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Le croci di Blinisht

A Blinisht, villaggio dell’Albania settentrionale, ho visto qualche anno fa un cimitero che ricorderò per tutta la vita: una decina di croci bianche, piantate da un missionario italiano, ricordavano le ragazze partite per le nostre coste e mai più tornate indietro. È un fenomeno, quello della tratta, che dura ormai da una quindicina d’anni e che ha portato decine di migliaia di giovani donne sulle nostre strade: alcune volte con l’inganno amoroso, altre con la complicità delle famiglie, altre ancora facendo leva sul bisogno economico. Vai su Google, cerchi “prostituzione albanese in Italia” e ti trovi studi come quello di Gerd Buta, docente di Scienze politiche e strategiche:

Le ragazze vengono classificate in almeno cinque tipologie: le ragazze che vanno via di loro volontà; le ragazze che vengono prese con la forza; le ragazze che vengono imbrogliate; le ragazze che partono per continuare a fare le prostitute; le ragazze che vengono vendute dai loro genitori. Una ragazza passa attraverso varie fasi prima di cominciare a fare la meretrice: viene sistemata in una città lontana dalla sua piccola patria, prima della partenza; compie l’attraversata col gommone; viene sistemata in un’abitazione in un paese straniero, dove molto spesso viene tremendamente violentata e maltrattata, con lo scopo di farle perdere ogni dignità di essere umano, prima di uscire in strada per fare la prostituta; l’esercizio vero e proprio della prostituzione. Solo nel 1999 la delinquenza organizzata ha ucciso oltre quaranta ragazze che s’erano ribellate. Per superare il problema i delinquenti rapiscono i bambini di chi si rivolta, in maniera che così facendo, le madri siano indotte a continuare a prostituirsi. Negli anni novanta sono scomparsi oltre 1200 bambini albanesi. Una prostituta albanese può guadagnare in una notte sino a 500 euro, potendo tenere per sè solo il dieci per cento circa.

Se Berlusconi avesse un po’ di sensibilità su questo tema – visto che per un periodo è stato pure ministro degli Esteri – probabilmente non staremmo qui a parlarne. Invece, nella conferenza stampa con Berisha a Palazzo Chigi, ha detto che l’Italia bloccherà gli sbarchi, ma non tutti: “Faremo eccezione per chi porta belle ragazze”. E gli albanesi d’Italia, nel loro piccolo, si sono incazzati: prese carta e penna, una ventina di associazioni e centinaia di cittadini hanno scritto al premier una lettera aperta, dicendosi “profondamente indignati e offesi”.

(…) Nonostante il Premier italiano sia noto per le sue battute infelici, riteniamo che quanto da egli dichiarato sia un’affermazione offensiva nei confronti delle donne albanesi che vivono e lavorano onestamente in Italia e Albania, perché si prende beffa di una delle piaghe sociali più gravi della transizione democratica albanese: la tratta di esseri umani. Il premier italiano dovrebbe sapere che c’è già chi porta in Italia “le belle ragazze albanesi”, e le mette a lavorare come carne fresca sui marciapiedi italiani, oppure in finti centri benessere dove benestanti italiani si servono di loro per alleggerirsi dai loro carichi pesanti di lavoro e responsabilità. Sono i trafficanti di esseri umani e la criminalità organizzata che gestisce lo sfruttamento della prostituzione. Elevare un argomento cosi delicato e doloroso a inopportune battute sessiste e maschiliste offende il lavoro e l’impegno di quanti si battono affinché la donna non sia trattata come un oggetto, ma goda di pari opportunità.
Siamo profondamente dispiaciuti e addolorati che il Premier del Paese in cui viviamo, e del quale aspiriamo a diventare pieni cittadini, dimostri un atteggiamento altamente offensivo nei confronti del nostro Paese di origine e dia un immagine cosi arretrata dell’Italia. Chiediamo una rettifica e scuse formali a tutte le donne albanesi che vivono e lavorano in Italia.

La domanda, a questo punto, mi sorge spontanea: che cosa abbiamo fatto di male per meritare tutto ciò?

