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Dead man talking

Quello del Canale 5, come lo ha chiamato oggi in tribunale il pentito Spatuzza, magari è uno stinco di santo. Anche se non riesco a capire quale interesse avrebbe a chiamarlo in causa, se non c’entrasse nulla, un uomo che sa già di dover vivere il resto dei suoi giorni come un topo, sperando di restare in cella il più a lungo possibile perché appena esce è un uomo morto. Un dead man talking, insomma, che se gli va di lusso dovrà farsi una plastica facciale, cambiare nome ed aprire un bar a Giacarta per riuscire nell’impresa quasi impossibile di morire di vecchiaia. Quello che mi ha colpito oggi, ascoltando la deposizione di Gaspare Spatuzza, è l’assoluta plausibilità delle cose che ha detto; direi pure il tono quasi ingenuo della voce e la sintassi creativa delle costruzioni verbali, o il racconto della conversione in carcere e l’insistenza su alcuni particolari apparentemente irrilevanti ai fini della narrazione. Tutta roba che se fosse costruita sarebbe degna di due premi Oscar: migliore sceneggiatura originale e miglior attore protagonista. Quando ha detto che alle elezioni stravinte da Forza Italia avevano fatto bingo, per esempio, mi si è ghiacciato il sangue: così come quando ha parlato dei tondini aggiunti all’esplosivo, per preparare un attentato che neanche i talebani l’hanno fatto mai. Mi ha dato l’impressione, il pentito Spatuzza, di non rendersi conto della portata politica delle sue dichiarazioni, quasi che quello di Canale 5 fosse ancora un imprenditore e non il presidente del Consiglio che ha presieduto l’ultimo G8; ma anche questo – parlo naturalmente a pelle, perché fino a quando non si concluderà il processo non possiamo far altro – lo rende ai miei occhi più credibile. Mentre provavo queste sensazioni, naturalmente, mi si affollavano in testa alcune cose: le ho ridotte a tre domande aperte, che vi rigiro così come mi sono venute. Io non sono Repubblica e voi non siete Berlusconi: non pretendo dunque che mi rispondiate. Ma se volete, naturalmente, siete liberi di farlo.

1. Secondo le dichiarazioni di Spatuzza, Berlusconi avrebbe cercato un contatto con la mafia prima di scendere in campo. Sapeva bene che le elezioni del 1994 potevano essere vinte solo con un accordo (nel migliore dei casi, un accordo di desistenza) con la criminalità organizzata. Questo è ancora vero oggi? È vero, cioè, che senza una zona grigia non si può governare?

2. Che cosa sta pensando dell’Italia Barack Obama, in questo momento? Pensa che siamo una democrazia a rischio perché governati da un mafioso o crede invece che siamo una democrazia a rischio perché la stabilità di un governo legittimamente eletto viene minata dalla magistratura? E che cosa ne pensano la Francia, la Germania, il Regno Unito, la Spagna? Libia e Bielorussia non mi interessano, perché l’opinione di Gheddafi e Lukashenko credo di conoscerla già.

3. Nell’Italia di oggi è possibile avviare un dibattito sulla collusione tra politica e mafia, senza opinioni preconfezionate in base allo schieramento politico di appartenenza? È possibile trovare una volontà comune di andare a fondo, tutti dalla stessa parte, anziché ridurre un argomento cruciale come questo all’ennesimo referendum pro o contro Silvio Berlusconi?

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Casa nostra

Il castello di Raffaele Cutolo, ad Ottaviano, apparteneva a Bernardetto de’ Medici, cugino di Lorenzo il Magnifico. È una meraviglia da 350 stanze, abbastanza per mettere insieme casa e bottega: in quella spartana dimora, infatti, si organizzavano anche le strategie della Nuova camorra organizzata. A causa di quel castello e del suo inquilino, purtroppo, ancora oggi Ottaviano – cittadina pacifica alle pendici del Vesuvio – si porta dietro il marchio della criminalità organizzata. Un marchio che l’amministrazione è impegnata in ogni modo a cancellare, anche con iniziative simboliche: nelle stesse sale che videro i boss tramare alle spalle dello Stato, per esempio, si è svolto ad agosto un master dell’Università del Sannio sull’utilizzo dei beni confiscati. Ogni proprietà sottratta ai clan – che sia una villa, un appartamento o un terreno – può diventare una medaglia al valore se viene riutilizzata per fini sociali: è la vittoria dello Stato contro l’anti-Stato, della legge contro il crimine. Per questo, 13 anni fa, Libera lanciò una petizione da un milione di firme, che sfociò nella legge 109/96, approvata all’unanimità. “Oggi – spiega la stessa associazione di don Ciotti in un appello – quell’impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. È facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all’intervento dello Stato. La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni”. Il ragionamento di Libera è semplice e lineare: se una villa appartenente ad un boss mafioso venisse riacquistata da un suo sodale, lo Stato avrebbe costruito – con i soldi ricavati dalla vendita della villa – un monumento alla mafia ed alla sua potenza. Ecco perché, mentre attendiamo l’arrivo della finanziaria nell’Aula della Camera, si fanno sempre più pressanti gli inviti delle associazioni impegnate nella lotta per la legalità: chiedono a chi ha presentato l’emendamento di ritirarlo (cosa che non è ancora avvenuta e non credo accadrà) ed invitano chi non lo ha presentato a prepararne uno soppressivo (cosa già fatta da Dario Franceschini). Nel frattempo, si stanno mobilitando anche le amministrazioni locali: il Consiglio provinciale di Napoli ha approvato un ordine del giorno presentato dal Pd, votandolo all’unanimità, ed analoghe iniziative sono in programma altrove. Manca solo il Parlamento, insomma, e la cosa non mi stupisce: abbiamo già assistito, da queste parti, all’approvazione dello scudo fiscale, e finché i soldi non avranno odore credo che ne vedremo ancora delle brutte.