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Una storia italiana

Dopo il gol di tacco di ieri all’Olimpico contro il Siena, mi è venuta in mente la storia di Stefano Okaka. Non quella sportiva, che probabilmente conoscete, ma quella familiare, che secondo me andrebbe proiettata in Aula alla Camera quando ricomincerà la discussione sulla cittadinanza. Mamma Doris è perito agrario, papà Austin ragioniere; partiti dalla Nigeria per cercare un futuro migliore, nel 1981 arrivano in Italia, con un permesso di soggiorno per motivi di studio. Si stabiliscono a Perugia, dove nel giro di pochi mesi hanno il primo figlio: lo chiamano con un nome italiano, Carlo, perché è qui che hanno intenzione di mettere radici. Passano altri 8 anni e – quando la famiglia si è ormai stabilita a Castiglione del lago, sul Trasimeno – nascono due gemelli: Stefano e Stefania. Famiglia in Italia da 9 anni e con un lavoro stabile, bimbi nati qui, ma niente cittadinanza: i genitori non ce l’hanno ancora, dunque non l’avranno nemmeno i figli (d’altronde, è questo il principio dello ius sanguinis, attualmente vigente). Carlo, Stefania e Stefano crescono in Umbria, studiano nelle nostre scuole, giocano a pallavolo (i primi due) ed a calcio (il terzo) nelle nostre società sportive. Ma sono a tutti gli effetti extracomunitari: a differenza dei loro coetanei, magari meno dotati tecnicamente, non possono essere convocati nelle nazionali giovanili, in quanto non italiani. Eppure – come potete sentire dall’intervista delle Iene, che ho riportato qui sopra – non sanno mezza parola del dialetto di mamma e papà; con lo stesso inglese, ammetterà Stefano in più di un’occasione, zoppicano un po’. A 18 anni, grazie ai potenti mezzi dello sport, Stefano Okaka diventa cittadino italiano, quando i suoi genitori (in Italia da una vita) ancora non lo sono . E rivolge al presidente Napolitano un saluto, nel quale – senza accorgersene – smonta la dottrina della scelta consapevole su cui alcuni falchi del Centrodestra hanno costruito il rifiuto della cittadinanza ai minori: “In realtà io, essendo nato in Italia, mi sono sempre sentito cittadino italiano e il riconoscimento ufficiale per me è stato più che altro una formalità”. Stefano, di fatto, è sempre stato italiano. Solo che non poteva esserlo di diritto. Come tanti altri, meno fortunati di lui, che Okaka ricorda nella stessa lettera: “Sono consapevole del fatto che esistono delle situazioni difficili. Mi tengo informato e spero che lo Stato italiano faccia molto perché tutti coloro che lavorano, anche se non sono nati in Italia, possano ottenere la cittadinanza italiana e contribuire alla crescita del nostro Paese in tutti i campi. Io spero di farlo nei campi da calcio di tutto il mondo”. In quella stessa cerimonia, il capo dello Stato lancia un invito:

Il punto di partenza non può non essere una presa di coscienza collettiva del carattere non temporaneo che ha assunto il fenomeno dell’immigrazione in Italia, e dunque della necessità di trarne le naturali conseguenze sul piano dello sviluppo delle politiche d’integrazione e anche sul piano delle norme e delle prassi per il conferimento della cittadinanza. È essenziale che a tale presa di coscienza giungano non solo le istituzioni, ma l’intera collettività nazionale”.

A due passi da Giorgio Napolitano, quel 13 novembre 2008, c’è anche il ministro dell’Interno. Che però fa finta di non sentire, e va avanti come un disco rotto: l’unica modifica da fare alla legge attuale sulla cittadinanza, insiste Maroni, riguarda la verifica dell’integrazione. I minori vadano a piangere da mamma.