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I super doveri

Purtroppo nella politica italiana, soprattutto in campagna elettorale, ci si combatte a colpi di slogan. Tu ti inventi il permesso di soggiorno a punti, io ti rispondo che la prossima invenzione saranno i diritti umani a punti, tutti e due andiamo sui giornali ma chi ci legge non capirà nulla della questione. Poi arrivano Crespi o Pagnoncelli, chiedono alla gente che cosa pensa del permesso di soggiorno a punti e l’elettore medio – che di suo non è un esperto di flussi migratori, né di politiche del lavoro – finisce per votare lo slogan che gli è piaciuto di più. Meno male che ogni tanto c’è qualcuno che ragiona e che – soprattutto – tenta di far ragionare gli altri: ancora una volta è la professoressa Giovanna Zincone, docente all’Università di Torino e consulente del presidente Napolitano per i problemi della coesione sociale. Leggete la sua riflessione sulla Stampa di oggi (“I super doveri degli immigrati”) e soprattutto fatela girare, mi raccomando.

La cittadinanza dell’Ue e quelle dei singoli Paesi membri seguono due logiche antitetiche. Il permesso di soggiorno a punti rischia di imitare quella sbagliata. Vediamo perché. L’Ue, in quanto figlia non troppo degenere della Comunità economica, adotta una cittadinanza che segue la logica della libera circolazione: incentiva le persone a muoversi dove ci sono più opportunità. La cittadinanza nazionale segue la tradizionale logica dello stato-nazione: pretende comunanza di cultura e di lingua, incentiva le persone a radicarsi sul territorio. Per diventare cittadino europeo basta avere la nazionalità di uno dei Paesi membri, poi si va e si lavora dove si vuole. Non si chiede ai cittadini comunitari di conoscere la lingua, la cultura, le istituzioni dei paesi dell’Unione in cui emigrano. Al contrario, le singole cittadinanze nazionali chiedono assimilazione, vogliono e inducono stabilità. Per naturalizzarsi occorre essere lungo-residenti, oppure essere nati sul territorio, o avervi studiato per un po’ di anni. L’europeo è invitato ad andare negli altri Paesi dell’Unione senza vincoli, mentre il non comunitario che vuole diventare cittadino del singolo Paese deve restare fermo e assimilarsi.

La differenza è comprensibile. Per concedere un diritto che segna l’appartenenza ad una comunità civile lo Stato chiede garanzie. Non vuole dare un titolo importante a chi stia lì quasi per caso, deve capire se chi vuole entrare nel club fa sul serio, anche se alcuni segnali di questo «fare sul serio» variano. Oggi nell’Unione il requisito della residenza va dal minimo di 3 anni in Belgio al massimo di 12 in Grecia (ma quel governo intende ridurlo a 5 anni). Per gli altri segnali di integrazione stiamo assistendo, invece, ad un trend convergente. In quasi tutti i Paesi europei una certa conoscenza della lingua è sempre stata valutata quando si trattava di concedere la naturalizzazione, ma per lo più non si chiedevano prove formali. Da quando, nel 1999, la Germania ha inserito per legge la conoscenza del tedesco, molti Paesi hanno seguito il suo esempio. Poi sono arrivati i test di integrazione, introdotti in Gran Bretagna nel 2002. Anche i test hanno attecchito alla grande, e servono non solo a valutare la competenza linguistica, ma anche la conoscenza della cultura, della storia, della vita civile del Paese di immigrazione. Per fornire le conoscenze ritenute necessarie si sono allestiti corsi di integrazione: ad aprire la pista in questo caso è stata l’Olanda, e di lì i corsi si sono diffusi a macchia d’olio.

