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L’altra Italia

Ogni tanto capita pure di vincere, ed oggi è capitato. Lasciamo perdere il valore della vittoria, perché una mozione a Montecitorio sta all’ordinamento italiano come una partita di Coppa Italia sta alla Champions’ League, e concentriamoci sul risultato: 269 a 257, la Camera approva. Si parlava di politiche per il Mezzogiorno, un argomento scomparso dal dibattito politico e probabilmente anche dagli interessi dell’italiano medio: “Ho sei cose nella mente e tu non ci sei più, mi dispiace” (Zucchero, Hey man, 1987). Era stato l’Mpa a sollevare il tema, probabilmente per cercare di uscire dal cono d’ombra di Pdl e Lega alla vigilia delle Regionali e per punzecchiare un po’ gli alleati di maggioranza, dopo la crisi in Sicilia: una mozione scritta in punta di penna, tutta in tono propositivo, che però – tra una riga e l’altra – lasciava trasparire l’insoddisfazione per le promesse non mantenute. Lotta al lavoro nero, reimpiego dei lavoratori espulsi dal ciclo produttivo tramite incentivi alle imprese, servizi pubblici più efficienti, un piano straordinario di formazione professionale: le richieste dell’Mpa erano altrettanti buchi nell’azione di governo attuale, e la stessa proposta di gabbie salariali avanzata da Sacconi veniva associata al rischio di “un mero vantaggio competitivo per imprenditori poco affidabili”, per giunta sulla pelle dei lavoratori. Vale la pena litigare ancora con gli uomini di Lombardo, proprio in campagna elettorale? No, naturalmente. Ed allora, con i voti di tutta l’Aula, la mozione dell’Mpa passa senza problemi. Poi, però, tocca a quella del Pd, firmata anche da me, ed i toni cambiano: accusiamo il governo di avere assunto finora “una strategia sostanzialmente meridionalista”, tanto da aver “azzerato ogni intervento a favore del Mezzogiorno, sia in termini di risorse stanziate che di strumenti specifici”. Nella finanziaria 2010 non c’è traccia del Sud, ricordiamo, prima di denunciare il continuo furto del Fas, che ha tolto al Sud 35 miliardi di euro, e di smascherare le responsabilità di Tremonti: il ministro è colpevole di “una miope politica di tagli per gli imprenditori meridionali” che ha “annullato l’operatività del credito d’imposta per i nuovi investimenti”, di aver tagliato i fondi per la scuola “quasi esclusivamente al Sud” e di non avere fatto nulla per contrastare l’emigrazione dei giovani. Questo passaggio merita di essere letto, perché fa riflettere:

“Dal rapporto Svimez 2009 emerge che ogni anno 300 mila giovani meridionali abbandonano il Sud per cercare fortuna altrove. Di questi, quasi uno su due deciderà di non tornare più a casa, La fuga dal Mezzogiorno avviene in due tempi. La prima emorragia coincide con la scelta del corso di studi: al momento dell’iscrizione all’università un ragazzo su quattro decide di frequentare un ateneo del Centro-Nord. La fuga decisiva è connessa con la ricerca di un posto di lavoro: a tre anni dal conseguimento della laurea, oltre il 4 per cento dei giovani meridionali occupati lavora al Centro Nord. L’aspetto più allarmante di questa nuova migrazione interna sta nel fatto che coinvolge i giovani culturalmente e professionalmente più attrezzati: il 40 per cento dei laureati meridionali che hanno trovato lavoro al Nord si è laureato infatti con il massimo dei voti;
le dinamiche relative all’emigrazione dal Sud al Nord sono l’effetto più evidente dello stallo del sistema sociale e produttivo del Mezzogiorno. Se i ragazzi vanno via è perché il sistema delle imprese meridionali non è in grado di competere con quello settentrionale quanto a capacità di assorbire forza lavoro altamente qualificata. Un gap al quale si aggiunge uno squilibrio vertiginoso nei sistemi di transizione scuola-lavoro e nei livelli del servizio sociale. Questo quadro condanna oggi il Mezzogiorno ad essere il maggiore fornitore di risorse umane delle zone forti del Centro Nord;
il fenomeno dell’emigrazione interna si traduce anche in un’allarmante emorragia economica dalle fasce e dalle zone deboli a quelle forti del Paese. Tra tasse universitarie e integrazioni alle magre buste paga che i ragazzi percepiscono per molti anni dopo aver finito il corso di studi, ogni anno dal Sud al Nord si spostano non meno di 2 miliardi di euro. Così il Mezzogiorno si trova a dover pagare un dazio insieme economico e culturale, che inverte letteralmente la storica logica delle «rimesse». Per uscire da questa condizione occorre agire su due nodi fondamentali: lo sviluppo del comparto produttivo del Sud e l’implementazione di efficaci strumenti di raccordo tra le università e il mondo del lavoro”.

