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L’affare si ingrossa

Non resisto alla battuta, scusate, ma qui l’affare si ingrossa. Ed ancora una volta – come facevo notare tempo fa, citando episodi pluripartisan – è difficilissimo, se non impossibile, distinguere il pubblico dal privato: cerchiamo, allora, di essere obiettivi. Se Bertolaso vuole “dare una ripassata a Francesca”, problemi suoi e della sua vita coniugale. Il discorso cambia, però, se ad organizzare la ripassata – questa e probabilmente altre dello stesso genere, come emerge dalle intercettazioni pubblicate da Repubblica – sono i proprietari del Salaria sport village, impianto sportivo già posto sotto sequestro alla vigilia dei Mondiali di nuoto e costruito in barba ad ogni logica umana, con una piscina addirittura sotto il livello del Tevere. Come hanno fatto a vincere la gara dell’appalto, con un progetto del genere? Semplice: non partecipando a nessuna gara, visto che lo stato di emergenza consente alla Protezione civile di derogare ad ogni bando. E chi è il capo della Protezione civile, colui che alla fine decide sugli appalti? Bertolaso, appunto. Può darsi che – come dice l’avvocato del futuro ministro – siamo di fronte ad un equivoco colossale, e personalmente me lo auguro: sarebbe difficile, altrimenti, convincere gli italiani che nella classe politica ci sia anche una sola persona perbene. Tifo per l’innocenza di Bertolaso, dunque, anche se mi converrebbe il contrario: o in questa storia c’è qualcosa di sporco, oppure diventa difficile dar torto a Berlusconi quando vede persecuzioni giudiziarie dappertutto. Tifare per Bertolaso, però, non significa anestetizzarsi il cervello, e così stamattina in Aula sono tornato alla carica sui mondiali di nuoto: se 7 mesi fa avevo ragione a volerci veder chiaro, oggi ne ho ancora di più. Eppure, il governo non mi risponde.

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, sui giornali di oggi la notizia principale è quella delle indagini per alcuni presunti illeciti che riguardano il sistema della Protezione civile: illeciti che, come si legge nelle inchieste, riguarderebbero alcuni eventi programmati da tempo, fra cui i mondiali di nuoto svoltisi a Roma nel luglio dello scorso anno. Ci sono delle presunte responsabilità di alcuni imprenditori che hanno costruito degli impianti molto importanti qui a Roma per i mondiali di nuoto e c’è – si dice – anche una collusione da parte di settori della Protezione civile. A questo proposito vorrei sollecitare la risposta a un’interrogazione che presentai a luglio dello scorso anno e che, all’epoca, fece notizia perché sembrava che volessi remare contro i mondiali di nuoto. In realtà, volevo soltanto la chiarezza che buona parte della società civile chiedeva a noi del Parlamento. Vi erano diversi comitati civici – e ci sono ancora – che avevano seri dubbi su ciò che stava accadendo: si parlava di impianti varati senza collaudi, di villaggi sportivi sorti a ridosso del Tevere ben sotto il livello del fiume, e lo stesso fiume era esondato due volte mentre i cantieri erano allestiti. Si parlava, soprattutto, di autorizzazioni date per costruire impianti pubblici, che poi erano stati improvvisamente trasformati in impianti privati. Non essendoci un Ministero dello sport in questo Governo, chiedo al Presidente del Consiglio di fare chiarezza. Non so se posso aspettarmi una risposta direttamente da lui, o se dovrò attendere che il dottor Bertolaso diventi Ministro per averla da lui in persona. In un modo o nell’altro, spero che il Governo mi risponda e, soprattutto, che risponda a quei cittadini che oggi ne chiedono conto: visto che siamo qui per rappresentarli e anche per fugare i loro dubbi. Dubbi che i giornali di oggi dimostrano non essere poi così campati in aria.

Tanto per dare un’idea del giro di soldi, la Corte dei Conti – sollecitata da un esposto dei Verdi – ha aperto un’inchiesta sui 550 milioni di euro spesi per opere non utilizzate nel corso dei Mondiali di nuoto e rimaste lì, come cattedrali nel deserto. Tipo il Polo natatorio di Ostia, su cui i comitati civici stanno cercando di fare trasparenza. Ed ogni giorno ne scoprono una: tipo questa della piscina olimpionica costruita con le misure sbagliate. E qui, se volessi essere triviale fino in fondo, potrei concludere che quelle di Francesca, invece, erano giuste.