L’asticella da superare per diventare cittadino si è talvolta abbassata sui tempi, ma si è alzata per le prove di integrazione. Alcuni esperti considerano queste richieste eccessive e inutili: se un individuo se la cava a vivere e a lavorare senza conoscere bene una lingua, se la può cavare altrettanto bene a votare, una volta che sia stato promosso a cittadino. D’altronde i regimi democratici, con il suffragio universale, hanno concesso la cittadinanza politica anche agli analfabeti. Quanto al caso italiano, fin troppi commentatori hanno già osservato che si pretende dai nuovi cittadini una cultura pubblica che non dimostrano di avere neppure molti parlamentari. Ma questi argomenti funzionano solo se vogliamo continuare ad accontentarci di una democrazia scadente. Altrimenti, proprio dai requisiti che imponiamo agli immigrati perché vogliamo nuovi cittadini competenti, dovremmo prendere spunto per chiedere altrettanto ai nostri concittadini per diritto ereditario. Anziché abbassare l’asticella per gli stranieri, dovremmo saltare tutti un po’ più in alto. Questo implica prendere molto più sul serio l’educazione civica, proporre palinsesti radiotelevisivi appetibili ed eticamente intensi. L’esigente approccio nei confronti dei nuovi cittadini potrebbe offrire uno spunto per chiedere maggiore competenza ai candidati alle elezioni di ogni ordine e grado. Si tratterebbe sia di ristabilire un cursus honorum, una carriera basata sull’apprendimento graduale, sia di restituire ai partiti quella funzione di educatori civili che svolgevano utilmente in passato.

Ma se la severità nelle richieste che facciamo ai nuovi cittadini può essere utile per costruire una democrazia più adulta, non si capisce invece a cosa servano pretese di assimilazione rivolte a chi è qui solo per lavorare. È sensato imporre una buona conoscenza della cultura storica e civica, dei meccanismi del welfare del nostro Paese anche a chi non intende radicarsi e non vuole diventare cittadino? Lo si è già fatto con il pacchetto sicurezza per la concessione della carta di soggiorno, che si può ottenere dopo 5 anni di residenza regolare, adesso pare che lingua e cultura diventino una condizione per restare a lavorare in Italia dopo un tempo di residenza anche più breve. Ma se uno straniero investe tanto per imparare lingua e cultura del luogo, sarà poi riluttante a spostarsi altrove, a tornare in patria. Il suo progetto iniziale, magari a breve termine, si trasformerà in un progetto stanziale a lungo termine. Se si può accettare la sfasatura tra una cittadinanza europea mobile, concepita in una logica economica, e una cittadinanza nazionale stanziale, concepita in una logica da stato-nazione, non si capisce perché calare la cappa della logica statuale anche ai permessi di soggiorno per motivi di lavoro. Perché imporre ai lavoratori stranieri l’obbligo di assimilarsi? Non ci basta che rispettino le nostre leggi e i valori portanti delle nostre democrazie? Meraviglia che forze politiche convinte dei benefici di un’immigrazione circolare, fluida, si adoperino per spingere gli immigrati a diventare stanziali.