Se approvata, la nostra mozione avrebbe impegnato il governo a tre cose:

– a finanziare in piano volto a inserire nel mercato del lavoro almeno 100 mila giovani diplomati e laureati delle otto regioni del Mezzogiorno mediante stage presso imprese private, a tal fine prevedendo un compenso mensile a carico dello Stato per un periodo non inferiore a sei mesi, cui aggiungere un incentivo di 3.000 euro a favore dell’azienda in caso di assunzione a tempo indeterminato;
– a reintegrare le risorse impegnate del Fondo per le aree sottoutilizzate per destinarle a un programma mirato al rilancio del tessuto produttivo meridionale e, conseguentemente, dei livelli occupazionali del Mezzogiorno, ripristinando a tal fine un meccanismo di fiscalità di sviluppo concreto ed efficace quale è l’automatismo del credito d’imposta per i nuovi investimenti nel Mezzogiorno;
– a predisporre in tempi rapidi un piano organico di riforma degli ammortizzatori sociali, che includa lavoratori a progetto, parasubordinati, lavoratori atipici e le altre categorie contrattuali attualmente escluse da ogni copertura, garantendo almeno il 60 per cento del reddito percepito nell’ultimo anno.

Alla fine, come dicevo, li abbiamo mandati sotto: quel periodo ipotetico di cui sopra si è realizzato, contro ogni previsione. Erano voti dell’opposizione, d’accordo, ma la lettura politica non cambia: la Camera ha giudicato in maniera molto negativa l’azione del governo per il Sud e lo ha impegnato formalmente a porvi rimedio. Voi mi risponderete che un governo come questo, incapace di rispettare pure gli accordi presi in sede Onu, con le mozioni del Parlamento ci si soffia il naso. Ed io non potrò darvi torto. Ma questo è un altro discorso.

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Proposte smarrite

Se dialogo deve essere, si poteva fare di meglio. Si poteva evitare la ventisettesima fiducia, per esempio, che come le altre 26 volte ho celebrato vestito di nero, in segno di cordoglio per la morte della Repubblica parlamentare. Se non avete capito ancora perché abbiano posto la fiducia sulla Finanziaria, Fini ieri è stato abbastanza chiaro: perché non volevano trovarsi a disagio con il governo o, in alternativa, con se stessi. Cerco di spiegarmi meglio. Tra gli emendamenti da noi proposti, c’era ad esempio quello sulla cedolare secca per gli affitti: la proposta, cioè, di fissare un’aliquota fissa del 20%, in modo da incoraggiare i proprietari di case sfitte a darle in locazione (oggi in molti preferiscono tenerle vuote, per non pagare il 43% di tasse) e quelli che stipulano contratti in nero a riemergere dal sommerso. Molti del Centrodestra erano d’accordo – così come erano d’accordo con alcuni nostri emendamenti sugli aiuti ai terremotati – ma Tremonti aveva detto di no: la scelta, dunque, era tra seguire la propria volontà e mettersi contro il governo oppure obbedire al ministro e votare contro le proprie convinzioni, e così Tremonti ha deciso di tagliare la testa al toro, blindando il testo con la fiducia. Una decisione deprecabile, come ha detto ieri il presidente della Camera (e come Cicchitto gli ha oggi rinfacciato), tanto più che – secondo alcune voci raccolte da me in Transatlantico – i deputati del Centrodestra sarebbero stati disponibili a chinare la testa, per non mettere in difficoltà Palazzo Chigi. Ma c’è un altro motivo per cui Fini ha ragione: la fiducia, che non è mai una carezza al dialogo, in queste circostanze appare addirittura una provocazione, perché i nostri avversari politici non possono pensare di essere credibili se chiedono a noi di fare le colombe e poi continuano, nei nostri confronti, a comportarsi da falchi. L’intervento di Dario Franceschini, che ha parlato in dichiarazione di voto a nome del Pd, mandatelo a tutti quelli che ci accusano di non avere proposte.

