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John e gli altri

La vicenda di Rosarno è finita anche in Vaticano: l’Angelus di oggi, con il richiamo di Benedetto XVI al rispetto verso gli immigrati, è certamente un fatto importante. Ma il discorso più importante della giornata, il Papa mi perdoni, l’ha fatto un umile parroco calabrese che non passerà alla storia. Si chiama don Pino Varrà, e tra pochi giorni – quando sarà passata ‘a nuttata – ritornerà nell’anonimato della sua parrocchia di Rosarno, San Giovanni Battista, e della mensa Caritas che continuerà a dirigere, se gli saranno rimaste bocche da sfamare dopo la cacciata dei mille. Gli si è svuotata pure la chiesa, ha fatto notare stamattina durante l’omelia: un discorso da brividi, che vi riporto da uno stralcio della cronaca di Repubblica:

“Bisogna aiutare i fratelli che sbagliano”, spiega il sacerdote. “E in questi giorni che stiamo vivendo qualcuno ha sbagliato. Ma questo non ci autorizza a colpirlo, a inseguirlo, a ucciderlo, a cacciarlo. Ci obbliga a capire, a fermarci. Per non sbagliare più. Questo dobbiamo fare se vogliamo essere dei cristiani”. Il parroco lascia l’altare, scende tra la gente. Parla a braccio, stringe con le mani il microfono. “Se ho un fratello in famiglia non posso picchiarlo o cacciarlo di casa perché ha rotto un vaso. Devo andargli incontro, sostenerlo, capire cosa è accaduto”. Allarga le braccia, sorride: “Vedo finalmente questa chiesa piena, sono contento che moltissimi tra voi sono tornati. Ma vedo anche che manca qualcuno”. Don Pino sospira, si rivolge ai bambini. “Lo vedete anche voi. Non c’è John. Vi ricordate di lui? Veniva ogni domenica”. I bambini annuiscono. I genitori, dietro, restano in silenzio. Tesi e consapevoli. “Mancano anche Christian, Luarent. E Didou, il piccolo Didou. Mancano i suoi genitori. Erano come voi, con la pelle più scura, venivano dall’Africa. Non ci sono perché li hanno cacciati”.
E’ il culmine dell’omelia. E’ il momento dell’appello. E del rimprovero: “Mi rivolgo ai più grandi, ai genitori. Perché loro hanno un ruolo importante, formativo. A voi dico: non vi fate trascinare verso ragionamenti e reazioni che non sono da cristiani. E’ facile dire: abbiamo ragione noi. Quando siete nati, Dio è stato chiaro: questo è mio figlio. Lo siamo tutti. Tutti abbiamo diritto alla vita, una vita dignitosa, che non ci umili. Anche quelli di un altro colore, anche quelli che sbagliano sempre. Se vogliamo essere cristiani noi non possiamo avere sentimenti di odio e di disprezzo”.
Il parroco adesso è al centro della navata. Si rivolge al suo gregge che appare ancora più smarrito. Alza la voce, come un tuono: “Possiamo anche dire che abbiamo sbagliato. Che i miei fratelli, bianchi e neri hanno sbagliato. Ma lo dobbiamo dire sempre. Non solo quando qualcuno ci sfascia la macchina. Lo dobbiamo sostenere con  forza anche quando altri fanno delle cose ancora più gravi. Cose terribili. Dobbiamo avere il coraggio di gridare e denunciare”. Il sacerdote indica il presepe: “Non avrebbe senso aver allestito questa opera. Non avrebbe senso festeggiare il Natale. Meglio distruggerlo e metterlo sotto i piedi. Dobbiamo celebrarlo convinti dei valori che lo rappresentano. Perché crediamo nella misericordia e nella solidarietà. Se invece non abbiamo la forza di ribellarci ai soprusi e alle ingiustizie e siamo pronti alle violenze nei confronti dei più deboli, allora non veniamo più in chiesa. Dio saprà giudicare. Saprà chi sono i suoi figli”.

Dopo il cardinale Tettamanzi, insomma, un altro pericoloso imam. E chissà quanti altri, dispersi nelle parrocchie di tutta Italia. Ma oggi non è il giorno delle polemiche con la Lega, perché voglio guardare più in alto: grazie a don Pino Varrà, ed alla sua omelia di stamattina, oggi è il giorno del mio orgoglio cristiano.

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Rosarno altrove

La cronaca dice che, per fortuna, siamo agli sgoccioli: qualche pallettone, qualche sasso e qualche spranga si sono fortuitamente scontrati con il corpo degli immigrati ancora presenti a Rosarno, ma il grosso se n’è andato con i pullman diretti a Bari e Crotone, provvidenziali nel sottrarre carne fresca ai propositi di vendetta. Un anno fa, di questi tempi, Rosarno era a Guidonia, in provincia di Roma, dove uno stupro aveva scatenato la pulizia etnica nei confronti di rumeni ed albanesi: i primi perché alcuni loro connazionali avevano violentato una ragazza del posto, i secondi perché abundare è sempre meglio che deficere. A settembre, e parliamo solo di quattro mesi fa, Rosarno era a Rovato, in provincia di Brescia, dove un altro stupro aveva portato ad un corteo anti-immigrati, e questo a sua volta era degenerato in violenze a casaccio: due muratori kosovari che non avevano nessuna colpa, tranne quella di essere nati nel posto sbagliato e di trovarsi in quello peggiore, finirono la giornata di lavoro all’ospedale per le botte ricevute. E ve lo ricordate, un anno e mezzo fa, quando Rosarno era a Ponticelli, periferia di Napoli? Lì ne fecero le spese i rom, cacciati mentre i loro campi bruciavano per vendicare un presunto furto di bambino che, in realtà, non avvenne mai. L’anno prossimo, se il clima non cambia, Rosarno sarà altrove: è ormai un format itinerante, tipo il karaoke di Fiorello, con un soggetto molto trendy (la guerra tra poveri, naturalmente) ed una sceneggiatura adattabile ad ogni circostanza. Sulla Stampa di oggi, guarda un po’, Cesare Martinetti si chiede quante siano le Rosarno d’Italia: leggetelo fino alla fine, per piacere.

