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Le croci di Blinisht

A Blinisht, villaggio dell’Albania settentrionale, ho visto qualche anno fa un cimitero che ricorderò per tutta la vita: una decina di croci bianche, piantate da un missionario italiano, ricordavano le ragazze partite per le nostre coste e mai più tornate indietro. È un fenomeno, quello della tratta, che dura ormai da una quindicina d’anni e che ha portato decine di migliaia di giovani donne sulle nostre strade: alcune volte con l’inganno amoroso, altre con la complicità delle famiglie, altre ancora facendo leva sul bisogno economico. Vai su Google, cerchi “prostituzione albanese in Italia” e ti trovi studi come quello di Gerd Buta, docente di Scienze politiche e strategiche:

Le ragazze vengono classificate in almeno cinque tipologie: le ragazze che vanno via di loro volontà; le ragazze che vengono prese con la forza; le ragazze che vengono imbrogliate; le ragazze che partono per continuare a fare le prostitute; le ragazze che vengono vendute dai loro genitori. Una ragazza passa attraverso varie fasi prima di cominciare a fare la meretrice: viene sistemata in una città lontana dalla sua piccola patria, prima della partenza; compie l’attraversata col gommone; viene sistemata in un’abitazione in un paese straniero, dove molto spesso viene tremendamente violentata e maltrattata, con lo scopo di farle perdere ogni dignità di essere umano, prima di uscire in strada per fare la prostituta; l’esercizio vero e proprio della prostituzione. Solo nel 1999 la delinquenza organizzata ha ucciso oltre quaranta ragazze che s’erano ribellate. Per superare il problema i delinquenti rapiscono i bambini di chi si rivolta, in maniera che così facendo, le madri siano indotte a continuare a prostituirsi. Negli anni novanta sono scomparsi oltre 1200 bambini albanesi. Una prostituta albanese può guadagnare in una notte sino a 500 euro, potendo tenere per sè solo il dieci per cento circa.

Se Berlusconi avesse un po’ di sensibilità su questo tema – visto che per un periodo è stato pure ministro degli Esteri – probabilmente non staremmo qui a parlarne. Invece, nella conferenza stampa con Berisha a Palazzo Chigi, ha detto che l’Italia bloccherà gli sbarchi, ma non tutti: “Faremo eccezione per chi porta belle ragazze”. E gli albanesi d’Italia, nel loro piccolo, si sono incazzati: prese carta e penna, una ventina di associazioni e centinaia di cittadini hanno scritto al premier una lettera aperta, dicendosi “profondamente indignati e offesi”.

(…) Nonostante il Premier italiano sia noto per le sue battute infelici, riteniamo che quanto da egli dichiarato sia un’affermazione offensiva nei confronti delle donne albanesi che vivono e lavorano onestamente in Italia e Albania, perché si prende beffa di una delle piaghe sociali più gravi della transizione democratica albanese: la tratta di esseri umani. Il premier italiano dovrebbe sapere che c’è già chi porta in Italia “le belle ragazze albanesi”, e le mette a lavorare come carne fresca sui marciapiedi italiani, oppure in finti centri benessere dove benestanti italiani si servono di loro per alleggerirsi dai loro carichi pesanti di lavoro e responsabilità. Sono i trafficanti di esseri umani e la criminalità organizzata che gestisce lo sfruttamento della prostituzione. Elevare un argomento cosi delicato e doloroso a inopportune battute sessiste e maschiliste offende il lavoro e l’impegno di quanti si battono affinché la donna non sia trattata come un oggetto, ma goda di pari opportunità.
Siamo profondamente dispiaciuti e addolorati che il Premier del Paese in cui viviamo, e del quale aspiriamo a diventare pieni cittadini, dimostri un atteggiamento altamente offensivo nei confronti del nostro Paese di origine e dia un immagine cosi arretrata dell’Italia. Chiediamo una rettifica e scuse formali a tutte le donne albanesi che vivono e lavorano in Italia.

La domanda, a questo punto, mi sorge spontanea: che cosa abbiamo fatto di male per meritare tutto ciò?

I super doveri

Purtroppo nella politica italiana, soprattutto in campagna elettorale, ci si combatte a colpi di slogan. Tu ti inventi il permesso di soggiorno a punti, io ti rispondo che la prossima invenzione saranno i diritti umani a punti, tutti e due andiamo sui giornali ma chi ci legge non capirà nulla della questione. Poi arrivano Crespi o Pagnoncelli, chiedono alla gente che cosa pensa del permesso di soggiorno a punti e l’elettore medio – che di suo non è un esperto di flussi migratori, né di politiche del lavoro – finisce per votare lo slogan che gli è piaciuto di più. Meno male che ogni tanto c’è qualcuno che ragiona e che – soprattutto – tenta di far ragionare gli altri: ancora una volta è la professoressa Giovanna Zincone, docente all’Università di Torino e consulente del presidente Napolitano per i problemi della coesione sociale. Leggete la sua riflessione sulla Stampa di oggi (“I super doveri degli immigrati”) e soprattutto fatela girare, mi raccomando.

La cittadinanza dell’Ue e quelle dei singoli Paesi membri seguono due logiche antitetiche. Il permesso di soggiorno a punti rischia di imitare quella sbagliata. Vediamo perché. L’Ue, in quanto figlia non troppo degenere della Comunità economica, adotta una cittadinanza che segue la logica della libera circolazione: incentiva le persone a muoversi dove ci sono più opportunità. La cittadinanza nazionale segue la tradizionale logica dello stato-nazione: pretende comunanza di cultura e di lingua, incentiva le persone a radicarsi sul territorio. Per diventare cittadino europeo basta avere la nazionalità di uno dei Paesi membri, poi si va e si lavora dove si vuole. Non si chiede ai cittadini comunitari di conoscere la lingua, la cultura, le istituzioni dei paesi dell’Unione in cui emigrano. Al contrario, le singole cittadinanze nazionali chiedono assimilazione, vogliono e inducono stabilità. Per naturalizzarsi occorre essere lungo-residenti, oppure essere nati sul territorio, o avervi studiato per un po’ di anni. L’europeo è invitato ad andare negli altri Paesi dell’Unione senza vincoli, mentre il non comunitario che vuole diventare cittadino del singolo Paese deve restare fermo e assimilarsi.

La differenza è comprensibile. Per concedere un diritto che segna l’appartenenza ad una comunità civile lo Stato chiede garanzie. Non vuole dare un titolo importante a chi stia lì quasi per caso, deve capire se chi vuole entrare nel club fa sul serio, anche se alcuni segnali di questo «fare sul serio» variano. Oggi nell’Unione il requisito della residenza va dal minimo di 3 anni in Belgio al massimo di 12 in Grecia (ma quel governo intende ridurlo a 5 anni). Per gli altri segnali di integrazione stiamo assistendo, invece, ad un trend convergente. In quasi tutti i Paesi europei una certa conoscenza della lingua è sempre stata valutata quando si trattava di concedere la naturalizzazione, ma per lo più non si chiedevano prove formali. Da quando, nel 1999, la Germania ha inserito per legge la conoscenza del tedesco, molti Paesi hanno seguito il suo esempio. Poi sono arrivati i test di integrazione, introdotti in Gran Bretagna nel 2002. Anche i test hanno attecchito alla grande, e servono non solo a valutare la competenza linguistica, ma anche la conoscenza della cultura, della storia, della vita civile del Paese di immigrazione. Per fornire le conoscenze ritenute necessarie si sono allestiti corsi di integrazione: ad aprire la pista in questo caso è stata l’Olanda, e di lì i corsi si sono diffusi a macchia d’olio.