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Il contagio

Alle dimissioni di Guido Bertolaso non abbiamo creduto neanche un attimo, perché immaginavamo che la sua remissione del mandato sarebbe stata respinta: di fronte ad un uomo disposto a farsi da parte, “per non intralciare il lavoro degli inquirenti”, il nostro presidente del Consiglio temeva probabilmente il rischio del contagio. Ma il gesto, comunque, è da apprezzare, perché almeno dimostra che in questo governo c’è sottosegretario (Bertolaso, appunto) e sottosegretario (Cosentino, sempre lì). Due parole sul merito della questione, prima di andare avanti. Come già accadde per le Olimpiadi di Torino e per i mondiali di nuoto (a proposito: la mia interrogazione parlamentare attende ancora una risposta), anche per il G8 della Maddalena si è caduti nel vizietto di sempre: quello di trattare un evento programmato da tempo come se fosse un’emergenza. Lettura superficiale: e che ci vuoi fare, noi italiani siamo fatti così, diamo il meglio nelle emergenze, mica siamo svizzeri! Lettura più profonda: se organizzi un evento con le procedure ordinarie è tutto più complicato, perché devi fare i conti con la trasparenza, la competizione e le verifiche. Il modo per evitare queste rogne, dunque, è decretare lo stato di emergenza e delegare il tutto alla Protezione civile: a quel punto, tanto per dirne due, non c’è piano regolatore che tenga, né c’è procedura di appalto da rispettare. Le emergenze in Italia esistono davvero – dai terremoti alle alluvioni, mi pare che nell’ultimo anno non ci siamo fatti mancare nulla – e la nostra Protezione civile, dunque, avrebbe abbastanza lavoro già di suo. Invece, come raccontava Repubblica nelle settimane scorse, è già stata incaricata di organizzare il congresso eucaristico nazionale ad Ancona nel 2011 o il 400esimo anniversario dalla nascita di San Giuseppe da Copertino, come se fossero calamità improvvise. E presto potrebbero toccarle la gestione del piano carceri e quella dell’expo di Milano: prima, però, verrà trasformata in una società per azioni, in modo tale da uscire completamente dal controllo del Parlamento. Il decreto dovrebbe essere in Aula la prossima settimana, ma oggi – durante la conferenza dei capigruppo – noi abbiamo chiesto (e non ottenuto, temo) un rinvio:

DARIO FRANCESCHINI. (…) È del tutto evidente che deve esserci una netta distinzione tra le vicende giudiziarie e le scelte politiche, però è altrettanto chiaro che, nel momento in cui si sono avviate delle iniziative giudiziarie nei confronti di alcuni esponenti di rilievo della Protezione civile – alla quale, voglio ripeterlo in modo molto chiaro, va tutta la nostra solidarietà per tutto quel patrimonio di volontari, di impegno e di strutture formidabili che lavorano nella Protezione civile – è assolutamente inopportuno, dopo la giornata di oggi, portare a conversione un decreto-legge che prevede la totale soppressione, attraverso la formazione della Protezione civile Spa e la privatizzazione di tutte le procedure, di ogni garanzia di pubblicità delle gare e delle aggiudicazioni. Aggiungo che in quel decreto-legge, all’articolo 3, comma 5, vi è una norma che fa impallidire nella sua sostanza ogni tentativo precedente di lodi, di leggi ad personam o di tentativi di ostacolare il normale svolgimento delle vicende giudiziarie. È un comma molto chiaro, fin troppo chiaro, il comma 5, che dice esattamente questo: «Dalla data di entrata in vigore del presente decreto-legge e fino al 31 gennaio 2011 non possono essere intraprese azioni giudiziarie e arbitrali nei confronti delle strutture commissariali e quelle pendenti sono sospese». (…) Non solo si sospendono i procedimenti in corso (in questo caso), ma è vietato iniziare azioni giudiziarie. Penso che a maggior ragione, dopo la giornata di oggi, il Governo dovrebbe avviare urgentemente una seria riflessione e rinunciare a quella parte del decreto-legge o, quanto meno, a questa norma (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

Per capirci, insomma, il nuovo decreto fisserebbe una sorta di immunità giudiziaria per gli operatori della Protezione civile. Inoltre, grazie alla legge fresca fresca sul legittimo impedimento, la nomina di Bertolaso a ministro lo porrebbe al riparo di ogni eventuale processo. Se un contagio con Berlusconi ci sarà, insomma, sarà purtroppo nell’altro senso.