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L’altra Italia

Ogni tanto capita pure di vincere, ed oggi è capitato. Lasciamo perdere il valore della vittoria, perché una mozione a Montecitorio sta all’ordinamento italiano come una partita di Coppa Italia sta alla Champions’ League, e concentriamoci sul risultato: 269 a 257, la Camera approva. Si parlava di politiche per il Mezzogiorno, un argomento scomparso dal dibattito politico e probabilmente anche dagli interessi dell’italiano medio: “Ho sei cose nella mente e tu non ci sei più, mi dispiace” (Zucchero, Hey man, 1987). Era stato l’Mpa a sollevare il tema, probabilmente per cercare di uscire dal cono d’ombra di Pdl e Lega alla vigilia delle Regionali e per punzecchiare un po’ gli alleati di maggioranza, dopo la crisi in Sicilia: una mozione scritta in punta di penna, tutta in tono propositivo, che però – tra una riga e l’altra – lasciava trasparire l’insoddisfazione per le promesse non mantenute. Lotta al lavoro nero, reimpiego dei lavoratori espulsi dal ciclo produttivo tramite incentivi alle imprese, servizi pubblici più efficienti, un piano straordinario di formazione professionale: le richieste dell’Mpa erano altrettanti buchi nell’azione di governo attuale, e la stessa proposta di gabbie salariali avanzata da Sacconi veniva associata al rischio di “un mero vantaggio competitivo per imprenditori poco affidabili”, per giunta sulla pelle dei lavoratori. Vale la pena litigare ancora con gli uomini di Lombardo, proprio in campagna elettorale? No, naturalmente. Ed allora, con i voti di tutta l’Aula, la mozione dell’Mpa passa senza problemi. Poi, però, tocca a quella del Pd, firmata anche da me, ed i toni cambiano: accusiamo il governo di avere assunto finora “una strategia sostanzialmente meridionalista”, tanto da aver “azzerato ogni intervento a favore del Mezzogiorno, sia in termini di risorse stanziate che di strumenti specifici”. Nella finanziaria 2010 non c’è traccia del Sud, ricordiamo, prima di denunciare il continuo furto del Fas, che ha tolto al Sud 35 miliardi di euro, e di smascherare le responsabilità di Tremonti: il ministro è colpevole di “una miope politica di tagli per gli imprenditori meridionali” che ha “annullato l’operatività del credito d’imposta per i nuovi investimenti”, di aver tagliato i fondi per la scuola “quasi esclusivamente al Sud” e di non avere fatto nulla per contrastare l’emigrazione dei giovani. Questo passaggio merita di essere letto, perché fa riflettere:

“Dal rapporto Svimez 2009 emerge che ogni anno 300 mila giovani meridionali abbandonano il Sud per cercare fortuna altrove. Di questi, quasi uno su due deciderà di non tornare più a casa, La fuga dal Mezzogiorno avviene in due tempi. La prima emorragia coincide con la scelta del corso di studi: al momento dell’iscrizione all’università un ragazzo su quattro decide di frequentare un ateneo del Centro-Nord. La fuga decisiva è connessa con la ricerca di un posto di lavoro: a tre anni dal conseguimento della laurea, oltre il 4 per cento dei giovani meridionali occupati lavora al Centro Nord. L’aspetto più allarmante di questa nuova migrazione interna sta nel fatto che coinvolge i giovani culturalmente e professionalmente più attrezzati: il 40 per cento dei laureati meridionali che hanno trovato lavoro al Nord si è laureato infatti con il massimo dei voti;
le dinamiche relative all’emigrazione dal Sud al Nord sono l’effetto più evidente dello stallo del sistema sociale e produttivo del Mezzogiorno. Se i ragazzi vanno via è perché il sistema delle imprese meridionali non è in grado di competere con quello settentrionale quanto a capacità di assorbire forza lavoro altamente qualificata. Un gap al quale si aggiunge uno squilibrio vertiginoso nei sistemi di transizione scuola-lavoro e nei livelli del servizio sociale. Questo quadro condanna oggi il Mezzogiorno ad essere il maggiore fornitore di risorse umane delle zone forti del Centro Nord;
il fenomeno dell’emigrazione interna si traduce anche in un’allarmante emorragia economica dalle fasce e dalle zone deboli a quelle forti del Paese. Tra tasse universitarie e integrazioni alle magre buste paga che i ragazzi percepiscono per molti anni dopo aver finito il corso di studi, ogni anno dal Sud al Nord si spostano non meno di 2 miliardi di euro. Così il Mezzogiorno si trova a dover pagare un dazio insieme economico e culturale, che inverte letteralmente la storica logica delle «rimesse». Per uscire da questa condizione occorre agire su due nodi fondamentali: lo sviluppo del comparto produttivo del Sud e l’implementazione di efficaci strumenti di raccordo tra le università e il mondo del lavoro”.