DARIO FRANCESCHINI. Signor Presidente, siamo alla fiducia numero ventisette. (…) Questa volta si è fatto qualche cosa di più, perché l’atteggiamento dell’opposizione (dichiarato pubblicamente e privatamente), e dell’opposizione unita, è stato un atteggiamento assolutamente responsabile proprio per togliere ogni pretesto. Abbiamo ridotto gli emendamenti a 49, sulle questione più essenziali (mai un numero così basso di emendamenti ad una finanziaria) e abbiamo proposto pubblicamente e privatamente al Ministro dei rapporti col Parlamento e al Ministro dell’economia e delle finanze di concludere in tempi certi il percorso, votando negli stessi tempi che comunque sarebbero stati necessari per il voto di fiducia. Siete fuggiti davanti ad un confronto sul merito.
Cosa c’era nelle nostre proposte, così pericolose al punto da non essere discusse e votate in quest’Aula, dove avreste potuto ascoltarle, accoglierle o spingerle in modo trasparente? C’erano misure per affrontare l’emergenza di questo 2009-2010, misure precise. Eccole qui le proposte pericolose del Partito Democratico, che penso quelli che ci guardano da casa abbiano il diritto di conoscere.
Per le famiglie, 3,4 miliardi per aumentare le detrazioni fiscali ai lavoratori dipendenti e pensionati con redditi fino a 55 mila euro, (quelli che faticano ad arrivare alla fine del mese) da corrispondere con la mensilità di aprile: bocciata; 600 milioni per aumentare le detrazioni fiscali per i figli: bocciata.
Per quanto riguarda le misure per le imprese, lo stanziamento di ulteriori 500 milioni per il Fondo di garanzia per il credito alle piccole e medie imprese: bocciata; il rifinanziamento per 500 milioni del credito di imposta per gli investimenti nel sud e del credito d’imposta per la ricerca: bocciata; il rifinanziamento di 200 milioni della detrazione del 55 per cento per la riqualificazione degli edifici (sarebbe stato utile approvarla in corrispondenza del vertice di Copenaghen): bocciata.
Per i comuni, 800 milioni per compensare i comuni per il minor gettito derivante dalla soppressione dell’ICI sulla prima casa, questa grande misura in linea con il federalismo (togliere risorse agli enti locali e non restituirglieli, una concessione, è stato appena detto): bocciata; un miliardo per consentire alle amministrazioni locali di pagare parte dei debiti che le imprese hanno nei loro confronti, perché i comuni sono costretti dal Patto di stabilità a trattenersi soldi delle imprese: bocciata. Misure per il lavoro: l’estensione della durata della cassa integrazione a centoquattro settimane è bocciata. Per quanto riguarda l’assegno una tantum per i lavoratori precari che perdono il lavoro, l’estensione dei benefici, l’innalzamento dal 30 al 60 per cento rispetto al reddito percepito nell’anno precedente, naturalmente anche queste proposte sono state bocciate.
E poi non soltanto questo ma vi è anche il tradimento delle promesse e degli annunci fatti come sempre in modo roboante dal Governo e, dopo, il silenzio. In questo testo non è contenuto nella promessa fatta con i titoli dei giornali: l’eliminazione dell’IRAP, non anni fa ma qualche settimana fa. Non c’è la famosa abolizione del bollo auto, l’ultima promessa della campagna elettorale di cui si sono perse le tracce. Non c’è la cedolare secca sui redditi da locazione. Non vi sono risorse per le forze dell’ordine e non c’è nulla per il Mezzogiorno se non ancora l’annuncio della Banca del sud. (…)  Noi volevamo su questo un confronto parlamentare di merito e voi siete fuggiti.
In un Paese europeo, in una democrazia normale la maggioranza e il Governo ringraziano l’opposizione di fronte ad un atteggiamento costruttivo sulla finanziaria. In un Paese europeo, in una democrazia normale la maggioranza apprezza e ringrazia un’opposizione, come ha fatto il Partito Democratico, che esprime solidarietà senza «se» e senza «ma» al Presidente del Consiglio vittima di un’aggressione. Nella giornata di ieri voi avete risposto alla prima offerta con un voto di fiducia sprezzante anche nei modi e con un intervento inutilmente rancoroso e violento del capogruppo del Popolo della Libertà
(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
Noi insisteremo su questa linea responsabile perché non ci rassegniamo all’idea che anche l’Italia possa essere un Paese in cui il rispetto per gli avversari non è ostacolo alla limpida durezza dello scontro politico. Non ci rassegniamo all’idea che il Parlamento possa restare il luogo del confronto e per questo siamo anche pronti a discutere per oggi e per la prossima legislatura della modifica dei Regolamenti parlamentari. Non ci rassegniamo all’idea che anche l’Italia possa essere un Paese in cui la maggioranza non dimentica che per la nostra democrazia, per la nostra Costituzione, il Parlamento non è la sede in cui si ratificano le scelte del Governo ma è il Governo ad essere espressione della sovranità del Parlamento che non può essere toccata
(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Ieri, il Presidente Fini ha correttamente ricordato – lo ringraziamo – che l’opposizione è stata un’opposizione non ostruzionistica né in Commissione né in Aula e che avrebbe reso possibile l’approvazione della legge finanziaria negli stessi tempi necessari per il voto di fiducia. E ha definito deprecabile la scelta del Governo. È stato un richiamo giusto, di verità, da Presidente della Camera per il suo ruolo istituzionale. Ma (…)  queste parole rivelano in modo formale e definitivo che le tensioni e le fibrillazioni dentro il Popolo della Libertà e la maggioranza sono divenute qualcosa di più profondo, di non più recuperabile che non si può nascondere. (…) La giornata di ieri ha segnato un altro passo verso una crisi non dichiarata, ma sta arrivando il tempo della chiarezza. Lo chiede un Paese che è stanco di annunci, che è stanco di liti e il giorno dopo di paci ipocrite nella maggioranza. Lo chiedono le persone che nel tempo della crisi non ce la fanno più a vivere dignitosamente e vorrebbero semplici risposte ai loro problemi di ogni giorno. Il Partito Democratico, in quest’aula e fuori da quest’aula, sarà la loro voce
(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni).