La rivolta di Rosarno è scoppiata nelle stesse ore in cui il ministro dell’Interno, a distanza di pochi chilometri, discuteva con i responsabili dell’ordine pubblico in Calabria la risposta dello Stato alla bomba esplosa contro la procura. Una coincidenza casuale ma davvero simbolica che nella saldatura tra l’emergenza cronica chiamata mafia (‘ndrangheta, camorra, ecc.) e la nuova emergenza che si chiama immigrazione ci consegna all’inizio di questo 2010 un’agenda sociale drammatica. Quello che sta accadendo a Rosarno in queste ore ci riguarda tutti: il nostro quartiere, le nostre periferie, a Sud e a Nord, interroga la nostra coscienza di cittadini, sfida l’intelligenza e mette alla prova quello che si chiamava il sentimento democratico. Non è un problema solo italiano. Una rivolta del tutto analoga a quella di Rosarno è scoppiata qualche mese fa a Calais, nel Nord della Francia, da dove le bianche scogliere di Dover appaiono come un miraggio alle migliaia di migranti (soprattutto afghani, pakistani, iracheni) che premono per sbarcare in Gran Bretagna. Gli ammiratori acritici di quanto avviene al di là delle frontiere vadano al cinema a vedere «Welcome» di Philippe Lioret: avranno di che meditare su come la questione rappresenti un rompicapo per ogni governo, compreso quello del muscolare Sarkozy che ha trasformato in reati anche i piccoli gesti di solidarietà verso i clandestini senza aver disinnescato le polveriere sociali disseminate nelle banlieues francesi. È anche per questo che appare particolarmente irritante la litania tutta italiana del rinfaccio di responsabilità tra destra e sinistra, governo e non governo perché le responsabilità vanno equamente distribuite nel corso degli anni. Altra cosa è il confronto su quanto sta accadendo a Rosarno: accusare di clandestinità dei poveracci che accettano condizioni di vita disumane per svolgere lavori che gli italiani non vogliono più fare non ci sembra la strada migliore.
A Rosarno (un comune da anni senza amministrazione sciolta per mafia) va in scena la duplice sconfitta della classe dirigente italiana: un Sud abbandonato alla propria incapacità di uscire dal medioevo della ’ndrangheta, l’afflusso incontrollato di masse migranti. Il paradosso, inaccettabile, è che tutto ciò è noto ma tollerato per il sistema, quel sistema che in Calabria (ma anche in Sicilia, Puglia, Campania e nei frutteti del Nord) si regge su una manodopera invisibile e clandestina. Bisogna compiere un viaggio tra paesaggi improbabili e allucinati che avrebbero fatto da sfondo ideale al film tratto da «La strada» di Cormac McCarthy (che pare non vedremo mai in Italia perché troppo desolato e deprimente) per scovare l’accampamento dei «ribelli» di Rosarno: un vecchio stabilimento industriale abbandonato, dove senza nessun servizio e in condizioni igieniche inimmaginabili vivono stagionalmente, da anni, centinaia di persone. Quante Rosarno ci sono in Italia? Quanti cittadini italiani, nella maggioranza deboli ed essi stessi «abbandonati», come quelli che in Calabria in queste ore si confrontano e si scontrano con i migranti in una disperata guerra tra poveri? Per il governo, a distanza di pochi giorni, si apre una seconda, urgente sfida calabrese: rendere dignitose le condizioni di vita di centinaia di lavoratori stranieri, permettere loro di lavorare nella legalità, perseguire le mafie grandi o piccole che li sfruttano, non consentire che in nessun’altra Rosarno sparsa in Italia si aggreghino masse di clandestini inevitabilmente destinate a urtarsi con le popolazioni locali. Misure urgenti e difficili a cui bisogna affiancare prima possibile la regolazione di un percorso italiano alla cittadinanza per gli immigrati. Giovanna Zincone il 2 gennaio scorso ha illustrato su la Stampa quanto sia problematica la composizione delle varie proposte nel dibattito che si sta facendo in Parlamento. È essenziale dare certezze di legge a una materia così incandescente. Ed è importante che non siano le emozioni e le facili demagogie del momento a prevalere sulla ragione o anche su un banale calcolo utilitaristico: degli immigrati il sistema italiano non può fare a meno. Dare sicurezze a loro significa dare sicurezze agli italiani ed evitare altre Rosarno.

Il bersaglio facile

La paura più grande, che poi è una certezza, è che la campagna xenofoba abbia trovato un nuovo testimonial: dopo l’attentatore nigeriano sul volo Usa, servito a qualche mio collega in malafede per spiegare quanto sia giusto non dare la cittadinanza ai bambini stranieri ed a qualche brillante analista per teorizzare l’impossibilità di integrazione con i musulmani, ora salgono sul palco, siori e siore, i rivoltosi di Rosarno. Che probabilmente hanno fatto cose orribili, tipo circondare l’auto di una incolpevole signora e prenderla a bastonate, e per questo verranno puniti. Così come, ne sono certo, verranno puniti quei nostri connazionali che hanno acceso la miccia prendendoli a pallottole: con i bersagli facili, infatti, la nostra giustizia funziona a meraviglia. E pure la nostra politica, mi viene da pensare, dopo avere ascoltato il ministro dell’Interno che dà la colpa di tutto all’immigrazione irregolare. Mentre tutti quelli che stanno sul campo, da Libera di don Ciotti alla Caritas, continuano a ripetere che dietro ogni degrado c’è un disagio, e che i responsabili vanno cercati altrove: tra i bersagli mobili, quelli che non si fanno vedere perché sanno come mimetizzarsi nella nostra società. Tra i produttori delle passate di pomodori che rosoliamo nei nostri soffritti, ad esempio, o tra quelli dei succhi di frutta che diamo a merenda ai nostri bambini: nei loro campi, ci spiegano all’unisono i sindacati, nessuno ti chiede il permesso di soggiorno, perché tre euro all’ora senza contributi sono sempre meglio di dieci con un regolare contratto di lavoro, ferie, tredicesima e malattia. Diceva dom Helder Camara, vescovo brasiliano di Recife, e mi scuso se ve l’ho già scritto più di una volta: “Se do da mangiare ai poveri, mi chiamano santo. Se chiedo perché i poveri hanno fame, mi chiamano comunista”. E la diocesi locale, commentando la vicenda, ha appena detto una cosa comunistissima: “Non si possono far vivere le persone come animali e pensare che non si ribellino. Qui è in corso una vera emergenza sociale”. Faccio il comunista anch’io, allora, e mi chiedo dove sia il senso di tutto questo accanimento contro i disperati, quando l’economia ci dimostra che, prima di arrivare sulle nostre tavole, passate di pomodori e succhi di frutta passano per il loro sudore. Mi chiedo dove sia la Guardia di finanza, dove siano gli ispettori del lavoro, dove sia il pugno duro del governo contro l’evasione fiscale, dove siano le vittorie contro la criminalità organizzata che Maroni non manca mai di sbandierare, dove sia la dignità di un Paese che non ti fa entrare perché non gli servi, ma poi – quando sei dentro – scopre che in realtà gli servivi e non resiste alla tentazione di sfruttarti, senza chiederti mai scusa. Mi chiedo quando avranno l’umiltà di ammettere che la regolarizzazione delle sole badanti era una fesseria, o che la nostra proposta di legge sul permesso di soggiorno per ricerca di lavoro è un’idea pratica ed immediatamente applicabile. O almeno – e mi accontenterei anche di quello, per ora – quando la smetteranno di strumentalizzare tutto, anche la sofferenza degli ultimi, per qualche voto in più alle Regionali, in nome della razza ariana.

Al solito posto

Ci eravamo lasciati con la Camera dei deputati chiusa per ferie ed il Partito democratico ancora senza candidato per il Lazio. Ci ritroviamo, quindici giorni dopo, al solito posto: in mezzo è successo un po’ di tutto, che al netto del dibattito giornalistico diventa praticamente nulla. Vado per punti, e mi scuserete se la prosa non è quella dei giorni migliori: con il cervello erano in vacanza anche i polpastrelli, che dunque hanno bisogno di riprendere il ritmo.