Se approvata, la nostra mozione avrebbe impegnato il governo a tre cose:

– a finanziare in piano volto a inserire nel mercato del lavoro almeno 100 mila giovani diplomati e laureati delle otto regioni del Mezzogiorno mediante stage presso imprese private, a tal fine prevedendo un compenso mensile a carico dello Stato per un periodo non inferiore a sei mesi, cui aggiungere un incentivo di 3.000 euro a favore dell’azienda in caso di assunzione a tempo indeterminato;
– a reintegrare le risorse impegnate del Fondo per le aree sottoutilizzate per destinarle a un programma mirato al rilancio del tessuto produttivo meridionale e, conseguentemente, dei livelli occupazionali del Mezzogiorno, ripristinando a tal fine un meccanismo di fiscalità di sviluppo concreto ed efficace quale è l’automatismo del credito d’imposta per i nuovi investimenti nel Mezzogiorno;
– a predisporre in tempi rapidi un piano organico di riforma degli ammortizzatori sociali, che includa lavoratori a progetto, parasubordinati, lavoratori atipici e le altre categorie contrattuali attualmente escluse da ogni copertura, garantendo almeno il 60 per cento del reddito percepito nell’ultimo anno.

Alla fine, come dicevo, li abbiamo mandati sotto: quel periodo ipotetico di cui sopra si è realizzato, contro ogni previsione. Erano voti dell’opposizione, d’accordo, ma la lettura politica non cambia: la Camera ha giudicato in maniera molto negativa l’azione del governo per il Sud e lo ha impegnato formalmente a porvi rimedio. Voi mi risponderete che un governo come questo, incapace di rispettare pure gli accordi presi in sede Onu, con le mozioni del Parlamento ci si soffia il naso. Ed io non potrò darvi torto. Ma questo è un altro discorso.

Italiani di fatto

Cercherò di non essere ideologico, perché – come al solito – la ragione non sta tutta da una parte e, se pure così fosse, non è detto che quella parte sia per forza la nostra. Prevedere un tetto per gli alunni stranieri in una classe non è, in sé, un’idea folle, perché chi ha bazzicato alcune scuole di certe zone d’Italia (non la terza liceo classico dei Parioli, per intenderci, ma magari una seconda media di Mantova) non può scandalizzarsi se Mariastella Gelmini parla del “diritto allo studio degli studenti italiani”: provaci tu a leggere Ariosto in una classe dove metà dei tuoi compagni non capisce l’italiano corrente. Ma c’è un ma, naturalmente. Anzi, ce ne sono parecchi. Il primo è di ordine pratico: se in una zona i figli di immigrati superano il 30%, dove li mando a studiare? Se sei in città, vai nella scuola accanto (ammesso che lì il tetto non sia stato superato); se sei fuori, è più complicato. In ogni caso, mi pare evidente che respingere le iscrizioni dei bambini (e dirottarli altrove, magari in posti non facilmente raggiungibili) sia un incentivo enorme alla dispersione scolastica: se mandare a scuola mio figlio è troppo complicato, insomma, lo tengo a casa. Non è giusto, naturalmente, ma accadrebbe, soprattutto in famiglie con bassa scolarità, e mi piacerebbe sapere come il governo intenda risolvere il problema. Poi c’è un’altra cosa che mi viene in mente, e magari è una fesseria ma ormai l’ho pensata: va bene il problema linguistico dei bimbi stranieri, ma non deve essere facile leggere Ariosto neppure nel rione Sanità, dove i guai con l’italiano corrente derivano dal fatto che metà dei bambini pensa, parla, scrive e sogna solo in napoletano. La questione seria, dunque, non è il tuo luogo di nascita o la tua origine familiare, ma piuttosto il tuo livello di alfabetizzazione: un concetto semplice semplice, che il povero Marco Campione sta cercando di spiegare da una vita sul suo blog e che ogni volta gli tocca rispiegare, perché evidentemente in viale Trastevere Champ’s version non si legge. Come parli italiano, caro Abdul? E tu, caro Gennarino? Non è che ci voglia molto a scoprirlo: a Torino, per dire, lo fanno già da tempo, e dividono le classi in base a questo criterio, cercando in ognuna un equilibrio tra competenze linguistiche diverse. Anziché prendere esempio da quello che funziona già, il ministro ha introdotto la categoria generica di studenti stranieri, per poi accorgersi subito dopo che non stava in piedi: dalla quota del 30%, ha spiegato ieri a Lucia Annunziata, vanno esclusi i bambini che sono nati in Italia, perché tra loro e gli italiani-di-razza non c’è nessuna differenza. Ho dovuto rileggere la frase sulle agenzie tre o quattro volte, perché non ci credevo: senza accorgersene, la Gelmini ha ammesso che chi nasce e cresce in Italia è di fatto un italiano, indipendentemente dalla provenienza geografica di mamma e papà. Che poi è quello che la nostra proposta di legge sulla cittadinanza sostiene da tempo, ma che il testo base presentato da Isabella Bertolini ignora. Già in Commissione Cultura, se ricordate, li mandammo sotto con una maggioranza trasversale, aiutati dalla presidente Valentina Aprea che definì i minori “una specie diversa”; ora che anche il ministro dell’Istruzione si è convertito allo ius soli, ho commentato oggi in un’intervista sulla Stampa, il Centrodestra non può più far finta di niente.