C’è bisogno di cattolici

Sulla Stampa di oggi, Enzo Bianchi – priore della Comunità di Bose – ha scritto una riflessione che avrei voluto scrivere io, per commentare l’invito del cardinale Bagnasco ad una nuova generazione di politici cattolici. Si intitola “C’è bisogno di cattolici in politica” e racconta, senza saperlo, molto di me, della mia storia, del mio impegno quotidiano al servizio delle istituzioni. Se avrete voglia di leggerla fino in fondo – ve ne estrapolo la parte più significativa – capirete meglio che cosa mi anima davvero.

Almeno dalla nascita della repubblica, la politica nel nostro Paese ha conosciuto la presenza attiva di cittadini cattolici che, ispirati dalla loro fede e accompagnati dalla dottrina sociale della chiesa, hanno saputo offrire un contributo determinante alla costruzione della democrazia. L’idea di un’Europa unita, la difesa dei diritti della persona, la lotta per la libertà, l’affermarsi della solidarietà sociale hanno avuto tra i loro ispiratori e propulsori convinti i laici cristiani. Soprattutto i cattolici italiani avevano la consapevolezza che la politica potesse essere «l’espressione più alta della carità», secondo la parola di Pio XI e che, quindi, fare politica fosse per loro non solo un diritto, ma soprattutto un dovere. Una consapevolezza, questa, che nasceva dall’essere cittadini, appartenenti alla societas, intesa soprattutto come communitas: in questa ottica la politica appare per il cristiano una vocazione che esclude evasioni dalla storia e propugna uno sforzo arduo e costante per calarsi sul terreno delle realtà concrete e compiere azioni che siano nello stesso tempo, come ricordava Zaccagnini, «coerenti con le ispirazioni e gli ideali e compatibili con la realtà». Forte di questa appartenenza alla polis e distinguendo tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, il cristiano opera nella società assieme agli altri cittadini, non imponendo la propria fede, ma animato e guidato da essa.
All’origine dell’impegno sociale deve essere presente un autentico interesse per la persona e la comunità, in modo che siano armonizzate autorità e libertà, iniziativa personale e solidarietà di tutto il corpo sociale, la necessaria convergenza e la feconda diversità. «Merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto», ha scritto Dag Hammarskjöld, un cristiano divenuto segretario generale dell’Onu. In questo senso, la politica per un cristiano è innanzitutto servizio alla giustizia e alla collettività: è questa la parola più eloquente per indicare il rapporto del cristiano con gli altri, a livello personale come a livello sociale. Servizio, cioè rinuncia al dominio, all’oppressione, per un atteggiamento che sa vivere il rispetto della persona e l’affermazione dei suoi diritti inalienabili fino a volere, scegliere e operare per il bene dell’altro e della comunità. Per un cristiano in politica vale il monito rivolto da Gesù ai suoi discepoli nel metterli in guardia dal comportarsi come «i dominatori delle nazioni»: «
Non sic in vobis! Non così tra voi!». Rinuncia, quindi, a comportamenti mondani che schiacciano gli altri, li strumentalizzano e in nome di una egolatria che genera solo alienazioni e schiavitù.
Ma oggi, occorre riconoscerlo con franchezza, i «cattolici» in politica – a parte qualcuno che resiste in una solitudine non sempre riconosciuta – sembrano afoni, incapaci di mostrare la loro ispirazione e di avere la fede e il vangelo come motivazione profonda del loro operare, mentre assistiamo addirittura al fenomeno di non credenti che urlano a nome dei cattolici. Gli ultimi due decenni, soprattutto, hanno visto una sempre minor influenza dei cristiani e una crescita dell’afasia fino quasi all’irrilevanza di quanti, pur presenti nei vari partiti, non sanno farsi ascoltare. Si tratta di una perdita per tutta la società: mancando il contributo dei cattolici si rischia di leggere la politica, anche dopo la fine delle ideologie e a prescindere da qualsiasi degenerazione, soltanto come amministrazione tecnico-economica.

Chi avesse voglia e tempo si vada a leggere, ora, una mia riflessione pubblicata da Formiche un annetto e mezzo fa: capirete poi perché uno si deprime, quando vede che ormai la difesa dei valori cristiani – espressione che mi piace poco, ma tant’è – è staata appaltata definitivamente agli atei devoti.