Affari sociali

Dalla Commissione Cultura alla Commissione Affari Sociali: per cavarmela con una battuta, potrei dire che sto pagando i primi effetti dell’uscita di Francesco Rutelli dal Pd. Con l’abbandono di Donato Mosella e Marco Calgaro, andati via dal nostro gruppo, i deputati del Pd in Affari Sociali eravano rimasti solo 14; così, visto che in Cultura eravamo in 16, si cercava qualcuno disponibile a cambiare Commissione. Hanno pensato a me, per due motivi: il primo è che, in effetti, ad inizio legislatura avevo messo nelle prime scelte proprio gli Affari Sociali (e mi avevano spedito alla Trasporti!); il secondo è che, in questo anno e mezzo, le tematiche sociali sono sempre state al centro del mio impegno politico. Avrei anche potuto rifiutare – tanto più che in Cultura mi trovavo bene e stavo facendo cose interessanti – ma mi sono messo al servizio del gruppo ed ho accettato, sperando di non andare a fare troppi danni. La notizia è di un paio di giorni fa, ma ve la sto dando solo ora perché aspettavo l’esordio. Che è avvenuto proprio oggi, in coincidenza con il voto sugli emendamenti alla Finanziaria. Prima di parlarvene, devo fare una premessa: da che mondo è mondo, la discussione della Finanziaria si caratterizza per la pratica dell’assalto alla diligenza; con le nuove modalità introdotte da Tremonti – e gliene va dato atto – il criterio geografico dei finanziamenti a pioggia (un ponte in Veneto, una strada in Trentino, una fontana in Umbria, un campo sportivo in Calabria) è praticamente sparito. Rimane, però, la pressione legittima che ogni Commissione cerca di fare sul governo perché vengano messi soldi in alcuni ambiti che le stanno a cuore: alla Trasporti diranno che vanno finanziate la banda larga o le autostrade del mare, in Cultura premeranno per l’edilizia scolastica o la ricerca, alla Lavoro chiederanno fondi aggiuntivi per disoccupati e precari, e così via. In Affari Sociali ci si occupa essenzialmente di povertà e di esclusione sociale, ma anche di sanità: le nostre richieste, dunque, potete facilmente immaginarle. Per senso di responsabilità (e di realismo, visto che i soldi sono pochi) abbiamo ridotto il numero degli emendamenti ad una cinquantina: la maggioranza ce li ha respinti quasi tutti, ma su alcuni siamo riusciti a convincerli. Bocciato, tanto per fare un esempio, l’innalzamento del reddito per l’esenzione dal ticket: il limite attuale (36151,98 euro) è quello fissato nel 1993, ma nel frattempo parecchi che erano esenti oggi non lo sono più, a causa del tasso di inflazione. Fra le battaglie vinte – ma non è neppure detto che lo siano, e dopo vi spiego perché – c’è invece il rimborso alle famiglie più povere delle spese sostenute per latte artificiale e pannolini, oppure l’aiuto alle case-famiglia, attraverso l’istituzione del Fondo per il sostegno delle comunità di tipo familiare. E ancora: la possibilità di detrarre il 19% delle erogazioni in denaro a favore dei programmi di assistenza dei disabili gravi; i 400 milioni di euro da destinare al Fondo per le non autosufficienze; i 100 milioni per il Fondo “Dopo di noi”, che aiuterà i disabili gravi rimasti senza un adeguato sostegno familiare; la proroga del bonus straordinario alle famiglie, ai lavoratori pensionati ed alle persone non autosufficienti. Infine, il 5 per mille, che sembrava sul punto di saltare ed invece rimarrà: il contribuente potrà destinarlo al finanziamento della ricerca (scientifica e sanitaria), al sostegno delle attività sociali svolte dai Comuni oppure alle associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni. Buone notizie, allora? Non è detto, dicevo prima: perché tutti gli emendamenti approvati dalle Commissioni passano ora all’esame della Bilancio, che dovrà verificare se le coperture finanziarie da noi ipotizzate siano praticabili oppure no. Faremo la conta dei superstiti e vi terrò aggiornati.