L’asticella da superare per diventare cittadino si è talvolta abbassata sui tempi, ma si è alzata per le prove di integrazione. Alcuni esperti considerano queste richieste eccessive e inutili: se un individuo se la cava a vivere e a lavorare senza conoscere bene una lingua, se la può cavare altrettanto bene a votare, una volta che sia stato promosso a cittadino. D’altronde i regimi democratici, con il suffragio universale, hanno concesso la cittadinanza politica anche agli analfabeti. Quanto al caso italiano, fin troppi commentatori hanno già osservato che si pretende dai nuovi cittadini una cultura pubblica che non dimostrano di avere neppure molti parlamentari. Ma questi argomenti funzionano solo se vogliamo continuare ad accontentarci di una democrazia scadente. Altrimenti, proprio dai requisiti che imponiamo agli immigrati perché vogliamo nuovi cittadini competenti, dovremmo prendere spunto per chiedere altrettanto ai nostri concittadini per diritto ereditario. Anziché abbassare l’asticella per gli stranieri, dovremmo saltare tutti un po’ più in alto. Questo implica prendere molto più sul serio l’educazione civica, proporre palinsesti radiotelevisivi appetibili ed eticamente intensi. L’esigente approccio nei confronti dei nuovi cittadini potrebbe offrire uno spunto per chiedere maggiore competenza ai candidati alle elezioni di ogni ordine e grado. Si tratterebbe sia di ristabilire un cursus honorum, una carriera basata sull’apprendimento graduale, sia di restituire ai partiti quella funzione di educatori civili che svolgevano utilmente in passato.

Ma se la severità nelle richieste che facciamo ai nuovi cittadini può essere utile per costruire una democrazia più adulta, non si capisce invece a cosa servano pretese di assimilazione rivolte a chi è qui solo per lavorare. È sensato imporre una buona conoscenza della cultura storica e civica, dei meccanismi del welfare del nostro Paese anche a chi non intende radicarsi e non vuole diventare cittadino? Lo si è già fatto con il pacchetto sicurezza per la concessione della carta di soggiorno, che si può ottenere dopo 5 anni di residenza regolare, adesso pare che lingua e cultura diventino una condizione per restare a lavorare in Italia dopo un tempo di residenza anche più breve. Ma se uno straniero investe tanto per imparare lingua e cultura del luogo, sarà poi riluttante a spostarsi altrove, a tornare in patria. Il suo progetto iniziale, magari a breve termine, si trasformerà in un progetto stanziale a lungo termine. Se si può accettare la sfasatura tra una cittadinanza europea mobile, concepita in una logica economica, e una cittadinanza nazionale stanziale, concepita in una logica da stato-nazione, non si capisce perché calare la cappa della logica statuale anche ai permessi di soggiorno per motivi di lavoro. Perché imporre ai lavoratori stranieri l’obbligo di assimilarsi? Non ci basta che rispettino le nostre leggi e i valori portanti delle nostre democrazie? Meraviglia che forze politiche convinte dei benefici di un’immigrazione circolare, fluida, si adoperino per spingere gli immigrati a diventare stanziali.

La rivincita dei peones

Eccolo qui, il mio intervento di ieri. Più lo leggo, più mi rendo conto che forse avrei potuto sfoggiare un po’ più di ars retorica, buttando giù qualche frase ad effetto, e soprattutto avrei potuto evitare qualche anacoluto, perché sintatticamente è un discorso pieno di frasi smozzicate e di sottintesi. Ma quando parli con il cuore capitano anche queste cose. E con il cuore chiedo a voi di leggerlo.

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, innanzitutto, vorrei rivolgere un ringraziamento all’onorevole Sbai, che in questo intervento mi è sembrata la Souad Sbai che conoscevo fino a qualche mese fa, e che mi sembrava di aver perso per strada. Ringrazio anche tutte le persone che sono intervenute prima di me: sono presente in Aula da questa mattina e vi rimarrò fino all’ultima parola dell’ultimo intervento.
Avrei potuto – forse, avrei dovuto – scrivere un discorso, perché interventi di questo tipo restano agli atti (quindi, si rischia anche di fare qualche bella figura), ma in realtà, ho pensato che sarebbe stato meglio svolgere un intervento «a braccio». Mi scuso, pertanto, soprattutto con i nostri funzionari, per l’assenza di grammatica e di sintassi nel mio linguaggio, ma vorrei rispondere ad alcune questioni che sono emerse.
In primo luogo, vorrei dire in quest’Aula che, quando i miei amici della comunità di Sant’Egidio si rivolsero a me – ormai parliamo di quasi due anni fa – e mi chiesero di fare qualcosa perché venisse sbloccata l’impasse sulla cittadinanza, ricordai loro che il Partito Democratico aveva perso le elezioni e che, quindi, sarebbe stato difficile presentare una proposta di legge che ottenesse il consenso della maggioranza.
Pertanto, posi una condizione e dissi loro: se volete, possiamo lavorare insieme ad un testo che, però, non sia il testo di Andrea Sarubbi né della comunità di Sant’Egidio, ma un testo condiviso che possa piacere anche alla maggioranza, o a parte di essa.
Prendemmo in considerazione allora tutte le proposte di legge che erano a disposizione, anche quelle delle legislature precedenti, a partire dalla proposta a firma dell’onorevole Bressa, ma anche tante altre, e vedemmo che vi erano delle richieste che si ripetevano. In sostanza, il centrosinistra chiedeva sempre di rivolgere l’attenzione ai minori che nascevano o che venivano nel nostro Paese da piccoli e, per quanto riguarda gli adulti, chiedeva sempre lo snellimento e la riduzione dei tempi richiesti per la concessione della cittadinanza.
Guardando, invece, alle proposte del centrodestra, era sempre presente la richiesta di alcuni requisiti ben precisi, quali la fedina penale o il test di integrazione, che mirassero ad una cittadinanza qualitativa, e vi era anche un giuramento sulla Costituzione, sul quale ricordo benissimo di avere ascoltato il Ministro La Russa che poi, purtroppo, evidentemente non ha capito lo spirito della proposta bipartisan che tanti oggi in quest’Aula hanno citato.
Infatti, quando si cominciò a parlare della proposta di legge n. 2670, che nei telegiornali è diventata la Sarubbi-Granata, il Ministro disse che l’iniziativa era di due peones in cerca di visibilità. A me questa dichiarazione fece molto male allora e mi ha fatto male anche risentirla questa mattina in Aula. È questa la prima critica che vi faccio nel metodo. Perché si dice che sono necessarie le riforme, che è necessario un dialogo e ci si richiama agli appelli del Presidente Napolitano, e poi la prima volta che due persone, anche rischiando di far arrabbiare i propri schieramenti di appartenenza, cercano un dialogo e lo cercano a metà strada, questo diventa un inciucio, diventa una manovra di visibilità personale? Sinceramente, questa è un’accusa che, con tutto il cuore, mi sento di rispedire al mittente.

