarie non si faranno. La tentazione sarebbe di dedicare questo post alla dietrologia, spiegandovi perché il candidato bassoliniano si è tolto di mezzo lasciando campo libero all’avversario di Bassolino, ma ho una concezione così alta della politica che mi sentirei di perdere tempo e, soprattutto, di farlo perdere a voi. Mi limito dunque ai fatti, ed i fatti dicono che il candidato del Pd alla Regione Campania è il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca. Prendere o lasciare. De Luca, in realtà, non è soltanto il candidato del Pd: lo sostengono anche rutelliani e Verdi, mentre l’Udc sembra più interessata a strappare al Centrodestra la promessa dell’assessorato alla Sanità e l’Idv – che certo in Campania non può dare lezioni di moralità a nessuno – si rifiuta di appoggiarlo per i processi in corso a suo carico. Anche su questo argomento ci sarebbe da aprire un bel capitolo, ma vi rimando al video qui sopra, in cui è lo stesso De Luca a spiegare lo stato dell’arte. Ora toccherà avviare una difficile trattativa con gli alleati – che hanno rinunciato anche loro a partecipare alle primarie di coalizione: la paura di perdere fa brutti scherzi – ed un confronto, ancora più difficile, con i bassoliniani, che allo stato attuale delle cose preferirebbero farsi tagliare un dito piuttosto che mettere la croce sul nome di colui che, in questi anni, non ha risparmiato critiche impietose al governatore. Ieri, nella sua prima uscita pubblica da candidato del Pd, De Luca ha cercato di ricucire almeno sul piano personale, ricordando che Bassolino è stato il protagonista del Rinascimento napoletano, ma nella sua analisi politica della gestione attuale non ci è andato leggero. Come quando ha detto di voler “riportare i primari in sala operatoria, togliendoli dalle sale d’attesa dei partiti”, o quando ha ricordato che una Regione “deve fare leggi e programmare e non preoccuparsi di dare i contributi alle Pro Loco”, oppure quando si è impegnato a “sfruttare ogni euro dell’Unione europea non per i marciapiedi, ma per grandi macroprogetti”. E poi giù mazzate contro il clientelismo, la “cultura della raccomandazione”, la latitanza delle istituzioni “nelle zone a nord di Napoli e della provincia di Caserta, dove dopo le 19 è in vigore il coprifuoco”. De Luca ha un linguaggio duro, para-leghista, e ieri ad un certo punto – quando ha annunciato di voler “premiare le eccellenze e perseguitare i fannulloni” – sembrava di sentir parlare Brunetta; è quanto di più distante dalla concezione comune del politico campano (figura mitologica che la gente spesso assimila, per dire, a Mastella), e proprio questo è secondo me il suo punto di forza. Se il Pdl ha scelto Caldoro, perché aveva bisogno di un candidato che non disturbasse il trend elettorale crescente, noi per la ragione opposta dovevamo puntare su un uomo di rottura profonda. Vincenzo De Luca lo è – se mi consentite, paradossalmente lo è ancor più di Caldoro, ex ministro socialista del terzo governo Berlusconi – e di certo saprà riportare al voto tanti nostri elettori delusi. Se i suoi avversari interni sapranno dimostrare maturità, non remandogli contro, e se l’Idv – dopo qualche seduta di autoanalisi – capirà finalmente cosa vuole dalla vita, l’inverosimile potrebbe accadere. Sul serio.