Vacanza forzata

Capisco che è difficile spiegarlo, ma alla Camera siamo in vacanza forzata. Dico vacanza perché mi piacciono i paradossi, sia chiaro: in realtà, per citare il mio caso, ieri ero in commissione ed oggi vado a Brescia, la prossima settimana sarò nuovamente in commissione e poi a Napoli, più naturalmente tutti gli incontri politici a Roma, il blog, facebook e robe varie. Credo che la maggior parte dei miei colleghi sia impegnata quanto me – e pure questo è difficile spiegarlo, perché agli occhi dell’opinione pubblica i parlamentari sono una massa di nullafacenti – ma il problema è un altro: il problema è che, per colpa del governo, i lavori dell’Aula sono bloccati e non voteremo più nulla fino a martedì 10 novembre. Il potere legislativo della Camera – che pure qualcosina da fare ce l’avrebbe, viste le migliaia di progetti di legge ancora pendenti nelle Commissioni di merito – è stato infatti annichilito da un diktat di Tremonti, che ha chiesto alla maggioranza di bloccare tutto ciò che comporti anche un solo euro di spesa. I soldi sono pochi, dice il ministro dell’Economia, e devo essere io a decidere la loro destinazione: non vi mettete in testa di togliermeli dalle tasche con le coperture finanziarie di questa o quella legge, perché non vi darò un centesimo. Le leggi a costo zero, però, sono pochissime, e nelle ultime settimane ci siamo trovati in Aula roba tipo l’istituzione della Giornata per le vittime di Nassiriya, il rinvio delle elezioni amministrative per la provincia dell’Aquila, le ratifiche di convenzioni internazionali, più qualche altro provvedimento che non rientra nei nostri compiti legislativi veri e propri: le autorizzazioni a procedere, ad esempio, oppure le mozioni, che in effetti stanno tenendo vivo il dibattito politico in un Parlamento asfittico. Nelle Commissioni, insomma, le proposte arrivano e, nella stragrande maggioranza dei casi, si insabbiano: vuoi per la linea tremontiana delle leggi a costo zero, vuoi per i dissidi politici che – una volta in Aula – potrebbero emergere all’interno del Centrodestra su determinati provvedimenti. Non è un caso che, nella conferenza dei capigruppo di ieri, sia stata rimandata di un mese la calendarizzazione della legge sulla cittadinanza, inizialmente rischiesta dalle opposizioni per novembre: il comitato ristretto sta andando avanti molto lentamente, perché la Lega sa che sotto elezioni non se ne farà nulla, e lo stesso sembra accadere per il testamento biologico. L’Aula di Montecitorio, insomma, lavora solo quando il governo la fa lavorare (mandandole i decreti da convertire): basta una lite interna con Tremonti, o magari anche una scarlattina al presidente del Consiglio, per farci chiudere baracca. Chi pensava di essere ancora in una Repubblica parlamentare, come ci avevano insegnato a scuola, rifletta.

Lo scudo dei furbi

Non vorrei fare la versione aggiornata del post di ieri, ma la polemica sulle assenze si sta ripetendo con il voto finale di oggi: il decreto è passato con 20 voti di scarto ma, siccome all’opposizione mancavano più di 30 deputati, nei mass media sta venendo fuori che lo scudo fiscale è colpa nostra. In particolare del Pd, naturalmente, che di assenti ne aveva 22 (anche se nel conteggio elettronico ne figurano 23, perché al mio vicino di banco, Furio Colombo, si è impallata la macchinetta). Soliti calcoli: da noi mancava il 10,3% (22 su 214), nell’Udc il 15,8% (6 su 38), nell’Idv il 3,8% (uno su 26). Qualcun altro mancava nel gruppo misto, ma complessivamente le assenze stavolta erano nella media di una qualunque votazione di un qualunque Parlamento del mondo: vi rinnovo l’invito a guardare le cifre dei voti sul ddl sicurezza e capirete da soli la differenza tra un’occasione buttata (come in quel caso) ed un miracolo mancato (come in questo). Un miracolo che, tra l’altro, in mattinata avevamo accarezzato due volte: alla prima votazione, quando li abbiamo mandati sotto su un ordine del giorno (226 a 225), ed in un’altra circostanza, quando abbiamo pareggiato (245 a 245). In un Paese normale, la notizia sarebbe che una maggioranza solida nei numeri non lo è altrettanto nei voti, tanto che – nonostante la sessantina di deputati di vantaggio che il Centrodestra ha su di noi – per far approvare lo scudo fiscale hanno dovuto mobilitare la schiera di ministri e sottosegretari, piombati in Aula al momento del voto e decisivi nel conteggio finale. Da noi, invece, l’aver recuperato una quarantina di voti al Centrodestra, con una presenza in Aula molto più assidua della loro (pensate che qualche deputato del Pdl e della Lega abbia forse seguito il dibattito di questi giorni, mentre noi chiudevamo a mezzanotte le maratone oratorie?), si trasforma in una colpa grave, perché di voti potevamo recuperarne 61. Nel post di ieri, senza cercare scuse, ho già ammesso che il congresso ci sta notevolmente complicando la vita; oggi, però, vi invito – e ve lo chiede uno che di voti sullo scudo non ne ha perso neanche mezzo – a non cedere alla tentazione facile di trovare nel Pd il capro espiatorio. Anche per me, in questo momento, sarebbe più facile rivendicare il ruolo di duro e puro, gettando un’ombra sui miei colleghi assenti: invece, dall’alto del mio 95,25% di presenze alle votazioni dall’inizio della legislatura, non mi sentirei tanto onesto se non vi ricordassi che ogni calcolo – anche quelli dei consumi di benzina, quando ti vendono una macchina – va sempre fatto sul ciclo combinato e mai in assenza di attrito. E così, quando si sparge il dubbio che i deputati del Pd non facciano il loro dovere, mi corre l’obbligo di dirottarvi qui a controllare i dati: come vedete, il nostro gruppo parlamentare è quello con la percentuale più alta di votazioni effettuate in questo primo anno e mezzo. Avrei voluto parlarvi di altro, davvero: della sceneggiata dell’Italia dei Valori, della contro-sceneggiata di Casini, degli applausi (a chi? agli evasori?) di Pdl e Lega al momento dell’approvazione, ma soprattutto delle nostre critiche ad un provvedimento che ci lascia interdetti. Leggetevi, almeno, l’intervento di Alberto Fluvi, nostro capogruppo in commissione Finanze, incaricato della dichiarazione di voto a nome del Pd.