John e gli altri

La vicenda di Rosarno è finita anche in Vaticano: l’Angelus di oggi, con il richiamo di Benedetto XVI al rispetto verso gli immigrati, è certamente un fatto importante. Ma il discorso più importante della giornata, il Papa mi perdoni, l’ha fatto un umile parroco calabrese che non passerà alla storia. Si chiama don Pino Varrà, e tra pochi giorni – quando sarà passata ‘a nuttata – ritornerà nell’anonimato della sua parrocchia di Rosarno, San Giovanni Battista, e della mensa Caritas che continuerà a dirigere, se gli saranno rimaste bocche da sfamare dopo la cacciata dei mille. Gli si è svuotata pure la chiesa, ha fatto notare stamattina durante l’omelia: un discorso da brividi, che vi riporto da uno stralcio della cronaca di Repubblica:

“Bisogna aiutare i fratelli che sbagliano”, spiega il sacerdote. “E in questi giorni che stiamo vivendo qualcuno ha sbagliato. Ma questo non ci autorizza a colpirlo, a inseguirlo, a ucciderlo, a cacciarlo. Ci obbliga a capire, a fermarci. Per non sbagliare più. Questo dobbiamo fare se vogliamo essere dei cristiani”. Il parroco lascia l’altare, scende tra la gente. Parla a braccio, stringe con le mani il microfono. “Se ho un fratello in famiglia non posso picchiarlo o cacciarlo di casa perché ha rotto un vaso. Devo andargli incontro, sostenerlo, capire cosa è accaduto”. Allarga le braccia, sorride: “Vedo finalmente questa chiesa piena, sono contento che moltissimi tra voi sono tornati. Ma vedo anche che manca qualcuno”. Don Pino sospira, si rivolge ai bambini. “Lo vedete anche voi. Non c’è John. Vi ricordate di lui? Veniva ogni domenica”. I bambini annuiscono. I genitori, dietro, restano in silenzio. Tesi e consapevoli. “Mancano anche Christian, Luarent. E Didou, il piccolo Didou. Mancano i suoi genitori. Erano come voi, con la pelle più scura, venivano dall’Africa. Non ci sono perché li hanno cacciati”.
E’ il culmine dell’omelia. E’ il momento dell’appello. E del rimprovero: “Mi rivolgo ai più grandi, ai genitori. Perché loro hanno un ruolo importante, formativo. A voi dico: non vi fate trascinare verso ragionamenti e reazioni che non sono da cristiani. E’ facile dire: abbiamo ragione noi. Quando siete nati, Dio è stato chiaro: questo è mio figlio. Lo siamo tutti. Tutti abbiamo diritto alla vita, una vita dignitosa, che non ci umili. Anche quelli di un altro colore, anche quelli che sbagliano sempre. Se vogliamo essere cristiani noi non possiamo avere sentimenti di odio e di disprezzo”.
Il parroco adesso è al centro della navata. Si rivolge al suo gregge che appare ancora più smarrito. Alza la voce, come un tuono: “Possiamo anche dire che abbiamo sbagliato. Che i miei fratelli, bianchi e neri hanno sbagliato. Ma lo dobbiamo dire sempre. Non solo quando qualcuno ci sfascia la macchina. Lo dobbiamo sostenere con  forza anche quando altri fanno delle cose ancora più gravi. Cose terribili. Dobbiamo avere il coraggio di gridare e denunciare”. Il sacerdote indica il presepe: “Non avrebbe senso aver allestito questa opera. Non avrebbe senso festeggiare il Natale. Meglio distruggerlo e metterlo sotto i piedi. Dobbiamo celebrarlo convinti dei valori che lo rappresentano. Perché crediamo nella misericordia e nella solidarietà. Se invece non abbiamo la forza di ribellarci ai soprusi e alle ingiustizie e siamo pronti alle violenze nei confronti dei più deboli, allora non veniamo più in chiesa. Dio saprà giudicare. Saprà chi sono i suoi figli”.

