Archivi categoria: globalizzazione

I super doveri

Purtroppo nella politica italiana, soprattutto in campagna elettorale, ci si combatte a colpi di slogan. Tu ti inventi il permesso di soggiorno a punti, io ti rispondo che la prossima invenzione saranno i diritti umani a punti, tutti e due andiamo sui giornali ma chi ci legge non capirà nulla della questione. Poi arrivano Crespi o Pagnoncelli, chiedono alla gente che cosa pensa del permesso di soggiorno a punti e l’elettore medio – che di suo non è un esperto di flussi migratori, né di politiche del lavoro – finisce per votare lo slogan che gli è piaciuto di più. Meno male che ogni tanto c’è qualcuno che ragiona e che – soprattutto – tenta di far ragionare gli altri: ancora una volta è la professoressa Giovanna Zincone, docente all’Università di Torino e consulente del presidente Napolitano per i problemi della coesione sociale. Leggete la sua riflessione sulla Stampa di oggi (“I super doveri degli immigrati”) e soprattutto fatela girare, mi raccomando.

La cittadinanza dell’Ue e quelle dei singoli Paesi membri seguono due logiche antitetiche. Il permesso di soggiorno a punti rischia di imitare quella sbagliata. Vediamo perché. L’Ue, in quanto figlia non troppo degenere della Comunità economica, adotta una cittadinanza che segue la logica della libera circolazione: incentiva le persone a muoversi dove ci sono più opportunità. La cittadinanza nazionale segue la tradizionale logica dello stato-nazione: pretende comunanza di cultura e di lingua, incentiva le persone a radicarsi sul territorio. Per diventare cittadino europeo basta avere la nazionalità di uno dei Paesi membri, poi si va e si lavora dove si vuole. Non si chiede ai cittadini comunitari di conoscere la lingua, la cultura, le istituzioni dei paesi dell’Unione in cui emigrano. Al contrario, le singole cittadinanze nazionali chiedono assimilazione, vogliono e inducono stabilità. Per naturalizzarsi occorre essere lungo-residenti, oppure essere nati sul territorio, o avervi studiato per un po’ di anni. L’europeo è invitato ad andare negli altri Paesi dell’Unione senza vincoli, mentre il non comunitario che vuole diventare cittadino del singolo Paese deve restare fermo e assimilarsi.

La differenza è comprensibile. Per concedere un diritto che segna l’appartenenza ad una comunità civile lo Stato chiede garanzie. Non vuole dare un titolo importante a chi stia lì quasi per caso, deve capire se chi vuole entrare nel club fa sul serio, anche se alcuni segnali di questo «fare sul serio» variano. Oggi nell’Unione il requisito della residenza va dal minimo di 3 anni in Belgio al massimo di 12 in Grecia (ma quel governo intende ridurlo a 5 anni). Per gli altri segnali di integrazione stiamo assistendo, invece, ad un trend convergente. In quasi tutti i Paesi europei una certa conoscenza della lingua è sempre stata valutata quando si trattava di concedere la naturalizzazione, ma per lo più non si chiedevano prove formali. Da quando, nel 1999, la Germania ha inserito per legge la conoscenza del tedesco, molti Paesi hanno seguito il suo esempio. Poi sono arrivati i test di integrazione, introdotti in Gran Bretagna nel 2002. Anche i test hanno attecchito alla grande, e servono non solo a valutare la competenza linguistica, ma anche la conoscenza della cultura, della storia, della vita civile del Paese di immigrazione. Per fornire le conoscenze ritenute necessarie si sono allestiti corsi di integrazione: ad aprire la pista in questo caso è stata l’Olanda, e di lì i corsi si sono diffusi a macchia d’olio.

L’asticella da superare per diventare cittadino si è talvolta abbassata sui tempi, ma si è alzata per le prove di integrazione. Alcuni esperti considerano queste richieste eccessive e inutili: se un individuo se la cava a vivere e a lavorare senza conoscere bene una lingua, se la può cavare altrettanto bene a votare, una volta che sia stato promosso a cittadino. D’altronde i regimi democratici, con il suffragio universale, hanno concesso la cittadinanza politica anche agli analfabeti. Quanto al caso italiano, fin troppi commentatori hanno già osservato che si pretende dai nuovi cittadini una cultura pubblica che non dimostrano di avere neppure molti parlamentari. Ma questi argomenti funzionano solo se vogliamo continuare ad accontentarci di una democrazia scadente. Altrimenti, proprio dai requisiti che imponiamo agli immigrati perché vogliamo nuovi cittadini competenti, dovremmo prendere spunto per chiedere altrettanto ai nostri concittadini per diritto ereditario. Anziché abbassare l’asticella per gli stranieri, dovremmo saltare tutti un po’ più in alto. Questo implica prendere molto più sul serio l’educazione civica, proporre palinsesti radiotelevisivi appetibili ed eticamente intensi. L’esigente approccio nei confronti dei nuovi cittadini potrebbe offrire uno spunto per chiedere maggiore competenza ai candidati alle elezioni di ogni ordine e grado. Si tratterebbe sia di ristabilire un cursus honorum, una carriera basata sull’apprendimento graduale, sia di restituire ai partiti quella funzione di educatori civili che svolgevano utilmente in passato.

