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Prendere o lasciare

Avevamo scherzato, abbiate pazienza. Mentre in Umbria, nelle ultime 48 ore, l’unico candidato esistente è stato affiancato da altri due, in Campania è accaduto l’esatto contrario: gli altri due si sono fatti da parte (uno ritirando la propria candidatura, l’altro non presentandola proprio) e ne è rimasto in ballo uno solo, dunque le primarie non si faranno. La tentazione sarebbe di dedicare questo post alla dietrologia, spiegandovi perché il candidato bassoliniano si è tolto di mezzo lasciando campo libero all’avversario di Bassolino, ma ho una concezione così alta della politica che mi sentirei di perdere tempo e, soprattutto, di farlo perdere a voi. Mi limito dunque ai fatti, ed i fatti dicono che il candidato del Pd alla Regione Campania è il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca. Prendere o lasciare. De Luca, in realtà, non è soltanto il candidato del Pd: lo sostengono anche rutelliani e Verdi, mentre l’Udc sembra più interessata a strappare al Centrodestra la promessa dell’assessorato alla Sanità e l’Idv – che certo in Campania non può dare lezioni di moralità a nessuno – si rifiuta di appoggiarlo per i processi in corso a suo carico. Anche su questo argomento ci sarebbe da aprire un bel capitolo, ma vi rimando al video qui sopra, in cui è lo stesso De Luca a spiegare lo stato dell’arte. Ora toccherà avviare una difficile trattativa con gli alleati – che hanno rinunciato anche loro a partecipare alle primarie di coalizione: la paura di perdere fa brutti scherzi – ed un confronto, ancora più difficile, con i bassoliniani, che allo stato attuale delle cose preferirebbero farsi tagliare un dito piuttosto che mettere la croce sul nome di colui che, in questi anni, non ha risparmiato critiche impietose al governatore. Ieri, nella sua prima uscita pubblica da candidato del Pd, De Luca ha cercato di ricucire almeno sul piano personale, ricordando che Bassolino è stato il protagonista del Rinascimento napoletano, ma nella sua analisi politica della gestione attuale non ci è andato leggero. Come quando ha detto di voler “riportare i primari in sala operatoria, togliendoli dalle sale d’attesa dei partiti”, o quando ha ricordato che una Regione “deve fare leggi e programmare e non preoccuparsi di dare i contributi alle Pro Loco”, oppure quando si è impegnato a “sfruttare ogni euro dell’Unione europea non per i marciapiedi, ma per grandi macroprogetti”. E poi giù mazzate contro il clientelismo, la “cultura della raccomandazione”, la latitanza delle istituzioni “nelle zone a nord di Napoli e della provincia di Caserta, dove dopo le 19 è in vigore il coprifuoco”. De Luca ha un linguaggio duro, para-leghista, e ieri ad un certo punto – quando ha annunciato di voler “premiare le eccellenze e perseguitare i fannulloni” – sembrava di sentir parlare Brunetta; è quanto di più distante dalla concezione comune del politico campano (figura mitologica che la gente spesso assimila, per dire, a Mastella), e proprio questo è secondo me il suo punto di forza. Se il Pdl ha scelto Caldoro, perché aveva bisogno di un candidato che non disturbasse il trend elettorale crescente, noi per la ragione opposta dovevamo puntare su un uomo di rottura profonda. Vincenzo De Luca lo è – se mi consentite, paradossalmente lo è ancor più di Caldoro, ex ministro socialista del terzo governo Berlusconi – e di certo saprà riportare al voto tanti nostri elettori delusi. Se i suoi avversari interni sapranno dimostrare maturità, non remandogli contro, e se l’Idv – dopo qualche seduta di autoanalisi – capirà finalmente cosa vuole dalla vita, l’inverosimile potrebbe accadere. Sul serio.

