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Le croci di Blinisht

A Blinisht, villaggio dell’Albania settentrionale, ho visto qualche anno fa un cimitero che ricorderò per tutta la vita: una decina di croci bianche, piantate da un missionario italiano, ricordavano le ragazze partite per le nostre coste e mai più tornate indietro. È un fenomeno, quello della tratta, che dura ormai da una quindicina d’anni e che ha portato decine di migliaia di giovani donne sulle nostre strade: alcune volte con l’inganno amoroso, altre con la complicità delle famiglie, altre ancora facendo leva sul bisogno economico. Vai su Google, cerchi “prostituzione albanese in Italia” e ti trovi studi come quello di Gerd Buta, docente di Scienze politiche e strategiche:

Le ragazze vengono classificate in almeno cinque tipologie: le ragazze che vanno via di loro volontà; le ragazze che vengono prese con la forza; le ragazze che vengono imbrogliate; le ragazze che partono per continuare a fare le prostitute; le ragazze che vengono vendute dai loro genitori. Una ragazza passa attraverso varie fasi prima di cominciare a fare la meretrice: viene sistemata in una città lontana dalla sua piccola patria, prima della partenza; compie l’attraversata col gommone; viene sistemata in un’abitazione in un paese straniero, dove molto spesso viene tremendamente violentata e maltrattata, con lo scopo di farle perdere ogni dignità di essere umano, prima di uscire in strada per fare la prostituta; l’esercizio vero e proprio della prostituzione. Solo nel 1999 la delinquenza organizzata ha ucciso oltre quaranta ragazze che s’erano ribellate. Per superare il problema i delinquenti rapiscono i bambini di chi si rivolta, in maniera che così facendo, le madri siano indotte a continuare a prostituirsi. Negli anni novanta sono scomparsi oltre 1200 bambini albanesi. Una prostituta albanese può guadagnare in una notte sino a 500 euro, potendo tenere per sè solo il dieci per cento circa.

Se Berlusconi avesse un po’ di sensibilità su questo tema – visto che per un periodo è stato pure ministro degli Esteri – probabilmente non staremmo qui a parlarne. Invece, nella conferenza stampa con Berisha a Palazzo Chigi, ha detto che l’Italia bloccherà gli sbarchi, ma non tutti: “Faremo eccezione per chi porta belle ragazze”. E gli albanesi d’Italia, nel loro piccolo, si sono incazzati: prese carta e penna, una ventina di associazioni e centinaia di cittadini hanno scritto al premier una lettera aperta, dicendosi “profondamente indignati e offesi”.

(…) Nonostante il Premier italiano sia noto per le sue battute infelici, riteniamo che quanto da egli dichiarato sia un’affermazione offensiva nei confronti delle donne albanesi che vivono e lavorano onestamente in Italia e Albania, perché si prende beffa di una delle piaghe sociali più gravi della transizione democratica albanese: la tratta di esseri umani. Il premier italiano dovrebbe sapere che c’è già chi porta in Italia “le belle ragazze albanesi”, e le mette a lavorare come carne fresca sui marciapiedi italiani, oppure in finti centri benessere dove benestanti italiani si servono di loro per alleggerirsi dai loro carichi pesanti di lavoro e responsabilità. Sono i trafficanti di esseri umani e la criminalità organizzata che gestisce lo sfruttamento della prostituzione. Elevare un argomento cosi delicato e doloroso a inopportune battute sessiste e maschiliste offende il lavoro e l’impegno di quanti si battono affinché la donna non sia trattata come un oggetto, ma goda di pari opportunità.
Siamo profondamente dispiaciuti e addolorati che il Premier del Paese in cui viviamo, e del quale aspiriamo a diventare pieni cittadini, dimostri un atteggiamento altamente offensivo nei confronti del nostro Paese di origine e dia un immagine cosi arretrata dell’Italia. Chiediamo una rettifica e scuse formali a tutte le donne albanesi che vivono e lavorano in Italia.

La domanda, a questo punto, mi sorge spontanea: che cosa abbiamo fatto di male per meritare tutto ciò?

