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Le croci di Blinisht

A Blinisht, villaggio dell’Albania settentrionale, ho visto qualche anno fa un cimitero che ricorderò per tutta la vita: una decina di croci bianche, piantate da un missionario italiano, ricordavano le ragazze partite per le nostre coste e mai più tornate indietro. È un fenomeno, quello della tratta, che dura ormai da una quindicina d’anni e che ha portato decine di migliaia di giovani donne sulle nostre strade: alcune volte con l’inganno amoroso, altre con la complicità delle famiglie, altre ancora facendo leva sul bisogno economico. Vai su Google, cerchi “prostituzione albanese in Italia” e ti trovi studi come quello di Gerd Buta, docente di Scienze politiche e strategiche:

Le ragazze vengono classificate in almeno cinque tipologie: le ragazze che vanno via di loro volontà; le ragazze che vengono prese con la forza; le ragazze che vengono imbrogliate; le ragazze che partono per continuare a fare le prostitute; le ragazze che vengono vendute dai loro genitori. Una ragazza passa attraverso varie fasi prima di cominciare a fare la meretrice: viene sistemata in una città lontana dalla sua piccola patria, prima della partenza; compie l’attraversata col gommone; viene sistemata in un’abitazione in un paese straniero, dove molto spesso viene tremendamente violentata e maltrattata, con lo scopo di farle perdere ogni dignità di essere umano, prima di uscire in strada per fare la prostituta; l’esercizio vero e proprio della prostituzione. Solo nel 1999 la delinquenza organizzata ha ucciso oltre quaranta ragazze che s’erano ribellate. Per superare il problema i delinquenti rapiscono i bambini di chi si rivolta, in maniera che così facendo, le madri siano indotte a continuare a prostituirsi. Negli anni novanta sono scomparsi oltre 1200 bambini albanesi. Una prostituta albanese può guadagnare in una notte sino a 500 euro, potendo tenere per sè solo il dieci per cento circa.

Se Berlusconi avesse un po’ di sensibilità su questo tema – visto che per un periodo è stato pure ministro degli Esteri – probabilmente non staremmo qui a parlarne. Invece, nella conferenza stampa con Berisha a Palazzo Chigi, ha detto che l’Italia bloccherà gli sbarchi, ma non tutti: “Faremo eccezione per chi porta belle ragazze”. E gli albanesi d’Italia, nel loro piccolo, si sono incazzati: prese carta e penna, una ventina di associazioni e centinaia di cittadini hanno scritto al premier una lettera aperta, dicendosi “profondamente indignati e offesi”.

(…) Nonostante il Premier italiano sia noto per le sue battute infelici, riteniamo che quanto da egli dichiarato sia un’affermazione offensiva nei confronti delle donne albanesi che vivono e lavorano onestamente in Italia e Albania, perché si prende beffa di una delle piaghe sociali più gravi della transizione democratica albanese: la tratta di esseri umani. Il premier italiano dovrebbe sapere che c’è già chi porta in Italia “le belle ragazze albanesi”, e le mette a lavorare come carne fresca sui marciapiedi italiani, oppure in finti centri benessere dove benestanti italiani si servono di loro per alleggerirsi dai loro carichi pesanti di lavoro e responsabilità. Sono i trafficanti di esseri umani e la criminalità organizzata che gestisce lo sfruttamento della prostituzione. Elevare un argomento cosi delicato e doloroso a inopportune battute sessiste e maschiliste offende il lavoro e l’impegno di quanti si battono affinché la donna non sia trattata come un oggetto, ma goda di pari opportunità.
Siamo profondamente dispiaciuti e addolorati che il Premier del Paese in cui viviamo, e del quale aspiriamo a diventare pieni cittadini, dimostri un atteggiamento altamente offensivo nei confronti del nostro Paese di origine e dia un immagine cosi arretrata dell’Italia. Chiediamo una rettifica e scuse formali a tutte le donne albanesi che vivono e lavorano in Italia.

La domanda, a questo punto, mi sorge spontanea: che cosa abbiamo fatto di male per meritare tutto ciò?