La vita a punti

Siccome voglio essere propositivo, comincio dai lati buoni. Come se in Italia non governasse la Lega e come se non fossimo in campagna elettorale per le Regionali.  Sono talmente propositivo, guarda un po’, che li prendo sul serio: questa idea del permesso di soggiorno a punti, annunciata in pompa magna da Maroni e Sacconi, potrebbe anche essere un tentativo di avviare gli immigrati verso un percorso di integrazione. Di fare in modo, cioè, che lo straniero non rimanga un corpo estraneo alla comunità che lo ospita. I lati buoni, purtroppo, sono finiti, ma ci tenevo ad evidenziarli subito perché la mia non sembri una critica ideologica: l’idea di un percorso non è sbagliata in sé, ma anzi chiama lo Stato ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti di chi viene qui. Ad accoglierlo, insomma, e ad accompagnarlo nei primi due (o tre, perché alla fine leggendo tra le righe si capisce che sono tre) anni di permanenza nel nostro Paese. Meglio così che lasciarli da soli, direte voi, per evitare il rischio che finiscano in una delle tante Rosarno d’Italia, tra i cinesi invisibili di Prato o in mezzo ai manovali della camorra nel casertano. Il decreto – c’è un ottimo riassunto di Fiorenza Sarzanini sul Corriere di oggi – condiziona il rinnovo del permesso di soggiorno ad una serie di requisiti: un contratto di lavoro e di affitto (o una casa di proprietà), la conoscenza dell’italiano, dei principi fondamentali della Costituzione, dell’organizzazione e del funzionamento delle istituzioni, della vita civile in Italia (con particolare riferimento ai settori della sanità, della scuola, dei servizi sociali, del lavoro e degli obblighi fiscali), l’iscrizione dei propri figli minori alla scuola dell’obbligo. Potreste obiettare che molti italiani non hanno tutti questi requisiti, ma voglio ancora dar credito al governo e non scandalizzarmi per la scelta di un’immigrazione selezionata: come nota il nostro Massimo Livi Bacci in un documento di cui vi parlerò presto, anche oggi esiste nei fatti una selezione, legata però a “quote di provenienza geografica che poco hanno a che vedere con la disponibilità all’inclusione dell’immigrato”. Però lo stesso Livi Bacci – che non ha l’anello al naso – aggiunge che una politica selettiva ha senso solo se viene affiancata da “un robusto impegno in programmi di ammissione di immigrati richiedenti asilo o bisognosi di protezione umanitaria”: è giusto esigere da chi può dare, insomma, mentre la politica della faccia feroce verso tutti (barconi compresi) non è degna di un Paese civile. L’anello al naso non ce l’ho neppure io, e così non posso fare a meno di notare che questa storia del permesso a punti fa acqua da parecchie parti. Come si pensa di risolvere la storia dei contratti di locazione, ad esempio? Il problema attuale non è che gli immigrati non paghino l’affitto, ma che gli italiani – quei pochi disponibili ad affittare casa agli immigrati – non registrino il contratto: se vogliamo risolverlo, dobbiamo innanzitutto prevedere controlli più seri e poi magari introdurre la cedolare secca, per evitare che le case restino sfitte. Come si pensa di insegnare a tutti gli immigrati la lingua e le nozioni fondamentali della vita civile in Italia? Il problema attuale – giustamente sottolineato da Livia Turco – è che finora l’intero sistema poggia sulla buona volontà della Chiesa e del volontariato: quel poco che lo Stato ci metteva, attraverso il fondo di inclusione sociale, ora non ce lo mette più, perché Tremonti lo ha azzerato. Prima di avviare il permesso a punti, dunque, sarà necessario preparare una rete di scuole per immigrati (che chiaramente non sono a costo zero), cercando tra l’altro di fissare un programma di lezioni compatibile con il loro orario lavorativo (se sei qui per fare la badante, probabilmente puoi solo di domenica…). Come si pensa di riuscire a legare saldamente la presenza in Italia con un lavoro regolare? Il problema attuale è che – anche su questo fronte – sono gli italiani i primi a fornire lavoro solo in nero, e dunque sono necessari più controlli (e magari meno tasse sul lavoro dipendente, per favorire l’emersione). Ma c’è di più: come si pretende di riformare la disciplina del soggiorno, se non si prevedono insieme nuovi criteri per gli ingressi? Vogliamo che resti sul nostro territorio solo chi ha un lavoro? Bene: mettiamo mano alla Bossi-Fini ed introduciamo la possibilità di ingresso per ricerca di lavoro, tramite una garanzia economica o tramite uno sponsor familiare, in modo che chi viene qui (visto che vogliamo selezionarli noi) abbia la possibilità di dimostrare ciò che vale senza doversi nascondere in un bagagliaio per oltrepassare la frontiera. Vogliamo che gli immigrati si sentano sempre più parte della nostra comunità? Bene: abbiamo il coraggio, come chiedono da tempo alcuni peones, di mettere mano alla riforma della cittadinanza, perché chi decide di stabilirsi qui riesca a vedere la luce in fondo al tunnel, dopo una vita passata ad accumulare punti.