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Scusate il ritardo

Dopo un numero cospicuo di direzioni regionali, delle quali ho perso il conto, ieri sera il Pd campano ha deciso ufficialmente che si faranno le primarie. Entro le 12 di domani vanno raccolte le firme per le candidature (ne servono 1500), poi parte una mini-campagna elettorale di una settimana e domenica 7 febbraio si vota. Era la decisione più normale – bastava leggere lo Statuto: per ogni carica monocratica ci vogliono le primarie, a meno che il 60% dell’assemblea voti contro – ma ci si è arrivati solo ora perché si voleva evitare una spaccatura interna. La politica napoletana – da quello che sono riuscito a comprenderne, in questi due anni – è una disciplina a parte, giocata molto sul piano personale, con scontri particolarmente aspri ed alleanze ballerine, in un magma continuo di posizionamenti, in cui l’importante è spesso non prenderle. L’esempio concreto è stato il Congresso, laddove – una volta chiaro che il segretario regionale sarebbe stato il candidato bersaniano Enzo Amendola, perché aveva i numeri – anche molti franceschiniani salirono sul suo carro, tanto che ai gazebo si trovavano liste con Amendola per Bersani e liste con Amendola per Franceschini. Apro parentesi: tre mesi dopo, i grandi sponsor dell’operazione con Amendola per Franceschini sono già usciti dal Pd. Chiudo parentesi. Anche stavolta, dunque, c’era l’intenzione di trovare un candidato unitario, e da parte mia sarebbe ingeneroso ridurre il tutto al desiderio di non prenderle: c’era anche – anzi, direi soprattutto – una preoccupazione di tenere insieme i voti dei bassoliniani e quelli degli antibassoliniani, visto che partiamo con parecchi punti di svantaggio dal Centrodestra e se vogliamo provare a vincere non possiamo perdere per strada neanche una scheda. Di più: una candidatura unitaria, scelta a tavolino e dunque “controllata”, avrebbe tenuto conto anche dei veti dei nostri alleati, che non sono proprio degli angioletti, evitando che il 28 marzo la coalizione di Centrosinistra si ritrovi con più di un candidato. Ma il nome non è uscito, per una serie di motivi, e quindi si torna alla soluzione naturale, mentre il Centrodestra ha già fatto partire la campagna elettorale e si fatica pure a trovare un buco per attaccarci un manifesto. Chi si candida? Risposta facile: un bassoliniano ed un antibassoliniano. Più, forse, un terzo uomo, rifugio per chi non vuole farsi schiacciare dalla contesa. Il primo è un uomo di esperienza, senza macchia, del quale mi parlano ancora bene i colleghi parlamentari che lo hanno conosciuto alla Camera nelle scorse legislature; il secondo è uno dei sindaci più amati d’Italia, protagonista di un mezzo miracolo (quando Napoli era invasa dalla monnezza, Salerno non aveva un sacchetto di plastica per strada ed era fra i Comuni più ricicloni d’Italia); il terzo, se ci sarà, è un uomo dei territori, giovane e rampante, con un bel profilo anticamorra. Ma non credo che la campagna per le primarie punterà sulle qualità dei singoli: al contrario, temo che si cercherà di spiegare perché vada evitata ad ogni costo la vittoria dell’avversario. Di Riccardo Marone si dirà che è la longa manus di Bassolino e del suo apparato, di Vincenzo De Luca si dirà che è un fascistoide lontano anni luce dal progetto del Pd, dell’eventuale terzo uomo – che non nomino, per preservarlo in caso decidesse di non candidarsi – si dirà che è destinato a fare la fine dell’erba quando litigano due elefanti. Ma il problema, per quanto mi riguarda, non è neppure questo: la settimana, seppure infuocata, passerà presto. Il problema è l’altro mese e mezzo che ci separerà dalle elezioni vere e proprie, quando avremo di fronte il candidato del Pdl, Stefano Caldoro: chiunque vinca alle primarie del Pd, saremo poi capaci di sostenerlo lealmente?