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Scusate il ritardo

Dopo un numero cospicuo di direzioni regionali, delle quali ho perso il conto, ieri sera il Pd campano ha deciso ufficialmente che si faranno le primarie. Entro le 12 di domani vanno raccolte le firme per le candidature (ne servono 1500), poi parte una mini-campagna elettorale di una settimana e domenica 7 febbraio si vota. Era la decisione più normale – bastava leggere lo Statuto: per ogni carica monocratica ci vogliono le primarie, a meno che il 60% dell’assemblea voti contro – ma ci si è arrivati solo ora perché si voleva evitare una spaccatura interna. La politica napoletana – da quello che sono riuscito a comprenderne, in questi due anni – è una disciplina a parte, giocata molto sul piano personale, con scontri particolarmente aspri ed alleanze ballerine, in un magma continuo di posizionamenti, in cui l’importante è spesso non prenderle. L’esempio concreto è stato il Congresso, laddove – una volta chiaro che il segretario regionale sarebbe stato il candidato bersaniano Enzo Amendola, perché aveva i numeri – anche molti franceschiniani salirono sul suo carro, tanto che ai gazebo si trovavano liste con Amendola per Bersani e liste con Amendola per Franceschini. Apro parentesi: tre mesi dopo, i grandi sponsor dell’operazione con Amendola per Franceschini sono già usciti dal Pd. Chiudo parentesi. Anche stavolta, dunque, c’era l’intenzione di trovare un candidato unitario, e da parte mia sarebbe ingeneroso ridurre il tutto al desiderio di non prenderle: c’era anche – anzi, direi soprattutto – una preoccupazione di tenere insieme i voti dei bassoliniani e quelli degli antibassoliniani, visto che partiamo con parecchi punti di svantaggio dal Centrodestra e se vogliamo provare a vincere non possiamo perdere per strada neanche una scheda. Di più: una candidatura unitaria, scelta a tavolino e dunque “controllata”, avrebbe tenuto conto anche dei veti dei nostri alleati, che non sono proprio degli angioletti, evitando che il 28 marzo la coalizione di Centrosinistra si ritrovi con più di un candidato. Ma il nome non è uscito, per una serie di motivi, e quindi si torna alla soluzione naturale, mentre il Centrodestra ha già fatto partire la campagna elettorale e si fatica pure a trovare un buco per attaccarci un manifesto. Chi si candida? Risposta facile: un bassoliniano ed un antibassoliniano. Più, forse, un terzo uomo, rifugio per chi non vuole farsi schiacciare dalla contesa. Il primo è un uomo di esperienza, senza macchia, del quale mi parlano ancora bene i colleghi parlamentari che lo hanno conosciuto alla Camera nelle scorse legislature; il secondo è uno dei sindaci più amati d’Italia, protagonista di un mezzo miracolo (quando Napoli era invasa dalla monnezza, Salerno non aveva un sacchetto di plastica per strada ed era fra i Comuni più ricicloni d’Italia); il terzo, se ci sarà, è un uomo dei territori, giovane e rampante, con un bel profilo anticamorra. Ma non credo che la campagna per le primarie punterà sulle qualità dei singoli: al contrario, temo che si cercherà di spiegare perché vada evitata ad ogni costo la vittoria dell’avversario. Di Riccardo Marone si dirà che è la longa manus di Bassolino e del suo apparato, di Vincenzo De Luca si dirà che è un fascistoide lontano anni luce dal progetto del Pd, dell’eventuale terzo uomo – che non nomino, per preservarlo in caso decidesse di non candidarsi – si dirà che è destinato a fare la fine dell’erba quando litigano due elefanti. Ma il problema, per quanto mi riguarda, non è neppure questo: la settimana, seppure infuocata, passerà presto. Il problema è l’altro mese e mezzo che ci separerà dalle elezioni vere e proprie, quando avremo di fronte il candidato del Pdl, Stefano Caldoro: chiunque vinca alle primarie del Pd, saremo poi capaci di sostenerlo lealmente?