Una storia italiana

Dopo il gol di tacco di ieri all’Olimpico contro il Siena, mi è venuta in mente la storia di Stefano Okaka. Non quella sportiva, che probabilmente conoscete, ma quella familiare, che secondo me andrebbe proiettata in Aula alla Camera quando ricomincerà la discussione sulla cittadinanza. Mamma Doris è perito agrario, papà Austin ragioniere; partiti dalla Nigeria per cercare un futuro migliore, nel 1981 arrivano in Italia, con un permesso di soggiorno per motivi di studio. Si stabiliscono a Perugia, dove nel giro di pochi mesi hanno il primo figlio: lo chiamano con un nome italiano, Carlo, perché è qui che hanno intenzione di mettere radici. Passano altri 8 anni e – quando la famiglia si è ormai stabilita a Castiglione del lago, sul Trasimeno – nascono due gemelli: Stefano e Stefania. Famiglia in Italia da 9 anni e con un lavoro stabile, bimbi nati qui, ma niente cittadinanza: i genitori non ce l’hanno ancora, dunque non l’avranno nemmeno i figli (d’altronde, è questo il principio dello ius sanguinis, attualmente vigente). Carlo, Stefania e Stefano crescono in Umbria, studiano nelle nostre scuole, giocano a pallavolo (i primi due) ed a calcio (il terzo) nelle nostre società sportive. Ma sono a tutti gli effetti extracomunitari: a differenza dei loro coetanei, magari meno dotati tecnicamente, non possono essere convocati nelle nazionali giovanili, in quanto non italiani. Eppure – come potete sentire dall’intervista delle Iene, che ho riportato qui sopra – non sanno mezza parola del dialetto di mamma e papà; con lo stesso inglese, ammetterà Stefano in più di un’occasione, zoppicano un po’. A 18 anni, grazie ai potenti mezzi dello sport, Stefano Okaka diventa cittadino italiano, quando i suoi genitori (in Italia da una vita) ancora non lo sono . E rivolge al presidente Napolitano un saluto, nel quale – senza accorgersene – smonta la dottrina della scelta consapevole su cui alcuni falchi del Centrodestra hanno costruito il rifiuto della cittadinanza ai minori: “In realtà io, essendo nato in Italia, mi sono sempre sentito cittadino italiano e il riconoscimento ufficiale per me è stato più che altro una formalità”. Stefano, di fatto, è sempre stato italiano. Solo che non poteva esserlo di diritto. Come tanti altri, meno fortunati di lui, che Okaka ricorda nella stessa lettera: “Sono consapevole del fatto che esistono delle situazioni difficili. Mi tengo informato e spero che lo Stato italiano faccia molto perché tutti coloro che lavorano, anche se non sono nati in Italia, possano ottenere la cittadinanza italiana e contribuire alla crescita del nostro Paese in tutti i campi. Io spero di farlo nei campi da calcio di tutto il mondo”. In quella stessa cerimonia, il capo dello Stato lancia un invito:

Il punto di partenza non può non essere una presa di coscienza collettiva del carattere non temporaneo che ha assunto il fenomeno dell’immigrazione in Italia, e dunque della necessità di trarne le naturali conseguenze sul piano dello sviluppo delle politiche d’integrazione e anche sul piano delle norme e delle prassi per il conferimento della cittadinanza. È essenziale che a tale presa di coscienza giungano non solo le istituzioni, ma l’intera collettività nazionale”.

A due passi da Giorgio Napolitano, quel 13 novembre 2008, c’è anche il ministro dell’Interno. Che però fa finta di non sentire, e va avanti come un disco rotto: l’unica modifica da fare alla legge attuale sulla cittadinanza, insiste Maroni, riguarda la verifica dell’integrazione. I minori vadano a piangere da mamma.