Cittadinanza. L’articolo migliore di questo periodo – ma forse anche dell’ultimo anno, sul tema – è quello di Giovanna Zincone sulla Stampa. È vero, parla bene della Sarubbi-Granata (“una proposta che sta in Europa e non fuori dal mondo”), ma ve lo consiglierei lo stesso. La professoressa Zincone, che oltre ad insegnare a Torino è anche consulente del presidente della Repubblica per i problemi di coesione sociale, compie infatti un ragionamento lineare sull’incastro fra disciplina del permesso di soggiorno e riforma della cittadinanza, spiega perché la proposta Bertolini sia un passo indietro notevole e fa notare (come stiamo provando a fare noi, da parecchi mesi) che l’accordo sarebbe a portata di mano, se la maggioranza accettasse di seguire “criteri in teoria facilmente condivisibili: favorire i minori, favorire i meritevoli, essere equi e coerenti”. Poi ci sarebbe da parlare dell’intervista di Rutelli, che arriva a chiedere una dichiarazione di laicità per i nuovi italiani: la mia impressione, papale papale, è che gli sia scappata la frizione. Quanto al resto, però, dice cose giuste: il fatto che la cittadinanza sia la fine di un percorso, ad esempio, mi pare un dato abbastanza condiviso, così come le critiche al multiculturalismo, che in realtà è diverso dall’interculturalismo. Potrei analizzare parola per parola, ma vi annoierei: anche perché, più che le singole parole, mi sembra abbastanza evidente l’intenzione di diversificare l’offerta rispetto al Pd, alla vigilia delle Regionali. E la cittadinanza agli immigrati, si sa, non porta vagonate di voti a chi la difende.

Regionali. Comincio dalla Puglia: la candidatura di Francesco Boccia è molto buona, ma è stata preceduta da una sceneggiata natalizia a puntate (Emiliano si candida e l’Udc lo appoggia, Vendola pure e l’Udc chiede lumi, i vendoliani protestano all’assemblea regionale Pd che viene annullata, Emiliano accusa il segretario regionale di lavorare per il nemico e ritira la sua candidatura, il Pd resta senza un candidato e l’Udc si accomoda con il Centrodestra, ma alla fine arriva Boccia e l’Udc torna con noi, mentre Vendola continua a chiedere primarie) che ci costerà parecchie migliaia di voti. Direte: è un problema locale. E infatti nel Lazio, dove si sapeva di Marrazzo da settembre (e se dico settembre è perché la voce girava già allora), le cose sono andate allo stesso modo: si candida Gasbarra, anzi no, si candida Zingaretti, anzi no, si candida la Polverini, anzi no perché l’hanno già candidata loro, si dà un mandato a Zingaretti per capire se l’Udc non ha preso impegni, ma nel frattempo esce fuori Emma Bonino e l’Udc saluta tutti, a meno di un terzo nome che – spiega il povero Zingaretti, sempre lui – dovrà essere “nuovo e nazionale”. Tanto per iniziare in serenità il nuovo anno, dico subito che avere la Bonino come candidata del Partito democratico mi creerebbe più di un problema: il presidente della Regione è quello che ha tra le mani la Sanità, che è forse il principale punto di dissidio fra me ed i radicali. Se dal governatore del Lazio dipendessero le missioni internazionali, gli stipendi dei parlamentari, il funzionamento delle carceri, il rispetto dei diritti umani, mi tatuerei la faccia della Bonino sulla schiena. Ma purtroppo non è così, e spero che anche i vertici del mio partito se ne accorgano presto. Possibilmente, prima di marzo.

La rivincita dei peones

Eccolo qui, il mio intervento di ieri. Più lo leggo, più mi rendo conto che forse avrei potuto sfoggiare un po’ più di ars retorica, buttando giù qualche frase ad effetto, e soprattutto avrei potuto evitare qualche anacoluto, perché sintatticamente è un discorso pieno di frasi smozzicate e di sottintesi. Ma quando parli con il cuore capitano anche queste cose. E con il cuore chiedo a voi di leggerlo.

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, innanzitutto, vorrei rivolgere un ringraziamento all’onorevole Sbai, che in questo intervento mi è sembrata la Souad Sbai che conoscevo fino a qualche mese fa, e che mi sembrava di aver perso per strada. Ringrazio anche tutte le persone che sono intervenute prima di me: sono presente in Aula da questa mattina e vi rimarrò fino all’ultima parola dell’ultimo intervento.
Avrei potuto – forse, avrei dovuto – scrivere un discorso, perché interventi di questo tipo restano agli atti (quindi, si rischia anche di fare qualche bella figura), ma in realtà, ho pensato che sarebbe stato meglio svolgere un intervento «a braccio». Mi scuso, pertanto, soprattutto con i nostri funzionari, per l’assenza di grammatica e di sintassi nel mio linguaggio, ma vorrei rispondere ad alcune questioni che sono emerse.
In primo luogo, vorrei dire in quest’Aula che, quando i miei amici della comunità di Sant’Egidio si rivolsero a me – ormai parliamo di quasi due anni fa – e mi chiesero di fare qualcosa perché venisse sbloccata l’impasse sulla cittadinanza, ricordai loro che il Partito Democratico aveva perso le elezioni e che, quindi, sarebbe stato difficile presentare una proposta di legge che ottenesse il consenso della maggioranza.
Pertanto, posi una condizione e dissi loro: se volete, possiamo lavorare insieme ad un testo che, però, non sia il testo di Andrea Sarubbi né della comunità di Sant’Egidio, ma un testo condiviso che possa piacere anche alla maggioranza, o a parte di essa.
Prendemmo in considerazione allora tutte le proposte di legge che erano a disposizione, anche quelle delle legislature precedenti, a partire dalla proposta a firma dell’onorevole Bressa, ma anche tante altre, e vedemmo che vi erano delle richieste che si ripetevano. In sostanza, il centrosinistra chiedeva sempre di rivolgere l’attenzione ai minori che nascevano o che venivano nel nostro Paese da piccoli e, per quanto riguarda gli adulti, chiedeva sempre lo snellimento e la riduzione dei tempi richiesti per la concessione della cittadinanza.
Guardando, invece, alle proposte del centrodestra, era sempre presente la richiesta di alcuni requisiti ben precisi, quali la fedina penale o il test di integrazione, che mirassero ad una cittadinanza qualitativa, e vi era anche un giuramento sulla Costituzione, sul quale ricordo benissimo di avere ascoltato il Ministro La Russa che poi, purtroppo, evidentemente non ha capito lo spirito della proposta bipartisan che tanti oggi in quest’Aula hanno citato.
Infatti, quando si cominciò a parlare della proposta di legge n. 2670, che nei telegiornali è diventata la Sarubbi-Granata, il Ministro disse che l’iniziativa era di due peones in cerca di visibilità. A me questa dichiarazione fece molto male allora e mi ha fatto male anche risentirla questa mattina in Aula. È questa la prima critica che vi faccio nel metodo. Perché si dice che sono necessarie le riforme, che è necessario un dialogo e ci si richiama agli appelli del Presidente Napolitano, e poi la prima volta che due persone, anche rischiando di far arrabbiare i propri schieramenti di appartenenza, cercano un dialogo e lo cercano a metà strada, questo diventa un inciucio, diventa una manovra di visibilità personale? Sinceramente, questa è un’accusa che, con tutto il cuore, mi sento di rispedire al mittente.