Il gioco dell’Opa

Vendola ha vinto, D’Alema ha perso: noto che è questa l’interpretazione ricorrente, e non mi costerebbe nulla aggregarmi al gruppo, tanto più che al congresso ero dall’altra parte. Ma siccome il congresso è finito da un pezzo, non cedo alla tentazione facile dell’antidalemismo e mi imbarco in un’impresa più faticosa e meno redditizia: quella di ragionare. Partendo, però, da una premessa che, a forza di dare per scontata, nessuno sottolinea: tra il metodo Brunetta e le primarie mi tengo le primarie. Nel primo caso, rischi di trovarti uno che fa il sindaco di Venezia come terzo lavoro – essendo già ministro e deputato – e ti tocca stare zitto, perché vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare. Nel secondo, rischi che le strategie di alleanze saltino in aria, ma almeno hai reso onore a quell’aggettivo – democratico, appunto – che distingue te da tutti gli altri, perché sugli altri pianeti politici (tutti, compresi quelli più a sinistra di noi) la forma di vita democratica non è ancora arrivata e forse non arriverà mai. Detto questo, è chiaro che se vivi in una campana di vetro non muori di peste bubbonica: Pdl, Lega, Idv e Udc non correranno mai i rischi che stiamo correndo noi, il più rilevante dei quali mi pare oggi la nostra debolezza di fronte ad un tentativo di scalata. Emma Bonino nel Lazio ne è stata un esempio, Nichi Vendola in Puglia un altro, e se l’Idv trovasse un candidato per la Campania arriveremmo a tre: chiunque oggi può pensare di lanciare un’OPA sul Pd ed ha discrete possibilità di vincerla, indipendentemente dalle sue condizioni di partenza, perché troverà sempre una sponda fra gli azionisti. La Bonino non ha neppure avuto bisogno di provarci: è bastato il nome, per consegnarle le chiavi. Vendola – che ufficialmente poteva contare su un partito del 3%, come Sinistra e libertà – ci è riuscito passeggiando, e non solo perché la gente lo ama: la verità, se vogliamo dirla, è che parecchi dei nostri hanno giocato contro D’Alema, così come in tempi passati parecchi giocavano contro Veltroni. E mettiamo il caso che domani, nel senso di domani, De Magistris lanci la sua candidatura alle primarie di coalizione per la Campania, contro un nome del Pd: trovatemene uno che tenga insieme il partito, al di là delle dichiarazioni di facciata, e che possa resistere alla scalata. Candidiamo Cascetta, ottimo assessore ai trasporti ma bassoliniano? Mezzo Pd non lo vota. Candidiamo De Luca, ottimo sindaco di Salerno ma antibassoliniano? Non lo vota l’altra metà. Ed il candidato dell’Italia dei valori – partito che in Campania vale il 7-8% dei voti – porta a casa il banco. Come è risolvibile questa situazione, per il futuro? Forse facendo le nostre primarie con molto anticipo, per poi presentarci al tavolo degli alleati con un candidato forte e legittimato dal consenso popolare; ma questo porrebbe certamente qualche problema nelle trattative, perché significherebbe non cedere mai un candidato al resto della coalizione. Se avete un’idea migliore, che salvi le primarie ma fermi il gioco dell’Opa, siate generosi: non tenetela per voi.

L’esordio

È chiaro che, se volessi fargli le pulci, qualcosa da dire la troverei: Ignazio Marino, per dire, gli ha già chiesto qualche precisazione in più sui diritti civili, mentre gli ecodem gli hanno rimproverato la fretta con cui ha parlato di ambiente. Ma giudicare l’esordio di Pierluigi Bersani dalle cose che non ha detto (e ce ne sarebbero altre, naturalmente) non mi sembra il modo migliore per aiutare la ditta. Se proprio devo criticarlo, e lo faccio subito per togliermi il dente, lo critico semmai su come ha parlato: un’ora di discorso tarato sugli addetti ai lavori, con sottintesi che solo un parlamentare, un sindacalista o un dirigente di Confindustria poteva cogliere appieno. Sentivo Bersani andare avanti nel suo tecno-politichese – reso più simpatico, ma non per questo più comprensibile, dall’accento piacentino e da qualche battuta sparsa – e mi immaginavo con terrore il dibattito televisivo con Berlusconi, capace di farsi capire (e votare) pure dalle vecchiette. Però poi pensavo che Prodi, da questo punto di vista, non era meglio, eppure Berlusconi lo ha battuto due volte: forse perché in certi casi, chissà, proprio il non farlo capire bene dà una patina di autorevolezza a quello che si dice. Andando sui contenuti, ho trovato l’impianto del discorso di oggi molto simile a quello dell’11 ottobre, quando il candidato segretario parlò da candidato premier e, proprio per questo, non venne travolto dagli applausi: innanzitutto, perché Bersani è uno che gli applausi non se li cerca mai, ma al limite li chiede per gli altri (il passaggio di stamattina su Alda Merini, ad esempio, mi ha fatto commuovere); inoltre, perché – calcisticamente parlando – quello è il suo gioco ed è inutile chiedergli di ricoprire un altro ruolo. Il segretario del Pd che ho visto stamattina non è un fantasista alla Veltroni, non è una punta rapida alla Franceschini, ma è un solido uomo di centrocampo che recupera palloni ed imposta gli schemi: di certo non è uno che vive per sé e questo suo aspetto – lo confesso – mi piace molto, perché distingue il Partito democratico da tutte le altre forze politiche presenti in Parlamento. Bersani non ha detto stamattina nessuna cosa pirotecnica ma moltissime cose ragionevoli: ho apprezzato molto il passaggio sulla riforma della politica (superamento del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari, moderna legislazione sui partiti, nuova legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti, nuove norme sui costi della politica) e quello sulla questione morale (che però mi aspetto venga applicato immediatamente in Campania, mio collegio elettorale, quando si tratterà di scegliere i candidati alle prossime regionali). Temevo il passaggio sulla libertà di coscienza, ed invece devo riconoscere che Bersani ha spiegato meglio ciò che in altre occasioni aveva detto peggio:

“(…) Come meglio bilanciare, ad esempio, l’ampia dialettica, l’assoluta libertà di espressione, il valore del pluralismo con l’esigenza di preservare l’autorevolezza e l’univocità delle posizioni del Partito. Quando si parla di questo, il pensiero va subito ai temi etici di frontiera. Ma il problema non è questo. Sto parlando invece di una fisiologia che riguarda diffusamente la vita del Partito e che più facilmente impatta nei diversi luoghi del Paese con questioni relative al tracciato di una strada o a un termovalorizzatore o a una nomina piuttosto che a problemi di frontiera. Se siamo forza di governo, e lo siamo; se siamo il Partito di una democrazia partecipata ed efficiente, e lo siamo, dobbiamo essere all’altezza di noi stessi e risultare lineari e affidabili agli occhi dei cittadini che si aspettano risposte e posizioni chiare sui problemi della loro vita comune. Esistono poi anche i temi di frontiera, che possono interpellare la coscienza in modo insuperabile. Non sarà certo difficile trovare gli strumenti che riconoscano questo ambito, percepito peraltro nel senso comune. In realtà sulle questioni etiche e antropologiche il punto principale sta nella dimensione culturale e politica e nella capacità nostra di mettere a frutto nella discussione, nel confronto e nell’impegno lo straordinario bagaglio culturale che ci ispira, fatto di umanesimi forti, laici e di ispirazione religiosa. Umanesimi forti che non dobbiamo annacquare, che sono una forza enorme per noi e che dovranno aiutarci ad arrivare fino al punto in cui deve esercitarsi l’autonoma responsabilità della politica che ha un compito ineludibile: quello di rispondere con delle decisioni, per quanto transitorie e fallibili, alle esigenze del bene comune”.

Una risposta positiva l’ho sentita anche sul fronte del collateralismo: il neosegretario ha rivendicato l’autonomia dal partito da tutte le forze sociali, che vanno sì ascoltate ma poi si ragiona con la propria testa. E poi, lo ammetto, sono stato felice di sentire per la prima volta da Bersani una parola su un tema che finora lo aveva visto un po’ latitante:

“Non fanno bene al nostro Paese posizioni oltranziste sull’immigrazione. Il problema è enorme e siamo convinti che l’Unione Europea debba fare di più ma il nostro Paese non può sottrarsi al dovere di fornire asilo e protezione a chi ne ha diritto e necessità né riteniamo che l’Italia possa scegliere le posizioni più arretrate e miopi sul tema della cittadinanza”.

Alcuni dei dubbi che avevo in testa, insomma, me li sono chiariti con il discorso di oggi. Altri li affronterò direttamente con Bersani, quando ci incontreremo, e naturalmente vi terrò aggiornati.