Oltre la pancia

Se l’Idv ha effettivamente deciso di rinsavire, come Di Pietro ha annunciato stamattina durante il congresso del partito, siamo di fronte alla notizia dell’anno. E già il fatto che si tenga un congresso è buon segno, per una forza politica abituata ad agire secondo i dettami del capo: più di una volta – ma forse ve l’ho già raccontato – nel gruppo dell’Idv alla Camera si è votato sulla linea politica da tenere (sull’atteggiamento verso il presidente Napolitano, ad esempio, o sulla presenza delle truppe in Afghanistan) e Di Pietro è andato sotto di brutto (anche 22 a 2, mi ha riferito chi c’era), ma alla fine si è fatto come voleva lui. Non è che da questo congresso mi aspetti rivoluzioni – si prepara una riconferma del leader con percentuali bulgare – ma d’altra parte pure il Pd ci ha messo un bel po’, prima di arrivare ad un congresso vero. E comunque, l’esistenza stessa di una candidatura alternativa a Di Pietro – quella di Franco Barbato, che si intesta la rappresentanza di liste civiche e grillini – rappresenta un bel pungolo per un partito che troppo spesso ha predicato bene e razzolato male. E talvolta continua a farlo, visto che la stessa mozione Barbato arriva al congresso nel boicottaggio generale: prima hanno tentato di farla fuori per motivi procedurali, poi l’hanno ignorata totalmente sul sito del partito. Quando uso il termine “rinsavire”, però, non mi riferisco tanto alle procedure interne, quanto piuttosto alla strategia politica nel suo insieme: finora, l’Idv si è accontentata di una rendita sicura – quella dell’antiberlusconismo senza se e senza ma – che, però, non appartiene alla categoria delle energie rinnovabili. L’idea di fondo, pure rispetto alle riforme, è stata finora quella del sospetto: se anche un’idea sembra buona, il solo fatto che l’abbia proposta Berlusconi significa che sotto c’è un imbroglio. Parallelamente – perché il cerchio naturalmente deve chiudersi – tutti i tentativi di dialogo da parte nostra, anche nella buona fede più totale, sono stati bollati come inciucio. Ora, finalmente, Di Pietro ci fa sapere che la pancia non basta più: l’Idv non può – parole sue – “restare una forza di opposizione settaria”, non deve accontentarsi di “fare la guerra al vicino”, ma deve piuttosto “convincere gli elettori che il nostro condominio è meglio dell’altro. I movimenti, la massa indefinita, si riuniscono al Palavobis o nel popolo viola, ma poi si sciolgono”. Che è poi il cammino compiuto dalla Lega, se ci pensate bene: dopo anni passati a gridare all’inciucio, Bossi si è dimostrato – faccio un po’ di fatica a dirlo, ma è così – un uomo capace di stare nelle istituzioni, con una proposta quanto mai opinabile (pugno duro con gli immigrati, soldi al nord, federalismo) ma comunque traducibile in un programma di governo. Quella bandiera che per Bossi è il federalismo potrebbe essere, per Di Pietro, la gestione trasparente della cosa pubblica: ci sono praterie da occupare su questo fronte, dal rinnovamento della classe politica all’eliminazione degli sprechi e dei privilegi, ed altrettante su quello della legalità. Finora, l’Italia dei valori si è accontentata della denuncia, condita spesso con mestolate di populismo, ma adesso non basta più. A meno che, come dice Bersani, non vogliamo morire tutti di opposizione.

Ufficio propaganda

Oggi vi spiego come si manipola una notizia. Premessa: il gruppo parlamentare del Pd alla Camera ha approvato martedì sera il suo statuto. La notizia fin qui non c’è, nel senso che ogni associazione si dà delle regole e prevede delle sanzioni per chi non le rispetta: se Ronaldinho fa una festino prima del derby e poi dorme in campo, il Milan lo multa; se Adriano si ubriaca in discoteca, l’Inter lo manda in tribuna e poi – quando si accorge che non c’è più niente da fare – lo rispedisce in Brasile. Se un deputato prende lo stipendio da parlamentare ma poi non si presenta in Aula e nemmeno in Commissione, il Pd prima lo sanziona e poi – se insiste – lo caccia. Niente di strano, ripeto, per chi veda la cosa con occhi imparziali. Ma siccome nel giornalismo italiano l’imparzialità non esiste, Libero di ieri si inventa un articolo che già nel titolo dice tutto: “Il Pd approva lo statuto anti-Binetti. Via chi non vota come vogliono i capi”. La tesi naturalmente è che il Partito democratico sia la versione italica del Partito comunista cinese: per “evitare un caso Binetti”, verranno “puniti i voti in dissenso rispetto all’assemblea del gruppo”, mentre il voto di coscienza esiste solo “in teoria”. Anche Avvenire cade nella trappola, parlando di uno statuto “draconiano”, ma in realtà se la cava con una breve di tre righe; è Libero, invece, a ricamarci sopra, e così decido di prendere carta e penna per scrivere al direttore, Maurizio Belpietro:

Caro direttore,
apprendo dal Suo giornale che il mio gruppo parlamentare avrebbe varato uno statuto molto rigido contro la libertà di coscienza dei deputati. Così, almeno, mi spiega l’articolo di Elisa Calessi, pubblicato ieri a pagina 13 sotto un titolo (“Via chi non la pensa come i capi”) che non lascia spazio a molte interpretazioni. Si parla di sanzioni per ogni voto in dissenso, fino all’espulsione, e se così fosse, in effetti, sarebbe gravissimo: io stesso avrei qualche problema a convivere con una disciplina del genere, visto che dall’inizio della legislatura – dall’accordo con la Libia in poi, quando si regalarono 4 miliardi di euro a Gheddafi e si decise di affidare le sorti dei disperati ad un Paese che non rispetta i diritti umani – ho votato più di una volta in dissenso e non escludo di farlo in futuro, qualora la linea del partito su determinati provvedimenti risultasse incompatibile con la mia coscienza di parlamentare eletto senza vincolo di mandato. Invece, quello statuto – approvato martedì sera all’unanimità, dunque anche con la mia alzata di mano – non prevede l’annullamento delle differenze: già nel primo articolo, al contrario, si tiene a ribadire che “il pluralismo è elemento fondante del gruppo e suo principio costitutivo”. Il tutto, è chiaro, all’interno di un indirizzo politico, che lo statuto definisce “vincolante”, in un quadro di eventuali sanzioni già presenti nello statuto dell’Ulivo; ma sarebbe strano il contrario, visto che ognuno di noi è stato eletto in una lista anziché in un’altra, per poi aderire liberamente ad un gruppo parlamentare anziché ad un altro. È naturale, insomma, che ogni gruppo – al termine di un confronto serio e rispettoso tra le sue diverse anime – decida alla fine una linea comune; sarebbe grave, e su questo concordo con voi, se impedisse l’esercizio del voto a chi, per motivi di coscienza personale, non riuscisse a trovarsi d’accordo su questa linea. Sarebbe grave, lo ripeto. Anzi, lo è già: basta chiedere al mio collega Benedetto Della Vedova, al quale il gruppo del Pdl impedisce di votare gli emendamenti sul testamento biologico perché la sua posizione non è in linea con quella del partito.

Andrea Sarubbi – deputato Pd

 

In poche parole, nella lettera cerco di spiegare a Libero due concetti: il primo è che hanno ricamato malignamente su una storia inesistente, perché Bersani non è Pol Pot; il secondo è che, se esiste da qualche parte un tentativo di piallare le teste pensanti, questa parte è proprio il Centrodestra, dove il dissenso interno viene umiliato. Un giornale anglosassone avrebbe pubblicato la mia lettera per intero, senza aggiungere o togliere una virgola; un giornale italiano medio ci avrebbe aggiunto, in chiusura, una risposta ironica o sarcastica del direttore, tanto per avere l’ultima parola; Libero ha deciso di diluire la mia lettera in un pezzo più ampio, eliminandone le parti più scomode. Il titolo è parzialmente riparatore, ma allude quasi ad un ripensamento da parte nostra: “Il Pd fa il buono sul comma Binetti. Chi vota di testa sua può restare”. E perché avremmo cambiato idea, di grazia? Lo dice l’occhiello: “Questione di convivenza”. Della mia lettera si estrapola solo una frase, che suona quasi come un ultimatum (“Sarebbe gravissimo: io stesso avrei qualche problema a convivere con una disciplina del genere, visto che dall’inizio della legislatura ho votato più di una volta in dissenso e non escludo di farlo in futuro”), togliendo di mezzo ogni riferimento scomodo: come quello all’accordo con la Libia, per esempio, che in campagna elettorale è meglio non ricordare troppo ai cittadini. Ma soprattutto – ed è qui la grande lezione di giornalismo che oggi ci viene impartita – sparisce miracolosamente il mio riferimento al Pdl, ed alla messa a tacere di Benedetto Della Vedova nel dibattito sul testamento biologico: per l’ufficio propaganda di Palazzo Grazioli, in effetti, sono parole un po’  troppo forti. Della Vedova, nel frattempo, ha scritto una lettera a Cicchitto e Bocchino, per denunciare la gravità della situazione: le agenzie di stampa l’hanno pubblicata stamattina e domani, ne sono certo, la troverete allegata a Libero, in un inserto speciale con gli interventi del deputato dissidente. O no?