L’altro aspetto che mi sembra un po’ strano di questo testo unificato è il modo in cui è arrivato all’esame dell’Aula. Si tratta di un testo che l’opposizione ha chiesto di calendarizzare, quindi, come si dice da queste parti, è in quota opposizione. In tale proposta, però, di quello che ricordavo poco fa, cioè delle classiche richieste del centrosinistra e del centrodestra, una parte viene presa e buttata via e si tiene solo l’altra; è cioè una proposta in quota dell’opposizione che la maggioranza ha preso, riveduto e corretto, facendola diventare una proposta soltanto propria. Lo capisco, è legittimo dal punto di vista politico, ma non mi sembra il miglior viatico per un dialogo: se si parla di riforme, che siano riforme condivise. Visto che non stiamo parlando dell’etichettatura dei tappi dei barattoli – che pure è una cosa degnissima, ma che non cambierà l’Italia per i prossimi 17 o 18 anni – quello che in tutti questi mesi non sono riuscito a capire è come mai l’abbia avuta vinta la tentazione di ridurre tutto a tattica politica. Se i dissidi interni alla maggioranza si fossero manifestati sui tappi di barattolo avrei capito che potesse esserci una ritrosia, ma se i dissidi interni alla maggioranza si manifestano su una legge così importante, non capisco come mai non si entri nel merito piuttosto che dire «non facciamo un piacere a questo o a quest’altro».
Mi sembra, quindi, che per ora sia stata accolta soltanto quella parte delle richieste di riforma che storicamente proviene dal centrodestra. Per questi motivi, chiedo alla relatrice, in particolare, di fare un passo avanti e di ricordarsi che esiste un’altra metà del Parlamento, che poi suppongo sia più di una metà e gli interventi di oggi lo hanno dimostrato; alla fine faremo i conti, così come abbiamo fatto in Commissione cultura, dove 7 deputati del Popolo della Libertà su 12 hanno detto che i minori meritavano un’attenzione particolare, senza considerare tutti i deputati del Partito Democratico, dell’Unione di Centro e dell’Italia dei Valori. Se volete su questo potremo sfidarci e vedremo chi vincerà, ma non credo che le riforme si possano fare a colpi di maggioranza: sarebbe utile se, invece, prima trovassimo insieme un accordo.
Questa mattina ho sentito delle enormi inesattezze. Oltre a quella dei peones in cerca di visibilità, ne ho sentita un’altra dal collega Bianconi, che è arrivato ad accusarci di cittadinanza imposta e di cittadinanza coatta. Mi chiedo se anche dare lo sciroppo per la tosse ai bambini sia un atto di violenza. Di cosa stiamo parlando, di una cittadinanza che viene imposta a delle persone che non aspetterebbero altro e che non possono chiederla perché non hanno compiuto 18 anni? Ma siete andati fuori, mentre stavamo qui in Aula, siete andati a sentire i ragazzi delle seconde generazioni, a chiedere loro se sono italiani o no, come hanno trascorso la loro infanzia e l’adolescenza e come si sono trovati a 18 anni quando il pulmino che li portava a scuola poi poteva condurli improvvisamente in galera? Vi sembra una cosa normale?
Credo che su questo sia necessario trovare una soluzione, altrimenti faremmo tutti gli ingegneri costituzionali, e voi di ingegneri costituzionali siete ricchi: siete persone che ragionano in punta di comma… e beati voi che ne sapete così tanto di diritto! Ma poi, lo avete mai incontrato un ragazzo delle seconde generazioni, un ragazzo che magari si chiama Xianping che, però, qui in Italia si fa chiamare Valentino e che non si sente null’altro che italiano? Ci avete mai parlato? Perché quando dico certe sigle – G2, ANOLF – i miei colleghi, ingegneri costituzionali, mi guardano con gli occhi sgranati, come se stessi parlando di cose folli. Invece, vorrei dirvi che esistono sia queste sigle, sia queste persone.
Una cosa sola vi chiedo, senza confondere integrazione, sicurezza e tutto il resto: attenzione a non fare lo sbaglio che fece la Germania negli anni Sessanta. Quando sento dire dal capogruppo della Lega – il vostro candidato in Piemonte, Roberto Cota – che gli immigrati vengono qui per andarsene via, mi viene in mente la Germania degli anni Sessanta, quando si chiamavano gli immigrati di corsa, perché servivano braccia e non persone, e si diceva loro: «Vieni, vieni, stai qui. Riempiti i calzini di marchi e vattene via il prima possibile!». Non vi era alcun ricongiungimento familiare né interessava che si apprendesse la lingua. Si diceva: «Fai il gelataio? Impara a dire in tedesco fragola e pistacchio e a noi va bene così!». Ma che faceva poi questo signore del Bangladesh o della Turchia? Nel tempo libero si vedeva con i signori del Bangladesh e della Turchia. E quale convivenza aveva con la società che lo circondava? Nessuna. Cosa faceva? Si chiudeva in un ghetto. E cosa porta il ghetto? La devianza. Dunque, se non vi è integrazione non vi è neanche sicurezza. E se non vi è il senso di appartenenza a una comunità non vi è neanche integrazione.
Vi chiedo di volare un po’ più alto. Oggi ho sentito l’onorevole Santelli parlare in termini di gens romana. In questo caso non si deve parlare in termini di gens, ma in termini di communitas, che è qualcosa di diverso dal legame di sangue. Sono certo che l’onorevole Bertolini, anche per le sue radici profondamente cristiane, capirà quello che sto dicendo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni).

La cittadinanza in diretta

La foto non è il massimo, ma provateci voi con una mano sola e rischiando di essere richiamati all’ordine perché in teoria è vietato. Detto questo, cominciamo.

10.03 Tra poco si inizia. Fuori, in piazza Montecitorio, ci sono le bandiere della Cisl: nonostante la pioggia, sono qui a darci sostegno. Come noi, chiedono che la cittadinanza non sia un percorso ad ostacoli. Curiosità: i manifestanti sono qui con un ombrello verde, guarda un po’.

10.06. Parla per prima Isabella Bertolini, la relatrice. Ci sta spiegando che la legge attuale (la 91 del 1992) è ottima, solo che noi non l’abbiamo capita: l’unica modifica da fare è quella del test. Dice che lo ius soli in Italia esiste già: chi è nato qui ha bisogno di soli 3 anni di residenza. Ribadisce che i minori non possono avere la cittadinanza, perché ci vuole una scelta volontaria (ed accusa la Commissione Cultura, che l’altro giorno ha posto la condizione dello ius soli temperato, di non aver capito lo spirito della riforma). Ritira fuori la filastrocca delle migrazioni di passaggio, non stanziali. Chiude con due lati positivi: il primo è che Tremonti dovrà mettere i soldi per i corsi di preparazione al test; il secondo è che in determinati casi questo test non sarà necessario (il decreto attuativo deciderà quali). Chiude dicendo che c’è bisogno di ulteriore riflessione: praticamente, un invito a rimandare il testo in Commissione.

10.22 Primo intervento per il Pd: Gianclaudio Bressa, che in tutti questi anni si è impegnato moltissimo sul tema ed è arrivato ad un passo dall’approvazione di una nuova legge. Inizia volando alto, parlando del ruolo della cittadinanza come punto cruciale della frontiera dell’eguaglianza. Definisce la disciplina attuale “una sorta di lotteria sociale”. Accusa la maggioranza di non aver capito che ex facto oritur ius: la legge nasce per regolare fenomeni già esistenti. Prende in giro i requisiti di integrazione richiesti dal testo Bertolini: come si calcola, ad esempio, il previsto “rispetto delle leggi anche in ambito familiare”? Presenta la nostra proposta alternativa, spiegando che per noi il riconoscimento della cittadinanza è la premessa per costituire l’unità della comunità nazionale. Ottima chiusura: le elezioni regionali passano, questa legge resta.

10.32 Momento importante: tocca ad Italo Bocchino, che in teoria sarebbe vicino a Fini ma in pratica è anche vicecapogruppo del Pdl. Definisce “frettolosa” la legge del 1992, perché alzò i requisiti di residenza da 5 a 10 anni anziché prevedere percorsi di integrazione. Buon inizio! Definisce quello della Bertolini “un ottimo testo di partenza”, su cui apportare miglioramenti (e che cos’altro poteva dire?). Invita a non politicizzare questa riforma, se no non si farà: propone il rinvio (per me condivisibile) a dopo le Regionali. Si dice contrario allo ius soli secco e propone quello temperato, visto che – come dice la Bertolini – il principio esiste già. Se la cava con un invito generico (“Ragioniamo su questo”), ma non dice nulla di concreto: la mia idea è che non voglia scoprire le carte ora. Insiste sulla certezza dei tempi per diventare cittadini. Chiede una cittadinanza di qualità: la madre di Sanaa, che ha dato ragione al marito assassino della figlia, non potrebbe diventare cittadina. Al testo Bertolini chiede cambiamenti sui minori: l’adolescenza è il momento in cui si forma l’identità di un individuo! Chi nasce in Italia o ci arriva entro i primi 2 anni, conclude, diventi cittadino dopo un ciclo scolastico! Eccole qui le carte che si era tenuto alla fine… Bravo Italo!

10.45 Parla Roberto Zaccaria. Non concorda con Bocchino sulla valutazione positiva del testo Bertolini, invita ad un provvedimento condiviso. Ricorda che questa è una legge diversa dalle altre: non deve caratterizzare una politica di maggioranza! Chiede che, su questi temi, si dia libertà di coscienza ai singoli parlamentari e sottolinea che la cittadinanza è un banco di prova serio per la volontà di fare riforme. Ricorda che attualmente si danno solo 40 mila cittadinanze l’anno, due terzi delle quali per matrimonio e meno di un terzo per i 10 anni di residenza: non si governa così un fenomeno del genere! I nostri partner europei danno il triplo o il quadruplo delle cittadinanze. Chiude sottolineando l’importanza del parere espresso dalla Commissione Cultura.