Speravo di no

L’analisi di Francesco Rutelli è, per quanto mi riguarda, inoppugnabile. Le cose che ha ripetuto al Corriere della Sera, annunciando la sua uscita dal Partito democratico, le aveva già dette e scritte molte altre volte: mi ricordo l’intervista a Panorama di un anno fa, quando segretario era ancora Veltroni; i due interventi dei mesi scorsi su Europa (il primo ad aprile, il secondo a luglio) contro la riduzione del Pd a forza di sinistra, e qui il segretario era Franceschini ma la polemica fu anche con Bersani; il manifesto dei Liberi democratici che pubblicammo a luglio; infine, l’intervento agli stati generali dell’Udc a Chianciano. Non si può dire, insomma, che Rutelli non sia stato chiaro: come co-fondatore del Pd, tra l’altro, aveva il diritto ed il dovere di lanciare l’allarme, di ricordare a tutti i motivi per cui il progetto era partito e le condizioni che la Margherita aveva posto per il proprio scioglimento. Erano tre, se ricordate bene: no al collateralismo, ossia non diventare il braccio politico della Cgil; no al pensiero unico, perché la Margherita stessa era stata un tentativo di pluralismo; no, infine, all’ingresso nel partito socialista europeo, perché da solo non avrebbe rappresentato tutte le tradizioni (quella popolare, ad esempio, ma anche quella liberale) confluite nel Pd. Rutelli ritiene che tutte queste aspettative siano state disattese: il Pd che vede oggi è un partito troppo legato alla Cgil (problema sentito anche da Cisl e Uil, che da diversi mesi danno segni di preoccupazione), proiettato verso il pensiero unico (e su questo la campagna congressuale ci ha messo del suo, perché si è cercato di ribadire un’identità arrivando a negare perfino la libertà di coscienza) ed organico al Pse, nonostante l’aggiunta dell’aggettivo “democratici” al nome del gruppo parlamentare europeo. Sono cose, ripeto, che Rutelli dice da un bel po’: mi limito a ricordare, ad esempio, i suoi emendamenti al Senato sul testamento biologico (all’indomani del caso Englaro), o le critiche alla posizione della Cgil sulla contrattazione proprio mentre Franceschini (era il 4 aprile di quest’anno) aveva scelto invece di partecipare al corteo, o ancora la decisione (era giugno) di votare contro l’ingresso nell’Asde. Proprio per questo motivo, ad alcuni le sue posizioni creavano rabbia e disagio: non si può stare in un partito a forza di distinguo, gli dicevano, invitandolo ad andarsene presto nell’Udc, magari insieme ai teodem. Io speravo di no, naturalmente, ed ero contento che Francesco continuasse questa sua battaglia dal di dentro: una battaglia magari di minoranza, ma condotta – secondo la mia opinione, naturalmente, che potrete non condividere – per il bene del Pd. Altri, sia nel gruppo dirigente che nella base, pensavano invece che Rutelli tirasse la corda per contrattare meglio, ma credo che i fatti abbiano dimostrato il contrario: Matteo Renzi, che di quell’area era espressione, è diventato sindaco di Firenze vincendo le primarie, non per un accordo di vertice; gli stessi Guido Milana e Gianluca Susta, europarlamentari vicini a Francesco, sono arrivati a Strasburgo con i voti degli elettori e non per chiamata diretta. Nel gruppo Pd alla Camera, poi, non mi pare che qualche rutelliano abbia fatto una carriera improvvisa perché il suo capocorrente tirava la corda: al contrario, se posso permettermi, in questi mesi era più facile essere visti con una sorta di diffidenza, come uno che sta parcheggiato nel Pd ma non vede l’ora di andarsene. Nella fantapolitica di bassa lega – la voce è giunta direttamente alle mie orecchie – la stessa proposta di legge Sarubbi-Granata rischiava di non essere considerata per quello che è, ossia un tentativo serio di sbloccare l’impasse sulla cittadinanza, ma piuttosto come una manovrina di Rutelli e Fini per creare un terzo polo. Ora che Francesco è andato via – e mentre lo scrivo sento forte il dolore, sia politico che personale – spero che le polemiche finiscano, e che nel Pd si apra un dibattito serio su quelle tre famose questioni  rimaste ancora aperte.

P.S. Molti di voi mi hanno chiesto (sul blog, su facebook e via mail) che cosa intenda fare. Non ho risposte certe, tranne una: intendo fare una chiacchierata con il segretario del mio partito, per evitare di ripetere l’errore più grande compiuto da Francesco Rutelli. Che agli Stati generali dell’Udc aveva detto di voler esprimere le sue opinioni nella sede adeguata, e cioè durante il congresso, ed invece se n’è andato con un’intervista al Corriere.