ALBERTO FLUVI. Signor Presidente, non riesco a trovare un altro aggettivo se non quello di vergognoso per definire un provvedimento che permette a chi ha frodato il fisco, a chi ha evaso le tasse e a chi ha fatto il furbo in barba ai cittadini onesti di condonare la propria posizione pagando una misura del 5 per cento. Penso anche che quella che stiamo scrivendo sia una pagina buia per il Governo, il quale su un provvedimento come questo non solo ha avuto l’ardire di dare il via libera, ma ha avuto anche il coraggio di porre la questione di fiducia. (…) Dobbiamo avere il coraggio di dire che ciò rappresenta uno schiaffo alla gente onesta e a quei milioni di cittadini che hanno un rapporto corretto con il fisco e con l’amministrazione finanziaria.(…) Avete detto che lo scudo fiscale è uno strumento necessario per partecipare, assieme agli altri Paesi, alla lotta ai paradisi fiscali e per fare cassa. Guardate, anche noi siamo convinti che occorra alzare il tiro contro i paradisi fiscali, così come siamo convinti che, per fare questo, occorra un forte coordinamento a livello internazionale. Ma il punto è proprio questo, sta proprio qui. Il Ministro Tremonti ci ha sempre detto che l’Italia sta facendo come gli altri Paesi. Niente di più falso: non era vero ieri, non è vero oggi, soprattutto dopo l’allargamento delle maglie del condono al falso in bilancio ed alle società estere. Non solo: state vanificando, come abbiamo cercato di illustrare nel dibattito che abbiamo fatto, tutta la normativa sul contrasto ai patrimoni mafiosi, con l’eliminazione dell’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette in materia di antiriciclaggio e di finanziamento al terrorismo. (…) Le dichiarazioni di rimpatrio dei capitali in tutti i Paesi sono sottoscritte dal soggetto interessato. In l’Italia, invece, è garantito l’anonimato. Guardate, il tema dell’anonimato non è una questione secondaria. È attraverso la trasparenza e la tracciabilità che si acquisiscono informazioni, che ci si attrezza per futuri accertamenti e per condurre una lotta contro l’evasione fiscale.
Negli altri Paesi, poi, non si condona il falso in bilancio, non ci si sogna di condonare la distrazione di documenti contabili. Infine, qui da noi si paga un obolo del 5 per cento, negli altri Paesi, invece, prima di tutto si pagano le imposte, semmai c’è una sanzione ridotta, che comunque varia da un 10 per cento dell’Inghilterra a un massimo del 40 per cento in Francia.
Allora, cari colleghi, Ministro Tremonti, dove sono le similitudini fra il nostro provvedimento e quello in atto negli altri Paesi? La verità, cari colleghi, è che gli altri Governi non hanno ritenuto di accedere all’idea dell’anonimato o di allargare in questo modo le maglie del condono, perché hanno ritenuto di affermare una cosa semplice: la legalità non è in vendita. Abbassare l’asticella della legalità rischia di avere un prezzo troppo alto da pagare, soprattutto per le giovani generazioni e per le generazioni future.
La verità, allora, è che avete bisogno di fare cassa subito, senza preoccuparvi troppo della provenienza dei denari. La verità è che questo condono altro non è che lo specchio del fallimento della vostra politica economica. (…) Non so quanto entrerà nelle casse dello Stato, il gettito potrà essere anche significativo, ma sicuramente il sistema fiscale apparirà ancora più iniquo e distante dai cittadini. Sono queste le ragioni che ci portano a dire con forza il nostro «no» al provvedimento
(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

Yes, we camp

Prima di passare al voto sul decreto anticrisi, previsto per domani, abbiamo impiegato la giornata di oggi a votare gli ordini del giorno, che anche in questo caso – come ogni volta in cui la questione di fiducia blocca ogni possibilità di emendare il testo – sono uno dei pochi momenti per far sentire la nostra voce. Io ne ho firmati diversi, tutti relativi alle materie della mia Commissione, ed in particolare mi sono occupato di uno: di quello, cioè, che chiedeva la sospensione dei tagli alla scuola nelle zone terremotate. In un Paese normale, la maggioranza ci avrebbe pensato da sola; da noi, naturalmente, non è andata così.