L’altro aspetto che mi sembra un po’ strano di questo testo unificato è il modo in cui è arrivato all’esame dell’Aula. Si tratta di un testo che l’opposizione ha chiesto di calendarizzare, quindi, come si dice da queste parti, è in quota opposizione. In tale proposta, però, di quello che ricordavo poco fa, cioè delle classiche richieste del centrosinistra e del centrodestra, una parte viene presa e buttata via e si tiene solo l’altra; è cioè una proposta in quota dell’opposizione che la maggioranza ha preso, riveduto e corretto, facendola diventare una proposta soltanto propria. Lo capisco, è legittimo dal punto di vista politico, ma non mi sembra il miglior viatico per un dialogo: se si parla di riforme, che siano riforme condivise. Visto che non stiamo parlando dell’etichettatura dei tappi dei barattoli – che pure è una cosa degnissima, ma che non cambierà l’Italia per i prossimi 17 o 18 anni – quello che in tutti questi mesi non sono riuscito a capire è come mai l’abbia avuta vinta la tentazione di ridurre tutto a tattica politica. Se i dissidi interni alla maggioranza si fossero manifestati sui tappi di barattolo avrei capito che potesse esserci una ritrosia, ma se i dissidi interni alla maggioranza si manifestano su una legge così importante, non capisco come mai non si entri nel merito piuttosto che dire «non facciamo un piacere a questo o a quest’altro».
Mi sembra, quindi, che per ora sia stata accolta soltanto quella parte delle richieste di riforma che storicamente proviene dal centrodestra. Per questi motivi, chiedo alla relatrice, in particolare, di fare un passo avanti e di ricordarsi che esiste un’altra metà del Parlamento, che poi suppongo sia più di una metà e gli interventi di oggi lo hanno dimostrato; alla fine faremo i conti, così come abbiamo fatto in Commissione cultura, dove 7 deputati del Popolo della Libertà su 12 hanno detto che i minori meritavano un’attenzione particolare, senza considerare tutti i deputati del Partito Democratico, dell’Unione di Centro e dell’Italia dei Valori. Se volete su questo potremo sfidarci e vedremo chi vincerà, ma non credo che le riforme si possano fare a colpi di maggioranza: sarebbe utile se, invece, prima trovassimo insieme un accordo.
Questa mattina ho sentito delle enormi inesattezze. Oltre a quella dei peones in cerca di visibilità, ne ho sentita un’altra dal collega Bianconi, che è arrivato ad accusarci di cittadinanza imposta e di cittadinanza coatta. Mi chiedo se anche dare lo sciroppo per la tosse ai bambini sia un atto di violenza. Di cosa stiamo parlando, di una cittadinanza che viene imposta a delle persone che non aspetterebbero altro e che non possono chiederla perché non hanno compiuto 18 anni? Ma siete andati fuori, mentre stavamo qui in Aula, siete andati a sentire i ragazzi delle seconde generazioni, a chiedere loro se sono italiani o no, come hanno trascorso la loro infanzia e l’adolescenza e come si sono trovati a 18 anni quando il pulmino che li portava a scuola poi poteva condurli improvvisamente in galera? Vi sembra una cosa normale?
Credo che su questo sia necessario trovare una soluzione, altrimenti faremmo tutti gli ingegneri costituzionali, e voi di ingegneri costituzionali siete ricchi: siete persone che ragionano in punta di comma… e beati voi che ne sapete così tanto di diritto! Ma poi, lo avete mai incontrato un ragazzo delle seconde generazioni, un ragazzo che magari si chiama Xianping che, però, qui in Italia si fa chiamare Valentino e che non si sente null’altro che italiano? Ci avete mai parlato? Perché quando dico certe sigle – G2, ANOLF – i miei colleghi, ingegneri costituzionali, mi guardano con gli occhi sgranati, come se stessi parlando di cose folli. Invece, vorrei dirvi che esistono sia queste sigle, sia queste persone.
Una cosa sola vi chiedo, senza confondere integrazione, sicurezza e tutto il resto: attenzione a non fare lo sbaglio che fece la Germania negli anni Sessanta. Quando sento dire dal capogruppo della Lega – il vostro candidato in Piemonte, Roberto Cota – che gli immigrati vengono qui per andarsene via, mi viene in mente la Germania degli anni Sessanta, quando si chiamavano gli immigrati di corsa, perché servivano braccia e non persone, e si diceva loro: «Vieni, vieni, stai qui. Riempiti i calzini di marchi e vattene via il prima possibile!». Non vi era alcun ricongiungimento familiare né interessava che si apprendesse la lingua. Si diceva: «Fai il gelataio? Impara a dire in tedesco fragola e pistacchio e a noi va bene così!». Ma che faceva poi questo signore del Bangladesh o della Turchia? Nel tempo libero si vedeva con i signori del Bangladesh e della Turchia. E quale convivenza aveva con la società che lo circondava? Nessuna. Cosa faceva? Si chiudeva in un ghetto. E cosa porta il ghetto? La devianza. Dunque, se non vi è integrazione non vi è neanche sicurezza. E se non vi è il senso di appartenenza a una comunità non vi è neanche integrazione.
Vi chiedo di volare un po’ più alto. Oggi ho sentito l’onorevole Santelli parlare in termini di gens romana. In questo caso non si deve parlare in termini di gens, ma in termini di communitas, che è qualcosa di diverso dal legame di sangue. Sono certo che l’onorevole Bertolini, anche per le sue radici profondamente cristiane, capirà quello che sto dicendo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni).

La cittadinanza in diretta

La foto non è il massimo, ma provateci voi con una mano sola e rischiando di essere richiamati all’ordine perché in teoria è vietato. Detto questo, cominciamo.

10.03 Tra poco si inizia. Fuori, in piazza Montecitorio, ci sono le bandiere della Cisl: nonostante la pioggia, sono qui a darci sostegno. Come noi, chiedono che la cittadinanza non sia un percorso ad ostacoli. Curiosità: i manifestanti sono qui con un ombrello verde, guarda un po’.

10.06. Parla per prima Isabella Bertolini, la relatrice. Ci sta spiegando che la legge attuale (la 91 del 1992) è ottima, solo che noi non l’abbiamo capita: l’unica modifica da fare è quella del test. Dice che lo ius soli in Italia esiste già: chi è nato qui ha bisogno di soli 3 anni di residenza. Ribadisce che i minori non possono avere la cittadinanza, perché ci vuole una scelta volontaria (ed accusa la Commissione Cultura, che l’altro giorno ha posto la condizione dello ius soli temperato, di non aver capito lo spirito della riforma). Ritira fuori la filastrocca delle migrazioni di passaggio, non stanziali. Chiude con due lati positivi: il primo è che Tremonti dovrà mettere i soldi per i corsi di preparazione al test; il secondo è che in determinati casi questo test non sarà necessario (il decreto attuativo deciderà quali). Chiude dicendo che c’è bisogno di ulteriore riflessione: praticamente, un invito a rimandare il testo in Commissione.

10.22 Primo intervento per il Pd: Gianclaudio Bressa, che in tutti questi anni si è impegnato moltissimo sul tema ed è arrivato ad un passo dall’approvazione di una nuova legge. Inizia volando alto, parlando del ruolo della cittadinanza come punto cruciale della frontiera dell’eguaglianza. Definisce la disciplina attuale “una sorta di lotteria sociale”. Accusa la maggioranza di non aver capito che ex facto oritur ius: la legge nasce per regolare fenomeni già esistenti. Prende in giro i requisiti di integrazione richiesti dal testo Bertolini: come si calcola, ad esempio, il previsto “rispetto delle leggi anche in ambito familiare”? Presenta la nostra proposta alternativa, spiegando che per noi il riconoscimento della cittadinanza è la premessa per costituire l’unità della comunità nazionale. Ottima chiusura: le elezioni regionali passano, questa legge resta.