Come da copione

336 sì alla proposta della maggioranza, 226 no, nessun astenuto perché con il voto segreto si sarebbe visto: la Camera nega l’autorizzazione a procedere e finisce qui il processo a Nicola Cosentino, o almeno si congela fino a quando il sottosegretario all’Economia sarà un deputato della Repubblica. Il che mi fa riflettere sulla scarsa probabilità della sua candidatura alla presidenza della Campania: se diventasse governatore, ragiono a voce alta, si dovrebbe dimettere da parlamentare, ed il giorno dopo finirebbe in custodia cautelare. Ma più che di analisi, oggi vorrei occuparmi di cronaca, raccontandovi qualche sprazzo del dibattito in Aula, per farvi capire i diversi approcci alla vicenda. Tralascio, per comodità, un po’ di colore: le accuse alla magistratura, colonna vertebrale della sinistra (Matteo Brigandì, Lega), i paragoni con Enzo Tortora, tirato fuori ogni volta che c’è un processo ad un politico (Maurizio Turco, Radicali), la filippica contro la persecuzione giudiziaria di cui è oggetto il presidente del Consiglio (ancora Brigandì), l’appello a reintrodurre l’immunità parlamentare (Nucara, repubblicano del gruppo Misto) e sicuramente mi dimentico qualcosa. Parto invece dal ragionamento svolto da Nino Lo Presti, membro Pdl della Giunta per le autorizzazioni, riassumibile così: “Si tratta di un processo ad orologeria: dopo 8 anni di indagini in cui non è stata trovata una prova, infatti, la richiesta di arresto giunge proprio alla vigilia delle Regionali. Inoltre, contestiamo l’attendibilità del pentito, che ce l’ha con Cosentino per essere stato escluso dagli affari nel ciclo dei rifiuti. A proposito: è vero che il sottosegretario ha segnalato dirigenti per quel consorzio, ma è una prassi diffusa in quei territori; ed è vero che conosceva diversi soggetti malavitosi, ma del resto è un referente politico importante per tutta quella zona. E tra l’altro è anche impegnato nella lotta alla camorra, tanto da aver organizzato a Casal di Principe la festa della Polizia! In ogni caso, la prassi della Camera è quella di concedere autorizzazioni a procedere solo in presenza di un fatto eccezionale (è avvenuto solo 6 volte nella storia repubblicana), e non crediamo che in questo caso ci troviamo in presenza di un fatto eccezionale”. Di tutt’altro genere, naturalmente, gli interventi dell’opposizione: tanto la nostra Marilena Samperi quanto Federico Palomba (Idv) hanno rimarcato l’intreccio perverso e micidiale tra politica ed affari e lo scambio elettorale fra Cosentino ed i clan, ma soprattutto hanno chiesto al Parlamento che lasciasse proseguire il lavoro dei giudici, visto che oggi – a differenza di qualche mese fa, quando votammo la prima mozione – si è in presenza di gravi indizi di colpevolezza per associazione mafiosa. Molto equilibrato anche il discorso di Sandro Maran (Pd), in dichiarazione di voto: “Noi non abbiamo mai esibito in quest’Aula cappi o manette, ma ci appare evidente che in questo caso il fumus persecutionis non c’entri proprio nulla: qualsiasi altro cittadino, nelle identiche condizioni di Cosentino, sarebbe oggi in carcere”. Ho lasciato alla fine gli interventi dell’Udc, che mi sono sembrati un esercizio di equilibrio per non mandare a monte l’ipotesi di alleanza con il Centrodestra in Campania: nelle analisi, infatti, concordavano totalmente con noi, ma nel voto hanno fatto il contrario. “La prima Repubblica è morta quando si è chiusa in una difesa cieca della sua classe dirigente, senza saper distinguere i colpevoli dagli innocenti”, ha dichiarato Pierferdinando Casini, sottolineando anche la necessità di non mettere la politica contro l’opinione pubblica. Voto contro l’arroccamento, allora? Macché: libertà di coscienza. Per mascherare un appoggio a Cosentino che non è stato difficile scoprire, guardando il tabellone con i numeri del voto finale.