10.55 Tocca a Raffaele Volpi, primo leghista ad intervenire. Accusa Fabio Granata, e probabilmente anche Fini, e forse anche me (senza nominare nessuno, però), di avere utilizzato la cittadinanza come una vetrina personale. Ribadisce che la Lega non avrebbe voluto parlare di cittadinanza, perché non era nel programma di governo. I dieci anni non si toccano: chi vuole diventare cittadino, sostiene, saprà aspettare. Quella della Lega è una posizione realistica e responsabile, dice. Chiude manifestando appoggio al testo Bertolini.

11.02 Il primo leader politico a prendere la parola è Pierferdinando Casini, che apre sulla necessità di lavoratori stranieri per tenere in piedi l’economia italiana: un approccio realistico, insomma, più che poetico. Rimprovera alla maggioranza di fare demagogia sull’immigrazione: gli italiani credono che gli stranieri siano il 25% della popolazione residente, mentre sono il 7,5%; si dice che dobbiamo aiutarli a casa loro, ma non tiriamo fuori i soldi per la cooperazione. In realtà, aggiunge, sono loro ad aiutare noi, come spiegano i dati dell’Inps. Snocciola numeri: impressionanti quei 5 miliardi e 600 milioni di tasse versati dagli immigrati, equivalenti ai capitali che dovrebbero rientrare con lo scudo fiscale. Insiste sui bambini e sui minori: la cittadinanza non sarà nel programma di governo, ma è nel programma dell’Italia e degli italiani. Cita la Sarubbi-Granata come esempio  positivo ed invita a non dare alibi a nessuno per non continuare l’analisi di questo provvedimento.

11.15 David Favia è il primo deputato dell’Idv ad intervenire. Stoccata alla maggioranza: ogni volta che il governo non mette la fiducia, emergono le divisioni tra di loro. Invita a non porsi in maniera preconcetta rispetto al tema, perché così non si risolvono i problemi. Si dice contrario allo ius soli secco, ma critica l’approccio della Bertolini. Poi commette un autogol, dicendo che per i nati qui andrebbe bene la procedura attuale (ma allora diventerebbero cittadini solo dopo i 18 anni: mi sa che si è confuso, visto che è tra i firmatari della nostra pdl 2670). Spero di aver capito male, ma mi sa che si è sbagliato lui. Propone il silenzio-assenso per fermare i tempi della burocrazia, ma pure questa cosa non mi convince: uno Stato può dare la cittadinanza con il silenzio-assenso? Conclude dicendo che il testo alternativo del Pd è comunque preferibile a quello della relatrice, ed invita ad approfondire ulteriormente il dibattito.

11.30 Parla Jole Santelli, che attualmente milita nei falchi del Pdl ma che apre con moderazione, invitando a non pensare di avere la verità in tasca. Ci rimprovera di parlare del diritto di cittadinanza, visto che non lo considera un diritto. Minimizza: a suo parere, si può rimanere in Italia godendo di tutti i diritti sociali senza diventare cittadino; l’unica differenza è il sentirsi parte di una comunità (e mi hai detto niente!), ma il sentirsi parte di una comunità – aggiunge – non è roba da bambini. Non facciamo demagogia, prosegue, non ci commuoviamo: non ci sono bambini diversi, ma bambini che nascono da genitori non italiani e non vogliono diventare italiani. Sì, l’ha detto. Mandatele un po’ di mail per chiarirle le idee: santelli_j@camera.it . Sostiene, infine, che il problema delle banlieues parigine è stato causato dall’imposizione dell’identità francese, mentre loro non la volevano e le ragazze si sono rimesse il velo per dimostrarlo. Sì, scrivetele.

11.41 Tocca a Dario Franceschini. Parte dal porto di Genova, dove in campagna congressuale tenne il discorso ai nuovi italiani. Dice che l’Italia sta dimenticando la propria storia. Cita il mio pezzo sull’ostetrica: un bambino nato su 9 in Italia è figlio di genitori stranieri. L’obiettivo di una legge sulla cittadinanza, ricorda, è quello di riconoscere diritti. Cominciamo a misurare da questo provvedimento se c’è la volontà di cercare un’intesa sui contenuti! Frecciata a Fini: dopo le parole, anche importanti, ora vediamo in Aula se ci sono i numeri! Trova sbagliato che si rinvii l’approvazione della legge a dopo le Regionali: che cosa c’entrano le Regionali se una norma è giusta? (Applausi del Pd. Io vi ho già detto come la penso, in nome del realismo politico: meglio rischiare di farsela approvare o rischiare di farsela bocciare?) Ricorda che l’identità italiana è una stratificazione, non è immobile ma si costruisce ogni giorno.

11.51 Tocca a Roberto Cota, capogruppo della Lega. Abbiamo vinto le elezioni, dice, con un programma politico che non prevedeva revisioni della legge sulla cittadinanza. Non abbiamo bisogno di nuovi immigrati per costruire la nostra identità: abbiamo bisogno di gestire questo fenomeno restringendolo! Non possiamo vendere sogni che poi non si avverano! Prima – dice – bisogna affrontare i problemi dei nostri giovani e dei nostri anziani. E poi, la cittadinanza non è neppure una richiesta pressante degli immigrati: la stragrande maggioranza di loro viene qui per tornare a casa. Per quanto riguarda i minori, ripete la favola dello ius soli che esisterebbe già.

12.02 Mario Tassone, componente della Commissione Affari Costituzionali, è considerato un po’ la destra dell’Udc. Parla in generale delle riforme, che vanno fatte nel segno della tutela della persona, e spera che si trovi una sintesi tra le posizioni diverse. Frecciata a Franceschini: chi spinge per la rottura non vuole le riforme! Cita la Sarubbi-Granata come soluzione per risolvere il problema dei minori: non può esserci l’apartheid! Cita pure l’intervento di Gaetano Pecorella ed il parere della Commissione  Cultura: la maggioranza ha un dibattito interno da non sottovalutare. Ricorda, infine, che nessun provvedimento dell’opposizione è stato approvato in questa legislatura, e che sarebbe ora di cominciare con questo.

12.15 Benedetto Della Vedova, del Pdl, è firmatario della nostra proposta bipartisan. Inizia dicendo che la cittadinanza non è un problema che riguarda gli stranieri, ma è un problema che riguarda l’Italia. Riprende il tema del no taxation without representation: milioni di immigrati che pagano qui le tasse, tengono in piedi il nostro sistema previdenziale e non hanno diritti civili e politici! Chiede di andare oltre il testo Bertolini. Applausi dai banchi del Pd!

12.22 Fabio Evangelisti, dell’Idv, apre sottolineando il buonsenso di Fini. Attacca l’intervento di Cota. Ribadisce l’esigenza di dare la cittadinanza ai minori nati qui, oppure non nati qui ma al termine di un ciclo scolastico. Compara la nostra arretratezza, ad esempio, con quella della Spagna, dove per gli stranieri residenti l’iscrizione all’anagrafe non è un miraggio.

12.30 Livia Turco comincia ricordando la presenza, fuori dal Parlamento, dei ragazzi delle seconde generazioni: un movimento che fino a qualche anno fa neppure esisteva. Ricorda la mole impressionante di bambini che nascono qui e crescono qui: in nessun altro Paese europeo c’è un atteggiamento così ostile verso la cittadinanza ai minori stranieri! Perché il Centrodestra non si guarda un po’ in giro? Altro che radicalismo di sinistra: questa è una corrente europea!

12.37 Tocca a Roberto Rao, dell’Udc, giovane e sveglio. Anche lui è tra i firmatari della Sarubbi-Granata (e pure Tassone: mi ero dimenticato!). Chiede un ragionamento costruttivo ed invita la maggioranza ad avere coraggio: è inutile farsi male, perché tanto ci saranno schieramenti trasversali! Non servono falangi, ma ragionevolezza. Ha un atteggiamento morbido verso la relatrice, ma insiste sulle questioni rimaste irrisolte, tipo certezza dei tempi e minori. Cita anche lui l’approccio positivo della nostra pdl bipartisan, ma essendo un firmatario non vale. Conclude con un invito a superare la propaganda e l’estremismo.