10.32 Momento importante: tocca ad Italo Bocchino, che in teoria sarebbe vicino a Fini ma in pratica è anche vicecapogruppo del Pdl. Definisce “frettolosa” la legge del 1992, perché alzò i requisiti di residenza da 5 a 10 anni anziché prevedere percorsi di integrazione. Buon inizio! Definisce quello della Bertolini “un ottimo testo di partenza”, su cui apportare miglioramenti (e che cos’altro poteva dire?). Invita a non politicizzare questa riforma, se no non si farà: propone il rinvio (per me condivisibile) a dopo le Regionali. Si dice contrario allo ius soli secco e propone quello temperato, visto che – come dice la Bertolini – il principio esiste già. Se la cava con un invito generico (“Ragioniamo su questo”), ma non dice nulla di concreto: la mia idea è che non voglia scoprire le carte ora. Insiste sulla certezza dei tempi per diventare cittadini. Chiede una cittadinanza di qualità: la madre di Sanaa, che ha dato ragione al marito assassino della figlia, non potrebbe diventare cittadina. Al testo Bertolini chiede cambiamenti sui minori: l’adolescenza è il momento in cui si forma l’identità di un individuo! Chi nasce in Italia o ci arriva entro i primi 2 anni, conclude, diventi cittadino dopo un ciclo scolastico! Eccole qui le carte che si era tenuto alla fine… Bravo Italo!

10.45 Parla Roberto Zaccaria. Non concorda con Bocchino sulla valutazione positiva del testo Bertolini, invita ad un provvedimento condiviso. Ricorda che questa è una legge diversa dalle altre: non deve caratterizzare una politica di maggioranza! Chiede che, su questi temi, si dia libertà di coscienza ai singoli parlamentari e sottolinea che la cittadinanza è un banco di prova serio per la volontà di fare riforme. Ricorda che attualmente si danno solo 40 mila cittadinanze l’anno, due terzi delle quali per matrimonio e meno di un terzo per i 10 anni di residenza: non si governa così un fenomeno del genere! I nostri partner europei danno il triplo o il quadruplo delle cittadinanze. Chiude sottolineando l’importanza del parere espresso dalla Commissione Cultura.

10.55 Tocca a Raffaele Volpi, primo leghista ad intervenire. Accusa Fabio Granata, e probabilmente anche Fini, e forse anche me (senza nominare nessuno, però), di avere utilizzato la cittadinanza come una vetrina personale. Ribadisce che la Lega non avrebbe voluto parlare di cittadinanza, perché non era nel programma di governo. I dieci anni non si toccano: chi vuole diventare cittadino, sostiene, saprà aspettare. Quella della Lega è una posizione realistica e responsabile, dice. Chiude manifestando appoggio al testo Bertolini.

11.02 Il primo leader politico a prendere la parola è Pierferdinando Casini, che apre sulla necessità di lavoratori stranieri per tenere in piedi l’economia italiana: un approccio realistico, insomma, più che poetico. Rimprovera alla maggioranza di fare demagogia sull’immigrazione: gli italiani credono che gli stranieri siano il 25% della popolazione residente, mentre sono il 7,5%; si dice che dobbiamo aiutarli a casa loro, ma non tiriamo fuori i soldi per la cooperazione. In realtà, aggiunge, sono loro ad aiutare noi, come spiegano i dati dell’Inps. Snocciola numeri: impressionanti quei 5 miliardi e 600 milioni di tasse versati dagli immigrati, equivalenti ai capitali che dovrebbero rientrare con lo scudo fiscale. Insiste sui bambini e sui minori: la cittadinanza non sarà nel programma di governo, ma è nel programma dell’Italia e degli italiani. Cita la Sarubbi-Granata come esempio  positivo ed invita a non dare alibi a nessuno per non continuare l’analisi di questo provvedimento.

11.15 David Favia è il primo deputato dell’Idv ad intervenire. Stoccata alla maggioranza: ogni volta che il governo non mette la fiducia, emergono le divisioni tra di loro. Invita a non porsi in maniera preconcetta rispetto al tema, perché così non si risolvono i problemi. Si dice contrario allo ius soli secco, ma critica l’approccio della Bertolini. Poi commette un autogol, dicendo che per i nati qui andrebbe bene la procedura attuale (ma allora diventerebbero cittadini solo dopo i 18 anni: mi sa che si è confuso, visto che è tra i firmatari della nostra pdl 2670). Spero di aver capito male, ma mi sa che si è sbagliato lui. Propone il silenzio-assenso per fermare i tempi della burocrazia, ma pure questa cosa non mi convince: uno Stato può dare la cittadinanza con il silenzio-assenso? Conclude dicendo che il testo alternativo del Pd è comunque preferibile a quello della relatrice, ed invita ad approfondire ulteriormente il dibattito.

11.30 Parla Jole Santelli, che attualmente milita nei falchi del Pdl ma che apre con moderazione, invitando a non pensare di avere la verità in tasca. Ci rimprovera di parlare del diritto di cittadinanza, visto che non lo considera un diritto. Minimizza: a suo parere, si può rimanere in Italia godendo di tutti i diritti sociali senza diventare cittadino; l’unica differenza è il sentirsi parte di una comunità (e mi hai detto niente!), ma il sentirsi parte di una comunità – aggiunge – non è roba da bambini. Non facciamo demagogia, prosegue, non ci commuoviamo: non ci sono bambini diversi, ma bambini che nascono da genitori non italiani e non vogliono diventare italiani. Sì, l’ha detto. Mandatele un po’ di mail per chiarirle le idee: santelli_j@camera.it . Sostiene, infine, che il problema delle banlieues parigine è stato causato dall’imposizione dell’identità francese, mentre loro non la volevano e le ragazze si sono rimesse il velo per dimostrarlo. Sì, scrivetele.

11.41 Tocca a Dario Franceschini. Parte dal porto di Genova, dove in campagna congressuale tenne il discorso ai nuovi italiani. Dice che l’Italia sta dimenticando la propria storia. Cita il mio pezzo sull’ostetrica: un bambino nato su 9 in Italia è figlio di genitori stranieri. L’obiettivo di una legge sulla cittadinanza, ricorda, è quello di riconoscere diritti. Cominciamo a misurare da questo provvedimento se c’è la volontà di cercare un’intesa sui contenuti! Frecciata a Fini: dopo le parole, anche importanti, ora vediamo in Aula se ci sono i numeri! Trova sbagliato che si rinvii l’approvazione della legge a dopo le Regionali: che cosa c’entrano le Regionali se una norma è giusta? (Applausi del Pd. Io vi ho già detto come la penso, in nome del realismo politico: meglio rischiare di farsela approvare o rischiare di farsela bocciare?) Ricorda che l’identità italiana è una stratificazione, non è immobile ma si costruisce ogni giorno.