Dead man talking

Quello del Canale 5, come lo ha chiamato oggi in tribunale il pentito Spatuzza, magari è uno stinco di santo. Anche se non riesco a capire quale interesse avrebbe a chiamarlo in causa, se non c’entrasse nulla, un uomo che sa già di dover vivere il resto dei suoi giorni come un topo, sperando di restare in cella il più a lungo possibile perché appena esce è un uomo morto. Un dead man talking, insomma, che se gli va di lusso dovrà farsi una plastica facciale, cambiare nome ed aprire un bar a Giacarta per riuscire nell’impresa quasi impossibile di morire di vecchiaia. Quello che mi ha colpito oggi, ascoltando la deposizione di Gaspare Spatuzza, è l’assoluta plausibilità delle cose che ha detto; direi pure il tono quasi ingenuo della voce e la sintassi creativa delle costruzioni verbali, o il racconto della conversione in carcere e l’insistenza su alcuni particolari apparentemente irrilevanti ai fini della narrazione. Tutta roba che se fosse costruita sarebbe degna di due premi Oscar: migliore sceneggiatura originale e miglior attore protagonista. Quando ha detto che alle elezioni stravinte da Forza Italia avevano fatto bingo, per esempio, mi si è ghiacciato il sangue: così come quando ha parlato dei tondini aggiunti all’esplosivo, per preparare un attentato che neanche i talebani l’hanno fatto mai. Mi ha dato l’impressione, il pentito Spatuzza, di non rendersi conto della portata politica delle sue dichiarazioni, quasi che quello di Canale 5 fosse ancora un imprenditore e non il presidente del Consiglio che ha presieduto l’ultimo G8; ma anche questo – parlo naturalmente a pelle, perché fino a quando non si concluderà il processo non possiamo far altro – lo rende ai miei occhi più credibile. Mentre provavo queste sensazioni, naturalmente, mi si affollavano in testa alcune cose: le ho ridotte a tre domande aperte, che vi rigiro così come mi sono venute. Io non sono Repubblica e voi non siete Berlusconi: non pretendo dunque che mi rispondiate. Ma se volete, naturalmente, siete liberi di farlo.

1. Secondo le dichiarazioni di Spatuzza, Berlusconi avrebbe cercato un contatto con la mafia prima di scendere in campo. Sapeva bene che le elezioni del 1994 potevano essere vinte solo con un accordo (nel migliore dei casi, un accordo di desistenza) con la criminalità organizzata. Questo è ancora vero oggi? È vero, cioè, che senza una zona grigia non si può governare?

2. Che cosa sta pensando dell’Italia Barack Obama, in questo momento? Pensa che siamo una democrazia a rischio perché governati da un mafioso o crede invece che siamo una democrazia a rischio perché la stabilità di un governo legittimamente eletto viene minata dalla magistratura? E che cosa ne pensano la Francia, la Germania, il Regno Unito, la Spagna? Libia e Bielorussia non mi interessano, perché l’opinione di Gheddafi e Lukashenko credo di conoscerla già.

3. Nell’Italia di oggi è possibile avviare un dibattito sulla collusione tra politica e mafia, senza opinioni preconfezionate in base allo schieramento politico di appartenenza? È possibile trovare una volontà comune di andare a fondo, tutti dalla stessa parte, anziché ridurre un argomento cruciale come questo all’ennesimo referendum pro o contro Silvio Berlusconi?