12.50 Ecco Fabio Granata: potrei fare il ventriloquo, perché l’ho sentito una cinquantina di volte, e naturalmente vale anche il contrario. Parte dall’introduzione della nostra proposta di legge. Mi gioco un euro che tra un po’ cita l’ecumene federiciana, come esempio di convivialità delle differenze. Parla di una scommessa politica e si augura un percorso non condizionato da questioni esterne (le Regionali, il rapporto Berlusconi-Fini: non li cita, ma è chiaro). I giovani di seconda generazione, prosegue, non possono essere lasciati in una terra di mezzo: passaggio allo ius soli temperato. Non ha citato l’ecumene federiciana, perché si è limitato all’aspetto politico della vicenda: gli devo un euro.

12.59 Per noi parla Laura Garavini, eletta all’estero e capogruppo in Commissione antimafia. Racconta la propria esperienza di immigrata, cita la Francia e gli Usa che hanno eletto presidente il figlio di un immigrato e si chiede come mai noi  i figli degli immigrati vogliamo metterli da parte. Giudica il testo Bertolini “una legge del passato”, ed ha ragione, perché sembra proprio scritta in un altro tempo. Chiede riforme condivise.

13.03 Terzo intervento per la Lega: Maria Piera Pastore. La sento parlare per la prima volta, ma non dice molto di originale: la cittadinanza non c’entra nulla con i diritti, né con l’integrazione. Prima i doveri, ribadisce. Non si fa mancare un tocco anti-Islam, con citazioni anti-infibulazione: se volete, cari amici musulmani che siete nati e cresciuti qui, scrivete anche a lei (pastore_m@camera.it) per chiarirle le idee. La scelta, prosegue, è fra l’essere buoni e l’essere seri; chi diventa italiano da piccolo non è in grado di capire. Chiude condividendo la “proposta di buonsenso” della Bertolini.

13.10 Aldo Di Biagio (Pdl) è un altro eletto all’estero, anche lui firmatario della Sarubbi-Granata. Chiede una riflessione congiunta e condivisa, che vada oltre il testo Bertolini, “poco rispondente” alla realtà dell’Italia di oggi. Chi è eletto all’estero, non c’è che dire, ha una marcia in più, perché ha visto il mondo. Chiede di non banalizzare, con semplificazioni fuori luogo, ed è una bella mazzata ai falchi del suo partito.

13.16 Tocca a Pierluigi Castagnetti, che invita a considerare gli appelli della Chiesa. Solo la sorte colloca gli uomini in un angolo o in un altro, dice, e la sorte non può essere dispensatrice di diritti. Invita a partire almeno da un punto condiviso, quello dell’eguaglianza tra gli uomini, per poi cercare insieme un percorso. Non si tratta, dice, di dividersi fra buonisti e cattivisti, ma di assumere insieme uno sguardo serio e responsabile, possibilmente lungo.

13.20 Il nostro Guido Melis, anche lui firmatario della pdl 2670, parte con le cifre dell’Istat e del rapporto Caritas-Migrantes: nel 2020 gli immigrati ed i loro discendenti saranno l’11% della popolazione italiana, dunque non possiamo ignorarli. Cita la nostra proposta bipartisan come una soluzione possibile.

13.25 Eugenio Mazzarella invita alla ragionevolezza, caratteristica che manca nel testo Bertolini. Pure lui cita la Sarubbi-Granata ( è un altro firmatario: siamo piuttosto combattivi, come avrete capito!) e la proposta dello ius soli temperato. Critica il percorso ad ostacoli previsto da parte del Centrodestra, accusato di insipienza nell’affrontare le sfide del futuro.

13.30 Uno dei falchi più falchi è Maurizio Bianconi (Pdl), che parla di “un falso problema” e liquida il discorso di Dario Franceschini come un discorso solidaristico. Si appella all’Unione europea e nomina Maastricht, per ricordarci che chi è cittadino italiano è anche cittadino europeo: dobbiamo quindi parlarne con i nostri partner (che infatti hanno leggi migliori della nostra). Critica il dibattito, a suo parere “di basso profilo”, perché noi del Pd continuiamo a ripetere che la cittadinanza porta diritti mentre non è vero. Al contrario, la cittadinanza è un insieme di doveri, fino a quello di dare il sangue per la patria. Dunque è solo concessoria, perché lo Stato ti giudica degno di far parte della comunità. E non può valere per i minori, perché si tratterebbe di una cittadinanza coatta, che toglie delle facoltà al minore, e dunque è una violenza: se poi il ragazzo 18 anni rinuncia, diventa un apolide? In mezzo a tante fesserie, Bianconi dice pure una cosa sensata: che la cittadinanza non c’entra niente con la sicurezza. Ma è l’unica, purtroppo.

13.40 Tocca ad un altro falco: Fabio Garagnani, la guardia svizzera in terra  bolognese. E non si fa scappare l’occasione di parlare della difesa dell’identità giudaico-cristiana: chi diventa italiano, afferma, deve recepirla! (Se ho capito bene, Garagnani mette tra le condizioni per la cittadinanza pure la Messa domenicale o, in alternativa, la Sinagoga del sabato). Ci accusa di sottovalutare il fenomeno: non sono loro ad avere paura, siamo noi a non aver capito. Dice che il testo Bertolini va bene, anche se l’avrebbe voluto più duro in alcuni punti. Sì, più duro.

13.47 Seduta sospesa. Si riprende alle 15, io sarò il secondo a prendere la parola.

15.07 Primo intervento del pomeriggio: Souad Sbai, che aveva partecipato alla stesura della Sarubbi-Granata ma poi, alla vigilia della presentazione, ha deciso di non firmarla. Da allora, ha inasprito le sue posizioni. Oggi sta aprendo con un discorso equilibrato sulle seconde generazioni, dicendo che dobbiamo lavorarci su. Parla di un percorso di integrazione a tappe ed invoca politiche efficienti di sostegno agli immigrati. Chiede un modello nostro, italiano, tenendo conto anche degli sbagli altrui, ed auspica che non ci siano cittadini di serie B: chi è qui rispetti le regole, indipendentemente dalla sua cultura di provenienza. Tutto sommato, meglio del previsto.

15.14 Tocca a me. Non so se sia andata bene o male: ne parliamo domani, quando rileggiamo insieme l’intervento.

15.23 Dopo di me, un altro falco. La caricatura del falco: Manuela Dal Lago. Prima pensiamo alla nostra gente, dice, e lo abbiamo già sentito. La globalizzazione, prosegue, ci porta a dover difendere sempre più la nostra identità ed i 10 anni previsti dalla Bertolini vanno benissimo. Al limite, suggerisce, snelliamo la burocrazia! Rifiuta l’etichetta di cattiva, e riconosce che noi non siamo buonisti. Ma poi spiega che lo ius solis non va bene, ed infatti noi non lo abbiamo mai chiesto: a noi basta lo ius soli, quello senza la esse.

15.33 Federica Mogherini porta in Aula l’appello della rete G2, quello degli alberi senza radici, e legge la testimonianza di una ragazza che – non potendo votare, né fare un concorso pubblico, né aprire partita Iva se sono chiuse le quote per il lavoro autonomo, e tante altre cose – sostiene di non saper rispondere alla domanda più semplice: “Sei italiana?”. Poi continua con una riflessione sull’italianità e sul senso di spaesamento di molti minori. L’italianità, conclude con un’altra testimonianza, è il sentirsi a casa in Italia. Ma è difficile quando vogliono farti credere che sei uno straniero. Mi congratulo.

15.38 Il nostro Alessandro Naccarato, della Commissione Affari Costituzionali, cita il paradosso caro a Fini: i pronipoti dei nostri emigrati sono cittadini italiani e votano pure da casa, ma non pagano le tasse; gli  immigrati regolari che pagano le tasse qui, invece, non votano e non sono cittadini. Spiega che con le seconde generazioni non si può parlare di immigrazione non stanziale: una parte importante del futuro dell’Italia sarà affidata ai figli di immigrati.