Dopo il cardinale Tettamanzi, insomma, un altro pericoloso imam. E chissà quanti altri, dispersi nelle parrocchie di tutta Italia. Ma oggi non è il giorno delle polemiche con la Lega, perché voglio guardare più in alto: grazie a don Pino Varrà, ed alla sua omelia di stamattina, oggi è il giorno del mio orgoglio cristiano.

La rivincita dei peones

Eccolo qui, il mio intervento di ieri. Più lo leggo, più mi rendo conto che forse avrei potuto sfoggiare un po’ più di ars retorica, buttando giù qualche frase ad effetto, e soprattutto avrei potuto evitare qualche anacoluto, perché sintatticamente è un discorso pieno di frasi smozzicate e di sottintesi. Ma quando parli con il cuore capitano anche queste cose. E con il cuore chiedo a voi di leggerlo.

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, innanzitutto, vorrei rivolgere un ringraziamento all’onorevole Sbai, che in questo intervento mi è sembrata la Souad Sbai che conoscevo fino a qualche mese fa, e che mi sembrava di aver perso per strada. Ringrazio anche tutte le persone che sono intervenute prima di me: sono presente in Aula da questa mattina e vi rimarrò fino all’ultima parola dell’ultimo intervento.
Avrei potuto – forse, avrei dovuto – scrivere un discorso, perché interventi di questo tipo restano agli atti (quindi, si rischia anche di fare qualche bella figura), ma in realtà, ho pensato che sarebbe stato meglio svolgere un intervento «a braccio». Mi scuso, pertanto, soprattutto con i nostri funzionari, per l’assenza di grammatica e di sintassi nel mio linguaggio, ma vorrei rispondere ad alcune questioni che sono emerse.
In primo luogo, vorrei dire in quest’Aula che, quando i miei amici della comunità di Sant’Egidio si rivolsero a me – ormai parliamo di quasi due anni fa – e mi chiesero di fare qualcosa perché venisse sbloccata l’impasse sulla cittadinanza, ricordai loro che il Partito Democratico aveva perso le elezioni e che, quindi, sarebbe stato difficile presentare una proposta di legge che ottenesse il consenso della maggioranza.
Pertanto, posi una condizione e dissi loro: se volete, possiamo lavorare insieme ad un testo che, però, non sia il testo di Andrea Sarubbi né della comunità di Sant’Egidio, ma un testo condiviso che possa piacere anche alla maggioranza, o a parte di essa.
Prendemmo in considerazione allora tutte le proposte di legge che erano a disposizione, anche quelle delle legislature precedenti, a partire dalla proposta a firma dell’onorevole Bressa, ma anche tante altre, e vedemmo che vi erano delle richieste che si ripetevano. In sostanza, il centrosinistra chiedeva sempre di rivolgere l’attenzione ai minori che nascevano o che venivano nel nostro Paese da piccoli e, per quanto riguarda gli adulti, chiedeva sempre lo snellimento e la riduzione dei tempi richiesti per la concessione della cittadinanza.
Guardando, invece, alle proposte del centrodestra, era sempre presente la richiesta di alcuni requisiti ben precisi, quali la fedina penale o il test di integrazione, che mirassero ad una cittadinanza qualitativa, e vi era anche un giuramento sulla Costituzione, sul quale ricordo benissimo di avere ascoltato il Ministro La Russa che poi, purtroppo, evidentemente non ha capito lo spirito della proposta bipartisan che tanti oggi in quest’Aula hanno citato.
Infatti, quando si cominciò a parlare della proposta di legge n. 2670, che nei telegiornali è diventata la Sarubbi-Granata, il Ministro disse che l’iniziativa era di due peones in cerca di visibilità. A me questa dichiarazione fece molto male allora e mi ha fatto male anche risentirla questa mattina in Aula. È questa la prima critica che vi faccio nel metodo. Perché si dice che sono necessarie le riforme, che è necessario un dialogo e ci si richiama agli appelli del Presidente Napolitano, e poi la prima volta che due persone, anche rischiando di far arrabbiare i propri schieramenti di appartenenza, cercano un dialogo e lo cercano a metà strada, questo diventa un inciucio, diventa una manovra di visibilità personale? Sinceramente, questa è un’accusa che, con tutto il cuore, mi sento di rispedire al mittente.