Ma se la severità nelle richieste che facciamo ai nuovi cittadini può essere utile per costruire una democrazia più adulta, non si capisce invece a cosa servano pretese di assimilazione rivolte a chi è qui solo per lavorare. È sensato imporre una buona conoscenza della cultura storica e civica, dei meccanismi del welfare del nostro Paese anche a chi non intende radicarsi e non vuole diventare cittadino? Lo si è già fatto con il pacchetto sicurezza per la concessione della carta di soggiorno, che si può ottenere dopo 5 anni di residenza regolare, adesso pare che lingua e cultura diventino una condizione per restare a lavorare in Italia dopo un tempo di residenza anche più breve. Ma se uno straniero investe tanto per imparare lingua e cultura del luogo, sarà poi riluttante a spostarsi altrove, a tornare in patria. Il suo progetto iniziale, magari a breve termine, si trasformerà in un progetto stanziale a lungo termine. Se si può accettare la sfasatura tra una cittadinanza europea mobile, concepita in una logica economica, e una cittadinanza nazionale stanziale, concepita in una logica da stato-nazione, non si capisce perché calare la cappa della logica statuale anche ai permessi di soggiorno per motivi di lavoro. Perché imporre ai lavoratori stranieri l’obbligo di assimilarsi? Non ci basta che rispettino le nostre leggi e i valori portanti delle nostre democrazie? Meraviglia che forze politiche convinte dei benefici di un’immigrazione circolare, fluida, si adoperino per spingere gli immigrati a diventare stanziali.

Annunci

Made in Italy – parte 2

Nonostante l’ironia del Giornale, che sabato 14 mi prendeva in giro per aver snocciolato in Aula la formazione dell’Inter, oggi siamo tornati a parlare di sport: si votavano infatti le mozioni sulla tutela dei vivai, che avevamo discusso una decina di giorni fa. Il Pd ha assegnato a me il compito della dichiarazione di voto: credo di aver svolto un buon intervento, tra l’altro tenendo conto di alcune indicazioni ricevute proprio da voi, sul blog, nei commenti all’altro post. Ci stiamo inventando il deputato interattivo: se funziona, lo brevettiamo. Buona lettura.

