Una storia italiana

Dopo il gol di tacco di ieri all’Olimpico contro il Siena, mi è venuta in mente la storia di Stefano Okaka. Non quella sportiva, che probabilmente conoscete, ma quella familiare, che secondo me andrebbe proiettata in Aula alla Camera quando ricomincerà la discussione sulla cittadinanza. Mamma Doris è perito agrario, papà Austin ragioniere; partiti dalla Nigeria per cercare un futuro migliore, nel 1981 arrivano in Italia, con un permesso di soggiorno per motivi di studio. Si stabiliscono a Perugia, dove nel giro di pochi mesi hanno il primo figlio: lo chiamano con un nome italiano, Carlo, perché è qui che hanno intenzione di mettere radici. Passano altri 8 anni e – quando la famiglia si è ormai stabilita a Castiglione del lago, sul Trasimeno – nascono due gemelli: Stefano e Stefania. Famiglia in Italia da 9 anni e con un lavoro stabile, bimbi nati qui, ma niente cittadinanza: i genitori non ce l’hanno ancora, dunque non l’avranno nemmeno i figli (d’altronde, è questo il principio dello ius sanguinis, attualmente vigente). Carlo, Stefania e Stefano crescono in Umbria, studiano nelle nostre scuole, giocano a pallavolo (i primi due) ed a calcio (il terzo) nelle nostre società sportive. Ma sono a tutti gli effetti extracomunitari: a differenza dei loro coetanei, magari meno dotati tecnicamente, non possono essere convocati nelle nazionali giovanili, in quanto non italiani. Eppure – come potete sentire dall’intervista delle Iene, che ho riportato qui sopra – non sanno mezza parola del dialetto di mamma e papà; con lo stesso inglese, ammetterà Stefano in più di un’occasione, zoppicano un po’. A 18 anni, grazie ai potenti mezzi dello sport, Stefano Okaka diventa cittadino italiano, quando i suoi genitori (in Italia da una vita) ancora non lo sono . E rivolge al presidente Napolitano un saluto, nel quale – senza accorgersene – smonta la dottrina della scelta consapevole su cui alcuni falchi del Centrodestra hanno costruito il rifiuto della cittadinanza ai minori: “In realtà io, essendo nato in Italia, mi sono sempre sentito cittadino italiano e il riconoscimento ufficiale per me è stato più che altro una formalità”. Stefano, di fatto, è sempre stato italiano. Solo che non poteva esserlo di diritto. Come tanti altri, meno fortunati di lui, che Okaka ricorda nella stessa lettera: “Sono consapevole del fatto che esistono delle situazioni difficili. Mi tengo informato e spero che lo Stato italiano faccia molto perché tutti coloro che lavorano, anche se non sono nati in Italia, possano ottenere la cittadinanza italiana e contribuire alla crescita del nostro Paese in tutti i campi. Io spero di farlo nei campi da calcio di tutto il mondo”. In quella stessa cerimonia, il capo dello Stato lancia un invito:

Il punto di partenza non può non essere una presa di coscienza collettiva del carattere non temporaneo che ha assunto il fenomeno dell’immigrazione in Italia, e dunque della necessità di trarne le naturali conseguenze sul piano dello sviluppo delle politiche d’integrazione e anche sul piano delle norme e delle prassi per il conferimento della cittadinanza. È essenziale che a tale presa di coscienza giungano non solo le istituzioni, ma l’intera collettività nazionale”.

A due passi da Giorgio Napolitano, quel 13 novembre 2008, c’è anche il ministro dell’Interno. Che però fa finta di non sentire, e va avanti come un disco rotto: l’unica modifica da fare alla legge attuale sulla cittadinanza, insiste Maroni, riguarda la verifica dell’integrazione. I minori vadano a piangere da mamma.