Scusate il ritardo

Dopo un numero cospicuo di direzioni regionali, delle quali ho perso il conto, ieri sera il Pd campano ha deciso ufficialmente che si faranno le primarie. Entro le 12 di domani vanno raccolte le firme per le candidature (ne servono 1500), poi parte una mini-campagna elettorale di una settimana e domenica 7 febbraio si vota. Era la decisione più normale – bastava leggere lo Statuto: per ogni carica monocratica ci vogliono le primarie, a meno che il 60% dell’assemblea voti contro – ma ci si è arrivati solo ora perché si voleva evitare una spaccatura interna. La politica napoletana – da quello che sono riuscito a comprenderne, in questi due anni – è una disciplina a parte, giocata molto sul piano personale, con scontri particolarmente aspri ed alleanze ballerine, in un magma continuo di posizionamenti, in cui l’importante è spesso non prenderle. L’esempio concreto è stato il Congresso, laddove – una volta chiaro che il segretario regionale sarebbe stato il candidato bersaniano Enzo Amendola, perché aveva i numeri – anche molti franceschiniani salirono sul suo carro, tanto che ai gazebo si trovavano liste con Amendola per Bersani e liste con Amendola per Franceschini. Apro parentesi: tre mesi dopo, i grandi sponsor dell’operazione con Amendola per Franceschini sono già usciti dal Pd. Chiudo parentesi. Anche stavolta, dunque, c’era l’intenzione di trovare un candidato unitario, e da parte mia sarebbe ingeneroso ridurre il tutto al desiderio di non prenderle: c’era anche – anzi, direi soprattutto – una preoccupazione di tenere insieme i voti dei bassoliniani e quelli degli antibassoliniani, visto che partiamo con parecchi punti di svantaggio dal Centrodestra e se vogliamo provare a vincere non possiamo perdere per strada neanche una scheda. Di più: una candidatura unitaria, scelta a tavolino e dunque “controllata”, avrebbe tenuto conto anche dei veti dei nostri alleati, che non sono proprio degli angioletti, evitando che il 28 marzo la coalizione di Centrosinistra si ritrovi con più di un candidato. Ma il nome non è uscito, per una serie di motivi, e quindi si torna alla soluzione naturale, mentre il Centrodestra ha già fatto partire la campagna elettorale e si fatica pure a trovare un buco per attaccarci un manifesto. Chi si candida? Risposta facile: un bassoliniano ed un antibassoliniano. Più, forse, un terzo uomo, rifugio per chi non vuole farsi schiacciare dalla contesa. Il primo è un uomo di esperienza, senza macchia, del quale mi parlano ancora bene i colleghi parlamentari che lo hanno conosciuto alla Camera nelle scorse legislature; il secondo è uno dei sindaci più amati d’Italia, protagonista di un mezzo miracolo (quando Napoli era invasa dalla monnezza, Salerno non aveva un sacchetto di plastica per strada ed era fra i Comuni più ricicloni d’Italia); il terzo, se ci sarà, è un uomo dei territori, giovane e rampante, con un bel profilo anticamorra. Ma non credo che la campagna per le primarie punterà sulle qualità dei singoli: al contrario, temo che si cercherà di spiegare perché vada evitata ad ogni costo la vittoria dell’avversario. Di Riccardo Marone si dirà che è la longa manus di Bassolino e del suo apparato, di Vincenzo De Luca si dirà che è un fascistoide lontano anni luce dal progetto del Pd, dell’eventuale terzo uomo – che non nomino, per preservarlo in caso decidesse di non candidarsi – si dirà che è destinato a fare la fine dell’erba quando litigano due elefanti. Ma il problema, per quanto mi riguarda, non è neppure questo: la settimana, seppure infuocata, passerà presto. Il problema è l’altro mese e mezzo che ci separerà dalle elezioni vere e proprie, quando avremo di fronte il candidato del Pdl, Stefano Caldoro: chiunque vinca alle primarie del Pd, saremo poi capaci di sostenerlo lealmente?