Casa nostra

Il castello di Raffaele Cutolo, ad Ottaviano, apparteneva a Bernardetto de’ Medici, cugino di Lorenzo il Magnifico. È una meraviglia da 350 stanze, abbastanza per mettere insieme casa e bottega: in quella spartana dimora, infatti, si organizzavano anche le strategie della Nuova camorra organizzata. A causa di quel castello e del suo inquilino, purtroppo, ancora oggi Ottaviano – cittadina pacifica alle pendici del Vesuvio – si porta dietro il marchio della criminalità organizzata. Un marchio che l’amministrazione è impegnata in ogni modo a cancellare, anche con iniziative simboliche: nelle stesse sale che videro i boss tramare alle spalle dello Stato, per esempio, si è svolto ad agosto un master dell’Università del Sannio sull’utilizzo dei beni confiscati. Ogni proprietà sottratta ai clan – che sia una villa, un appartamento o un terreno – può diventare una medaglia al valore se viene riutilizzata per fini sociali: è la vittoria dello Stato contro l’anti-Stato, della legge contro il crimine. Per questo, 13 anni fa, Libera lanciò una petizione da un milione di firme, che sfociò nella legge 109/96, approvata all’unanimità. “Oggi – spiega la stessa associazione di don Ciotti in un appello – quell’impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. È facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all’intervento dello Stato. La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni”. Il ragionamento di Libera è semplice e lineare: se una villa appartenente ad un boss mafioso venisse riacquistata da un suo sodale, lo Stato avrebbe costruito – con i soldi ricavati dalla vendita della villa – un monumento alla mafia ed alla sua potenza. Ecco perché, mentre attendiamo l’arrivo della finanziaria nell’Aula della Camera, si fanno sempre più pressanti gli inviti delle associazioni impegnate nella lotta per la legalità: chiedono a chi ha presentato l’emendamento di ritirarlo (cosa che non è ancora avvenuta e non credo accadrà) ed invitano chi non lo ha presentato a prepararne uno soppressivo (cosa già fatta da Dario Franceschini). Nel frattempo, si stanno mobilitando anche le amministrazioni locali: il Consiglio provinciale di Napoli ha approvato un ordine del giorno presentato dal Pd, votandolo all’unanimità, ed analoghe iniziative sono in programma altrove. Manca solo il Parlamento, insomma, e la cosa non mi stupisce: abbiamo già assistito, da queste parti, all’approvazione dello scudo fiscale, e finché i soldi non avranno odore credo che ne vedremo ancora delle brutte.

Una botte di ferro

Aula chiusa, tanto per cambiare: stavolta è a causa della Finanziaria, che deve essere esaminata dalla Commissione Bilancio emendamento per emendamento. Ne approfitto per raccontarvi un po’ del Senato, visto che non ne parlo quasi mai e visto che, in queste ore, si discute del no all’arresto cautelare di Nicola Cosentino, che una settimana fa sembrava abbandonato anche da Berlusconi e che ora si ritrova, invece, in una botte di ferro. Alla Camera, come sapete, le mozioni non sono ancora arrivate in Aula: è di ieri, però, la notizia che nella giunta per le autorizzazioni il Centrodestra ha tenuto compatto. L’opposizione, invece, ha perso qualche voto per strada – Maurizio Turco (Radicali), Domenico Zinzi (Udc, casertano come il sottosegretario) e Bruno Cesario (deputato campano del Pd appena passato con Rutelli) – ma non ce l’avrebbe fatta ugualmente, così come non ce l’ha fatta in Senato a far approvare le due mozioni (quella nostra e quella dell’Idv) che chiedevano le dimissioni del sottosegretario. Quella del Pd, a mio parere, aveva il merito di non confondere le indagini preliminari con la condanna definitiva, senza però sottovalutare il fatto che la Procura di Napoli ha deciso di avviare un procedimento penale contro Cosentino: per questo motivo, nel dispositivo si impegnava il governo ad invitare il sottosegretario (che non può essere sfiduciato dal Parlamento) alle dimissioni. Molto bello l’intervento del nostro Gianrico Carofiglio, che vi invito a leggere:

CAROFIGLIO (PD). Signor Presidente, cercherò di essere il più possibile sintetico ed attinente al tema. C’è un famoso romanzo, che molti in quest’Aula hanno sicuramente letto e che, con ogni probabilità, converrebbe rileggere. È un romanzo di Sciascia, che si intitola «Il contesto»; un romanzo molto bello, che ci dà un’indicazione su come affrontare questa vicenda, su come porci rispetto a tale questione e sul metodo che dobbiamo adottare. Il metodo è, in primo luogo e per l’appunto, quello di individuare il contesto in cui la vicenda si colloca. (…) La mozione n. 43 è molto semplice: impropriamente ed atecnicamente, essa è stata indicata come mozione di sfiducia individuale nei confronti del sottosegretario Cosentino. Ricordo che esiste la possibilità di mozioni di sfiducia individuali, ma esse riguardano soltanto i Ministri della Repubblica e non già i Sottosegretari. L’oggetto di questa mozione è molto semplice e riguarda l’opportunità che il Governo della Repubblica inviti il sottosegretario di Stato per l’economia e le finanze Cosentino a rassegnare le dimissioni; ciò in relazione al suo coinvolgimento, nella qualità di indagato per reati gravi, in un’indagine della procura della Repubblica e della DIA di Napoli. Il contesto di cui dicevo è palese, per molti aspetti evidente e davanti a tutti; ogni giorno esso si arricchisce di nuovi tasselli. Non alludo all’ordinanza di applicazione della misura cautelare, arrivata molto tempo dopo la proposizione della nostra mozione, ma alludo, ad esempio, ad una notizia di oggi, che leggiamo sui giornali e sulle agenzie e di cui darò una sintesi. 120 milioni di euro, 2 dei quali in contanti, è il valore dei beni sequestrati dalla DIA di Napoli a carico di persone ritenute riciclatori per conto del clan dei casalesi. L’operazione, detta “Faraone”, in particolare ha individuato soggetti vicini al clan che, per riciclare denaro, acquistavano proprietà in aste giudiziarie (vi prego di ricordare il concetto dell’asta giudiziaria, che ci servirà fra poco), anche per legittimare il possesso di beni di lusso, nonostante una situazione di reddito non agiata. Per queste ed altre operazioni i membri del Governo e, in primis, il Ministro dell’interno esultano. Giustamente. Noi siamo d’accordo con l’esultanza per queste operazioni. Ma come non ricordare che gli organismi investigativi, gli uffici giudiziari e le indagini che hanno portato a questa acquisizione di beni di illecita provenienza sono i medesimi che portano all’evidenza elementi a carico del membro del Governo di cui oggi ci occupiamo? Sempre in merito al contesto, in quest’Aula, pochi giorni fa, è stata approvata una norma che ha suscitato e suscita dure polemiche, sulle quali non voglio tornare. Voglio però rileggere tale norma, che riguarda la possibilità di procedere alla vendita di beni confiscati alle organizzazioni criminali: «Alla vendita dei beni di cui al comma 2-bis» – i beni in discorso – «e alle operazioni di cui al comma 3 provvede, previo parere obbligatorio del Commissario straordinario per la gestione e la destinazione dei beni confiscati, il dirigente del competente ufficio del territorio… Il dirigente del competente ufficio dell’Agenzia del demanio richiede al prefetto della provincia interessata un parere obbligatorio, sentito il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, e ogni informazione utile affinché i beni non siano acquistati, anche per interposta persona, …da soggetti altrimenti riconducibili alla criminalità organizzata». Lasciatemi fare una domanda provocatoria: ove il sottosegretario Cosentino volesse acquistare uno dei beni confiscati alla criminalità organizzata, magari proprio uno di quelli sequestrati nell’odierna operazione, chiedo ai membri del Governo, chiedo agli appartenenti alla maggioranza e in particolare a chi più di altri è attento ai temi del contrasto al crimine, gli appartenenti al partito della Lega, potrebbe farlo? Cosa dovrebbe dire il prefetto, dipendente del Governo cui il sottosegretario Cosentino appartiene? Dovrebbe dire che si tratta di soggetto riconducibile alla criminalità organizzata? Cosa dovrebbe fare il dirigente dell’Agenzia del demanio? Che parere dovrebbe esprimere il Commissario straordinario? Mi piacerebbe, nel corso del dibattito che seguirà questa breve illustrazione, sentire l’opinione degli appartenenti alla maggioranza su questa semplice domanda: potrebbe il sottosegretario Cosentino acquistare i beni oggi sequestrati un giorno che fossero confiscati? Se la risposta fosse negativa, come potrebbe il soggetto che non sarebbe per la legge da voi stessi approvata una settimana fa abilitato ad acquistare quei beni fare il Sottosegretario all’economia e alle finanze (dico solo per inciso, il Ministero da cui dipende la Guardia di finanza)? Noi non possiamo e non vogliamo sostituirci all’autorità giudiziaria per esprimere giudizi di colpevolezza, ma non possiamo e non vogliamo – e nemmeno voi potete farlo – sostituirci all’autorità giudiziaria per esprimere giudizi di innocenza. La chiave di volta, la soluzione di questa vicenda è contenuta, come per molte altre vicende, nella Costituzione, all’articolo 54, in quella norma che dice: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge». Disciplina e onore che fanno riferimento ad una categoria concettuale, una funzione che non è una proprietà privata del soggetto investito ma qualcosa che si fa nell’interesse della collettività e che bisogna essere capaci di abbandonare nel momento in cui la permanenza in quella posizione sia lesiva dell’onore individuale e dell’onore delle istituzioni. L’onore è anche saper fare un passo indietro, collettivo e individuale. Concludo con una citazione da un grande scrittore, Anton Cechov, che diceva che l’onore non si può togliere, si può solo perdere. (Applausi dai Gruppi PD e IdV. Congratulazioni).