Il diritto di provarci

Nel messaggio inviato oggi alla Fondazione Migrantes, per la Giornata mondiale dei migranti, il presidente della Repubblica pone un problema serissimo: essere in regola non è solo un dovere, ma anche un diritto. Tutto il resto, aggiungo io, è fuffa. Perché la clandestinità non si combatte in altro modo: né con i soldi a Gheddafi – che io mi glorierò sempre di non aver votato – né con i respingimenti dei barconi – visto che la stragrande maggioranza degli immigrati entra via terra e non abbiamo alpini a sufficienza per presidiare ogni valico alpino – e neppure con le regolarizzazioni a campione, tipo quella delle badanti o la prossima che si inventeranno per gli attacchini dei manifesti della Lega, ma solo quelli della Lega. Ho già detto, in più occasioni, della nostra proposta di legge sul permesso di soggiorno per ricerca di lavoro: per assumere una colf devo prima verificare che sia capace di stirare le camicie, ed è difficile che riesca a farne venire una dalle Filippine, con un contratto già firmato, se non l’ho mai incontrata prima; lo stesso vale per un meccanico, in una concessionaria di automobili: se poi ti capita uno come Andrea Sarubbi, che non distingue il radiatore dalla batteria, che cosa ci fai? Lo rimandi a casa? Quella proposta – che fu sponsorizzata dalle Acli, che torno oggi a ribadire, e che spero il Pd abbia il coraggio di rilanciare nella campagna per le Regionali – prevede che possa venire in Italia legalmente, senza bisogno di nascondersi in una valigia come il ragazzo afghano trovato ieri nel bagagliaio di una macchina, chi dimostra di potersi mantenere qui per un certo periodo (da 3 mesi ad un anno: dipende dalle possibilità di ognuno) e di avere un luogo in cui risiedere. Forse non ci riuscirà da solo, o forse sì, ma certamente gli sarà più facile con l’aiuto di un amico o familiare che potrà garantire per lui, tramite una sorta di fideiussione: è il sistema dello sponsor, che altri Paesi hanno sperimentato prima di noi. In questo modo, chi entra sa di non doversi nascondere, ma sa soprattutto di non poterlo fare: entro quel periodo si gioca le sue carte e non gli conviene accettare un lavoro in nero, perché perderebbe solo tempo e si condannerebbe per il futuro alla clandestinità. La prospettiva di essere regolare, insomma, sarebbe un grande disincentivo ad accettare compromessi, tipo i tre euro all’ora di Rosarno, e potrebbe essere conveniente anche per le aziende, se un forte incentivo fiscale a nuove assunzioni venisse accompagnato da multe salatissime per chi impiega in nero. Per non parlare dei rischi di finire preda della criminalità organizzata, che Giorgio Napolitano ha evidenziato nel suo messaggio di oggi. Ma a Palazzo Chigi arrivano i messaggi del Quirinale?

La legge in freezer

Segnatevi questa data, perché ne riparleremo. Il 12 gennaio 2010, con 32 voti di scarto, la maggioranza ha deciso di rimandare in Commissione il testo sulla cittadinanza, con l’impegno di approfondire meglio i temi più delicati (in primis, i minori) per poi arrivare ad un testo condiviso. Così, almeno, recitano i resoconti parlamentari, perché questo è ciò che è stato detto poco fa in Aula dai rappresentanti del Pdl. Che non potevano esprimere pubblicamente le due ragioni vere della messa in freezer, ossia la paura di spaccarsi a ridosso delle Regionali e quella di regalare vagonate di voti alla Lega, ma io le sapevo già e tutto sommato non mi interessano molto. Quello che mi interessa davvero – lo ripeto per la millesima volta – è portare a casa qualcosa di decente, che sia una legge firmata il 15 agosto sulla spiaggia (il patto del ghiacciolo) o il 25 dicembre sulla neve (il patto del vin brulé), ma andrebbe bene anche l’11 ottobre nel bosco (il patto del porcino) o il 21 aprile in un giardino fiorito (il patto dello starnuto). Quando vi pare, ragazzi miei, ma facciamolo, nonostante la Lega e nonostante l’invasione di falchi che – con l’approssimarsi del voto – sta rendendo meno azzurro il cielo del Pdl. Stamattina, per dire, ce n’era uno nero nero in Commissione Affari Costituzionali: era Nitto Palma, sottosegretario agli Interni, che ha sproloquiato contro la cittadinanza ai minori perché, a suo avviso, sarebbe un moltiplicatore di ricongiungimenti familiari che poi renderebbe “inespellibili” molti immigrati. L’unica differenza tra un minore cittadino italiano ed uno non cittadino, ha poi spiegato, è l’indennità di accompagnamento per gli invalidi: tanto vale riformare quella, anziché mettere mano alla cittadinanza! La sua mail è segreteria.palma@interno.it, per chi volesse chiarirgli le idee: credo che ne abbia bisogno, visto che – come potete leggere dalla sua scheda istituzionale – la materia dell’immigrazione è espressamente esclusa dalle sue competenze. Qualcuno dei miei colleghi si è preoccupato, dopo averlo sentito parlare così; io, forse per l’incoscienza del neofita, ho derubricato il tutto a tattica politica pre-Regionali, perché solo un discorso del genere poteva tenere il Pdl attaccato alla Lega, come sarà da qui all’ultimo istante prima del voto. Ma quello che accadrà il giorno dopo, onestamente, è difficile da prevedere: il mio amico Fabio Granata è ottimista, perché crede che un clima più disteso possa favorire gli spiriti liberi; molti miei colleghi del Pd la pensano al contrario, perché temono che un ottimo risultato della Lega (quasi certo, visto il traino delle candidature in Veneto e Piemonte) possa rappresentare la pietra tombale su ogni discussione futura. Io la vedo come Fabio, quindi non mi fascio la testa prima di essermela rotta: gli emendamenti bipartisan che avevo ripresentato ieri sera li ho rimessi nel cassetto, ma sono sempre lì. E noi siamo qui, a vigilare sul comportamento di una maggioranza che, a questo punto, ha davvero esaurito gli alibi.