ANDREA SARUBBI. Grazie, signor presidente. Quando in Aula discutiamo di questi temi, all’esterno si ride del Parlamento. Le leggo il titolo del Giornale di sabato 14 novembre: “Alla Camera lavorano in 4. Per parlare dell’Inter”. E giù ironie, nell’articolo, sul fatto che io avessi affrontato il problema degli stranieri nel nostro sport di vertice citando appunto la formazione dell’Inter, con nessun italiano in campo e solo 2 in panchina. Ma avevo citato anche la Montepaschi Siena, attuale leader del basket italiano, e l’Itas Dialtec Trentino, capolista nella pallavolo: proprio a proposito del volley, non ho detto allora – e lo faccio oggi – che almeno in questo sport esiste una sorta di autoregolamentazione, per quanto riguarda il nostro campionato: sui 7 giocatori in campo (6 più il libero a rotazione), almeno 3 devono essere italiani. Ma il discorso non cambia, perché il problema sollevato da queste mozioni è quanto mai reale: l’avvenire sportivo dei nostri giovani è piuttosto difficile, perché dalla sentenza Bosman in poi le società hanno smesso di puntare sui vivai. Citavo il Milan di Baresi, Tassotti, Maldini, Albertini, che ad un certo punto si è ritrovato senza giovani. Ma non vorrei circoscrivere il discorso al calcio, se non altro per non dare ragione alle critiche mosse durante la discussione generale dall’on. Pescante, che ci accusava di essere troppo concentrati sul calcio.
A proposito dell’on. Pescante – al quale vanno naturalmente gli auguri del Partito democratico sia per la nomina di vicepresidente del Cio che per quella di membro permanente dell’assemblea generale dell’Onu, proprio in rappresentanza del Cio – vorrei sottolineare alcuni passaggi del suo intervento durante la discussione generale, perché da qui credo si possa partire per un dialogo fruttuoso.
In un primo passaggio, l’on. Pescante riconosceva alla mozione Ciocchetti il merito di aver sottolineato che lo sport non è una mera attività lavorativa, e dunque non può seguire le regole valide per tutto il resto. D’altronde – e questo lo avevamo già ripetuto venerdì 13 – i meccanismi dell’Unione europea e le regole della libera circolazione dei lavoratori vennero pensati per l’economia, non per lo sport. E se il fantasma dell’idraulico polacco ha spaventato a lungo l’economia francese prima della ratifica della Costituzione europea, il fantasma della punta brasiliana (o del play americano, o dello schiacciatore bulgaro) non è certamente un incubo da poco per i nostri campioni in erba delle varie discipline. Sanno che, per quanto potranno impegnarsi e fare la trafila delle serie minori, difficilmente troveranno spazio ad altissimi livelli, perché la punta brasiliana è sempre in agguato. Con una differenza, rispetto all’idraulico polacco: che riparare un rubinetto non è ancora uno sport, dunque non ci saranno campionati mondiali o Giochi olimpici nei quali rappresentare la propria Nazione e sfidare le altre. Né ci sono i mondiali di management industriale, o le olimpiadi di medicina: solo nello sport si vedono i Paesi competere tra di loro con rappresentanze nazionali, le cui vicende agonistiche hanno tra l’altro il merito di suscitare nella cittadinanza passioni condivise. Ecco perché lo sport non è uguale al resto; ecco perché la mozione presentata dall’Udc – e condivisa anche dal Partito democratico, che voterà a favore – impegna il governo a promuovere queste istanze in sede europea: d’altra parte, è un’esigenza condivisa anche dal Trattato sul funzionamento dell’Unione, come lo stesso on. Pescante ci ricordava venerdì. Del suo intervento riporto anche un altro passaggio, piuttosto significativo: quello in cui ci comunicava di aver già preso contatti con la Spagna per stabilire, durante il semestre di presidenza spagnola dell’Ue, come definire il concetto di specificità dello sport. Un motivo in più, da parte nostra, per chiedere un impegno concreto anche al governo, visto l’enorme prestigio internazionale di cui il nostro presidente del Consiglio si vanta di godere.
Per quanto riguarda la libera circolazione dei lavoratori, dunque, mi pare che tutti siamo d’accordo sulla necessità di adattarla alle specificità dello sport: nella stessa mozione della maggioranza, si impegna il governo a “ trovare una soluzione di compromesso per la libera circolazione di atleti comunitari, prevedendo il libero tesseramento, ma limitandone l’impiego sul terreno di gioco, come praticato già da alcune federazioni internazionali negli sport di squadra”.
Ma se parliamo di limitare il numero di stranieri in campo, lo ripeto, lo facciamo con l’obiettivo di aprire una strada (o meglio: di non sbarrare la strada) ai nostri giovani, che oggi faticano ad emergere molto di più rispetto all’era pre-Bosman. La mozione Ciocchetti prevede degli incentivi , anche di tipo fiscale, “per società o associazioni sportive che investono nelle formazioni giovanili”; la maggioranza interpreta questi incentivi – almeno così ci è sembrato, venerdì – come un regalo alle grandi società: io credo invece che la proposta verrebbe accolta con favore soprattutto nelle società medio-piccole, quelle che non possono contare sul merchandising o su una grande fetta della torta dei diritti televisivi. Per non parlare di quelle non professionistiche: lo percepisce bene la mozione Zazzera, che infatti parla espressamente di agevolazioni fiscali e tributarie “a sostegno di tutto lo sport dilettantistico”. E lo sa bene anche il sottosegretario allo Sport, Rocco Crimi, che un anno e mezzo fa – nella sua prima audizione in Commissione Cultura – parlò di supporto fiscale, di detassazione e di semplificazione degli oneri sociali.
La stessa maggioranza non può fare a meno di denunciare la crisi dei vivai, che “sono spesso – cito proprio le parole della mozione Pescante – abbandonati del tutto o costituiscono fenomeni residuali all’interno delle società sportive più economicamente dotate”. Non solo: il testo presentato dai colleghi del Pdl ha anche il merito di riconoscere espressamente “la funzione dell’associazionismo sportivo, che vede impegnate oltre centomila società sportive e circa ottocentomila dirigenti sportivi volontari” e che “deve essere incoraggiata dalle istituzioni”. Il problema, allora, qual è? Il problema è cosa si intende per incoraggiare, perché probabilmente l’on. Pescante pensa ad una pacca sulla spalla, non so, o ad un convegno fra il sottosegretario Crimi ed i responsabili dell’associazionismo. Ma l’unico modo serio di incoraggiare lo sport non di vertice – sia quello giovanile che quello dilettantistico – è mettere mano al portafoglio: allo sport di base servono soldi, non chiacchiere e distintivi! Vuoi che una persona di grande esperienza come l’on. Pescante non lo sappia? Figuriamoci! Certo che lo sa! Solo che non può dirlo, perché non solo il governo non ha intenzione di mettere un euro sullo sport di cittadinanza, ma addirittura ha azzerato il fondo di 95 milioni di euro che già esisteva. Ecco perché il Pdl fa finta di snobbare la richiesta di incentivi fiscali e confeziona una mozione a misura di Tremonti: un testo in cui si parla genericamente di iniziative da predisporre e di sostegno da garantire, ma non si ha il coraggio di dire le cose in faccia al ministro dell’Economia. Ecco perché, pur condividendo molte delle riflessioni fatte dall’on. Pescante, non possiamo far altro che astenerci sulla sua mozione. Il Partito democratico esprimerà invece voto favorevole sulle altre due mozioni: quella dell’Idv e quella dell’Udc, che ha avuto il merito di aprire il dibattito su un argomento così significativo. E se
Il Giornale non ne ha capito lo spirito, ironizzandoci sopra e prendendo in giro il Parlamento, ce ne faremo una ragione.