15.45 Tocca a Sesa Amici, capogruppo Pd in Affari costituzionali. Ricorda che ci sono dei temi che si impongono, di fronte ai quali non ci sono regole di coalizione. Rivendica l’accelerazione al tema richiesta dal Pd, per aprire un confronto alla luce del sole. Invita a pensare ad un’idea moderna dello Stato: pur apprezzando il lavoro della relatrice, critica il testo perché “elude i nodi strutturali della cittadinanza”. La questione dei minori, ad esempio, che oggi viene sollevata da pezzi interi della maggioranza, si può risolvere solo se si ha l’idea che la cittadinanza non è solo un assetto normativo. Dobbiamo alzare il livello della discussione, prosegue, slegandolo dall’ambiguità della tattica politica e da un uso mediatico del tema: un po’ ce l’ha pure con Fini, mi sembra di capire. Perché nel Pd, ve lo dico dal di dentro, cominciano a chiedere che dalle parole si passi ai fatti.

15.53 Jean-Léonard Touadi cerca di spiegare concetti un po’ complicati per la Lega, tipo quello dello spazio transnazionale. Si sofferma sul fatto che le appartenenze di sangue non reggono più, e cita una risoluzione del Parlamento europeo in cui si invitano gli Stati membri a rendere più agevole l’acquisizione della cittadinanza ed il godimento dei diritti, traendo profitto dalle esperienze di ciascuno. Tutto il contrario di quello che diceva Bianconi, insomma. Chiude con una parola sui bambini, che tutto possiamo chiamare fuorché stranieri: non possiamo lasciarli in un limbo giuridico, non possiamo aver paura dell’innesto.

15.58 Il radicale Matteo Mecacci fa un discorso complessivo sull’immigrazione: si chiedono loro sempre più servizi, si nega loro una condizione sociale. Parla della difficoltà di rinnovare il permesso di soggiorno, questione che nessuno ha finora citato ma che è il vero calvario di chi non ha la cittadinanza italiana. Chiude con un attacco alla Lega, incapace di capire la realtà italiana, e ricorda che è l’incertezza del diritto a portare insicurezza.

16.03 Ancora uno dei nostri: Oriano Giovanelli. Si dice d’accordo con Benedetto Della Vedova sulla necessità di capire quale Paese pensiamo di costruire: l’Italia di oggi, volente o nolente, è fatta anche di immigrazione. La cittadinanza è un passaggio chiave per capire se vogliamo andare avanti oppure arretrare: le soluzioni non saranno certamente definitive, ma saranno importanti sul destino della nostra società. Per questo, spiega, è fondamentale andare oltre gli schieramenti. Chiude con una battuta a Cota: va bene evitare i sogni facili, ma evitiamo pure gli incubi!

16.13 Ecco un altro firmatario della Sarubbi-Granata: Sandro Gozi. Capisce le difficoltà della Bertolini, ma non può condividerne la soluzione, perché siamo in netta controtendenza rispetto al resto d’Europa. Sandro, che ha ottime competenze in campo europeo, ritorna sulla risoluzione citata da Jean-Léonard Touadi e chiede un nuovo approccio sull’immigrazione: né ottimisti ciechi, né pessimisti totali. Non c’è vera integrazione senza cittadinanza, prosegue, e critica il cammino troppo lungo e tortuoso previsto da questo testo base. Cita Francia e Regno Unito, chiede regole certe e tempi prevedibili, conclude con il dramma della generazione Balotelli, che non può definirsi italiana ma neppure straniera: non possiamo continuare a trattarli come figli di un diritto minore.

16.22 Parola a Carlo Monai, dell’Idv. Per la precisione, moderato dell’Idv: sì, ne esistono anche da loro. Si sofferma su un problema un po’ marginale rispetto al tema in esame, ma sentito da parecchie persone: quello della cittadinanza ai figli delle donne italiane emigrate all’estero. Poi affronta il tema vero e proprio: prendiamo atto dell’immigrazione, dice, e vediamo come ormai ci sia una convivenza diffusa, anche nelle piccole comunità. Approcciamo il tema senza ideologismi e populismi! Anche lui si richiama alla risoluzione del Parlamento europeo, che evidentemente il nostro Centrodestra ignora.

16.33 Uno dei momenti più importanti: tocca al capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto, che sicuramente farà il falco (mi gioco un altro euro). Critica subito la richiesta Pd di calendarizzare il testo e portarlo in Aula, bloccando il lavoro in Commissione: se fosse continuato, prosegue, magari un accordo sui minori si poteva anche trovare. Cita la solita lagna: per noi, dice, la cittadinanza viene prima dell’integrazione. Peccato che non lo abbiamo mai detto! Poi torna sul fatto che molti immigrati non vogliono la cittadinanza. Ma chi ha detto che è obbligatoria? Sto vincendo un euro. Dà ragione alla Santelli: Francia e Gran Bretagna concedono storicamente cittadinanze perché hanno un passato coloniale, ma ora entrambi i Paesi si sono accorti di avere esagerato. Riconosce che nella Sarubbi-Granata qualcosa l’avevamo azzeccata, parlando dell’aspetto qualitativo della cittadinanza. Respinge le battute sulla xenofobia: il Pdl è preoccupato solo di una qualità della nostra civiltà (astenersi da battute, please). Dice di voler raccogliere la sfida, ma le concezioni sono diverse: per questo, Franceschini non può chiedere il voto a gennaio per vedere se il partito di maggioranza relativa passerà l’esame. Apertura sui bambini: faremo una riflessione, promette.  E questa è la notizia della giornata: il capogruppo del Pdl ha annunciato pubblicamente, in Aula, che sui minori il discorso non è chiuso. Ma l’euro me lo tengo lo stesso.

16.44 L’ultimo dei nostri interventi è quello di Roberto Giachetti, che accusa giustamente Cicchitto di averci messo in bocca cose che non abbiamo mai detto né pensato. Sottolinea l’importanza del dibattito di oggi e lancia la palla alla relatrice, che dopo aver ascoltato tutti avrà capito che qualcosa si deve cambiare, soprattutto sui minori.

16.49 Chiude la maggioranza, con il capogruppo Pdl in Affari Costituzionali: Peppino Calderisi, che sui minori è piuttosto falco (sono curioso di capire cosa dirà ora che ha parlato Cicchitto). Apre dandoci degli  ignoranti, perché non sappiamo che lo ius soli in Italia esiste già, e sostiene che i problemi principali oggi sono di carattere amministrativo e burocratico. Fa un intervento tutto sommato responsabile, e si vede che le parole di Cicchitto lo hanno condizionato: arriva addirittura a riconoscere che il problema dei minori è un problema aperto anche all’interno del Centrodestra. Non esclude passi avanti neppure per gli adulti. Infine, invita ad una discussione non strumentale, lontana dalle Regionali, e sapete che io non sarei contrario purché non ci prendano per il cosiddetto.

17.00 In appendice, c’è un iscritto a titolo personale: Mario Pepe (Pdl). Chiede di imparare dalla nostra storia di emigrazione, cerca di spiegare alla Lega che il degrado nasce anche dai diritti negati. Ricorda che ci sono milioni di residenti senza una rappresentanza politica, e teme che ciò possa essere un elemento di destabilizzazione nel lungo periodo: una legge seria sulla cittadinanza può evitarlo. Ripeto: Mario Pepe, Pdl. Olé. Dalle agenzie di stampa arriva pure un’apertura di La Russa: doppio olé.

17.04 Triplice fischio: abbiamo pareggiato in trasferta, se non addirittura vinto ai punti. Per il commento, lasciatemi dormirci sopra: ci sentiamo domani.

Made in Italy – parte 2

Nonostante l’ironia del Giornale, che sabato 14 mi prendeva in giro per aver snocciolato in Aula la formazione dell’Inter, oggi siamo tornati a parlare di sport: si votavano infatti le mozioni sulla tutela dei vivai, che avevamo discusso una decina di giorni fa. Il Pd ha assegnato a me il compito della dichiarazione di voto: credo di aver svolto un buon intervento, tra l’altro tenendo conto di alcune indicazioni ricevute proprio da voi, sul blog, nei commenti all’altro post. Ci stiamo inventando il deputato interattivo: se funziona, lo brevettiamo. Buona lettura.