Il lavoretto

Tra i suoi colleghi del Pdl, Luigi Cesaro è un deputato assolutamente nella media: con il 72% di presenze alle votazioni elettroniche, non può essere definito uno stakanovista ma non è neppure tra i peggiori. D’altra parte, sono in molti che – un po’ dappertutto, ma soprattutto da quelle parti dell’emiciclo – conciliano i tempi del Parlamento con quelli di un altro lavoretto: chi fa il medico (qualcuno il medico del premier), chi l’avvocato (qualcuno l’avvocato del premier), chi il giornalista (qualcuno collabora con il giornale del premier) e così via. Di secondo lavoro, Gigino non fa l’avvocato, anche se è laureato in giurisprudenza; non fa il medico, anche se la sua famiglia è molto presente nel settore della sanità; non scrive sui giornali, perché con l’italiano litiga un po’ troppo. Di secondo lavoro, Gigino fa il presidente della Provincia di Napoli, che con i suoi 3 milioni e passa di residenti è la seconda in Italia, dopo Roma e prima di Milano: assunse l’incarico il 20 luglio scorso, dopo aver promesso per tutta la campagna elettorale che – se eletto – si sarebbe dimesso da deputato. Oggi sono 6 mesi tondi tondi ed ancora non lo ha fatto, né credo che lo farà mai: così come, del resto, i suoi colleghi di partito eletti ad Avellino e Salerno, che almeno (ma sì, voglio tendere una mano) non hanno le dimensioni di Napoli. Non so se questi ultimi intaschino lo stipendio, ma Gigino Cesaro in questo è un signore: ha sospeso il pagamento della sua indennità da presidente della Provincia si accontenta di quella da parlamentare, per far capire a tutti che non è una questione di soldi. Ma di potere, aggiungo io: con tutto il rispetto per il ruolo che ricopro, e ribadito – se fosse necessario – che la cosa non mi dispiace per nulla, mi corre l’obbligo di ricordare che il deputato medio non è in grado neppure di far togliere una multa, mentre magari il presidente della Provincia ha qualche chance in più. Al di là della dimensione soggettiva della vicenda, pure importante, ce n’è una oggettiva che merita più attenzione: da quando è entrato in carica – da 6 mesi esatti a questa parte, dunque – Cesaro ha riunito la Giunta ed il Consiglio provinciale la metà delle volte rispetto alla gestione precedente. Metà sedute, metà delibere, impegni istituzionali saltati (alla visita di Napolitano, per dire, c’era il suo vice): in fondo, è anche troppo, per un presidente che riesce a presentarsi in ufficio solo il lunedì ed il venerdì. Nel resto della settimana, c’è la Camera: chi vuole incontrarlo porti pazienza, oppure vada a Roma. Non è un caso che, con un ritmo così blando, la qualità non sia delle migliori: i consiglieri provinciali di Napoli sono di fatto impantanati nella routine amministrativa, tra le autorizzazioni a resistere in giudizio ed i temi fuori bilancio. “Riprendiamoci la dignità”, diceva il suo slogan elettorale. Ma in realtà, Gigino si accontenta di praticare il nulla, almeno fino alle Regionali. Dopodiché, sempre a mezzo servizio, potrebbe cominciare ad occuparsi della Provincia, e lì rischiamo di rimpiangere il nulla.

Casa nostra

Il castello di Raffaele Cutolo, ad Ottaviano, apparteneva a Bernardetto de’ Medici, cugino di Lorenzo il Magnifico. È una meraviglia da 350 stanze, abbastanza per mettere insieme casa e bottega: in quella spartana dimora, infatti, si organizzavano anche le strategie della Nuova camorra organizzata. A causa di quel castello e del suo inquilino, purtroppo, ancora oggi Ottaviano – cittadina pacifica alle pendici del Vesuvio – si porta dietro il marchio della criminalità organizzata. Un marchio che l’amministrazione è impegnata in ogni modo a cancellare, anche con iniziative simboliche: nelle stesse sale che videro i boss tramare alle spalle dello Stato, per esempio, si è svolto ad agosto un master dell’Università del Sannio sull’utilizzo dei beni confiscati. Ogni proprietà sottratta ai clan – che sia una villa, un appartamento o un terreno – può diventare una medaglia al valore se viene riutilizzata per fini sociali: è la vittoria dello Stato contro l’anti-Stato, della legge contro il crimine. Per questo, 13 anni fa, Libera lanciò una petizione da un milione di firme, che sfociò nella legge 109/96, approvata all’unanimità. “Oggi – spiega la stessa associazione di don Ciotti in un appello – quell’impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. È facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all’intervento dello Stato. La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni”. Il ragionamento di Libera è semplice e lineare: se una villa appartenente ad un boss mafioso venisse riacquistata da un suo sodale, lo Stato avrebbe costruito – con i soldi ricavati dalla vendita della villa – un monumento alla mafia ed alla sua potenza. Ecco perché, mentre attendiamo l’arrivo della finanziaria nell’Aula della Camera, si fanno sempre più pressanti gli inviti delle associazioni impegnate nella lotta per la legalità: chiedono a chi ha presentato l’emendamento di ritirarlo (cosa che non è ancora avvenuta e non credo accadrà) ed invitano chi non lo ha presentato a prepararne uno soppressivo (cosa già fatta da Dario Franceschini). Nel frattempo, si stanno mobilitando anche le amministrazioni locali: il Consiglio provinciale di Napoli ha approvato un ordine del giorno presentato dal Pd, votandolo all’unanimità, ed analoghe iniziative sono in programma altrove. Manca solo il Parlamento, insomma, e la cosa non mi stupisce: abbiamo già assistito, da queste parti, all’approvazione dello scudo fiscale, e finché i soldi non avranno odore credo che ne vedremo ancora delle brutte.