L’altro aspetto che mi sembra un po’ strano di questo testo unificato è il modo in cui è arrivato all’esame dell’Aula. Si tratta di un testo che l’opposizione ha chiesto di calendarizzare, quindi, come si dice da queste parti, è in quota opposizione. In tale proposta, però, di quello che ricordavo poco fa, cioè delle classiche richieste del centrosinistra e del centrodestra, una parte viene presa e buttata via e si tiene solo l’altra; è cioè una proposta in quota dell’opposizione che la maggioranza ha preso, riveduto e corretto, facendola diventare una proposta soltanto propria. Lo capisco, è legittimo dal punto di vista politico, ma non mi sembra il miglior viatico per un dialogo: se si parla di riforme, che siano riforme condivise. Visto che non stiamo parlando dell’etichettatura dei tappi dei barattoli – che pure è una cosa degnissima, ma che non cambierà l’Italia per i prossimi 17 o 18 anni – quello che in tutti questi mesi non sono riuscito a capire è come mai l’abbia avuta vinta la tentazione di ridurre tutto a tattica politica. Se i dissidi interni alla maggioranza si fossero manifestati sui tappi di barattolo avrei capito che potesse esserci una ritrosia, ma se i dissidi interni alla maggioranza si manifestano su una legge così importante, non capisco come mai non si entri nel merito piuttosto che dire «non facciamo un piacere a questo o a quest’altro».
Mi sembra, quindi, che per ora sia stata accolta soltanto quella parte delle richieste di riforma che storicamente proviene dal centrodestra. Per questi motivi, chiedo alla relatrice, in particolare, di fare un passo avanti e di ricordarsi che esiste un’altra metà del Parlamento, che poi suppongo sia più di una metà e gli interventi di oggi lo hanno dimostrato; alla fine faremo i conti, così come abbiamo fatto in Commissione cultura, dove 7 deputati del Popolo della Libertà su 12 hanno detto che i minori meritavano un’attenzione particolare, senza considerare tutti i deputati del Partito Democratico, dell’Unione di Centro e dell’Italia dei Valori. Se volete su questo potremo sfidarci e vedremo chi vincerà, ma non credo che le riforme si possano fare a colpi di maggioranza: sarebbe utile se, invece, prima trovassimo insieme un accordo.
Questa mattina ho sentito delle enormi inesattezze. Oltre a quella dei peones in cerca di visibilità, ne ho sentita un’altra dal collega Bianconi, che è arrivato ad accusarci di cittadinanza imposta e di cittadinanza coatta. Mi chiedo se anche dare lo sciroppo per la tosse ai bambini sia un atto di violenza. Di cosa stiamo parlando, di una cittadinanza che viene imposta a delle persone che non aspetterebbero altro e che non possono chiederla perché non hanno compiuto 18 anni? Ma siete andati fuori, mentre stavamo qui in Aula, siete andati a sentire i ragazzi delle seconde generazioni, a chiedere loro se sono italiani o no, come hanno trascorso la loro infanzia e l’adolescenza e come si sono trovati a 18 anni quando il pulmino che li portava a scuola poi poteva condurli improvvisamente in galera? Vi sembra una cosa normale?
Credo che su questo sia necessario trovare una soluzione, altrimenti faremmo tutti gli ingegneri costituzionali, e voi di ingegneri costituzionali siete ricchi: siete persone che ragionano in punta di comma… e beati voi che ne sapete così tanto di diritto! Ma poi, lo avete mai incontrato un ragazzo delle seconde generazioni, un ragazzo che magari si chiama Xianping che, però, qui in Italia si fa chiamare Valentino e che non si sente null’altro che italiano? Ci avete mai parlato? Perché quando dico certe sigle – G2, ANOLF – i miei colleghi, ingegneri costituzionali, mi guardano con gli occhi sgranati, come se stessi parlando di cose folli. Invece, vorrei dirvi che esistono sia queste sigle, sia queste persone.
Una cosa sola vi chiedo, senza confondere integrazione, sicurezza e tutto il resto: attenzione a non fare lo sbaglio che fece la Germania negli anni Sessanta. Quando sento dire dal capogruppo della Lega – il vostro candidato in Piemonte, Roberto Cota – che gli immigrati vengono qui per andarsene via, mi viene in mente la Germania degli anni Sessanta, quando si chiamavano gli immigrati di corsa, perché servivano braccia e non persone, e si diceva loro: «Vieni, vieni, stai qui. Riempiti i calzini di marchi e vattene via il prima possibile!». Non vi era alcun ricongiungimento familiare né interessava che si apprendesse la lingua. Si diceva: «Fai il gelataio? Impara a dire in tedesco fragola e pistacchio e a noi va bene così!». Ma che faceva poi questo signore del Bangladesh o della Turchia? Nel tempo libero si vedeva con i signori del Bangladesh e della Turchia. E quale convivenza aveva con la società che lo circondava? Nessuna. Cosa faceva? Si chiudeva in un ghetto. E cosa porta il ghetto? La devianza. Dunque, se non vi è integrazione non vi è neanche sicurezza. E se non vi è il senso di appartenenza a una comunità non vi è neanche integrazione.
Vi chiedo di volare un po’ più alto. Oggi ho sentito l’onorevole Santelli parlare in termini di gens romana. In questo caso non si deve parlare in termini di gens, ma in termini di communitas, che è qualcosa di diverso dal legame di sangue. Sono certo che l’onorevole Bertolini, anche per le sue radici profondamente cristiane, capirà quello che sto dicendo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni).