Custodia cautelare

Fui tra coloro che si astennero nella mozione contro Nicola Cosentino, a fine gennaio. Vi consiglio di rileggere il mio post di allora, perché mi pare abbastanza esauriente, ma per i più pigri riassumo il senso di quell’astensione: non si potevano chiedere le dimissioni di qualcuno, per quanto la sua presenza nel governo potesse essere imbarazzante, se questo qualcuno non era neppure iscritto nel registro degli indagati; non si potevano, in sostanza, delegare ad un’inchiesta giornalistica i compiti di un’indagine giudiziaria, tanto più che si trattava di un’indagine in corso. Quell’astensione mi costò parecchie accuse – la prima subito dopo, da parte dell’Espresso; l’ultima qualche giorno fa, da parte di Marco Travaglio nella puntata di Annozero – ma, tornando indietro, rifarei la stessa cosa. In quelle condizioni, con i giudici che ancora non si erano pronunciati sull’attendibilità di quei pentiti, rifarei la stessa cosa; anzi, ho addirittura la presunzione di credere che lo stesso Pd oggi sarebbe meno avventuroso e ci penserebbe dieci volte, prima di presentare una mozione del genere senza il minimo appiglio nelle carte giudiziarie. Adesso, 9 mesi e mezzo dopo, il panorama è cambiato: il gip – che l’anno scorso aveva respinto la richiesta di arresto da parte della Procura – ha ricevuto altre deposizioni dei pentiti e, soprattutto grazie all’ultima testimonianza, si è convinto della necessità di chiedere la custodia cautelare di Cosentino. Saremo noi a dover votare l’autorizzazione a procedere – cosa che probabilmente avverrà la settimana prossima, o quella successiva: il tempo, cioè, che la Giunta per le autorizzazioni studi a fondo il faldone di 350 pagine appena arrivato – e naturalmente voterò perché la richiesta del giudice venga esaudita. Ma le possibilità che la Camera dia il via libera alla custodia cautelare sono davvero bassissime, perché il Centrodestra – se le mie previsioni sono giuste – si chiuderà a riccio: anche i finiani più scettici voteranno in difesa di Cosentino, perché ormai il risultato politico è stato portato a casa. Con la battuta di oggi a Sky, infatti, Fini ha definitivamente archiviato la pratica della sua candidatura a governatore della Campania, che fino a ieri era “inopportuna” ed ora è diventata “impossibile”. Poi la versione ufficiale sarà sempre un’altra (si parla già di strumentalizzazioni politiche, glissando sul fatto che i beneficiari di questa sentenza sono innanzitutto i concorrenti interni di Cosentino nella corsa alla candidatura), ma in realtà c’è metà del Pdl che ringrazia i giudici per aver fatto quello che i vertici del partito non avrebbero avuto il coraggio di fare: togliere di mezzo dalla corsa per la Regione Campania un candidato pieno di voti ma impresentabile ed a rischio permanente di condanna. Il giorno in cui i partiti sapranno regolamentarsi da soli, senza lasciare ai giudici il compito di decidere sulle candidature, sarà un bel giorno per tutta la politica.

