Immigrazie

Neanche il tempo di rientrare, che sono finito in tv. Dalla redazione di Omnibus mi avevano già contattato ad agosto, per parlare della pdl sulla cittadinanza, ed avevo detto loro di no – per evidenti motivi logistici, visto che la Bretagna non è proprio dietro l’angolo – ma avevo promesso che sarei stato disponibile appena tornato. Nella puntata di stamattina, in realtà, la cittadinanza c’entrava a metà, e così non mi sono messo a spiegare la mia legge nel dettaglio: partendo da un titolo molto simpatico (“Immigrazie!”) si parlava in generale di immigrati e del loro ruolo nell’Italia di oggi, con il pretesto della sanatoria per colf e badanti che il governo ha appena varato. Il sottosegretario Carlo Giovanardi, l’autore del provvedimento, era in studio con me: ci teneva molto a sottolineare che non si tratta di sanatoria, ma di regolarizzazione, ed ha anche provato a spiegare la differenza, ma nel mio piccolo non l’ho capita. So solo – e gliel’ho detto – che dopo la sanatoria rosa per colf e badanti mi aspetto ora quella al maschile, per fiorai e garagisti, visto che a Roma i chioschi dei fiori e le autorimesse sono tutti gestiti da egiziani: se andiamo avanti così, per categorie, metteremo toppa su toppa ai buchi lasciati dal ddl sicurezza ma non risolveremo mai la questione una volta per tutte. Non si va da nessuna parte, senza una politica seria degli ingressi che preveda, ad esempio, la possibilità di cercare un lavoro senza doversi nascondere dalla polizia; ma soprattutto, ed è un concetto su cui ho insistito, non è su una visione strumentale dell’immigrato che può poggiare la convivenza pacifica in un Paese civile. Ho citato, ancora una volta, la riflessione del demografo Massimo Livi Bacci: il bivio tra un approccio economicistico – come quello tedesco negli anni ’60, in cui si scoraggiano i ricongiungimenti familiari e si fa di tutto perché l’immigrato resti poco, il tanto che basta per riempire i buchi di manodopera, e se ne torni a casa con le mutande piene di soldi ma poi non si faccia vedere mai più – ed un approccio orientato alla riproduzione sociale, in cui si incoraggia l’integrazione e, così facendo, si riducono i rischi di ghettizzazione e di devianza. Giovanardi l’ho visto un po’ impacciato – ha detto, in sostanza, che una cosa non esclude l’altra, e comunque è già un risultato che non abbia sbattuto la porta in faccia alla mia pdl sulla cittadinanza – mentre il leghista Galli, presidente della provincia di Varese, mi ha vomitato addosso di tutto. Non dovrei dirlo, perché mi sento comunque un uomo di dialogo, ma la distanza l’ho sentita tutta: una distanza di approccio e di cultura che potrebbe rendere impossibile l’individuazione di un punto di incontro. Su due o tre cose ho avuto vita facile: quando ha detto stop alle moschee perché l’ingresso separato di uomini e donne è anticostituzionale, ad esempio, si è commentato da solo; quando ha invocato l’esempio degli altri Paesi stranieri, accusandomi di essere buonista e superficiale, gli ho risposto con i numeri delle cittadinanze concesse agli immigrati residenti in Francia (sette volte le nostre) ed in Spagna (due volte e mezzo). Molto altro avrei avuto da aggiungere, ma credo che ci sarà più di un’occasione, perché le polemiche purtroppo non finiranno qui.

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3 risposte a “Immigrazie

  1. Caro Sarubbi,

    Tutto molto bello, ma francamente non ho capito per quale motivo concedere la cittadinanza italiana dopo soli cinque anni. A me risulta che questo non accada in nessun paese europeo. Chieda ai nostri emigrati dopo quanti anni hanno ricevuto la cittadinanza tedesca o svizzera! Non mi risulta che se lavoro cinque anni a Parigi o a Londra posso chiedere di diventare cittadino francese o inglese.
    Inoltre non dimentichiamo i cittadini “italiani” argentini o australiani semplicemente perchè il nonno era italiano, che l’Italia l’hanno vista in vacanza a Venezia! Ai quali la legge Tremaglia – Fassino ha attribuito un voto che vale quanto il nostro, generando fenomeni come il senador Pallaro (ci mancavano solo le clientele argentine, non bastavano le nostre).
    Stiamo cercando di appiopparela cittadinanza italiana (e il collegato diritto di voto) a chiunque passi per strada, è veramente patetico.

  2. Occorrerebbe ricordare a questi pseudo-cattolici di comodo del PDL & compagnia bella le opere di misericordia corporale di evangelica memoria…
    Ma oggi manca del tutto sia la ratio che la pietas…
    Viviamo in tempi bui….fate un’opposizione più incisiva..

  3. A complemento di quanto sopra, riporto l’intervento di un italiano che lavora negli USA (il paese Yes, We Can!) tratto dai commenti all’intervista di Frattini sul sito del Corriere:

    “Io vivo all’estero da una vita, pago le tasse pero’ il diritto di voto non l’ho mai avuto, e mai l’avro’. Ogni due anni devo rinnovare il mio permesso di soggiorno con tanto di garanzia da uno sponsor( la compagnia per cui lavoro) in piu’ pago 1500 dollari americani per questo privilegio. Se non viene accettata la mia domanda ho tempo 1 mese a fare fagotto e andarmene non potendo poi tornare per un minimo di mesi. Se dovessi volere cambiare impiego l’ho posso soltanto fare con il consenso dello sponsor oppure devo lasciare il paese, fare domanda( il nuovo datore) e soltanto quando la domanda e’ acettata, con tanto di visto, posso fare rientro. Se arrivo su un barcone mi beccherei mesi di carcere con espulsione a vita. Non ho mai sentito lamentele dall’UE, ONU, UNESCO e vaticano”.

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