La disfida dei minareti

Su Avvenire di oggi c’è un reportage dalla Svizzera, dove domenica prossima si vota un referendum per vietare la costruzione di minareti. Da noi, lo ricordo, la Lega ha preparato una mozione per vietare la costruzione di nuove moschee: era stata calendarizzata a maggio, sotto le Europee, poi è slittata, e temo che si riaffaccerà sotto le Regionali, perché – come potete capire – l’impeto ideale che la muove è davvero altissimo. Ma torniamo alla Svizzera, dove le polemiche non sono molto diverse da quelle nostrane: “Da una parte – spiega la giornalista di Avvenire, Anna Fazioli – chi paventa il rischio di una società parallela dove regna la legge islamica, dall’altra i fautori della ricchezza e dei beneficî dell’integrazione. (…) Il tutto mentre numerosi giuristi hanno fatto presente che, se anche al referendum vincesse il , la norma vieta-minareti quasi certamente non potrebbe entrare in vigore, poiché in conflitto con la Convenzione dei diritti umani del Consiglio d’Europa”. Giuristi contrari, dunque, e con loro anche il governo. Non nel nome del buonismo, ma del realismo: innanzitutto, perché una vittoria del potrebbe fomentare gli estremismi; inoltre, perché – come ha dichiarato il ministro per la Giustizia e la Polizia – non serve a niente prendersela con tutti, ma basta espellere gli imam potenzialmente pericolosi per l’ordine pubblico; infine, perché il Paese neutrale per definizione ha paura di compromettere i buoni rapporti, anche commerciali, con varie Nazioni a maggioranza musulmana. E le altre religioni? Contrarie pure loro: il Consiglio svizzero delle religioni ha detto all’unanimità che bisogna votare no perché “la pluralità culturale è una caratteristica dell’identità elvetica, che rende forte il Paese”. Quello che mi pare ancora più interessante, pensando anche alla situazione di casa nostra, è il giudizio espresso dal vescovo di Lugano, il varesotto Pier Giacomo Grampa, che è pure responsabile della Conferenza episcopale svizzera per i rapporti con l’islam e che – pur non essendo certamente un falco – non è noto negli ambienti ecclesiali come un’alabarda del progressismo. Vi riporto qui sotto buona parte dell’intervista: a voi, come al solito, l’onere dei commenti.

«I vescovi ritengono che quella del divieto sia una strada sbagliata innanzitutto perché non affronta i veri problemi posti dall’integrazione degli islamici nel nostro contesto sociale e culturale. Non mi risulta infatti che nel nostro Paese vi sia la corsa a costruire minareti. C’è poi un problema di discriminazione: qui si vuole ritoccare la Costituzione svizzera, ma essa deve contenere diritti e doveri fondamentali validi per tutti i cittadini e non proibizioni discriminanti per qualcuno».
Dunque per lei non occorre nessun tipo di regolamento per i minareti?
«Per disciplinare la costruzione di luoghi di culto è sufficiente la legislazione ordinaria, che regola un’urbanizzazione intelligente, di coerenza col paesaggio, di rispetto dell’ordine pubblico, di proporzionalità verso le nuove presenze e di armonia sociale».
Se non sono i minareti, quali sono i veri problemi d’integrazione dell’islam?
«Ai minareti si vuole attribuire una valenza di occupazione del territorio che non hanno. La questione centrale, invece, è ciò che si predica nelle moschee e che si insegna nelle scuole coraniche. Occorre capire se in quei discorsi si propone o meno l’accettazione dei nostri principi democratici di libertà, uguaglianza e distinzione tra leggi religiose e civili. Non è con la paura, né sventolando il panorama di una Svizzera riempita di minareti, che è un falso evidente, che si risolvono i problemi, ma con il dialogo, la difesa convinta della nostra civiltà e il rispetto dei nostri ordinamenti. Ordinamenti, tra l’altro, che in passato discriminavano ingiustamente gli stessi cattolici, in particolare quelli del Canton Ticino…».
A cosa si riferisce?
«I cristiani non dovrebbero mai dimenticare uno dei principi fondamentali del Vangelo: ‘Non fate agli altri quello che non volete che gli altri facciano a voi’. I cattolici ticinesi forse si sono dimenticati di quei tre articoli che una volta erano inseriti nella Costituzione svizzera e che li riguardavano direttamente. Ai ticinesi si proibiva di istituire nuove diocesi, di costruire nuovi conventi, di accogliere i gesuiti. Oggi quei tre articoli non ci sono più: perché percorrere una strada che la storia ha già giudicato inopportuna e superata?»