Il ribaltone

Li abbiamo mandati sotto sulla cittadinanza ai minori. Li-abbiamo-mandati-sotto-sulla-cittadinanza-ai-minori: me lo ripeto, perché ancora non ci credo. Roba di poco conto ai fini parlamentari – un semplice parere consultivo da parte di una Commissione – e prevedo già il commento di alcuni di voi: ce l’abbiamo fatta perché contava poco, ma se fosse stato un voto importante non avremmo toccato palla. Invece no, perché quello che ho visto ieri in Commissione Cultura (sì, sempre quella: ogni volta che ci metto piede, succede qualcosa) è un antipasto di ciò che potrebbe accadere in Aula, quando la cittadinanza arriverà per l’esame finale. Premessa: ogni legge è affidata ad una Commissione (in alcuni casi anche a due, in seduta congiunta), ma prima di arrivare in Aula ha bisogno dei pareri di tutte le Commissioni interessate dal provvedimento. Il testo sulla cittadinanza interessa anche la Cultura, in almeno due aspetti: il corso di integrazione, con il famoso test finale, e la possibilità o meno che diventino cittadini italiani i minori che abbiano frequentato le nostre scuole. Volete sapere chi è il capogruppo del Pdl in Commissione Cultura? Fabio Granata, che si è trovato ieri nella difficile condizione di tenere insieme le proprie convinzioni personali con il ruolo istituzionale ricoperto. Fabio ha svolto questo compito con intelligenza, dando parere favorevole al testo unico della Bertolini (cosa su cui sarebbe personalmente contrario) ma subordinando questo parere favorevole a due condizioni: il fatto che si ponga un limite temporale alle procedure amministrative (problema posto dalla stessa relatrice) e lo ius soli temperato. In pratica, Fabio ha copia-incollato un pezzo della nostra proposta di legge, definendo necessario “che i minori nati in Italia o che abbiano completato un ciclo di studi in Italia, da genitori non italiani legalmente residenti in Italia da almeno cinque anni, siano riconosciuti cittadini italiani”. Apriti cielo: la Lega è insorta e nel Pdl si sono aperte contestazioni, tanto che ad un certo punto è arrivato Bianconi a minacciare Fabio, e dopo di lui si è precipitata in Cultura la stessa Bertolini, alquanto infuriata. In segno di dialogo, noi abbiamo chiesto la votazione per parti separate: eravamo contrari al testo Bertolini, ma le condizioni poste da Fabio (ed in particolare la seconda, quella sui minori) ci trovavano d’accordo. Alla fine, il Pdl si è spaccato in due: la stessa presidente della Commissione Cultura, Valentina Aprea, ha ammesso che i minori “sono una specie diversa” e dunque vanno considerati con un metro differente. Abbiamo votato e la linea del buonsenso ha prevalso: il parere della Cultura è dunque favorevole al testo, ma solo a condizione che si apra allo ius soli temperato di cui parlava proprio la nostra proposta di legge bipartisan. Anziché prendere atto della spaccatura interna e cominciare a pensare ad una soluzione condivisa, nel Pdl si è aperta la caccia all’uomo, per individuare chi avesse votato con noi e con Fabio Granata: in tutto, ben 7 su 13 (addirittura 7 su 10 se consideriamo i 3 astenuti). Verranno probabilmente richiamati all’ordine ed intimoriti per benino, ma credo che non basterà: la sensazione a pelle – solo a pelle, per ora – è che sui minori il ribaltone sia possibile. Spero che lo capiscano anche i leader del Pdl: se non si impegneranno a farci pervenire qualche proposta decente, ci rivedremo in Aula. Dove tutto può succedere.