ANDREA SARUBBI. Grazie, signor presidente. Quando in Aula discutiamo di questi temi, all’esterno si ride del Parlamento. Le leggo il titolo del Giornale di sabato 14 novembre: “Alla Camera lavorano in 4. Per parlare dell’Inter”. E giù ironie, nell’articolo, sul fatto che io avessi affrontato il problema degli stranieri nel nostro sport di vertice citando appunto la formazione dell’Inter, con nessun italiano in campo e solo 2 in panchina. Ma avevo citato anche la Montepaschi Siena, attuale leader del basket italiano, e l’Itas Dialtec Trentino, capolista nella pallavolo: proprio a proposito del volley, non ho detto allora – e lo faccio oggi – che almeno in questo sport esiste una sorta di autoregolamentazione, per quanto riguarda il nostro campionato: sui 7 giocatori in campo (6 più il libero a rotazione), almeno 3 devono essere italiani. Ma il discorso non cambia, perché il problema sollevato da queste mozioni è quanto mai reale: l’avvenire sportivo dei nostri giovani è piuttosto difficile, perché dalla sentenza Bosman in poi le società hanno smesso di puntare sui vivai. Citavo il Milan di Baresi, Tassotti, Maldini, Albertini, che ad un certo punto si è ritrovato senza giovani. Ma non vorrei circoscrivere il discorso al calcio, se non altro per non dare ragione alle critiche mosse durante la discussione generale dall’on. Pescante, che ci accusava di essere troppo concentrati sul calcio.
A proposito dell’on. Pescante – al quale vanno naturalmente gli auguri del Partito democratico sia per la nomina di vicepresidente del Cio che per quella di membro permanente dell’assemblea generale dell’Onu, proprio in rappresentanza del Cio – vorrei sottolineare alcuni passaggi del suo intervento durante la discussione generale, perché da qui credo si possa partire per un dialogo fruttuoso.
In un primo passaggio, l’on. Pescante riconosceva alla mozione Ciocchetti il merito di aver sottolineato che lo sport non è una mera attività lavorativa, e dunque non può seguire le regole valide per tutto il resto. D’altronde – e questo lo avevamo già ripetuto venerdì 13 – i meccanismi dell’Unione europea e le regole della libera circolazione dei lavoratori vennero pensati per l’economia, non per lo sport. E se il fantasma dell’idraulico polacco ha spaventato a lungo l’economia francese prima della ratifica della Costituzione europea, il fantasma della punta brasiliana (o del play americano, o dello schiacciatore bulgaro) non è certamente un incubo da poco per i nostri campioni in erba delle varie discipline. Sanno che, per quanto potranno impegnarsi e fare la trafila delle serie minori, difficilmente troveranno spazio ad altissimi livelli, perché la punta brasiliana è sempre in agguato. Con una differenza, rispetto all’idraulico polacco: che riparare un rubinetto non è ancora uno sport, dunque non ci saranno campionati mondiali o Giochi olimpici nei quali rappresentare la propria Nazione e sfidare le altre. Né ci sono i mondiali di management industriale, o le olimpiadi di medicina: solo nello sport si vedono i Paesi competere tra di loro con rappresentanze nazionali, le cui vicende agonistiche hanno tra l’altro il merito di suscitare nella cittadinanza passioni condivise. Ecco perché lo sport non è uguale al resto; ecco perché la mozione presentata dall’Udc – e condivisa anche dal Partito democratico, che voterà a favore – impegna il governo a promuovere queste istanze in sede europea: d’altra parte, è un’esigenza condivisa anche dal Trattato sul funzionamento dell’Unione, come lo stesso on. Pescante ci ricordava venerdì. Del suo intervento riporto anche un altro passaggio, piuttosto significativo: quello in cui ci comunicava di aver già preso contatti con la Spagna per stabilire, durante il semestre di presidenza spagnola dell’Ue, come definire il concetto di specificità dello sport. Un motivo in più, da parte nostra, per chiedere un impegno concreto anche al governo, visto l’enorme prestigio internazionale di cui il nostro presidente del Consiglio si vanta di godere.
Per quanto riguarda la libera circolazione dei lavoratori, dunque, mi pare che tutti siamo d’accordo sulla necessità di adattarla alle specificità dello sport: nella stessa mozione della maggioranza, si impegna il governo a “ trovare una soluzione di compromesso per la libera circolazione di atleti comunitari, prevedendo il libero tesseramento, ma limitandone l’impiego sul terreno di gioco, come praticato già da alcune federazioni internazionali negli sport di squadra”.
Ma se parliamo di limitare il numero di stranieri in campo, lo ripeto, lo facciamo con l’obiettivo di aprire una strada (o meglio: di non sbarrare la strada) ai nostri giovani, che oggi faticano ad emergere molto di più rispetto all’era pre-Bosman. La mozione Ciocchetti prevede degli incentivi , anche di tipo fiscale, “per società o associazioni sportive che investono nelle formazioni giovanili”; la maggioranza interpreta questi incentivi – almeno così ci è sembrato, venerdì – come un regalo alle grandi società: io credo invece che la proposta verrebbe accolta con favore soprattutto nelle società medio-piccole, quelle che non possono contare sul merchandising o su una grande fetta della torta dei diritti televisivi. Per non parlare di quelle non professionistiche: lo percepisce bene la mozione Zazzera, che infatti parla espressamente di agevolazioni fiscali e tributarie “a sostegno di tutto lo sport dilettantistico”. E lo sa bene anche il sottosegretario allo Sport, Rocco Crimi, che un anno e mezzo fa – nella sua prima audizione in Commissione Cultura – parlò di supporto fiscale, di detassazione e di semplificazione degli oneri sociali.
La stessa maggioranza non può fare a meno di denunciare la crisi dei vivai, che “sono spesso – cito proprio le parole della mozione Pescante – abbandonati del tutto o costituiscono fenomeni residuali all’interno delle società sportive più economicamente dotate”. Non solo: il testo presentato dai colleghi del Pdl ha anche il merito di riconoscere espressamente “la funzione dell’associazionismo sportivo, che vede impegnate oltre centomila società sportive e circa ottocentomila dirigenti sportivi volontari” e che “deve essere incoraggiata dalle istituzioni”. Il problema, allora, qual è? Il problema è cosa si intende per incoraggiare, perché probabilmente l’on. Pescante pensa ad una pacca sulla spalla, non so, o ad un convegno fra il sottosegretario Crimi ed i responsabili dell’associazionismo. Ma l’unico modo serio di incoraggiare lo sport non di vertice – sia quello giovanile che quello dilettantistico – è mettere mano al portafoglio: allo sport di base servono soldi, non chiacchiere e distintivi! Vuoi che una persona di grande esperienza come l’on. Pescante non lo sappia? Figuriamoci! Certo che lo sa! Solo che non può dirlo, perché non solo il governo non ha intenzione di mettere un euro sullo sport di cittadinanza, ma addirittura ha azzerato il fondo di 95 milioni di euro che già esisteva. Ecco perché il Pdl fa finta di snobbare la richiesta di incentivi fiscali e confeziona una mozione a misura di Tremonti: un testo in cui si parla genericamente di iniziative da predisporre e di sostegno da garantire, ma non si ha il coraggio di dire le cose in faccia al ministro dell’Economia. Ecco perché, pur condividendo molte delle riflessioni fatte dall’on. Pescante, non possiamo far altro che astenerci sulla sua mozione. Il Partito democratico esprimerà invece voto favorevole sulle altre due mozioni: quella dell’Idv e quella dell’Udc, che ha avuto il merito di aprire il dibattito su un argomento così significativo. E se
Il Giornale non ne ha capito lo spirito, ironizzandoci sopra e prendendo in giro il Parlamento, ce ne faremo una ragione.