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Nonostante tutto

La vicenda di Flavio Delbono, sindaco di Bologna dimissionario per la storia dell’ex compagna, mi lascia un misto di amarezza e di orgoglio. Prevale naturalmente l’amarezza, ma le dimissioni del sindaco me la mitigano parecchio, perché nel Centrodestra storie analoghe o ben peggiori finiscono regolarmente in maniera diversa. Penso alla condanna della Corte dei conti ai danni di Letizia Moratti, per la storia delle consulenze d’oro. Oppure al patteggiamento di Rosanna Gariboldi, ex assessore provinciale a Pavia e moglie di un deputato Pdl, dopo un arresto per riciclaggio: 1 milione e 200 mila di euro da pagare, 2 anni di carcere con la condizionale. Nessun terremoto politico, in entrambi i casi; eppure parliamo di condanne o patteggiamenti, e di cifre molto alte. Se poi vogliamo aprire il capitolo dei semplici indagati, mi pare che l’ultimo sia Formigoni, per la storia dell’inquinamento, ma potremmo facilmente tirarne fuori qualche dozzina, tutti regolarmente al proprio posto. Flavio Delbono, invece, ha deciso di andarsene, e lo ha fatto da semplice indagato: non si è attaccato alla poltrona parlando di complotti, né ha atteso la sentenza della Procura, ma ha capito che il danno – per quanto economicamente poco rilevante: si parla di 4-5 mila euro nei 5 anni di vicepresidenza alla Regione, tra diarie ricevute senza averne diritto ed alberghi pagati anche alla ex – era un bel guaio politico. Mi piacerebbe che fosse così anche nel Centrodestra, dove invece – se vogliamo restare a Bologna – capita che il principale avversario di Delbono, Alfredo Cazzola, riesca a nascondere una condanna a 6 mesi di carcere (per aver preso a pugni una persona) ed un patteggiamento (per malversazioni fiscali), continuando a tirare pietre come se nulla fosse. Nella campagna elettorale dell’anno scorso fu proprio Cazzola a tirare fuori la vicenda, mentre il terzo candidato – Giorgio Guazzaloca – aveva risposto così alla signora Cinzia, che si era rivolta anche a lui: “Se ha cose penalmente rilevanti, vada da un magistrato; se è una storia di cuore, vada da un prete”. Il prete non so cosa abbia fatto, ma i magistrati all’epoca avevano archiviato il tutto, e per questo un anno fa non scoppiò lo scandalo. Poi l’inchiesta è stata riaperta, per un supplemento di indagine, e Delbono ha ricevuto questo avviso di garanzia, sufficiente per fargli annunciare le dimissioni. Berlusconi avrebbe parlato di persecuzione dei giudici e pure in caso di rinvio a giudizio sarebbe rimasto lì, più sorridente di prima, con le sue Cinzie candidate alle prossime amministrative o magari messe in giunta. Ecco perché, pur senza nascondere l’amarezza, parlavo di orgoglio: l’orgoglio della dignità, nonostante tutto.

Vecchio film

Ogni volta che si toccano i temi etici, si aprono guerre di religione. È così anche stavolta, con il dibattito sulla RU486, che vede protagonisti a colpi di slogan i cattolici del Pdl ed i laici del Pd: le due categorie rimaste invece sullo sfondo – i laici del Pdl ed i cattolici del Pd – sono paradossalmente le uniche a cercare spiegazioni meno grossolane, perché quando sei in minoranza nel tuo partito devi sempre precisare, argomentare, giustificare. Ed è una fatica enorme, perché – parlo del mio caso, quello del cattolico Pd – la base vorrebbe sentirti inneggiare alla libertà di autodeterminazione della donna, con buona pace dell’etica, mentre la Chiesa si aspetta una tua dichiarazione pubblica sui valori non negoziabili, con buona pace della politica. Per sgombrare il campo dagli equivoci, allora, dico subito come la penso: l’aborto è una sconfitta dell’uomo, non una vittoria della civiltà; la libertà di autodeterminazione c’entra a metà, perché in questo caso (cosa che non avviene con il testamento biologico, per esempio) c’è di mezzo anche la vita di un altro; la legge 194 è un compromesso necessario ma doloroso, che nell’Italia di oggi non può essere messo in discussione ma che, a mio parere, dovrebbe essere applicato interamente, a cominciare dai primi 6 articoli sulla prevenzione. Non solo, ma vado pure oltre: quando vedo durante una festa del Pd (e purtroppo mi è capitato) un banchetto che raccoglie firme per vendere la pillola del giorno dopo senza ricetta medica, onestamente mi chiedo se ho sbagliato festa io o se ha sbagliato ospite chi mi ha invitato. Ma torniamo alla RU486, che – pur non essendo un contraccettivo, sia chiaro – ha il merito di risparmiare alla donna l’intervento chirurgico: in queste ore si discute, tra un urlo e l’altro, se sia giusto o meno lo stop della Commissione Sanità del Senato all’immissione in commercio della RU486, perché l’Aifa non avrebbe verificato la compatibilità della pillola con la 194. Uno, in particolare, sarebbe il punto controverso: nella normativa vigente, l’interruzione della gravidanza deve avvenire all’interno delle strutture sanitarie pubbliche, mentre con la RU486 – sostiene la maggioranza – c’è il rischio che ciò non avvenga, perché una donna potrebbe facilmente prendere la pillola in ospedale ma poi, dopo aver firmato il modulo di dimissioni volontarie, se ne andrebbe ad abortire a casa propria, con tutti i rischi del caso. Il governo vuole dunque una nuova delibera dell’Aifa, perché vengano messi i puntini sulle i. Da un punto di vista etico, lo scrupolo mi appare condivisibile; da un punto di vista politico, invece, non posso fare a meno di denunciarne la strumentalità. Perché l’Aifa, in effetti, prevede già il ricovero “dal momento dell’assunzione del farmaco fino alla verifica della completa espulsione del prodotto del concepimento” (scusate, ma questa ultima espressione mi fa davvero ribrezzo): basterebbe dunque vigilare sul rispetto di questa delibera e la compatibilità con la 194 sarebbe garantita. Tutto il resto è cinema, da una parte e dall’altra, e la sceneggiatura è ormai vecchia di trent’anni.