Gomorra tra noi

Sì, lo so che la foto non è un granché, ma è il simbolo che conta. Il tizio curvo sono io, la porta dietro di me è quella della sede Pd di Castellammare di Stabia. Che per il Partito democratico, alla vigilia delle primarie, non è come dire Castelnuovo ne’ monti o Castelvecchio Pascoli, Castelluccio di Norcia o Castelfranco veneto. La storia dovreste conoscerla, dunque non mi dilungo: a febbraio un consigliere comunale viene ucciso barbaramente, in mezzo alla strada e sotto gli occhi di suo figlio, da un commando di camorristi; tra i sicari, appurano le indagini, c’è anche un iscritto al Pd. Come è potuto succedere? Dove abbiamo sbagliato? Ed ora, che cosa facciamo? Tre domande che si fanno tutti, lì a Castellammare, ed alle quali  ieri sera abbiamo cercato di rispondere insieme: dirigenti locali, parlamentari, militanti ed associazioni del territorio, impegnati nel lancio dell’iniziativa “Antenna per la legalità”. Sul come è potuto succedere, l’analisi è abbastanza scontata: più una società è debole, anche economicamente, più cresce la dipendenza dalla politica (scorciatoia privilegiata per il lavoro, come dimostra anche l’ultimo caso Udeur), più la camorra capisce che deve infiltrarsi nei partiti. Non c’è destra né sinistra: c’è solo chi comanda (o chi può farlo nel breve periodo). E siccome a Castellammare governa il Centrosinistra, la camorra ha deciso di infiltrarsi nel Pd. Qui, però, entra in gioco la seconda questione: dove abbiamo sbagliato? Ci sarebbe da scrivere un libro sulla politica napoletana, sulle decine di raggruppamenti che fanno capo a Tizio o a Caio, a Sempronio o a Mevio, ma che – a differenza delle correnti classiche – non si distinguono per il progetto politico, bensì per l’aspirazione al potere del proprio leader. E questo è già un primo errore, che poi si traduce spesso in decine di liste elettorali: pur di pesare, e di far vedere agli altri quanto peso, corro con una lista tutta mia; pur di prendere voti, la allargo a tutti e la rendo permeabile ad ogni tipo di infiltrazione. Qualche volta non me ne accorgo davvero, qualche volta me ne accorgo in ritardo (come nel caso di Torre Annunziata, dove il clan Gionta ha tentato la scalata al Pd proprio con le tessere), qualche volta faccio finta di non accorgermene, perché la guerra è guerra: da questo punto di vista, il Pdl è un maestro, ma la storia di Castellammare ci dice che neppure noi siamo immuni dal pericolo e che abbiamo sbagliato nel non saper dire dei no, nel non essere rigorosi all’estremo, nel non anticipare il rischio. Eccoci allora all’ultimo punto: cosa facciamo adesso? La parola d’ordine è trasparenza totale, e ieri sera il sindaco (Salvatore Vozza, a capo di una giunta di Centrosinistra ma non iscritto al Pd) ha detto chiaramente di non voler fare la fine di Fondi: lì si sono dimessi per impedire che arrivasse la commissione d’accesso, qui ne invocano l’arrivo immediato anche a costo dello scioglimento, purché si faccia luce su tutto. Il commissario del Pd napoletano, Enrico Morando,  aveva ricevuto da più parti l’invito ad annullare le primarie di domani; ha deciso invece di confermarle e di invitare gli elettori in massa al voto, per trasformare un possibile segno di cedimento in un’occasione di riscossa. Del suo lungo discorso vi riporto solo l’ultima frase, che ne riassume il senso: “Non vogliamo più cedere un metro a questi bastardi”.