Sorella acqua

Dopo settimane di polemiche sui giornali e migliaia di mail di protesta nelle nostre caselle di parlamentari, oggi la maggioranza ha votato la privatizzazione dell’acqua. Che detta così è detta male, perché – proprio grazie ad un emendamento del Partito democratico, approvato al Senato – il decreto appena licenziato ribadisce che la proprietà dell’acqua resta pubblica. Quello che si privatizza è invece la sua distribuzione, e qui il discorso si fa più complesso: tanto complesso che avremmo avuto bisogno di tempo ed attenzione, ma il governo ha liquidato il tutto con la 26.esima fiducia in 18 mesi, proprio per affogare sul nascere il dissenso di parte della maggioranza. Potevamo cavarcela come ha fatto Di Pietro: ricordando che l’acqua non è un servizio ma un diritto universale, annunciando un referendum contro questa legge ed alzando qualche cartellone a favore di telecamera subito dopo il voto finale. La croce (e delizia) dei riformisti, invece, è che devono argomentare sempre le proprie ragioni, e la nostra Raffaella Mariani, capogruppo del Pd in Commissione Ambiente, lo ha fatto molto bene. Cominciamo dai problemi generali, che in effetti non mancano: più della metà degli italiani non ha un sistema di depurazione; il 30% dell’acqua viene disperso; il nostro sistema fognario non è degno di un Paese civile. Esistono parecchi casi di sprechi e di inefficienze – l’acquedotto pugliese è stato citatissimo negli interventi in Aula – ma ci sono anche diversi esempi di buongoverno, indipendentemente dal fatto che i gestori siano pubblici oppure misti: non sempre, insomma, una gestione privata corrisponde ad un servizio efficiente, né è detto che pubblico sia sinonimo di incapacità. D’altra parte, in Europa abbiamo esperienze molto diverse: sono efficienti sia la Germania (che ha una gestione pubblica delle risorse idriche) sia la Francia (che ne ha una mista). Perché, allora, abbiamo votato contro questo decreto? Perché innanzitutto non crea un’autorità indipendente, che vigili sulle tariffe e sui servizi offerti dai gestori privati: l’unica concessione ottenuta è stata l’approvazione di un nostro ordine del giorno nella seduta di ieri, durante la quale abbiamo mandato sotto la maggioranza per 6 volte, ma sappiamo tutti quanto poco possa valere un ordine del giorno per un governo che non rispetta neppure gli impegni internazionali. Inoltre, perché questo provvedimento obbliga i Comuni a vendere quote di società che gestiscono il servizio idrico, indipendentemente dall’efficienza dello stesso: è un regalo enorme fatto ad alcuni grandi gruppi privati, sia italiani (come Acea ed Iride) che stranieri (come le francesi Veolia e Suez). E se cerchi Suez su Google, tanto per fare un esempio, scopri che un mese fa la città ungherese di Pécs “ha rescisso il contratto con la compagnia, accusandola di speculazione e di mancanza di trasparenza dopo avere riscontrato che le tariffe eccessive imposte sull’acqua andavano contro gli interessi dei residenti”. Se l’idea fosse stata quella di migliorare il servizio, insomma, saremmo stati disposti a discuterne: con le garanzie di cui sopra, naturalmente, ma ne avremmo anche discusso. Se invece si tratta di fare un favore a qualche grande impresa – o magari, la butto lì, a qualche potere forte in campo economico – non ci siamo proprio, né ci saremo mai.