Qualche paletto

Le ripercussioni politiche, ve lo giuro, mi lasciano quasi indifferente: si troverà un nome alternativo a Piero Marrazzo, possibilmente credibile e gradito all’elettorato, e si cercherà di tenere il Lazio, pregando che il Centrodestra sbagli candidato. Neppure con il governatore uscente avremmo avuto certezze di farcela: il danno politico della vicenda è, dunque, abbastanza relativo. Ma c’è un danno più profondo, inferto alla politica nel suo insieme, che invece mi appare incommensurabile: perché in un colpo solo (questa storia parla infatti di auto blu, droga, prostituzione, ricatti e corruzione) si dà fiato a tutto quel sentimento anticasta che ci vogliono anni per spegnere e basta un secondo per riaccendere. Poi hai voglia di prendertela con le Iene, se vengono a farti un tampone davanti a Montecitorio: è chiaro che ti senti umiliato, pure se non hai nulla da nascondere, ma la situazione è così indifendibile che alla fine ti viene la tentazione – come propone La Russa, non senza demagogia – di sottoporti all’esame del capello per far vedere che il Parlamento non è un covo di tossici. Per quanto riguarda il sesso, d’altra parte, la situazione è ancora più compromessa: dal caso Mele in poi, siamo passati per le frequentazioni del premier ed ora siamo arrivati a quelle di Marrazzo. Ogni volta, c’era un pezzo della vita privata che sconfinava in quella pubblica: per il deputato Udc, il contrasto insostenibile fra la sua vita notturna e le sue iniziative parlamentari; per il presidente del Consiglio, l’influenza di quelle feste sulla compilazione delle liste elettorali e le bugie dette pubblicamente sul caso Noemi; per il governatore del Lazio, la sua ricattabilità. Non so se sia una coincidenza, ma in nessuno di questi tre casi è stato possibile separare con l’accetta la vita privata di un politico dalla sua dimensione pubblica. Né lo sarebbe se si venisse a sapere, fra qualche giorno, che magari il famoso Chiappe d’oro, l’ex ministro che condivideva con Marrazzo la passione per le trans di via Gradoli, è in Parlamento un baluardo dell’identità cristiana, o se qualche conducente di auto blu parlasse delle mattine passate in macchina ad aspettare un altro ex ministro, cliente fisso – anche durante l’orario di servizio – di un noto locale gay specializzato negli afterhours. Non è questione di destra o di sinistra, ma di ruolo che si ricopre: se fai la ballerina, o la modella, o il pugile, o l’attore, ogni volta che ti siedi a tavola devi pensare ad una serie di cose (calorie, grassi, proteine) che il resto del mondo può tranquillamente ignorare, mentre tu sei costretto a fare i conti con la tua forma fisica o con il tuo aspetto estetico. Se fai il politico, invece, devi saper discernere quanto un comportamento privato possa far perdere credibilità al tuo impegno pubblico, e – visto che, per dirla alla Bersani, non te l’ha ordinato il dottore – devi essere in grado di mettere qualche paletto. In compenso, puoi abbuffarti tranquillamente di Nutella.