11.51 Tocca a Roberto Cota, capogruppo della Lega. Abbiamo vinto le elezioni, dice, con un programma politico che non prevedeva revisioni della legge sulla cittadinanza. Non abbiamo bisogno di nuovi immigrati per costruire la nostra identità: abbiamo bisogno di gestire questo fenomeno restringendolo! Non possiamo vendere sogni che poi non si avverano! Prima – dice – bisogna affrontare i problemi dei nostri giovani e dei nostri anziani. E poi, la cittadinanza non è neppure una richiesta pressante degli immigrati: la stragrande maggioranza di loro viene qui per tornare a casa. Per quanto riguarda i minori, ripete la favola dello ius soli che esisterebbe già.

12.02 Mario Tassone, componente della Commissione Affari Costituzionali, è considerato un po’ la destra dell’Udc. Parla in generale delle riforme, che vanno fatte nel segno della tutela della persona, e spera che si trovi una sintesi tra le posizioni diverse. Frecciata a Franceschini: chi spinge per la rottura non vuole le riforme! Cita la Sarubbi-Granata come soluzione per risolvere il problema dei minori: non può esserci l’apartheid! Cita pure l’intervento di Gaetano Pecorella ed il parere della Commissione  Cultura: la maggioranza ha un dibattito interno da non sottovalutare. Ricorda, infine, che nessun provvedimento dell’opposizione è stato approvato in questa legislatura, e che sarebbe ora di cominciare con questo.

12.15 Benedetto Della Vedova, del Pdl, è firmatario della nostra proposta bipartisan. Inizia dicendo che la cittadinanza non è un problema che riguarda gli stranieri, ma è un problema che riguarda l’Italia. Riprende il tema del no taxation without representation: milioni di immigrati che pagano qui le tasse, tengono in piedi il nostro sistema previdenziale e non hanno diritti civili e politici! Chiede di andare oltre il testo Bertolini. Applausi dai banchi del Pd!

12.22 Fabio Evangelisti, dell’Idv, apre sottolineando il buonsenso di Fini. Attacca l’intervento di Cota. Ribadisce l’esigenza di dare la cittadinanza ai minori nati qui, oppure non nati qui ma al termine di un ciclo scolastico. Compara la nostra arretratezza, ad esempio, con quella della Spagna, dove per gli stranieri residenti l’iscrizione all’anagrafe non è un miraggio.

12.30 Livia Turco comincia ricordando la presenza, fuori dal Parlamento, dei ragazzi delle seconde generazioni: un movimento che fino a qualche anno fa neppure esisteva. Ricorda la mole impressionante di bambini che nascono qui e crescono qui: in nessun altro Paese europeo c’è un atteggiamento così ostile verso la cittadinanza ai minori stranieri! Perché il Centrodestra non si guarda un po’ in giro? Altro che radicalismo di sinistra: questa è una corrente europea!

12.37 Tocca a Roberto Rao, dell’Udc, giovane e sveglio. Anche lui è tra i firmatari della Sarubbi-Granata (e pure Tassone: mi ero dimenticato!). Chiede un ragionamento costruttivo ed invita la maggioranza ad avere coraggio: è inutile farsi male, perché tanto ci saranno schieramenti trasversali! Non servono falangi, ma ragionevolezza. Ha un atteggiamento morbido verso la relatrice, ma insiste sulle questioni rimaste irrisolte, tipo certezza dei tempi e minori. Cita anche lui l’approccio positivo della nostra pdl bipartisan, ma essendo un firmatario non vale. Conclude con un invito a superare la propaganda e l’estremismo.

12.50 Ecco Fabio Granata: potrei fare il ventriloquo, perché l’ho sentito una cinquantina di volte, e naturalmente vale anche il contrario. Parte dall’introduzione della nostra proposta di legge. Mi gioco un euro che tra un po’ cita l’ecumene federiciana, come esempio di convivialità delle differenze. Parla di una scommessa politica e si augura un percorso non condizionato da questioni esterne (le Regionali, il rapporto Berlusconi-Fini: non li cita, ma è chiaro). I giovani di seconda generazione, prosegue, non possono essere lasciati in una terra di mezzo: passaggio allo ius soli temperato. Non ha citato l’ecumene federiciana, perché si è limitato all’aspetto politico della vicenda: gli devo un euro.

12.59 Per noi parla Laura Garavini, eletta all’estero e capogruppo in Commissione antimafia. Racconta la propria esperienza di immigrata, cita la Francia e gli Usa che hanno eletto presidente il figlio di un immigrato e si chiede come mai noi  i figli degli immigrati vogliamo metterli da parte. Giudica il testo Bertolini “una legge del passato”, ed ha ragione, perché sembra proprio scritta in un altro tempo. Chiede riforme condivise.

13.03 Terzo intervento per la Lega: Maria Piera Pastore. La sento parlare per la prima volta, ma non dice molto di originale: la cittadinanza non c’entra nulla con i diritti, né con l’integrazione. Prima i doveri, ribadisce. Non si fa mancare un tocco anti-Islam, con citazioni anti-infibulazione: se volete, cari amici musulmani che siete nati e cresciuti qui, scrivete anche a lei (pastore_m@camera.it) per chiarirle le idee. La scelta, prosegue, è fra l’essere buoni e l’essere seri; chi diventa italiano da piccolo non è in grado di capire. Chiude condividendo la “proposta di buonsenso” della Bertolini.

13.10 Aldo Di Biagio (Pdl) è un altro eletto all’estero, anche lui firmatario della Sarubbi-Granata. Chiede una riflessione congiunta e condivisa, che vada oltre il testo Bertolini, “poco rispondente” alla realtà dell’Italia di oggi. Chi è eletto all’estero, non c’è che dire, ha una marcia in più, perché ha visto il mondo. Chiede di non banalizzare, con semplificazioni fuori luogo, ed è una bella mazzata ai falchi del suo partito.

13.16 Tocca a Pierluigi Castagnetti, che invita a considerare gli appelli della Chiesa. Solo la sorte colloca gli uomini in un angolo o in un altro, dice, e la sorte non può essere dispensatrice di diritti. Invita a partire almeno da un punto condiviso, quello dell’eguaglianza tra gli uomini, per poi cercare insieme un percorso. Non si tratta, dice, di dividersi fra buonisti e cattivisti, ma di assumere insieme uno sguardo serio e responsabile, possibilmente lungo.

13.20 Il nostro Guido Melis, anche lui firmatario della pdl 2670, parte con le cifre dell’Istat e del rapporto Caritas-Migrantes: nel 2020 gli immigrati ed i loro discendenti saranno l’11% della popolazione italiana, dunque non possiamo ignorarli. Cita la nostra proposta bipartisan come una soluzione possibile.

13.25 Eugenio Mazzarella invita alla ragionevolezza, caratteristica che manca nel testo Bertolini. Pure lui cita la Sarubbi-Granata ( è un altro firmatario: siamo piuttosto combattivi, come avrete capito!) e la proposta dello ius soli temperato. Critica il percorso ad ostacoli previsto da parte del Centrodestra, accusato di insipienza nell’affrontare le sfide del futuro.

