Rosarno altrove

La cronaca dice che, per fortuna, siamo agli sgoccioli: qualche pallettone, qualche sasso e qualche spranga si sono fortuitamente scontrati con il corpo degli immigrati ancora presenti a Rosarno, ma il grosso se n’è andato con i pullman diretti a Bari e Crotone, provvidenziali nel sottrarre carne fresca ai propositi di vendetta. Un anno fa, di questi tempi, Rosarno era a Guidonia, in provincia di Roma, dove uno stupro aveva scatenato la pulizia etnica nei confronti di rumeni ed albanesi: i primi perché alcuni loro connazionali avevano violentato una ragazza del posto, i secondi perché abundare è sempre meglio che deficere. A settembre, e parliamo solo di quattro mesi fa, Rosarno era a Rovato, in provincia di Brescia, dove un altro stupro aveva portato ad un corteo anti-immigrati, e questo a sua volta era degenerato in violenze a casaccio: due muratori kosovari che non avevano nessuna colpa, tranne quella di essere nati nel posto sbagliato e di trovarsi in quello peggiore, finirono la giornata di lavoro all’ospedale per le botte ricevute. E ve lo ricordate, un anno e mezzo fa, quando Rosarno era a Ponticelli, periferia di Napoli? Lì ne fecero le spese i rom, cacciati mentre i loro campi bruciavano per vendicare un presunto furto di bambino che, in realtà, non avvenne mai. L’anno prossimo, se il clima non cambia, Rosarno sarà altrove: è ormai un format itinerante, tipo il karaoke di Fiorello, con un soggetto molto trendy (la guerra tra poveri, naturalmente) ed una sceneggiatura adattabile ad ogni circostanza. Sulla Stampa di oggi, guarda un po’, Cesare Martinetti si chiede quante siano le Rosarno d’Italia: leggetelo fino alla fine, per piacere.

La rivolta di Rosarno è scoppiata nelle stesse ore in cui il ministro dell’Interno, a distanza di pochi chilometri, discuteva con i responsabili dell’ordine pubblico in Calabria la risposta dello Stato alla bomba esplosa contro la procura. Una coincidenza casuale ma davvero simbolica che nella saldatura tra l’emergenza cronica chiamata mafia (‘ndrangheta, camorra, ecc.) e la nuova emergenza che si chiama immigrazione ci consegna all’inizio di questo 2010 un’agenda sociale drammatica. Quello che sta accadendo a Rosarno in queste ore ci riguarda tutti: il nostro quartiere, le nostre periferie, a Sud e a Nord, interroga la nostra coscienza di cittadini, sfida l’intelligenza e mette alla prova quello che si chiamava il sentimento democratico. Non è un problema solo italiano. Una rivolta del tutto analoga a quella di Rosarno è scoppiata qualche mese fa a Calais, nel Nord della Francia, da dove le bianche scogliere di Dover appaiono come un miraggio alle migliaia di migranti (soprattutto afghani, pakistani, iracheni) che premono per sbarcare in Gran Bretagna. Gli ammiratori acritici di quanto avviene al di là delle frontiere vadano al cinema a vedere «Welcome» di Philippe Lioret: avranno di che meditare su come la questione rappresenti un rompicapo per ogni governo, compreso quello del muscolare Sarkozy che ha trasformato in reati anche i piccoli gesti di solidarietà verso i clandestini senza aver disinnescato le polveriere sociali disseminate nelle banlieues francesi. È anche per questo che appare particolarmente irritante la litania tutta italiana del rinfaccio di responsabilità tra destra e sinistra, governo e non governo perché le responsabilità vanno equamente distribuite nel corso degli anni. Altra cosa è il confronto su quanto sta accadendo a Rosarno: accusare di clandestinità dei poveracci che accettano condizioni di vita disumane per svolgere lavori che gli italiani non vogliono più fare non ci sembra la strada migliore.
A Rosarno (un comune da anni senza amministrazione sciolta per mafia) va in scena la duplice sconfitta della classe dirigente italiana: un Sud abbandonato alla propria incapacità di uscire dal medioevo della ’ndrangheta, l’afflusso incontrollato di masse migranti. Il paradosso, inaccettabile, è che tutto ciò è noto ma tollerato per il sistema, quel sistema che in Calabria (ma anche in Sicilia, Puglia, Campania e nei frutteti del Nord) si regge su una manodopera invisibile e clandestina. Bisogna compiere un viaggio tra paesaggi improbabili e allucinati che avrebbero fatto da sfondo ideale al film tratto da «La strada» di Cormac McCarthy (che pare non vedremo mai in Italia perché troppo desolato e deprimente) per scovare l’accampamento dei «ribelli» di Rosarno: un vecchio stabilimento industriale abbandonato, dove senza nessun servizio e in condizioni igieniche inimmaginabili vivono stagionalmente, da anni, centinaia di persone. Quante Rosarno ci sono in Italia? Quanti cittadini italiani, nella maggioranza deboli ed essi stessi «abbandonati», come quelli che in Calabria in queste ore si confrontano e si scontrano con i migranti in una disperata guerra tra poveri? Per il governo, a distanza di pochi giorni, si apre una seconda, urgente sfida calabrese: rendere dignitose le condizioni di vita di centinaia di lavoratori stranieri, permettere loro di lavorare nella legalità, perseguire le mafie grandi o piccole che li sfruttano, non consentire che in nessun’altra Rosarno sparsa in Italia si aggreghino masse di clandestini inevitabilmente destinate a urtarsi con le popolazioni locali. Misure urgenti e difficili a cui bisogna affiancare prima possibile la regolazione di un percorso italiano alla cittadinanza per gli immigrati. Giovanna Zincone il 2 gennaio scorso ha illustrato su la Stampa quanto sia problematica la composizione delle varie proposte nel dibattito che si sta facendo in Parlamento. È essenziale dare certezze di legge a una materia così incandescente. Ed è importante che non siano le emozioni e le facili demagogie del momento a prevalere sulla ragione o anche su un banale calcolo utilitaristico: degli immigrati il sistema italiano non può fare a meno. Dare sicurezze a loro significa dare sicurezze agli italiani ed evitare altre Rosarno.