Gomorra tra noi

Sì, lo so che la foto non è un granché, ma è il simbolo che conta. Il tizio curvo sono io, la porta dietro di me è quella della sede Pd di Castellammare di Stabia. Che per il Partito democratico, alla vigilia delle primarie, non è come dire Castelnuovo ne’ monti o Castelvecchio Pascoli, Castelluccio di Norcia o Castelfranco veneto. La storia dovreste conoscerla, dunque non mi dilungo: a febbraio un consigliere comunale viene ucciso barbaramente, in mezzo alla strada e sotto gli occhi di suo figlio, da un commando di camorristi; tra i sicari, appurano le indagini, c’è anche un iscritto al Pd. Come è potuto succedere? Dove abbiamo sbagliato? Ed ora, che cosa facciamo? Tre domande che si fanno tutti, lì a Castellammare, ed alle quali  ieri sera abbiamo cercato di rispondere insieme: dirigenti locali, parlamentari, militanti ed associazioni del territorio, impegnati nel lancio dell’iniziativa “Antenna per la legalità”. Sul come è potuto succedere, l’analisi è abbastanza scontata: più una società è debole, anche economicamente, più cresce la dipendenza dalla politica (scorciatoia privilegiata per il lavoro, come dimostra anche l’ultimo caso Udeur), più la camorra capisce che deve infiltrarsi nei partiti. Non c’è destra né sinistra: c’è solo chi comanda (o chi può farlo nel breve periodo). E siccome a Castellammare governa il Centrosinistra, la camorra ha deciso di infiltrarsi nel Pd. Qui, però, entra in gioco la seconda questione: dove abbiamo sbagliato? Ci sarebbe da scrivere un libro sulla politica napoletana, sulle decine di raggruppamenti che fanno capo a Tizio o a Caio, a Sempronio o a Mevio, ma che – a differenza delle correnti classiche – non si distinguono per il progetto politico, bensì per l’aspirazione al potere del proprio leader. E questo è già un primo errore, che poi si traduce spesso in decine di liste elettorali: pur di pesare, e di far vedere agli altri quanto peso, corro con una lista tutta mia; pur di prendere voti, la allargo a tutti e la rendo permeabile ad ogni tipo di infiltrazione. Qualche volta non me ne accorgo davvero, qualche volta me ne accorgo in ritardo (come nel caso di Torre Annunziata, dove il clan Gionta ha tentato la scalata al Pd proprio con le tessere), qualche volta faccio finta di non accorgermene, perché la guerra è guerra: da questo punto di vista, il Pdl è un maestro, ma la storia di Castellammare ci dice che neppure noi siamo immuni dal pericolo e che abbiamo sbagliato nel non saper dire dei no, nel non essere rigorosi all’estremo, nel non anticipare il rischio. Eccoci allora all’ultimo punto: cosa facciamo adesso? La parola d’ordine è trasparenza totale, e ieri sera il sindaco (Salvatore Vozza, a capo di una giunta di Centrosinistra ma non iscritto al Pd) ha detto chiaramente di non voler fare la fine di Fondi: lì si sono dimessi per impedire che arrivasse la commissione d’accesso, qui ne invocano l’arrivo immediato anche a costo dello scioglimento, purché si faccia luce su tutto. Il commissario del Pd napoletano, Enrico Morando,  aveva ricevuto da più parti l’invito ad annullare le primarie di domani; ha deciso invece di confermarle e di invitare gli elettori in massa al voto, per trasformare un possibile segno di cedimento in un’occasione di riscossa. Del suo lungo discorso vi riporto solo l’ultima frase, che ne riassume il senso: “Non vogliamo più cedere un metro a questi bastardi”.