Il vice che vorrei

Il Buongiorno di Massimo Gramellini sulla Stampa, che normalmente mi fa cominciare bene la giornata, oggi mi ha mandato di traverso il caffè. Oggetto: le ironie sulla candidatura di Jean-Léonard Touadi a vicesegretario del Pd, nel caso in cui Dario Franceschini vincerà le primarie. Leggetelo e poi ne parliamo.

I vice del vice
Se domenica sarò eletto segretario del Pd, dice Dario Franceschini, nominerò mio vice il giornalista nero Jean-Léonard Touadi. Passano alcune ore. Se domenica sarò eletto segretario del Pd, ridice Dario Franceschini, nominerò miei vice il giornalista nero Jean-Léonard Touadi e una donna. Lo Statuto del partito gli impedisce di andare oltre la coppia, altrimenti immaginiamo che alle prime luci dell’alba avrebbe incoronato vicesegretari anche un gay, un indiano Cheyenne, uno stambecco del Gran Paradiso. E’ il veltronismo senza Veltroni, la malattia terminale del Partito Democratico. Quell’idea di poter fare politica con le figurine invece che con le persone.
Naturalmente nessuno nega a priori che Touadi e la donna ancora misteriosa (Debora Serracchiani) siano politici straordinari che cambieranno le sorti dell’umanità. Ma resta il fatto che non vengono scelti in quanto tali, ma perché soddisfano le esigenze del cast, come nei reality televisivi. La crisi di Veltroni, fino a quel momento in rimonta nei sondaggi, cominciò con le candidature della Velina Pensante (la Madia) e del Leghista Buono (Calearo). La gente annusò la messa in scena e l’incanto finì. Franceschini riparte da quel vuoto e rischia di approdare nello stesso luogo. Certi democratici se ne facciano una ragione: la politica per immagini è un brevetto di Berlusconi. Ogni replica dell’originale, anche se in versione politicamente corretta, non diventa una novità. Rimane un tarocco.

Nei commenti sul sito web della Stampa, gli elogi a Gramellini si sprecano: un po’ chi non vota Pd, un po’ chi lo vota ma appoggia altre mozioni, tutti a colpire duro contro il veltronismo, a questa politica del casting che non ci farà mai vincere un tubo, eccetera eccetera. Essendo io uno del casting, chiamato nel Pd proprio quando si era aperta una polemica con il mondo cattolico per l’accordo con i radicali, non mi meraviglio che qualcuno possa sospettare della mia obiettività in merito. Perché, non lo nascondo, è pur vero che il mio operato in questo anno e mezzo è sotto gli occhi di tutti (ed ognuno può giudicare autonomamente se quella scelta di Veltroni e Rutelli fu azzeccata oppure no), ma l’idea di essere etichettato a vita in una categoria (il cattolico, nel mio caso) mi sta un po’ stretta. Inoltre, a rischio di non sembrare obiettivo, c’è una verità che non posso tacere: al di là delle facili ironie gramelliniane sulla velina pensante, Marianna Madia è un’ottima parlamentare, pur non venendo dal basso, così come lo sono Chiara Braga e Daniela Sbrollini, che a differenza sua hanno storie di militanza nel partito e di impegno territoriale. La mia prima risposta a Gramellini (ed a tutti quelli che ne condividono l’analisi) è dunque che non esiste un solo modo di arrivare ai piani alti della politica: accanto ai territori gioca da sempre un ruolo la società civile, che per definizione, agli occhi dell’opinione pubblica, proprio in categorie si divide. La stessa possibile candidatura della Serracchiani – che pure non è scontata, mi pare di capire, perché saranno le donne del Pd a scegliere l’altro vicesegretario – è profondamente diversa da quella di Jean-Léonard, visto che si tratta di una giovane donna impegnata da sempre a livello locale ed eletta alle ultime Europee proprio grazie al voto dei circoli. Se avesse avuto altri sponsor politici (magari lo stesso Bersani) chi oggi critica il veltronismo serracchione avrebbe detto che, finalmente, veniva premiato il lavoro dei nostri giovani amministratori. L’altra obiezione che muovo a Gramellini è che, nella vita, tutto può essere ridotto a categorie. Potrei dire che lui è stato nominato vicedirettore della Stampa perché al giornale della Fiat, il più letto a Torino, serviva come il pane un simbolo del tifo granata: una boiata colossale, per carità, ma provate a smentirla una volta che l’ho messa in giro. Allo stesso modo, le primarie dei Democrats americani erano una sfida tra categorie: anche lì, guarda un po’, un nero ed una donna. Qualcuno può dubitare che Obama non sia stato favorito nell’impatto mediatico dal fatto di essere nero? Non credo. O che Hillary Clinton non abbia puntato, nella sua campagna elettorale, sul fatto di essere donna? Neppure. E può darsi, non lo nego, che una parte degli americani abbia votato l’uno o l’altro in base alle categorie di appartenenza; ma questo non toglie nulla ai loro meriti politici, al loro percorso, alla legittimità di occupare il posto che oggi occupano. Perché l’uno e l’altra hanno dimostrato che, al di là delle categorie, c’era – la dico alla Bersani – della polpa, proprio come nel caso della candidatura di Jean-Léonard e – ne sono certo – della donna che verrà scelta nel caso in cui Dario vincesse. Poi, è una mossa mediatica che può dar fastidio a chi non l’ha pensata, va bene, ed è normale che a pochi giorni dalle primarie il tasso di suscettibilità sia più alto del dovuto. Ma definire Touadi una categoria è un insulto alla verità, altro che veltronismo.