Italiani di fatto

Cercherò di non essere ideologico, perché – come al solito – la ragione non sta tutta da una parte e, se pure così fosse, non è detto che quella parte sia per forza la nostra. Prevedere un tetto per gli alunni stranieri in una classe non è, in sé, un’idea folle, perché chi ha bazzicato alcune scuole di certe zone d’Italia (non la terza liceo classico dei Parioli, per intenderci, ma magari una seconda media di Mantova) non può scandalizzarsi se Mariastella Gelmini parla del “diritto allo studio degli studenti italiani”: provaci tu a leggere Ariosto in una classe dove metà dei tuoi compagni non capisce l’italiano corrente. Ma c’è un ma, naturalmente. Anzi, ce ne sono parecchi. Il primo è di ordine pratico: se in una zona i figli di immigrati superano il 30%, dove li mando a studiare? Se sei in città, vai nella scuola accanto (ammesso che lì il tetto non sia stato superato); se sei fuori, è più complicato. In ogni caso, mi pare evidente che respingere le iscrizioni dei bambini (e dirottarli altrove, magari in posti non facilmente raggiungibili) sia un incentivo enorme alla dispersione scolastica: se mandare a scuola mio figlio è troppo complicato, insomma, lo tengo a casa. Non è giusto, naturalmente, ma accadrebbe, soprattutto in famiglie con bassa scolarità, e mi piacerebbe sapere come il governo intenda risolvere il problema. Poi c’è un’altra cosa che mi viene in mente, e magari è una fesseria ma ormai l’ho pensata: va bene il problema linguistico dei bimbi stranieri, ma non deve essere facile leggere Ariosto neppure nel rione Sanità, dove i guai con l’italiano corrente derivano dal fatto che metà dei bambini pensa, parla, scrive e sogna solo in napoletano. La questione seria, dunque, non è il tuo luogo di nascita o la tua origine familiare, ma piuttosto il tuo livello di alfabetizzazione: un concetto semplice semplice, che il povero Marco Campione sta cercando di spiegare da una vita sul suo blog e che ogni volta gli tocca rispiegare, perché evidentemente in viale Trastevere Champ’s version non si legge. Come parli italiano, caro Abdul? E tu, caro Gennarino? Non è che ci voglia molto a scoprirlo: a Torino, per dire, lo fanno già da tempo, e dividono le classi in base a questo criterio, cercando in ognuna un equilibrio tra competenze linguistiche diverse. Anziché prendere esempio da quello che funziona già, il ministro ha introdotto la categoria generica di studenti stranieri, per poi accorgersi subito dopo che non stava in piedi: dalla quota del 30%, ha spiegato ieri a Lucia Annunziata, vanno esclusi i bambini che sono nati in Italia, perché tra loro e gli italiani-di-razza non c’è nessuna differenza. Ho dovuto rileggere la frase sulle agenzie tre o quattro volte, perché non ci credevo: senza accorgersene, la Gelmini ha ammesso che chi nasce e cresce in Italia è di fatto un italiano, indipendentemente dalla provenienza geografica di mamma e papà. Che poi è quello che la nostra proposta di legge sulla cittadinanza sostiene da tempo, ma che il testo base presentato da Isabella Bertolini ignora. Già in Commissione Cultura, se ricordate, li mandammo sotto con una maggioranza trasversale, aiutati dalla presidente Valentina Aprea che definì i minori “una specie diversa”; ora che anche il ministro dell’Istruzione si è convertito allo ius soli, ho commentato oggi in un’intervista sulla Stampa, il Centrodestra non può più far finta di niente.