Guerra e fame

È curioso che sia proprio Silvio Berlusconi a chiedere date certe per gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo: proprio il suo governo, che poi sarebbe anche il nostro, sta infatti disattendendo tutti gli impegni presi in sede internazionale sul rispetto dei Millennium goals, gli obiettivi del Millennio che l’Onu si è data da qui al 2015. Ne ho parlato decine di volte e non ci tornerò sopra, anche perché dell’incontro di oggi alla Fao non mi sembra questa la notizia principale: la notizia, a mio modo di vedere, è che tutti – dal Papa al segretario generale delle Nazioni Unite – hanno concordato sul fatto che la fame nel mondo non si combatte con le politiche demografiche, ma con la redistribuzione delle risorse. Che ci sono per tutti. Finché lo dice il Vaticano, nulla di nuovo; che fosse d’accordo anche il Palazzo di vetro, invece, non me ne ero mai accorto. Dire che le risorse ci sono significa, secondo me, almeno due cose. La prima è che materialmente esistono, nel senso che la terra è già in grado di sfamare i suoi abitanti: Benedetto XVI citava, per condannarla, la pratica di distruggere le derrate alimentari per tenere alto il prezzo sul mercato, ma allo stesso modo potremmo aggiungere che basterebbe una dieta meno carnivora e più vegetariana – come diversi economisti sottolineano da anni – per fare in modo che, con gli stessi metri quadri di terra coltivata, si riescano a sfamare molte più persone (non sarebbe difficile arrivare a 7 volte tanto). Il secondo aspetto della vicenda è che le risorse – e qui non mi riferisco a pomodori e cereali, ma più in generale alle risorse economiche – vengono spesso destinate ad altro scopo: basta guardare la spesa globale per gli armamenti, che nell’ultimo anno non ha conosciuto nessuna crisi e che vede l’Italia ben (o mal, dipende dai punti di vista) piazzata nella classifica mondiale. Se gli Stati Uniti non spendevano così tanto dai tempi della seconda guerra mondiale, noi non siamo da meno: 40,6 miliardi di dollari nel 2008, pari al 2,8% della spesa mondiale. Ben sopra l’India, che pure non è uno staterello e che, invece di confinare con la neutrale Svizzera, ha la frontiera in comune con il Pakistan Colpa dei ricchi, come al solito? No, non solo. Perché anche i Paesi in cui si vive con un dollaro al giorno spendono, in media, oltre 200 dollari pro capite per gli armamenti, e perché il Brasile delle favelas è diventato la vera potenza militare dell’America Latina. Ma pensiamo un attimo all’Italia, ottavo Paese nel mondo per volume di spese nel settore: da noi la spesa pro capite per le armi è di circa 480 euro l’anno, che per coincidenza è esattamente l’importo della social card. Con le aziende in crisi e le famiglie alla terza settimana, forse un problema di distribuzione delle risorse esiste anche da noi.

Made in Italy

Ogni tanto, alla Camera capita pure di divertirsi: come quando ti chiedono, per esempio, di intervenire in Aula su una questione che ti appassiona a priori, da quando sei bambino. Tipo lo sport in generale, ed in particolare il calcio. Ieri si è discusso, infatti, di una mozione proposta dall’Udc per agevolare la cura dei vivai da parte delle società sportive, in un momento in cui i talenti non vengono più coltivati ma direttamente importati dall’estero: un tema che giuridicamente è più complesso di quanto non sembri, perché va a cozzare contro il principio della libera circolazione dei lavoratori. Ho studiato un po’ i numeri, prima di parlare, e poi ho detto la mia. Cercando di non sembrare troppo juventino.