13.30 Uno dei falchi più falchi è Maurizio Bianconi (Pdl), che parla di “un falso problema” e liquida il discorso di Dario Franceschini come un discorso solidaristico. Si appella all’Unione europea e nomina Maastricht, per ricordarci che chi è cittadino italiano è anche cittadino europeo: dobbiamo quindi parlarne con i nostri partner (che infatti hanno leggi migliori della nostra). Critica il dibattito, a suo parere “di basso profilo”, perché noi del Pd continuiamo a ripetere che la cittadinanza porta diritti mentre non è vero. Al contrario, la cittadinanza è un insieme di doveri, fino a quello di dare il sangue per la patria. Dunque è solo concessoria, perché lo Stato ti giudica degno di far parte della comunità. E non può valere per i minori, perché si tratterebbe di una cittadinanza coatta, che toglie delle facoltà al minore, e dunque è una violenza: se poi il ragazzo 18 anni rinuncia, diventa un apolide? In mezzo a tante fesserie, Bianconi dice pure una cosa sensata: che la cittadinanza non c’entra niente con la sicurezza. Ma è l’unica, purtroppo.

13.40 Tocca ad un altro falco: Fabio Garagnani, la guardia svizzera in terra  bolognese. E non si fa scappare l’occasione di parlare della difesa dell’identità giudaico-cristiana: chi diventa italiano, afferma, deve recepirla! (Se ho capito bene, Garagnani mette tra le condizioni per la cittadinanza pure la Messa domenicale o, in alternativa, la Sinagoga del sabato). Ci accusa di sottovalutare il fenomeno: non sono loro ad avere paura, siamo noi a non aver capito. Dice che il testo Bertolini va bene, anche se l’avrebbe voluto più duro in alcuni punti. Sì, più duro.

13.47 Seduta sospesa. Si riprende alle 15, io sarò il secondo a prendere la parola.

15.07 Primo intervento del pomeriggio: Souad Sbai, che aveva partecipato alla stesura della Sarubbi-Granata ma poi, alla vigilia della presentazione, ha deciso di non firmarla. Da allora, ha inasprito le sue posizioni. Oggi sta aprendo con un discorso equilibrato sulle seconde generazioni, dicendo che dobbiamo lavorarci su. Parla di un percorso di integrazione a tappe ed invoca politiche efficienti di sostegno agli immigrati. Chiede un modello nostro, italiano, tenendo conto anche degli sbagli altrui, ed auspica che non ci siano cittadini di serie B: chi è qui rispetti le regole, indipendentemente dalla sua cultura di provenienza. Tutto sommato, meglio del previsto.

15.14 Tocca a me. Non so se sia andata bene o male: ne parliamo domani, quando rileggiamo insieme l’intervento.

15.23 Dopo di me, un altro falco. La caricatura del falco: Manuela Dal Lago. Prima pensiamo alla nostra gente, dice, e lo abbiamo già sentito. La globalizzazione, prosegue, ci porta a dover difendere sempre più la nostra identità ed i 10 anni previsti dalla Bertolini vanno benissimo. Al limite, suggerisce, snelliamo la burocrazia! Rifiuta l’etichetta di cattiva, e riconosce che noi non siamo buonisti. Ma poi spiega che lo ius solis non va bene, ed infatti noi non lo abbiamo mai chiesto: a noi basta lo ius soli, quello senza la esse.

15.33 Federica Mogherini porta in Aula l’appello della rete G2, quello degli alberi senza radici, e legge la testimonianza di una ragazza che – non potendo votare, né fare un concorso pubblico, né aprire partita Iva se sono chiuse le quote per il lavoro autonomo, e tante altre cose – sostiene di non saper rispondere alla domanda più semplice: “Sei italiana?”. Poi continua con una riflessione sull’italianità e sul senso di spaesamento di molti minori. L’italianità, conclude con un’altra testimonianza, è il sentirsi a casa in Italia. Ma è difficile quando vogliono farti credere che sei uno straniero. Mi congratulo.

15.38 Il nostro Alessandro Naccarato, della Commissione Affari Costituzionali, cita il paradosso caro a Fini: i pronipoti dei nostri emigrati sono cittadini italiani e votano pure da casa, ma non pagano le tasse; gli  immigrati regolari che pagano le tasse qui, invece, non votano e non sono cittadini. Spiega che con le seconde generazioni non si può parlare di immigrazione non stanziale: una parte importante del futuro dell’Italia sarà affidata ai figli di immigrati.

15.45 Tocca a Sesa Amici, capogruppo Pd in Affari costituzionali. Ricorda che ci sono dei temi che si impongono, di fronte ai quali non ci sono regole di coalizione. Rivendica l’accelerazione al tema richiesta dal Pd, per aprire un confronto alla luce del sole. Invita a pensare ad un’idea moderna dello Stato: pur apprezzando il lavoro della relatrice, critica il testo perché “elude i nodi strutturali della cittadinanza”. La questione dei minori, ad esempio, che oggi viene sollevata da pezzi interi della maggioranza, si può risolvere solo se si ha l’idea che la cittadinanza non è solo un assetto normativo. Dobbiamo alzare il livello della discussione, prosegue, slegandolo dall’ambiguità della tattica politica e da un uso mediatico del tema: un po’ ce l’ha pure con Fini, mi sembra di capire. Perché nel Pd, ve lo dico dal di dentro, cominciano a chiedere che dalle parole si passi ai fatti.

15.53 Jean-Léonard Touadi cerca di spiegare concetti un po’ complicati per la Lega, tipo quello dello spazio transnazionale. Si sofferma sul fatto che le appartenenze di sangue non reggono più, e cita una risoluzione del Parlamento europeo in cui si invitano gli Stati membri a rendere più agevole l’acquisizione della cittadinanza ed il godimento dei diritti, traendo profitto dalle esperienze di ciascuno. Tutto il contrario di quello che diceva Bianconi, insomma. Chiude con una parola sui bambini, che tutto possiamo chiamare fuorché stranieri: non possiamo lasciarli in un limbo giuridico, non possiamo aver paura dell’innesto.

15.58 Il radicale Matteo Mecacci fa un discorso complessivo sull’immigrazione: si chiedono loro sempre più servizi, si nega loro una condizione sociale. Parla della difficoltà di rinnovare il permesso di soggiorno, questione che nessuno ha finora citato ma che è il vero calvario di chi non ha la cittadinanza italiana. Chiude con un attacco alla Lega, incapace di capire la realtà italiana, e ricorda che è l’incertezza del diritto a portare insicurezza.

16.03 Ancora uno dei nostri: Oriano Giovanelli. Si dice d’accordo con Benedetto Della Vedova sulla necessità di capire quale Paese pensiamo di costruire: l’Italia di oggi, volente o nolente, è fatta anche di immigrazione. La cittadinanza è un passaggio chiave per capire se vogliamo andare avanti oppure arretrare: le soluzioni non saranno certamente definitive, ma saranno importanti sul destino della nostra società. Per questo, spiega, è fondamentale andare oltre gli schieramenti. Chiude con una battuta a Cota: va bene evitare i sogni facili, ma evitiamo pure gli incubi!

16.13 Ecco un altro firmatario della Sarubbi-Granata: Sandro Gozi. Capisce le difficoltà della Bertolini, ma non può condividerne la soluzione, perché siamo in netta controtendenza rispetto al resto d’Europa. Sandro, che ha ottime competenze in campo europeo, ritorna sulla risoluzione citata da Jean-Léonard Touadi e chiede un nuovo approccio sull’immigrazione: né ottimisti ciechi, né pessimisti totali. Non c’è vera integrazione senza cittadinanza, prosegue, e critica il cammino troppo lungo e tortuoso previsto da questo testo base. Cita Francia e Regno Unito, chiede regole certe e tempi prevedibili, conclude con il dramma della generazione Balotelli, che non può definirsi italiana ma neppure straniera: non possiamo continuare a trattarli come figli di un diritto minore.