In alto mare

Abbiamo accettato di ritirare gli emendamenti al testo base sulla cittadinanza che avevamo presentato in Commissione Affari Costituzionali: li ripresenteremo in Aula a gennaio. Lo abbiamo deciso per evitare che il dibattito venisse strozzato oggi in 10 minuti e che la maggioranza votasse contro a priori, scegliendo in base alla tattica politica anziché in base al merito della questione. In cambio, abbiamo ottenuto dalla maggioranza stessa – e dal presidente della Commissione, Donato Bruno – la garanzia che a gennaio dedicheremo una giornata intera di lavori alla ricerca di spazi di mediazione, perché nonostante tutto neppure i miei colleghi del Pdl sono totalmente convinti del testo base presentato dalla relatrice, Isabella Bertolini. Due sono le grandi questioni che abbiamo posto, e sulle quali ci attendiamo dalla maggioranza risposte serie: la prima è appunto quella della cittadinanza ai minori, che non si può liquidare con la scusa della scelta responsabile; la seconda è quella della certezza dei tempi, perché – come dicevo pure l’altro giorno – annunciare che le pratiche amministrative possono durare al massimo due anni è cosa lodevole, ma devi anche spiegarci come intendi riuscire a far rispettare questo termine, o almeno lavoriamoci insieme, perché al momento ci sfugge. Previsioni mie? Che alla fine la legge uscita da Montecitorio sarà diversa dal testo Bertolini, anche se probabilmente – per non spaccarsi prima delle Regionali, per non fare un piacere a Fini in un momento così delicato e per non regalare voti alla Lega – la maggioranza deciderà di tirarla un po’ per le lunghe. Detto questo, per raccontarvi un po’ come è andata la discussione di questi due giorni sul complesso degli emendamenti voglio partire dal mitico Fabio Garagnani, così immerso nel ruolo di guardia svizzera che sembra l’imitazione televisiva di un teocon: oggi ci ha accusato di sottovalutare “la difesa della nostra tradizione culturale (e spirituale!) giudaico-cristiana” ed un po’ a denti stretti ha detto sì ai 10 anni di residenza presenti nel testo Bertolini, perché lui ne preferiva 15. La stessa Lega, al confronto, sembra moderata, quando annuncia – come ha fatto Manuela Dal Lago, ieri sera stracciata in tv dalla mia amica Sumaya – di respingere la mediazione proposta da Italo Bocchino, vicecapogruppo Pdl e punto di mediazione fra berlusconiani e finiani: otto anni di residenza, cinque per cominciare le pratiche con il test. Sugli altri interventi vado per sommi capi: l’Udc ha ribadito che gli altri Paesi europei hanno ritoccato i termini in basso, mentre l’Italia è rimasta ferma su ius sanguinis e 10 anni; l’Idv ha definito il testo “inaccettabile”, dicendosi però disponibile al dialogo per modificarne almeno i punti peggiori; il Pd ha ribadito che, anziché cercare una soluzione condivisa come richiederebbe una riforma così importante, la maggioranza ha cercato soltanto un accordo al proprio interno. La premiata ditta Sarubbi-Granata – che aveva presentato alcuni emendamenti bipartisan, nello spirito della pdl 2670 – si è divisa i compiti: a Fabio il discorso politico, a me quello tecnico. Lui ha cercato di spiegare i suoi che perseguire l’obiettivo della sicurezza non significa combattere l’integrazione, invitando Pdl e Lega a non lottare per superarsi nella durezza; io ho evidenziato la necessità di alcune modifiche concrete, soffermandomi in particolare sulla necessità di calcolare gli anni (che siano 5, 7, 8 o 10) dall’inizio del soggiorno legale e non dall’acquisizione della residenza, perché questa è spesso una variabile impazzita. Ma non vi tedierò di più: avete già capito l’essenziale, e cioè che siamo ancora in alto mare.