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7 risposte a “Una storia italiana

  1. manlio laurenti

    I falchi della Scelta Consapevole,si sa,hanno letto da qualche parte che la carne umana è buona di sapore,e che quella degli Africani è particolarmente saporita.E cosi’ hanno inventato la Scelta.E allora ripetiamoci,perchè questo intervento un commento lo merita,a differenza del post Dipietrista “Invasione di campo”ch non ne ha generato,giustamente,nemmeno uno.La S.C.non riguarda chi,come gli Okaka,quando dovranno manifestarla non se ne accorgeranno nemmeno.Ma riguarda chi in Italia ci sta da nemico:e allora ripetiamo la solita Parola Magica.”banlieue”,l’altra Parola Magica:”Kreuzberg” e la “Non pallo Italiano”dei delinquenti Cinesi che ostentano le loro Mercedes da 80/90mila euro frutto dello sfruttamento minorile ,dell’esportazione clandestina di capitali,dell’evasione fiscale sotto gli occhi degli Italiani che perdono il lavoro.E prepariamoci a ripetere questi concetti all’infinito.

  2. sei sempre efficacissimo andrea. purtroppo vale sempre il “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”. continuiamo però a ripetere i nostri concetti all’infinito….

  3. @ manlio laurenti: vorrei segnalarle che ultimamente i teorici politici non vanno molto di moda, e molti di loro si stanno riciclando in ambienti dove possono certamente avere più visibilità pubblica (vedi Sartori convertito huntingtoniamente e padanamente a ministro della paura nelle pagine di importanti giornali).
    Per dirla in parole semplici, le consiglio di cambiare mestiere: la teoria per cui gli immigrati prima andrebbero messi tutti in prigione e poi fatti uscire – dopo una opportuna cernita – solo quelli “buoni” secondo me non ha molte probabilità di aver successo.

    Le insegno anch’io un mantra che dovrebbe aggiungere a quelli che ripete solitamente: “NON ABBIAMO BISOGNO DI CAPRI ESPIATORI”.

  4. Benissimo Andrea, proprio in odore di calcio mercato e da fantacalcista praticante ho seguito questo prestito al Fulham. Ho condiviso il video e articolo ai miei amici su Facebook.
    Fantastico Jaska, hai risposto meglio di chiunque altro.
    Che cavolo, è inutile ostinarsi a vedere il lato brutto dellle cose quando non si apprezzano quello buono. E poi ci vuole simpatia ed umorismo per godersi la vita, che noia stare sempre a lamentarsi 😀

  5. “È RAZZISMO CIO’ CHE TRASFORMA LE DIFFERENZE IN DISUGUAGLIANZA” afferma Tahar Ben Jelloun, scrittore marocchino di levatura internazionale. Ma ancora di più c’è stato Qualcuno che più di duemila anni fa, attraverso il suo abbandono ha introdotto la categoria della fraternità, che ha spiegato come gli uomini, prima di appartenere ad una razza, ad una cultura, ad un popolo, sono fratelli: la comunità umana è la prima comunità, quella che rende possibile tutte le altre, e la fraternità è il legame che la definisce.
    Dunque è indispensabile impegnarci a realizzare la fraternità proprio perché è questo il progetto a cui è chiamata oggi più che mai l’intera umanità: certo, noi con la nostra cecità potremo anche rallentare questa irrinunciabile meta, ma non riusciremo a impedire che questo avvenga, visto infatti l’interdipendenza che ormai lega sempre più non solo i singoli ma anche gli stessi popoli. L’alternativa è l’autodistruzione.

  6. manlio laurenti

    @JASKA.Brutto colpo,quello che vi ha assestato il Prof Sartori:tutti quelli che non la pensano come voi dovrebbero cambiare mestiere,anche se insegnano alla Columbia.E questo mentre,huntingtonianamente o no,hanno cambiato mestiere 3 vostri segretari in un anno,e c’è chi dice che presto saranno 4.Contento dell’alleanza che le manifesta SUN WEN-LONG?E’ la prova che le sue opinioni sono taroccate.Non abbiamo bisogno di capri espiatori,ma nemmeno di criminali e dei loro complici ideologici.Alle prossime elezioni lo capirete di nuovo,chi è fuori moda.

  7. purtroppo è vero c’è chi in italia vive come nemico ….o costruirebbe uno stato nello stato, come in alcune zone in Inghilterra o nelle little italy, china town, kasbah etc sparse x il mondo….
    da italiano nn vivrei mai in america in una little italy, altrimenti rimango nel mio paese…se voglio integrarmi vado a vivere tra gente di altre origini altrimenti perchè emigrare altrove?

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