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Il diritto di provarci

Nel messaggio inviato oggi alla Fondazione Migrantes, per la Giornata mondiale dei migranti, il presidente della Repubblica pone un problema serissimo: essere in regola non è solo un dovere, ma anche un diritto. Tutto il resto, aggiungo io, è fuffa. Perché la clandestinità non si combatte in altro modo: né con i soldi a Gheddafi – che io mi glorierò sempre di non aver votato – né con i respingimenti dei barconi – visto che la stragrande maggioranza degli immigrati entra via terra e non abbiamo alpini a sufficienza per presidiare ogni valico alpino – e neppure con le regolarizzazioni a campione, tipo quella delle badanti o la prossima che si inventeranno per gli attacchini dei manifesti della Lega, ma solo quelli della Lega. Ho già detto, in più occasioni, della nostra proposta di legge sul permesso di soggiorno per ricerca di lavoro: per assumere una colf devo prima verificare che sia capace di stirare le camicie, ed è difficile che riesca a farne venire una dalle Filippine, con un contratto già firmato, se non l’ho mai incontrata prima; lo stesso vale per un meccanico, in una concessionaria di automobili: se poi ti capita uno come Andrea Sarubbi, che non distingue il radiatore dalla batteria, che cosa ci fai? Lo rimandi a casa? Quella proposta – che fu sponsorizzata dalle Acli, che torno oggi a ribadire, e che spero il Pd abbia il coraggio di rilanciare nella campagna per le Regionali – prevede che possa venire in Italia legalmente, senza bisogno di nascondersi in una valigia come il ragazzo afghano trovato ieri nel bagagliaio di una macchina, chi dimostra di potersi mantenere qui per un certo periodo (da 3 mesi ad un anno: dipende dalle possibilità di ognuno) e di avere un luogo in cui risiedere. Forse non ci riuscirà da solo, o forse sì, ma certamente gli sarà più facile con l’aiuto di un amico o familiare che potrà garantire per lui, tramite una sorta di fideiussione: è il sistema dello sponsor, che altri Paesi hanno sperimentato prima di noi. In questo modo, chi entra sa di non doversi nascondere, ma sa soprattutto di non poterlo fare: entro quel periodo si gioca le sue carte e non gli conviene accettare un lavoro in nero, perché perderebbe solo tempo e si condannerebbe per il futuro alla clandestinità. La prospettiva di essere regolare, insomma, sarebbe un grande disincentivo ad accettare compromessi, tipo i tre euro all’ora di Rosarno, e potrebbe essere conveniente anche per le aziende, se un forte incentivo fiscale a nuove assunzioni venisse accompagnato da multe salatissime per chi impiega in nero. Per non parlare dei rischi di finire preda della criminalità organizzata, che Giorgio Napolitano ha evidenziato nel suo messaggio di oggi. Ma a Palazzo Chigi arrivano i messaggi del Quirinale?

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Cittadini incompiuti

Scrivo da Perugia, dove le Acli mi hanno invitato per il loro incontro nazionale di studi. Ci sarei andato lo stesso, ma visto il tema non potevo proprio mancare: si parla, infatti, di cittadinanza, in tutti i suoi aspetti. Un paio di citazioni, prima che me le dimentichi: la prima è di Maria Rita Lorenzetti, presidente della Regione Umbria, che ha definito la cittadinanza “il diritto ad avere diritti”; la seconda è di Andrea Olivero, presidente delle Acli, che ha invitato a passare dalla cultura dell’immunitas (la strategia di difesa della cittadella) a quella della communitas, che ha il suo pilastro nell’integrazione. Basta guardare all’autobiografia del nostro Paese, ha aggiunto Olivero, per rendersi conto di quanto l’Italia sia sempre stata un laboratorio delle differenze: tanto più è chiamata ad esserlo ora, a 150 anni dall’unità nazionale, smettendola di considerare gli immigrati solo come un elemento fondamentale del Pil. Io lo sapevo anche prima, perché nello scrivere il testo mi ero confrontato pure con loro, ma oggi le Acli hanno dichiarato ufficialmente di essere d’accordo con la linea della mia proposta di legge: introduzione dello ius soli temperato, dimezzamento dei tempi di residenza ma con un percorso serio ed obbligato di integrazione, corsia preferenziale per i minori figli di stranieri. Il regalo più grande, però, me lo ha fatto Gianfranco Fini, che è intervenuto subito dopo: ha indicato me e Fabio Granata come esempio da imitare, per cercare una sintesi nuova e soprattutto alzare il livello del dibattito, in un Paese in cui “è strano che un deputato del Pd ed uno del Pdl firmino una legge insieme” ed in cui non si riesce ad affrontare il problema dell’immigrazione “senza pensare alle prossime amministrative”. Fini è stato bravissimo, davvero. Ha citato Thomas Marshall, che già 60 anni fa parlava di “cittadinanza dinamica”, ed ha notato come questo concetto sia già stato messo in pratica dai nostri partner europei: chi ha esteso agli immigrati il diritto di voto alle elezioni locali (Danimarca, Svezia, Finlandia, Olanda) e chi, come la Germania, già nel 1999 ha reso la cittadinanza accessibile alle seconde generazioni. Poi ha ribadito un concetto che aveva già espresso ieri a Ferrara, e che condivido in toto: sono molto più italiani i ragazzi della nazionale under 15 di cricket, freschi campioni europei di categoria, figli di immigrati asiatici che parlano il dialetto, rispetto ai pronipoti dei nostri emigranti che magari vivono da sempre in Sudamerica, non conoscono una parola di italiano, non sanno se sia più a nord Palermo o Trieste, ma chiedono (ed ottengono) il nostro passaporto perché così è più facile andare negli Stati Uniti. O di tanti calciatori di serie A, aggiungo io, che hanno improvvisamente scoperto antenati italici ma che fra un paio d’anni – quando i rubli dei paperoni russi o i petrodollari del Golfo li avranno convinti a giocare altrove – se ne dimenticheranno per sempre.