Il vento del nord

Gli allergici alle statistiche si turino il naso, perché oggi vi rimbambisco di numeri: quelli su povertà e disagio in Italia, che ho ascoltato stamattina in un convegno a Napoli. C’era D’Alema, è vero, ma siccome non ha parlato di gossip politico non credo che i tg nazionali se ne occuperanno: tranne una battuta su Berlusconi (“Essendo cattolico, può confessarsi e quindi si concede parecchi peccati”) ed una su Bassolino (“Non lo esaltavo prima, non lo demonizzo ora”), i giornalisti alla ricerca di schermaglie dialettiche non hanno avuto molto da portare a casa. Peccato, perché il tema merita una riflessione seria. E la meritano soprattutto le cifre dell’Istat, a cominciare da quel 13,6% di famiglie sotto la soglia di povertà che significa – più o meno – mille euro al mese per un nucleo di due persone. Pochi i bisognosi al nord, qualcuno di più al centro, tantissimi al sud: in Europa, cari amici leghisti, l’Italia detiene infatti il tristissimo primato della disparità territoriale, spaziando dal 7,3% di poveri in Lombardia al 47% in Sicilia. Si risponderà che regioni ricche e regioni povere esistono dappertutto, ma anche qui i numeri parlano da soli: in Spagna si va dal 6,7% di bisognosi in Catalogna al 27% in Andalusia; in Belgio si oscilla tra l’8% dei fiamminghi poveri al 18% dei valloni. Eppure – ha notato Gianni La Bella, della Comunità di Sant’Egidio – da noi si sta facendo strada una “nouvelle vague negazionista della questione meridionale”. Invece, cifre alla mano, si scopre che nel nord nascono più figli e si vive più a lungo, oppure che il centro-nord riceve il 72% della previdenza, che tra l’altro occupa quasi tutto il budget della nostra spesa sociale. Proprio sulla spesa sociale, D’Alema ha ricordato che siamo un punto sotto la media europea (27,5% del Pil), tre punti sotto la Francia, tre e mezzo sotto la Svezia. Al capitolo “famiglia più infanzia” destiniamo appena l’1,2% del Pil, ai disabili l’1,5%, al reinserimento dei disoccupati lo 0,5%, alle politiche abitative addirittura lo 0,1%: la decima parte della media Ue. Il governo attuale ha definanziato tutte le leggi di spesa per la lotta alla povertà (compresi l’assegno per il terzo figlio, il prestito d’onore ed il credito d’imposta, nonché la 328 per il terzo settore) e le ha sostituite con la social card, che sarà certamente un atto caritatevole ma che risolve ben poco. Il Pd – ha annunciato D’Alema – presenterà quindi un disegno di legge a prima firma Livia Turco, perché venga avviato un piano nazionale di lotta alla povertà: servono 3 miliardi di euro e non sono pochissimi, ma al bilancio statale l’abolizione dell’Ici è costata di più. Chiudo con un dato ed una riflessione, entrambi sulla Campania. Il dato – fornito dal prefetto Alessandro Pansa – è quello sui lavoratori in nero o sui disoccupati, che a Napoli rappresentano il 60,5% del totale: l’economia sommersa sembra inarrestabile ed i suoi effetti perversi, perché le imprese che non dichiarano il proprio fatturato non riescono ad accedere ai finanziamenti bancari, finendo per rivolgersi all’usura. La riflessione, invece, è ancora di Gianni La Bella, che ha elencato alcuni episodi di cronaca dell’ultimo periodo: gli incendi ai campi rom di Ponticelli, la strage contro i nigeriani a Castel Volturno, l’aggressione agli srilankesi a Mergellina, le due ragazze rom annegate a Torregaveta e lasciate sulla sabbia nell’indifferenza dei bagnanti. E poi ha chiuso con una domanda, che vi rigiro:“È arrivato il vento del nord?”.