ANDREA SARUBBIGrazie, presidente. Ho chiesto di parlare io per dichiarazione di voto, ma in realtà sarebbe molto più interessante che parlasse il governo, per spiegarci il perché del suo parere così incerto: il viceministro Vegas, infatti, sarebbe disponibile ad accettare questo ordine del giorno solo come raccomandazione. Il dispositivo, lo ricordo all’Aula, impegna il governo a “valutare l’opportunità di intraprendere gli sforzi necessari a garantire la ripresa immediata delle attività didattiche e delle attività dell’amministrazione scolastica” nelle zone terremotate. Chiediamo, insomma, che si prenda un impegno serio per mandare i ragazzi aquilani a scuola, visto che manca un mese e mezzo all’inizio dell’anno.
Voglio fare un passo indietro e tornare al decreto Abruzzo, di qualche settimana fa. Ne parlammo a lungo, in Commissione Cultura, e lo scorso 20 maggio ci fu una nostra missione nelle zone terremotate – una missione bipartisan – in cui ci si rese conto della gravità della situazione anche nei settori di nostra competenza: i beni culturali, naturalmente, e la scuola. Arrivò il momento del parere sul decreto Abruzzo, e decidemmo – tutti d’accordo – di condizionare il nostro parere favorevole ad alcune garanzie: volevamo, in sostanza, che il governo facesse uno sforzo supplementare per garantire un regolare inizio dell’anno scolastico 2009-2010: “nelle zone colpite dagli eventi sismici – cito il resoconto dell’intervento della presidente Valentina Aprea, non quello di un esponente dell’opposizione! – sia prevista l’immissione in ruolo di personale docente e personale amministrativo tecnico ausiliare nella disponibilità del turn over; la conferma dell’incarico per il personale con contratto a tempo determinato”. Può darsi che il viceministro Vegas non sappia nulla di tutto ciò, perché la Commissione Ambiente decise di conferire mandato al relatore prima che il nostro parere arrivasse (e ce la prendemmo molto, come i miei colleghi di Pdl e Lega ricorderanno!); ma un rappresentante del Governo era presente al dibattito in Commissione Cultura: il sottosegretario Pizza, che ci diede ragione. Cito testualmente il resoconto di giovedì 11 giugno: “Il sottosegretario Giuseppe Pizza fa presente che le comunicazioni del presidente Aprea sono condivise dal Governo”. Cosa vuol dire in italiano? Vuol dire: “Avete ragione, è giusto che per far riprendere l’anno scolastico nelle zone terremotate immettiamo in ruolo del personale e confermiamo almeno per un altro anno i precari”.
Due giorni dopo, in Aula, traducemmo il parere in un ordine del giorno a prima firma Aprea. Oltre alla presidente della Commissione Cultura, firmarono Lolli, Granata, Ghizzoni, Goisis, Ciocchetti, Zazzera, Latteri, Frassinetti, Coscia, Mazzarella e Nicolais, per chiedere tutti insieme (Pdl, Pd, Lega, Udc e Italia dei valori) al Governo “risorse aggiuntive da destinare al settore scolastico per le popolazioni abruzzesi colpite dal terremoto”. Il Governo lo accettò con la riformulazione consueta: “valutare l’opportunità di”. Stavolta la riformulazione ce l’abbiamo messa addirittura noi, signor viceministro, per risparmiarvi la fatica! Ora, è vero che un ordine del giorno non si nega a nessuno, ma siccome stiamo giocando sulla pelle dei terremotati vorrei ricordare che qui non è una questione di galateo istituzionale, ma di fatti. E per questo, oggi, torniamo educatamente alla carica, con un ordine del giorno a base di fosforo, nel caso in cui il Governo abbia perso la memoria.
Il dispositivo – che ho citato poco fa, in apertura del mio intervento – chiede in sostanza al Governo di valutare l’opportunità di sospendere, nelle zone terremotate, i tagli alla scuola previsti dal decreto 112 dello scorso anno: di non ridurre, insomma, nelle province colpite dal terremoto, l’organico del personale docente e di quello amministrativo tecnico ausiliare. Siamo di fronte ad un’emergenza e stiamo parlando di costi non esorbitanti, perché si tratta di poche centinaia di persone; al contrario, sarebbe un provvedimento importante dal punto di vista pratico, economico e simbolico. Dal punto di vista pratico, mi pare evidente che la ripresa della scuola all’Aquila e dintorni abbia bisogno quest’anno di più personale rispetto all’anno scorso, non di meno personale! E già questo basterebbe, da solo, a spiegare le ragioni della nostra richiesta. Inoltre, non trascurerei l’aspetto economico: anche qui dico una banalità, e cioè che per riavviare l’economia in Abruzzo c’è bisogno di più lavoro, non di meno lavoro. Ed in un momento in cui le attività imprenditoriali faticano, in un momento in cui avete addirittura interrotto la sospensione dei pagamenti delle tasse e della previdenza, aggiungere a tutto ciò la perdita del posto di lavoro per chi finora poteva contare su un’occupazione nella scuola rischia di trascinare centinaia di famiglie al di qua della terza settimana. Chiudo con il valore simbolico di questo ordine del giorno: nella missione all’Aquila dello scorso 20 maggio, a cui accennavo prima, diversi deputati della Commissione Cultura versarono lacrime di dolore e commozione, promettendo ai terremotati un impegno concreto per risolvere il problema della scuola.
È vero che nelle zone del sisma c’è ancora bisogno di tutto, ma ci sono parecchie persone in grado di usare internet, dunque di leggere anche i resoconti della Camera: se il parere del Governo rimarrà quello già espresso – e cioè se rimarrà soltanto il sì alla raccomandazione – in tanti capiranno finalmente che questa maggioranza sarà pure capace di belle parole ma poi, di fronte agli impegni seri, cerca sempre un modo per svicolare, sperando che non se ne accorga nessuno. Ma noi, siccome vogliamo che qualcuno se ne accorga, chiediamo che l’ordine del giorno sulla ripresa dell’attività scolastica nelle zone terremotate sia messo ai voti. 