Il giorno del Pd

7.00 Mio padre inaugura le primarie a Casalpalocco (Roma): primo votante in assoluto del suo seggio, credo anche tra i primi in Italia. Colpa dell’ora solare, dice lui. In realtà, era più agitato di me: il giorno in cui dovessi candidarmi io, che fa? Si mette in fila la sera prima?

9.30 Notizie da Pozzuoli (Napoli): tempi di attesa di un quarto d’ora per votare. C’è parecchia fila.

10.30 Aggiornamento da Casalpalocco: fila anche qui, dalle 9.30. La partecipazione è più alta del previsto.

11.00 Nella nuova sede del Pd di Bregnano (Como), che si inaugura proprio oggi, hanno già votato in parecchi: circa il 40% del totale di votanti alle primarie 2007. E non siamo ancora a metà giornata.

11.30 A Talenti (Roma) c’è una fila di 100 persone. Grande affluenza o boicottaggio di un presidente zelante? Dati parziali dell’affluenza nazionale al voto: a quest’ora, sono già 876.570.

11.45 Voto anch’io. Nel mio seggio, una quindicina di persone in fila, tra cui un anziano che mi racconta una storia poco edificante: è emigrato dal gazebo di piazza San Giovanni di Dio, circa un km più in là, perché lì qualche rappresentante di lista un po’ troppo esuberante gli ha detto che si poteva votare solo… in un senso.

12.00 Nanni Moretti dice che voterà Franceschini e tutto si mescola: l’ex popolare votato pure da chi chiedeva a D’Alema di dire qualcosa di sinistra…

12.30 Grande affluenza in Emilia-Romagna. Le mie antenne sul territorio (per lo più parenti) mi comunicano che ad Albinea (Reggio Emilia) siamo già oltre la metà dei votanti 2007, mentre a Reggio città si viaggia addirittura al 60%.

12.45 Jean-Léonard Touadi, candidato vicesegretario della mozione Franceschini, è a Castellammare di Stabia, davanti ad una casa confiscata alla camorra: il voto di oggi, scrivevo ieri, è la nostra risposta alle mafie.

13.00 Notizione dal circolo Madonnina, nel comune di Modena: ha votato già il 75% rispetto alle primarie 2007.  A Roma, nel XVII municipio, hanno un problema: sono arrivati a votare così in tanti che hanno finito le schede.

13.15 Al circolo di Lama (il paese di Monica Bellucci, anche se lei si dice di Città di castello) proteste vivaci contro le mollette verdi, perché sembrano della Lega. Le preferivano rosse, ma guarda un po’.

13.30 Mia madre torna a casa sconsolata: almeno un centinaio di persone in fila, ci riproverà più tardi. Vuoi vedere che ha fatto bene papà ad andarci alle 7?

13.45 Grande affluenza a Palermo, mi fa sapere la mia collega Alessandra Siragusa.

14.00 Milano, quartiere nord di Brugherio: superata la percentuale di votanti 2007 alla stessa ora.

14.15 Nella provincia di Modena l’affluenza è più o meno la stessa del 2007: 4 mila in più quest’anno, ma la verifica è stata un’ora dopo. Se veramente fosse così in tutta Italia, significherebbe ripetere i 3 milioni e mezzo di elettori: sinceramente, sarebbe oltre ogni previsione.

14.30 La mia amica Antonella è andata a votare nonostante il febbrone, ma da lei non sono in molti: ad Acquaviva delle fonti, infatti, domina il Centrodestra, e finora si sono presentati ai gazebo in 175.

14.45 In via Natale del Grande, a Trastevere, il seggio è dentro un’osteria. Strepitoso!

15.10 Vip watching: avvistato Nicola Piovani presso il seggio di Monteverde vecchio. La vita è bella.

15.30 Marrazzo non vota, scrivono or ora le agenzie, ed io non commento per non rovinarmi la giornata.

15.50 Ad Arezzo l’affluenza è leggermente inferiore alle primarie 2007, ma nettamente superiore alle attese: tanto è vero che nel seggio centrale, quello di Saione, sono stati reclutati scrutatori straordinari per smaltire le code.