Metastasi in libertà

Non vi avevo tediato con la storia di Matteo Salvini, delegando la risposta ad un comunicato stampa, ma i fatti delle ultime ore mi costringono a tornarci sopra. La fesseria dei posti in metropolitana riservati ai milanesi, che conoscete già tutti, si è arricchita ieri di un’appendice: il rampante leghista (capace di essere contemporaneamente capogruppo in Consiglio comunale a Milano ed europarlamentare, dopo una parentesi a Montecitorio) non tollera infatti la presenza di stranieri neppure alla guida, e per questo ha minacciato di “spedire in Marocco” i giudici del Tribunale del lavoro che hanno dato ragione ad un aspirante autista maghrebino, che l’Atm non voleva assumere perché non europeo. Tra i requisiti previsti dall’azienda dei trasporti c’era infatti la cittadinanza italiana o europea, secondo quanto stabilito da una legge del 1931: un periodo in cui – se ricordate bene – la democrazia da noi non godeva di ottima salute. Ma il buon Matteo, che dovunque si candidi prende una montagna di voti, non è tipo da sottili distinzioni storiografiche: è uno che parla alla pancia, come si dice oggi, e pazienza se ogni tanto ci scappa qualche rutto, perché ai suoi elettori piacciono anche quelli. Il video della canzone antinapoletana a Pontida, che ho incollato qui sopra a futura memoria, suscitò un coro di indignazione da più parti: qualcuno arrivò a dire che Salvini si era addirittura dimesso da deputato in seguito alle proteste, mentre invece – come in Transatlantico sappiamo benissimo – era stata la Lega ad imporgli l’opzione per l’Europa, in modo da liberare un posto alla Camera per una persona gradita ai vertici del partito. Nella lettura dei giornali fu come se avessero vinto il buonsenso, l’amore per l’Italia, il rispetto per il Sud, il senso della comunità nazionale: gli stessi vertici del Centrodestra – piuttosto imbarazzati perché il Sud è comunque un grande serbatoio di voti – se la cavarono con qualche battuta e si sperò che la cosa finisse lì. Purtroppo, da Treviso giunge oggi la notizia che il tumore ha già prodotto metastasi: una mamma napoletana ha tolto dalla scuola media il proprio figlio, facendogli addirittura perdere l’anno, perché i suoi compagni undicenni gli cantavano la stessa canzone di Salvini. Lo prendevano in giro, lo chiamavano camorrista, lavavano tutte le penne se lui le toccava. “Ragazzate”, si dirà ora, come prima si diceva “coro da stadio”: il direttore della scuola prenderà le distanze, qualcuno si indignerà per un paio di giorni eccetera eccetera. Anche l’anno scorso, quando sempre a Treviso un altro bambino napoletano veniva chiamato “monnezza” dai suoi compagni di classe, si scusò il sindaco a nome della città e non se ne parlò più. Io vorrei, invece, che si affrontasse il problema seriamente, e per questo mi appello ai numeri: alle Politiche 2008, la Lega prese a Treviso il 30,96%, seguita dal 27,28% del Pdl, con il Pd al 23,64%; alle Europee 2009, il partito di Matteo Salvini è salito addirittura al 34,29%, il Pdl ha sostanzialmente tenuto (26,99%) ed il Pd è crollato al 18,04%. Se torniamo indietro di qualche anno, scopriamo che nella provincia di Treviso la Lega è il partito più votato dall’inizio degli anni Novanta. Mi si obietterà che nel nordest gli immigrati regolari sono integrati, che trovano lavoro nelle aziende, e che il razzismo è un’invenzione del Centrosinistra; ma non mi pare un’obiezione seria, perché è troppo facile essere accoglienti con chi ti porta il benessere, con chi ti risolve i problemi quotidiani (che siano l’assenza di manodopera pesante o la necessità di una badante per la nonna anziana). I bambini, si dice, sono la voce dell’innocenza, perché non hanno filtri e sovrastrutture: sono delle spugne, che assorbono tutto ciò che respirano. Ecco perché la storia di Treviso mi preoccupa molto: poi uno può stare a discutere se sia nato prima l’uovo o la gallina (se votino Lega perché sono razzisti o se siano razzisti perché la Lega li fomenta), ma non cambia un granché. La realtà – dicevo prima – è che le metastasi del razzismo sono già in circolo, anche tra i bambini, e non si riesce a trovare una cura.