ANDREA SARUBBISignor Presidente, sul sito de La Gazzetta dello sport c’è la formazione dell’Inter per la partita della prossima giornata di campionato contro il Bologna. Non è quella ufficiale di Mourinho, ma tanto non è l’aspetto tecnico che ci interessa qui in Aula. La vado a leggere: in porta Julio Cesar; in difesa Maicon, Samuel, Lucio e Chivu; a centrocampo Javier Zanetti, Cambiasso e Stankovic; trequartista Snejder; in attacco Eto’o e Milito. La squadra campione d’Italia in carica manda in campo, sabato prossimo, tre brasiliani, quattro argentini, un rumeno, un olandese, un serbo ed un camerunense. Neppure un italiano (lo diceva anche l’onorevole Ciocchetti poco fa)! Uno si potrebbe chiedere: avranno mesi tutti in panchina gli italiani? Macché: in panchina ci sono solo due italiani su sette (Toldo e Balotelli); gli altri (Cordoba, Thiago Motta, Muntari, Mancini, Vieira) sono un colombiano, due brasiliani, un ghanese ed un francese. E stiamo parlando di una squadra che, in Europa, difende i colori dell’Italia. Ma non si può dire certo che difenda il made in Italy, visto che pure il tecnico è di importazione: l’allenatore campione d’Italia, Josè Mourinho, è infatti portoghese. La situazione migliora un po’ – non di molto, per la verità – se si passa dalla capolista nel calcio alla capolista nella pallavolo: in cima alla classifica della serie A di volley c’è attualmente l’Itas Diatec Trentino, che nella rosa dei titolari ha cinque giocatori italiani. Ma, anche qui, la maggioranza (sette su dodici) è costituita da stranieri: due brasiliani, due bulgari, un francese, un cubano, un polacco. Se poi andiamo nel basket, basta dare un’occhiata alla squadra più forte del campionato – la Montepaschi Siena – per vedere che pure in questo caso, fra i titolari, sono gli stranieri a farla da padroni: ben 9 giocatori su 13 sono nati e sportivamente cresciuti all’estero, anche se poi, grazie al sistema delle naturalizzazioni, tre di loro (un georgiano, uno statunitense ed un nigeriano) figurano italiani. Sulle naturalizzazioni ho un punto di vista un po’ diverso, meno benevolo di quello dell’onorevole Ciocchetti, perché, secondo me, le naturalizzazioni – che alterano le statistiche, ma non la natura del problema – rappresentano una scorciatoia ormai comune a parecchi sport: potrei citare il caso del brasiliano Amauri nella nazionale italiana di calcio, dove, tra l’altro, gioca già l’argentino Camoranesi. Che entrambi possano fare comodo a Marcello Lippi è indubbio, ma qui il discorso è un altro: stiamo parlando di talenti nati e sportivamente cresciuti altrove, arrivati in Italia quando ormai erano già campioni. E i nostri giovani? Che fine hanno fatto? Possibile che non siano all’altezza? Possibile che, per fare bella figura in campo internazionale, dobbiamo ricorrere ai naturalizzati? L’esempio della nazionale italiana di calcio a 5, da questo punto di vista, è un caso di scuola: i 14 calciatori portati agli ultimi mondiali nella spedizione azzurra erano tutti brasiliani! Possibile che fra i giovani italiani – fra i giovani, cioè, di un Paese di 60 milioni di abitanti – non ce ne sia uno che meriti di vestire la maglia della propria nazionale? E se così fosse, vale ancora la pena chiamare italiana una squadra i cui giocatori si chiedono la palla in portoghese? Una squadra, soprattutto, in cui non ci sia neppure un giocatore che ha fatto la gavetta dal basso, cominciando magari da piccolo su un campo di periferia romana o milanese, per poi finire in nazionale?
Tra un paradosso e l’altro, signor Presidente, siamo arrivati al contenuto della mozione di oggi, che ha il merito di porre all’attenzione del Parlamento il problema dei nostri vivai. Il problema, cioè, della crescita sportiva dei nostri giovani, che spesso arrivano alle porte della prima squadra ma poi rimangono sulla soglia, perché nella maggior parte dei casi i club preferiscono puntare su atleti stranieri già affermati. Anche le società che storicamente producevano talenti – penso all’Atalanta di Scirea, Donadoni e Vieri, ma anche al Milan di Baresi, Tassotti, Albertini e Maldini – oggi sembrano aver abbandonato quella pista: l’unica eccezione fra le grandi società è forse la Juve, che ha cominciato a puntare sul proprio vivaio per necessità, con un bilancio da salvare dopo la retrocessione in serie B, e si è ritrovata in casa dei giovani campioni (su tutti Marchisio, Giovinco e De Ceglie) che magari, in condizioni normali, non sarebbero mai esplosi. Il giovane di talento, in Italia, fatica ad emergere: non è raro, infatti, assistere ad una fuga all’estero, dove ci sono contratti milionari e possibilità di un posto in prima squadra. In alcuni casi, poi, c’è anche una legislazione sportiva differente, che meriterebbe a mio parere di essere armonizzata, almeno a livello europeo: penso all’ultima promessa italiana, un ragazzo romano, Federico Macheda, che il Manchester United strappò alle giovanili della Lazio perché nel Regno Unito si possono fare contratti di lavoro professionistico anche ai minori di 16 anni; un ragazzo che, cresciuto calcisticamente in Italia, nelle giovanili della Lazio (la Lazio ha quindi puntato su di lui fin da quand’era piccolo), è poi arrivato a 16 anni e adesso è titolare col Manchester United, e chissà quando rivedrà il campionato italiano. Ma questo è un altro discorso, che ci porterebbe lontano. Un problema di legislazione, comunque, sussiste. Come argutamente nota il testo di questa mozione, «i Trattati dell’Unione europea sono stati fatti per l’economia e non per lo sport». Ciò significa che una norma sacrosanta in altri settori, come quella della libera circolazione dei lavoratori in Europa, si traduce in uno stop a tutti i tentativi di proteggere i propri settori giovanili: la FIFA ci provò, chiedendo l’introduzione di un numero minimo di giocatori autoctoni nelle rose, ma l’Unione europea disse di no per il motivo di cui sopra. Parallelamente, saltarono tutti i tetti al numero di calciatori stranieri, posti da molte leghe: era il 1995, l’anno della sentenza Bosman. E forse non è un caso che, proprio da allora, l’Italia abbia smesso di produrre giovani talenti ed abbia cominciato ad importarli: citavo prima il Milan dei Baresi, Tassotti, Albertini e Maldini, se andiamo a guardare è tutta gente di prima del 1995, non dopo. La mozione in esame afferma, in sostanza, che è finito il tempo di stare a guardare, e che il Governo può porre un freno a questo fenomeno attraverso un paio di provvedimenti: uno sul fronte interno, uno su quello esterno. Il primo intervento potrebbe essere un incentivo, anche di tipo fiscale, ad investire sui giovani: abbiamo qualche dubbio che il Ministero dell’economia e delle finanze lo vari da solo, e per questo crediamo che la mozione possa essere uno strumento utile. Il secondo intervento sarebbe invece una pressione sui partner europei affinché venga varato presto un protocollo che riconosca la specificità dello sport, rispetto agli altri settori lavorativi. Due misure di buonsenso, che ci auguriamo il Governo faccia proprie; prima ancora, però, c’è bisogno che la maggioranza voti la mozione, insieme a noi ed insieme all’UdC che ha avuto il merito di proporla
(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Unione di Centro).