16.10 Al secondo tentativo, mia madre ce l’ha fatta.

16.30 Ho trovato qualcuno peggio di mio padre: un’elettrice del circolo Aurora di Arezzo, che alle 6.50 di stamattina ha fatto fermare il pullman della gita Cai, a cui stava partecipando, per votare. Adesso, però, ho un black out di qualche ora: impegni istituzionali di papà.

19.30 Nel frammentre, abbiamo superato i 2 milioni di voti e ci sono code lunghissime in parecchi seggi: il maschio italico si è messo in moto alla fine delle partite. Finite le schede a Brugherio: si attendono rinforzi, probabilmente fotocopie.

19.50 Schede finite da un pezzo anche in provincia di Vicenza, dove i numeri dell’affluenza sono simili al 2007: in alcune zone addirittura superiori.

20.05 A Lama (Perugia), 289 votanti contro i 235 delle primarie 2007 e contro i 300 delle primarie di Prodi: li avrebbero superati se la banda (20 persone circa) non fosse stata a Morlupo (Roma) tutto il giorno, per il Gran gala delle majorettes.

20.20 Passata l’ora di chiusura, diversi seggi  sono ancora aperti per smaltire la fila: a Casalpalocco c’è una sessantina di elettori ancora da far votare.

20.40 Il Pd di Guastalla (Reggio Emilia) ha chiuso la giornata con 310 euro di multa: la giunta del Pdl non ha voluto concedere la piazza centrale per il gazebo, ma noi ce lo abbiamo messo lo stesso. La resistenza non ha prezzo.

21.00 Situazione mista dai primi scrutini: nessuno dei due stravince. Stanno arrivando risultati soprattutto dal nord. Cuneo-Sommariva-Bosco: Bersani 63, Franceschini 55, Marino 20. Novara-Torrion-Quartara: F49, B49, M21, 1 bianca e 2 nulle.

21.10 Ceciliano (Arezzo): F105, B78, M36. Prima valutazione da quattro soldi: dove è più alto il numero di votanti (219 contro i 199 delle primarie 2007), Franceschini recupera lo svantaggio degli iscritti.

21.30 Taviano (Lecce): F196, B145, M19.

21.40 San Giustino (Perugia), dati comunali: B 533, F 314, M 91

21.55 Rignano garganico (Foggia): F70, B30, M2; San Severo (Foggia): B930, F620, M non pervenuto (nel senso che chi mi ha dato le cifre non se lo era appuntato, purtroppo: è il difetto dei metodi artigianali). A proposito: vogliamo commentare il fatto che sulle agenzie di stampa non sia uscito neanche un numero, mentre io sforno cifre da 45 minuti?

22.05 Arezzo zona Aurora: B237, M 148, F 129. Arezzo zona Saione: F210, B189, M97.

22.10 I dati del Lazio danno Bersani sopra il 50%.

22.20 In Sicilia si sospetta un inquinamento del voto notevole: parecchie schede bianche sul nazionale fanno pensare ad un intervento di Pdl e Mpa nelle primarie.

22.40 Dati frammentari da Cesena, ma la tendenza nelle schede del nazionale vede Bersani al 60% (conferma il dato degli iscritti), mentre Franceschini perde 2-3 punti a favore di Marino. Nel regionale, invece, la situazione è più in bilico.

22.50 Dati delle Marche (non artigianali, stavolta, ma diffusi dal Pd regionale): Bersani sopra il 50%, Franceschini al 35-37%, Marino al12-14%.

22.55 Mentre io calcolavo le percentuali di Bolzano, Dario Franceschini mi ha fatto capire che stavo perdendo tempo, annunciando che Pierluigi Bersani è il nuovo segretario del Pd. Che faccio, vado a dormire?

23.05 Franceschini: Bersani è il nuovo segretario, gli ho già telefonato (ma non facevano prima ad incontrarsi?), ora ci vuole un partito di forza e di unità, io continuerò a servire il Pd, la scelta delle primarie è irreversibile, oggi è stata una festa per tutti. Triste, ma leale.

23.25 Marino: abbiamo tra il 10 e il 20%, i miei temi (diritti civili, no al nucleare, lotta al precariato) sono ormai nel dna del partito. Ha perso, ma parla come se avesse vinto: per essere uno che viene dalla società civile, i vizi del politico li ha appresi in fretta.