Potevo dunque accontentarmi di una raccomandazione, come alcuni miei colleghi mi consigliavano, ma ho preferito mettere la maggioranza di fronte alle proprie responsabilità. E loro, dopo essersi messi il paraorecchi, mi hanno punito: 224 no, 212 sì, la Camera respinge. Se le raccomandazioni contassero qualcosa, stanotte farei fatica ad addormentarmi.

La vittoria dei ladroni

Per chi si era addormentato con lo slogan tremontiano dei 40 ladroni da catturare, il risveglio è stato brusco: il ministro dell’Economia, che fino a ieri dichiarava guerra totale agli esportatori di capitali, oggi si accontenta – parole sue – di “chiudere la caverna da Ali Babà”. Che poi significa, in altre parole, di far rientrare in Italia i capitali scappati all’estero in cambio del quasi nulla: lo scudo fiscale che voteremo questa settimana – a proposito: pare che non si siano ancora messi d’accordo sugli emendamenti, quindi il voto di fiducia slitterebbe addirittura a giovedì, con il Parlamento fermo ad aspettare – prevede un’aliquota ridicola,al 5%, e la garanzia per gli evasori che questa sanatoria resterà assolutamente anonima, nel senso che non potrà mai fare testo nei controlli fiscali. Se mi dichiaro nullatenente da 10 anni,e magari non compilo neanche la dichiarazione dei redditi, ma ho 10 milioni di euro nascosti alle Cayman, d’ora in poi non corro più rischi: mi basta far rientrare la somma fra il prossimo 15 ottobre ed il 15 aprile 2010, pagare i 500 mila euro di sanatoria allo Stato e non dovrò più temere accertamenti, perché il nuovo decreto dice che la regolarizzazione “non potrà mai essere usata come prova di colpevolezza”. Nella versione precedente (almeno fino a mercoledì scorso) c’era addirittura il colpo di spugna sul falso in bilancio, sul riciclaggio, sulla ricettazione e sulla bancarotta fraudolenta; ora, invece, ci si limita a sanare l’evasione tout court, e comunque non è poco. In questi casi si confrontano sempre due esigenze: quella etica e quella pratica. Quella pratica, adottata dal governo, dice che ormai quei soldi sarebbero persi e quindi vale la pena farli rientrare, come del resto accade in altri Paesi occidentali, di norma dopo le elezioni: nessuno, infatti, avrebbe il coraggio di annunciare una misura del genere in campagna elettorale, perché verrebbe spernacchiato da tutti quei contribuenti che raschiano il fondo dei propri conti in banca per pagare le tasse. L’esigenza etica, su cui stiamo insistendo noi, ribadisce invece che non è lecito farla franca dopo avere imbrogliato tutti, in cambio di una piccola tangente allo Stato: in questo modo, si ammazza definitivamente la cultura della legalità e si comunica agli italiani onesti che, in realtà, sono dei fessi, perché prima o poi un condono arriva sempre. Come vi dicevo, il governo non avrebbe mai avuto il coraggio di presentare una misura del genere in campagna elettorale, perché sapeva che gli sarebbe costata in termini di popolarità; così hanno aspettato un periodo dell’anno piuttosto anonimo, in cui mezza Italia è già in vacanza, ed hanno addirittura cercato di indorare la pillola facendo leva sui buoni sentimenti, ma l’Unione europea glielo ha proibito. Che cosa muove il cuore degli italiani in questo momento, più di ogni altra cosa? Il terremoto. E allora, via al sondaggio, che ha dato queste risposte: lo scudo fiscale non piace, lo scudo fiscale con una parte dedicata all’Abruzzo piace. A quel punto, Tremonti ha proposto due aliquote: una più alta per gli evasori classici, una più bassa per gli evasori buoni che accetteranno di investire i propri soldi in fondi per la ricostruzione delle zone terremotate. Non si possono fare due aliquote, ha risposto l’Ue, ed il progetto è fallito. Ma c’è di peggio: anziché aiutare l’Abruzzo, come il governo voleva far credere, questo provvedimento ottiene addirittura l’effetto opposto, interrompendo la sospensione dei pagamenti degli oneri sociali e previdenziali nelle zone colpite dal sisma. I terremotati dell’Umbria, tanto per fare un esempio, stanno cominciando solo oggi la restituzione di quegli oneri, rateizzata tra l’altro in 120 rate; per l’Abruzzo, invece, si chiede il pagamento subito ed in sole 24 rate, a partire da dicembre. Considerando che l’economia abruzzese in questo momento è a terra e che le attività faticano a riprendere, gli artigiani e gli imprenditori aquilani avranno seri problemi a pagare le tasse. Quelli delle Cayman, intanto, ringraziano.