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3 risposte a “Rosarno altrove

  1. Grazie mille per questa riflessione e per l’articolo che hai riportato.

    Purtroppo alcuni tuoi colleghi questa mattina l’avranno sfogliato velocemente…. Speriamo si riesca presto a dare risposte serie e concrete al problema della cittadinanza!
    Buon lavoro!

  2. Ho letto con grande attenzione i tuoi significativi spunti e ti ringrazio per il tuo continuo pungolare la nostra coscienza. Riguardo all’interessante articolo che hai riportato vorrei evidenziare questo passaggio che personalmente condivido molto: “… appare particolarmente irritante la litania tutta italiana del rinfaccio di responsabilità tra destra e sinistra, governo e non governo perché le responsabilità vanno equamente distribuite nel corso degli anni”.
    Sono pienamente convinto cioè che finché ogni parte politica continuerà a scaricare le colpe sull’altra parte politica non si arriverà mai a trovare le giuste soluzioni a situazioni così complesse: non possiamo infatti nascondere che la conflittualità tra le forze politiche finisce inesorabilmente per scaricarsi rovinosamente soprattutto su coloro che sono più deboli e indifesi, come in questo caso sugli immigrati la cui unica colpa è quella di lavorare per pochissimi soldi e la cosa ancora peggiore emarginato come un appestato e senza avere nemmeno un piccolo posto dove riposare dignitosamente.

    Lancio un appello a te Andrea che sei così sensibile e attento e vorrei che arrivasse a tutti i parlamentari di qualsiasi appartenenza partitica: bisogna uscire da una perenne campagna elettorale, bisogna brandire i pregiudizi, pensando che qualcosa di buono possa venire anche dalla parte avversa. Certo, ognuno deve pensare che il suo sistema sia il migliore, ed è giusto così. Ma non bisogna considerarlo un assoluto: il proprio sistema è sempre relativo e può essere migliorato. Perciò qualche proposta della parte avversa può anche essere scoperta come positiva e accettabile, nell’ascolto. Ecco è proprio questo che serve in modo particolare a chi oggi agisce in politica: la capacità di ascolto per scoprire il positivo che c’è nell’altra parte. E non bisogna aspettare che sia l’altro a cominciare ma occorre iniziare per primi. E tutto ciò nel pieno rispetto della disciplina di partito, sperando sempre di dare un contributo alla composizione dei conflitti. Talvolta ciò accade, ed è accaduto.

    Infine rispetto al ddl sulla cittadinanza ho appreso oggi che è stato rinviato a dopo le elezioni regionali: questo va visto come una sconfitta o come una preziosa opportunità per raggiungere un più ampio consenso?
    Buon fine settima a tutti davvero di cuore.
    Jonathan

  3. manlio laurenti

    Guarda,Andrea:per quel che vale la mia opinione,condivido pienamente il tuo post precedente.A Rosarno sono di bocca buona con la Ndranghta,e delicatissimi con povera,mite gente che hanno visto per anni vivere in condizioni subumane senza alzare un dito.Piacerebbe sapere,en passant,dov’era il Vescovo locale.Fino a quando la povera,mite gente non ne ha potuto piu’.A sfruttare la situazione c’era,tra l’altro,e c’è ancora”Medici senza Frontiere”,l’organizzazione fondata dal noto nemico dell’Italia Kouchner. E noi,al “socialista”ma anche nazionalista Kouchner,ovvero nazionalsocialista Kouchner,abbiamo dato fieno da ruminare.Detto questo,non ho capito perchè i fatti riguardanti gli Africani di Rosarno dovrebbero suonare anche come giustificazione ai furti,le rapine,gli omicidi,gli stupri,gli scippi dei Romeni.Perchè davanti a Dio siamo tutti uguali?Gli uomini non sono tutti uguali:Hitler non era uguale a san Francesco,e Berlusconi non è uguale a Di Pietro.Se Dio li trova uguali,vuol dire che non è infallibile nemmeno un po’.

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