L’invasione che non c’è

Domenica scorsa, nella mia parrocchia, si sono battezzati tre bambini: Marco, Simone e Jerusha. Jerusha è nata a Roma, dove probabilmente passerà il resto della sua vita, da due genitori indiani: indiani del Kerala, per la precisione, uno Stato del sud a maggioranza cristiana. L’invasione islamica minacciata da parte del Centrodestra, insomma, non è colpa sua, e nemmeno degli altri figli di immigrati iscritti al catechismo per la comunione o per la cresima: sono una decina abbondante su circa 200, ossia il 5% del totale, e la percentuale cresce di anno in anno. Gli immigrati residenti in Italia, lo ricordo, sono il 6%. Dove voglio arrivare mi pare abbastanza chiaro: per quanto le cifre di una parrocchia romana non rappresentino da sole un campione esaustivo, i dati dei bambini stranieri iscritti al catechismo (sarebbe interessante averli su scala nazionale: se qualcuno può, mi aiuti) mostrano da soli la strumentalità dell’insistenza sull’invasione islamica. La politica torna ad occuparsi di cittadinanza agli immigrati, con una proposta di legge che rischia di rompere gli schemi? La risposta più facile per mettere tutto a tacere è appunto quella dell’invasione islamica, possibilmente condita da una campagna anti-burqa che – leggo or ora sui siti dei principali quotidiani – anche il ministro delle Pari Opportunità ha deciso di fare propria. “Via il burqa dalle scuole”, ha annunciato Mara Carfagna, ed allora ho iniziato un rapido giro di telefonate per sapere dai miei amici di varie latitudini se qualcuno di loro ne abbia mai visto uno: niente da fare. Non che il mio sondaggio abbia valore statistico – come i dati parrocchiali del Santissimo Crocifisso, appunto – ma pure questo è un segnale: se la presenza dirompente del burqa fosse un problema serio per l’Italia, qualcuno se ne sarebbe accorto. Il che non esclude che magari, nel profondo Veneto, ci sia pure qualche donna che lo indossi, ma da qui ad annunciare una legge in tempi rapidi come se fosse un’emergenza nazionale ce ne passa: tra l’altro, gli intellettuali islamici ci hanno chiarito che la religione c’entra poco, ed il nostro ordinamento contiene già una norma che impone a tutti di essere riconoscibili. “Via il burqa dalle scuole”, insomma, è uno slogan con poco contenuto: è una manovra mediatica per dire alla pancia degli italiani che l’integrazione è una battaglia persa, per risvegliare in ognuno la paura di un’invasione che – stavolta lo dicono le statistiche serie, non i calcoli casarecci di Sarubbi – non trova riscontro nella nostra realtà. Il tutto, amici miei, mentre in Commissione Affari Costituzionali si sta cercando di addomesticare una partita molto importante sulla legge per la cittadinanza: il comitato ristretto che deve scegliere il testo base avrebbe dovuto riunirsi già due settimane fa, ma ogni volta – per un motivo o per un altro – si è deciso di rimandare. Sul tavolo, come spiegavo in altre occasioni, ci sono parecchie proposte di legge, tutte con la stessa caratteristica: quella di essere proposte di parte. Tutte, tranne una: la 2670, promossa da me insieme a Fabio Granata e sottoscritta da 50 deputati di diversi gruppi parlamentari (Pd, Pdl, Udc, Idv, delegazione radicale e gruppo misto). Rispetto ai canoni vigenti, il nostro testo ha l’imperdonabile difetto di non essere riconducibile in via esclusiva a nessun partito: il Pd ha le sue proposte ufficiali, il Pdl le sue, l’Udc e l’Idv ne avevano già presentate alcune prima della nostra iniziativa bipartisan. In un clima costruttivo, proprio questa potrebbe essere la sua forza: per quanto lo si possa migliorare, insomma, è un testo che parte già da un minimo comun denominatore, e non ci vuole uno scienziato per capire che potrebbe essere un ottimo testo base. Ma se si continua a rinviare il confronto, dirottando l’attenzione sul burqa, la vedo abbastanza brutta.