23.45 Bersani: farò il leader a modo mio, non sarà il partito di un uomo solo ma un collettivo di protagonisti, con Franceschini e Marino lavoreremo insieme, non serve fare opposizione stando in un angolo ad urlare ma bisogna costruire un’alternativa, collaboreremo con le opposizioni, i tre milioni di votanti alle primarie sono un fatto eccezionale ed una grande prova di democrazia e trasparenza. Prima di commentare, mi concedete una notte di sonno?

Gomorra tra noi

Sì, lo so che la foto non è un granché, ma è il simbolo che conta. Il tizio curvo sono io, la porta dietro di me è quella della sede Pd di Castellammare di Stabia. Che per il Partito democratico, alla vigilia delle primarie, non è come dire Castelnuovo ne’ monti o Castelvecchio Pascoli, Castelluccio di Norcia o Castelfranco veneto. La storia dovreste conoscerla, dunque non mi dilungo: a febbraio un consigliere comunale viene ucciso barbaramente, in mezzo alla strada e sotto gli occhi di suo figlio, da un commando di camorristi; tra i sicari, appurano le indagini, c’è anche un iscritto al Pd. Come è potuto succedere? Dove abbiamo sbagliato? Ed ora, che cosa facciamo? Tre domande che si fanno tutti, lì a Castellammare, ed alle quali  ieri sera abbiamo cercato di rispondere insieme: dirigenti locali, parlamentari, militanti ed associazioni del territorio, impegnati nel lancio dell’iniziativa “Antenna per la legalità”. Sul come è potuto succedere, l’analisi è abbastanza scontata: più una società è debole, anche economicamente, più cresce la dipendenza dalla politica (scorciatoia privilegiata per il lavoro, come dimostra anche l’ultimo caso Udeur), più la camorra capisce che deve infiltrarsi nei partiti. Non c’è destra né sinistra: c’è solo chi comanda (o chi può farlo nel breve periodo). E siccome a Castellammare governa il Centrosinistra, la camorra ha deciso di infiltrarsi nel Pd. Qui, però, entra in gioco la seconda questione: dove abbiamo sbagliato? Ci sarebbe da scrivere un libro sulla politica napoletana, sulle decine di raggruppamenti che fanno capo a Tizio o a Caio, a Sempronio o a Mevio, ma che – a differenza delle correnti classiche – non si distinguono per il progetto politico, bensì per l’aspirazione al potere del proprio leader. E questo è già un primo errore, che poi si traduce spesso in decine di liste elettorali: pur di pesare, e di far vedere agli altri quanto peso, corro con una lista tutta mia; pur di prendere voti, la allargo a tutti e la rendo permeabile ad ogni tipo di infiltrazione. Qualche volta non me ne accorgo davvero, qualche volta me ne accorgo in ritardo (come nel caso di Torre Annunziata, dove il clan Gionta ha tentato la scalata al Pd proprio con le tessere), qualche volta faccio finta di non accorgermene, perché la guerra è guerra: da questo punto di vista, il Pdl è un maestro, ma la storia di Castellammare ci dice che neppure noi siamo immuni dal pericolo e che abbiamo sbagliato nel non saper dire dei no, nel non essere rigorosi all’estremo, nel non anticipare il rischio. Eccoci allora all’ultimo punto: cosa facciamo adesso? La parola d’ordine è trasparenza totale, e ieri sera il sindaco (Salvatore Vozza, a capo di una giunta di Centrosinistra ma non iscritto al Pd) ha detto chiaramente di non voler fare la fine di Fondi: lì si sono dimessi per impedire che arrivasse la commissione d’accesso, qui ne invocano l’arrivo immediato anche a costo dello scioglimento, purché si faccia luce su tutto. Il commissario del Pd napoletano, Enrico Morando,  aveva ricevuto da più parti l’invito ad annullare le primarie di domani; ha deciso invece di confermarle e di invitare gli elettori in massa al voto, per trasformare un possibile segno di cedimento in un’occasione di riscossa. Del suo lungo discorso vi riporto solo l’ultima frase, che ne riassume il senso: “Non vogliamo più cedere un metro a questi bastardi”.