La disfida dei minareti

Su Avvenire di oggi c’è un reportage dalla Svizzera, dove domenica prossima si vota un referendum per vietare la costruzione di minareti. Da noi, lo ricordo, la Lega ha preparato una mozione per vietare la costruzione di nuove moschee: era stata calendarizzata a maggio, sotto le Europee, poi è slittata, e temo che si riaffaccerà sotto le Regionali, perché – come potete capire – l’impeto ideale che la muove è davvero altissimo. Ma torniamo alla Svizzera, dove le polemiche non sono molto diverse da quelle nostrane: “Da una parte – spiega la giornalista di Avvenire, Anna Fazioli – chi paventa il rischio di una società parallela dove regna la legge islamica, dall’altra i fautori della ricchezza e dei beneficî dell’integrazione. (…) Il tutto mentre numerosi giuristi hanno fatto presente che, se anche al referendum vincesse il , la norma vieta-minareti quasi certamente non potrebbe entrare in vigore, poiché in conflitto con la Convenzione dei diritti umani del Consiglio d’Europa”. Giuristi contrari, dunque, e con loro anche il governo. Non nel nome del buonismo, ma del realismo: innanzitutto, perché una vittoria del potrebbe fomentare gli estremismi; inoltre, perché – come ha dichiarato il ministro per la Giustizia e la Polizia – non serve a niente prendersela con tutti, ma basta espellere gli imam potenzialmente pericolosi per l’ordine pubblico; infine, perché il Paese neutrale per definizione ha paura di compromettere i buoni rapporti, anche commerciali, con varie Nazioni a maggioranza musulmana. E le altre religioni? Contrarie pure loro: il Consiglio svizzero delle religioni ha detto all’unanimità che bisogna votare no perché “la pluralità culturale è una caratteristica dell’identità elvetica, che rende forte il Paese”. Quello che mi pare ancora più interessante, pensando anche alla situazione di casa nostra, è il giudizio espresso dal vescovo di Lugano, il varesotto Pier Giacomo Grampa, che è pure responsabile della Conferenza episcopale svizzera per i rapporti con l’islam e che – pur non essendo certamente un falco – non è noto negli ambienti ecclesiali come un’alabarda del progressismo. Vi riporto qui sotto buona parte dell’intervista: a voi, come al solito, l’onere dei commenti.

«I vescovi ritengono che quella del divieto sia una strada sbagliata innanzitutto perché non affronta i veri problemi posti dall’integrazione degli islamici nel nostro contesto sociale e culturale. Non mi risulta infatti che nel nostro Paese vi sia la corsa a costruire minareti. C’è poi un problema di discriminazione: qui si vuole ritoccare la Costituzione svizzera, ma essa deve contenere diritti e doveri fondamentali validi per tutti i cittadini e non proibizioni discriminanti per qualcuno».
Dunque per lei non occorre nessun tipo di regolamento per i minareti?
«Per disciplinare la costruzione di luoghi di culto è sufficiente la legislazione ordinaria, che regola un’urbanizzazione intelligente, di coerenza col paesaggio, di rispetto dell’ordine pubblico, di proporzionalità verso le nuove presenze e di armonia sociale».
Se non sono i minareti, quali sono i veri problemi d’integrazione dell’islam?
«Ai minareti si vuole attribuire una valenza di occupazione del territorio che non hanno. La questione centrale, invece, è ciò che si predica nelle moschee e che si insegna nelle scuole coraniche. Occorre capire se in quei discorsi si propone o meno l’accettazione dei nostri principi democratici di libertà, uguaglianza e distinzione tra leggi religiose e civili. Non è con la paura, né sventolando il panorama di una Svizzera riempita di minareti, che è un falso evidente, che si risolvono i problemi, ma con il dialogo, la difesa convinta della nostra civiltà e il rispetto dei nostri ordinamenti. Ordinamenti, tra l’altro, che in passato discriminavano ingiustamente gli stessi cattolici, in particolare quelli del Canton Ticino…».
A cosa si riferisce?
«I cristiani non dovrebbero mai dimenticare uno dei principi fondamentali del Vangelo: ‘Non fate agli altri quello che non volete che gli altri facciano a voi’. I cattolici ticinesi forse si sono dimenticati di quei tre articoli che una volta erano inseriti nella Costituzione svizzera e che li riguardavano direttamente. Ai ticinesi si proibiva di istituire nuove diocesi, di costruire nuovi conventi, di accogliere i gesuiti. Oggi quei tre articoli non ci sono più: perché percorrere una strada che la storia ha già giudicato inopportuna e superata?»

Magna Carta

Due secoli e mezzo fa, nel 1765, la rivoluzione americana iniziò con uno sciopero fiscale: i coloni americani si rifiutarono di pagare le tasse al governo inglese, perché a loro era negato il diritto di voto. “Se non posso incidere sugli organi che determinano le tasse – spiegavano – allora non le pago neppure”: d’altra parte, il principio del no taxation without representation era un caposaldo della legislazione britannica fin dai tempi di Robin Hood, quando Giovanni Senzaterra fu costretto dalla rivolta dei baroni a promulgare la Magna Carta. Ho cercato di ricordare queste cose al leghista Matteo Salvini, stamattina, durante una trasmissione televisiva (Cominciamo bene, Raitre) in cui ero stato invitato per parlare della proposta di legge sul voto agli immigrati,che abbiamo appena presentato alla Camera. Primo firmatario Walter Veltroni (Pd), seconda firmataria Flavia Perina (Pdl), poi Leoluca Orlando (Idv), Roberto Rao (Udc) e diversi altri, fra cui la coppia di fatto Sarubbi-Granata ed il costituzionalista Salvatore Vassallo (Pd), che l’ha scritta: un altro tentativo, insomma, di ragionare insieme, al di là delle appartenenze politiche. Le reazioni le avrete già lette sui giornali, dunque non mi ci soffermo più di tanto: ne cito solo una, quella di Debora Bergamini (Pdl), che si dice amareggiata per il fatto (a suo parere grave) che alcuni esponenti del suo partito si trovino d’accordo con altri colleghi del Pd. Io mi amareggio, invece, per il motivo opposto: perché la politica, cioè, si sta trasformando in una guerra permanente, in cui qualsiasi proposta diventa giusta o sbagliata non in base al contenuto, ma a seconda di chi l’ha fatta. È il prezzo che sta pagando la proposta di legge sulla cittadinanza, e questa sul voto agli immigrati ha ricevuto lo stesso trattamento. Eppure, è un provvedimento di assoluto buon senso, che – richiamandosi all’antico principio di cui sopra, secondo il quale chi paga le tasse qui è giusto che abbia voce in capitolo sugli amministratori – recepisce soltanto quanto ci viene richiesto dalla Convenzione di Strasburgo, firmata il 5 febbraio del 1992 e non ancora attuata pienamente. Al capitolo C della Convenzione, intitolato “Diritto di voto alle elezioni delle autorità locali”, si trova l’articolo 6, che recita così:

Articolo 6
1. Ciascuna Parte si impegna, conforme alle disposizioni dell’articolo 9, paragrafo 1, a concedere ad ogni residente straniero il diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni delle autorità locali, a condizione che soddisfino alle stesse condizioni prescritte per i cittadini ed inoltre che siano stati residenti legalmente e in modo abituale nello Stato in questione nei cinque anni precedenti le elezioni.
2. Tuttavia, uno Stato contraente può dichiarare all’atto del deposito del suo strumento di ratifica, l’accettazione, l’approvazione o l’adesione che intende limitare nell’applicazione del paragrafo 1 al solo diritto di voto.

In sostanza, gli Stati firmatari (tra cui l’Italia) si sono impegnati, 17 anni fa, a concedere il diritto di voto attivo (su quello passivo c’è discrezionalità) a tutti gli stranieri residenti da 5 anni, indipendentemente dalla loro nazionalità: attualmente, invece, da noi possono votare alle amministrative solo i cittadini dell’Ue, ma non – ad esempio – gli americani ed i filippini, né gli argentini e gli eritrei. Il motivo, spiegato nella stessa Convenzione, è il fatto che gli stranieri residenti sul territorio nazionale “sono ormai una caratteristica permanente delle società europee” e “sono sottoposti generalmente agli stessi doveri dei cittadini a livello locale”. In un Paese normale, dunque, non ci sarebbe da scannarsi: basterebbe prenderne atto, adeguare in fretta le leggi e tanti saluti. Ma il nostro, non dimentichiamolo, è il Paese in cui leggi Magna Carta e ti viene in mente la fondazione di Quagliariello, mica Robin Hood.