16.22 Parola a Carlo Monai, dell’Idv. Per la precisione, moderato dell’Idv: sì, ne esistono anche da loro. Si sofferma su un problema un po’ marginale rispetto al tema in esame, ma sentito da parecchie persone: quello della cittadinanza ai figli delle donne italiane emigrate all’estero. Poi affronta il tema vero e proprio: prendiamo atto dell’immigrazione, dice, e vediamo come ormai ci sia una convivenza diffusa, anche nelle piccole comunità. Approcciamo il tema senza ideologismi e populismi! Anche lui si richiama alla risoluzione del Parlamento europeo, che evidentemente il nostro Centrodestra ignora.

16.33 Uno dei momenti più importanti: tocca al capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto, che sicuramente farà il falco (mi gioco un altro euro). Critica subito la richiesta Pd di calendarizzare il testo e portarlo in Aula, bloccando il lavoro in Commissione: se fosse continuato, prosegue, magari un accordo sui minori si poteva anche trovare. Cita la solita lagna: per noi, dice, la cittadinanza viene prima dell’integrazione. Peccato che non lo abbiamo mai detto! Poi torna sul fatto che molti immigrati non vogliono la cittadinanza. Ma chi ha detto che è obbligatoria? Sto vincendo un euro. Dà ragione alla Santelli: Francia e Gran Bretagna concedono storicamente cittadinanze perché hanno un passato coloniale, ma ora entrambi i Paesi si sono accorti di avere esagerato. Riconosce che nella Sarubbi-Granata qualcosa l’avevamo azzeccata, parlando dell’aspetto qualitativo della cittadinanza. Respinge le battute sulla xenofobia: il Pdl è preoccupato solo di una qualità della nostra civiltà (astenersi da battute, please). Dice di voler raccogliere la sfida, ma le concezioni sono diverse: per questo, Franceschini non può chiedere il voto a gennaio per vedere se il partito di maggioranza relativa passerà l’esame. Apertura sui bambini: faremo una riflessione, promette.  E questa è la notizia della giornata: il capogruppo del Pdl ha annunciato pubblicamente, in Aula, che sui minori il discorso non è chiuso. Ma l’euro me lo tengo lo stesso.

16.44 L’ultimo dei nostri interventi è quello di Roberto Giachetti, che accusa giustamente Cicchitto di averci messo in bocca cose che non abbiamo mai detto né pensato. Sottolinea l’importanza del dibattito di oggi e lancia la palla alla relatrice, che dopo aver ascoltato tutti avrà capito che qualcosa si deve cambiare, soprattutto sui minori.

16.49 Chiude la maggioranza, con il capogruppo Pdl in Affari Costituzionali: Peppino Calderisi, che sui minori è piuttosto falco (sono curioso di capire cosa dirà ora che ha parlato Cicchitto). Apre dandoci degli  ignoranti, perché non sappiamo che lo ius soli in Italia esiste già, e sostiene che i problemi principali oggi sono di carattere amministrativo e burocratico. Fa un intervento tutto sommato responsabile, e si vede che le parole di Cicchitto lo hanno condizionato: arriva addirittura a riconoscere che il problema dei minori è un problema aperto anche all’interno del Centrodestra. Non esclude passi avanti neppure per gli adulti. Infine, invita ad una discussione non strumentale, lontana dalle Regionali, e sapete che io non sarei contrario purché non ci prendano per il cosiddetto.

17.00 In appendice, c’è un iscritto a titolo personale: Mario Pepe (Pdl). Chiede di imparare dalla nostra storia di emigrazione, cerca di spiegare alla Lega che il degrado nasce anche dai diritti negati. Ricorda che ci sono milioni di residenti senza una rappresentanza politica, e teme che ciò possa essere un elemento di destabilizzazione nel lungo periodo: una legge seria sulla cittadinanza può evitarlo. Ripeto: Mario Pepe, Pdl. Olé. Dalle agenzie di stampa arriva pure un’apertura di La Russa: doppio olé.

17.04 Triplice fischio: abbiamo pareggiato in trasferta, se non addirittura vinto ai punti. Per il commento, lasciatemi dormirci sopra: ci sentiamo domani.

Il pellerossa nel presepe

La Camera è ormai deserta: rimangono al lavoro i miei colleghi della Commissione Bilancio (che sono una specie a parte, perché in certi periodi dell’anno non conoscono la luce del sole) e noi guerriglieri della cittadinanza, che domani ci troveremo in Aula per la discussione generale. Contavo di seguirla live sul blog, così la commentiamo insieme: l’appuntamento on line è poco prima delle 10, perché alle 9 ci sarà un’informativa del governo sull’attentato fallito alla Bocconi. Da qui ad allora sarò andato a Milano e tornato indietro: stasera infatti sono da Lerner, all’Infedele, a parlare di White Christmas, Lega, immigrati e spero pure cittadinanza. Proprio la campagna leghista sul Bianco Natale, sul presepe e sul crocifisso mi ha condizionato nella scelta per la citazione da mettere sui cartoncini di auguri: normalmente prendo un passo della Bibbia, ma stavolta mi è venuta in mente una poesia di Gianni Rodari, che l’ha scritta pensando ai bambini perché non conosceva l’esistenza della Lega.

Il pellerossa nel presepe

Il pellerossa con le piume in testa
e con l’ascia di guerra in pugno stretta
come è finito tra le statuine
del presepe, pastori e pecorine,
e l’asinello, e i Magi sul cammello,
e le stelle ben disposte,
e la vecchina delle caldarroste?
Non è il tuo posto, via, Toro Seduto:
torna presto da dove sei venuto.
Ma l’indiano non sente.
O fa l’indiano.
Ce lo lasciamo, dite, fa lo stesso?
O darà noia agli angeli di gesso?
Forse è venuto fin qua
ha fatto tanto viaggio
perché ha sentito il messaggio:
pace agli uomini di buona volontà.

C’è di tutto qui dentro: il pellerossa della riserva indiana, che una volta era il simbolo della Lega ed ora diventa l’immagine delle minoranze, mentre la Lega è a sua volta maggioranza in certe parti d’Italia; il viaggio lungo dell’indiano per arrivare nel presepe, ossia nella culla di Cristo, il luogo più sicuro al mondo per un uomo in cerca di accoglienza; il suo stupore nello scoprire che non è il benvenuto, senza capire perché (“Ma l’indiano non sente. O fa l’indiano”); il fastidio epidermico, di molti di noi, nel vedere che quell’ordine costituito viene sconvolto da un intruso, senza renderci conto che il presepe è la festa degli intrusi, perché la vecchina delle caldarroste – per dire – a Betlemme non si è mai vista, così come il venditore di frittelle, o i fabbri, o le lavandaie al ruscello, o gli zampognari che arricchiscono ormai il quadro e nessuno si chiede più perché. Sono tutti ormai integrati, per usare un’espressione attuale, e nessuno pensa che la loro presenza sia l’errore di un bambino. Neppure le giunte comunali che oggi inneggiano alla purezza del bianco Natale.