Vent’anni dopo

A me, che sono diventato maggiorenne dopo la caduta del muro di Berlino, la fine del comunismo è apparsa sempre una cosa fisiologica. La mia coscienza politica è cresciuta con le ideologie già al tappeto, e se non fosse per le nostalgie di Ferrero o per la propaganda berlusconiana faticherei a trovare un posto alla parola comunismo nel dizionario dell’Italia 2009. Non vi tedierò, dunque, con una riflessione personale, perché avrei veramente poco di originale da condividere: preferisco riportarvi un brano di Giovanni Paolo II che mi sembra assai degno di lettura. Era maggio 1990 ed a Berlino si teneva il Katholikentag, che è una specie di grande fiera dei cattolici tedeschi; il luogo era stato deciso alcuni anni prima, quando nessuno poteva prevedere che il muro sarebbe crollato. Nel messaggio inviato ai partecipanti, il Papa polacco – il Papa di Solidarnosc, tra l’altro – parlava per la prima volta ai cattolici tedeschi, all’indomani del Fatto.

“La vostra città di Berlino è tornata ad essere un simbolo di speranza. La caduta del muro, come il crollo di pericolosi simulacri e di una ideologia oppressiva, hanno dimostrato che le libertà fondamentali che danno significato alla vita umana non possono essere represse e soffocate a lungo. La libertà di pensiero, di coscienza e di religione fanno parte di quei diritti fondamentali inalienabili dell’esistenza umana e sono un requisito essenziale per costruire la ‘casa comune europea’ che – rifacendosi alle tradizioni cristiane – deve diventare di nuovo un’Europa dello Spirito. Nonostante tutte le complessità in campo sociale, culturale ed economico, nessuno Stato e nessuna società può alla lunga rinunciare ai fondamenti morali trascendenti. (…) Il futuro dell’Europa deve stare a cuore a tutti. Solo un’Europa consapevole delle proprie radici spirituali può ritrovarsi e affrontare con maggior efficacia i problemi del Terzo e del Quarto Mondo. Come Chiesa dobbiamo ritrovare la forza e lo slancio per essere presenti nella cultura, nell’educazione e nell’ambiente sociale. La Chiesa non vuole occuparsi di politica, ma deve insistere sui valori di cui un popolo ha bisogno per costruire il proprio futuro. Come Chiesa dobbiamo impedire che l’uomo si perda dietro il consumismo e il materialismo dopo il superamento dell’alienazione marxista. La ricostruzione e la riedificazione spirituale dell’Europa deve riguardarci tutti. (…) E io chiedo fin da ora soprattutto ai laici di non rifiutarsi di dare il proprio contributo a questo immenso impegno, ma di assumersi quella responsabilità che viene da un’autentica fede personale. Nessuno di noi deve lasciarsi sfuggire l’occasione che ci viene offerta. (…) Cercate di essere, in maniera esemplare una comunità basata su valori e principi che vi permettano di diventare veramente protagonisti del vostro futuro e di costruire veramente la pace, la libertà e la giustizia”.

Gli spunti sono parecchi. Io ne riprendo solo uno: la grande preoccupazione, da parte del Papa che conosceva i limiti dell’alienazione marxista, che l’Europa si andasse a perdere nella direzione opposta, dietro il consumismo ed il materialismo. Per questo insisteva così tanto su una forte iniezione di spiritualità, che a suo parere costituiva l’unico anticorpo in grado di fermare il nuovo virus. Vent’anni dopo, sappiamo come è andata a finire.