Il presidente tombarolo

Qui il gossip non c’entra, ragazzi miei: qui siamo di fronte ad una scoperta importantissima da un punto di vista archeologico, che riscriverebbe un pezzo della storia italica. Il metodo, lo riconosco, è un po’ particolare: il ritrovamento del tesoro non è dovuto stavolta ad un pool di archeologi, ma ad una signora dal mestiere ancora più antico, e non c’è stato neppure bisogno di scavare per terra, perché il tombarolo si è autodenunciato durante una notte di sesso – mentre Obama veniva eletto presidente degli Stati Uniti, guarda tu le coincidenze – e la singolare detective ha registrato tutto. Se la storia delle tombe fenicie a Villa Certosa fosse vera, diverse generazioni di studiosi dovrebbero rivedere tutto: dall’etimologia di Olbia alla teoria che i fenici avrebbero abitato solo la parte orientale del Mediterraneo. Lo so che state sorridendo, e che mentre io dico “tombe fenicie” voi pensate al lettone di Putin, ma questa è una cosa seria. In tutta onestà, però, il contesto della serata e la tipologia del tombarolo – notoriamente propenso alle storielle – mi fanno credere che Berlusconi abbia detto una fesseria: che le tombe, cioè, non siano fenicie ma puniche, anche perché nel 300 avanti Cristo la Sardegna era già punica. Questione chiusa? Neanche per sogno. Perché, se anche le tombe fossero puniche, nessuno era finora al corrente della loro esistenza: neppure il responsabile della Sovrintendenza locale, che avrebbe dovuto saperlo e che, invece, è caduto dalle nuvole. Se il comune cittadino trova per sbaglio un’anfora romana nel giardino di casa, mentre sta zappando l’orticello, non può spolverarla e portarsela in salotto: deve chiamare la sovrintendenza, anche se non gli va, perché quell’anfora non è sua, ma dello Stato. Lo Stato, infatti, è titolare del diritto di ricerca, è proprietario dei beni archeologici (art. 826 del Codice civile: “Fanno parte del patrimonio indisponibile dello Stato le cose d’interesse storico, archeologico, paletnologico, paleontologico e artistico, da chiunque e in qualunque modo ritrovate nel sottosuolo”) e, pagando un indennizzo, può espropriare i fondi interessati o disporne l’occupazione temporanea. Accanto al lato archeologico della vicenda, che – ripeto – mi sembra destinato a finire in una bolla di sapone, ne esiste dunque uno etico e giuridico: quella necropoli, afferma la legge italiana, non appartiene al proprietario di Villa Certosa, ma allo Stato, dunque a tutti noi. A questo punto, gli avvocati del premier non hanno che una strada: mettere in dubbio l’autenticità delle registrazioni e – qualora questa venisse provata – cercare di cavarsela con una figuraccia, dicendo che il loro cliente stava semplicemente millantando e che non c’è nulla di vero. Ma la testimone potrebbe ribattere, a sua volta, di aver visto le foto, magari indicandone alcuni particolari suscettibili di riscontro, e la Procura avvierebbe un procedimento penale. Ispezione a Villa Certosa, processo, sentenza? Maddeché, c’è il lodo Alfano.