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Il diritto di provarci

Nel messaggio inviato oggi alla Fondazione Migrantes, per la Giornata mondiale dei migranti, il presidente della Repubblica pone un problema serissimo: essere in regola non è solo un dovere, ma anche un diritto. Tutto il resto, aggiungo io, è fuffa. Perché la clandestinità non si combatte in altro modo: né con i soldi a Gheddafi – che io mi glorierò sempre di non aver votato – né con i respingimenti dei barconi – visto che la stragrande maggioranza degli immigrati entra via terra e non abbiamo alpini a sufficienza per presidiare ogni valico alpino – e neppure con le regolarizzazioni a campione, tipo quella delle badanti o la prossima che si inventeranno per gli attacchini dei manifesti della Lega, ma solo quelli della Lega. Ho già detto, in più occasioni, della nostra proposta di legge sul permesso di soggiorno per ricerca di lavoro: per assumere una colf devo prima verificare che sia capace di stirare le camicie, ed è difficile che riesca a farne venire una dalle Filippine, con un contratto già firmato, se non l’ho mai incontrata prima; lo stesso vale per un meccanico, in una concessionaria di automobili: se poi ti capita uno come Andrea Sarubbi, che non distingue il radiatore dalla batteria, che cosa ci fai? Lo rimandi a casa? Quella proposta – che fu sponsorizzata dalle Acli, che torno oggi a ribadire, e che spero il Pd abbia il coraggio di rilanciare nella campagna per le Regionali – prevede che possa venire in Italia legalmente, senza bisogno di nascondersi in una valigia come il ragazzo afghano trovato ieri nel bagagliaio di una macchina, chi dimostra di potersi mantenere qui per un certo periodo (da 3 mesi ad un anno: dipende dalle possibilità di ognuno) e di avere un luogo in cui risiedere. Forse non ci riuscirà da solo, o forse sì, ma certamente gli sarà più facile con l’aiuto di un amico o familiare che potrà garantire per lui, tramite una sorta di fideiussione: è il sistema dello sponsor, che altri Paesi hanno sperimentato prima di noi. In questo modo, chi entra sa di non doversi nascondere, ma sa soprattutto di non poterlo fare: entro quel periodo si gioca le sue carte e non gli conviene accettare un lavoro in nero, perché perderebbe solo tempo e si condannerebbe per il futuro alla clandestinità. La prospettiva di essere regolare, insomma, sarebbe un grande disincentivo ad accettare compromessi, tipo i tre euro all’ora di Rosarno, e potrebbe essere conveniente anche per le aziende, se un forte incentivo fiscale a nuove assunzioni venisse accompagnato da multe salatissime per chi impiega in nero. Per non parlare dei rischi di finire preda della criminalità organizzata, che Giorgio Napolitano ha evidenziato nel suo messaggio di oggi. Ma a Palazzo Chigi arrivano i messaggi del Quirinale?

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L’altra Italia

Ogni tanto capita pure di vincere, ed oggi è capitato. Lasciamo perdere il valore della vittoria, perché una mozione a Montecitorio sta all’ordinamento italiano come una partita di Coppa Italia sta alla Champions’ League, e concentriamoci sul risultato: 269 a 257, la Camera approva. Si parlava di politiche per il Mezzogiorno, un argomento scomparso dal dibattito politico e probabilmente anche dagli interessi dell’italiano medio: “Ho sei cose nella mente e tu non ci sei più, mi dispiace” (Zucchero, Hey man, 1987). Era stato l’Mpa a sollevare il tema, probabilmente per cercare di uscire dal cono d’ombra di Pdl e Lega alla vigilia delle Regionali e per punzecchiare un po’ gli alleati di maggioranza, dopo la crisi in Sicilia: una mozione scritta in punta di penna, tutta in tono propositivo, che però – tra una riga e l’altra – lasciava trasparire l’insoddisfazione per le promesse non mantenute. Lotta al lavoro nero, reimpiego dei lavoratori espulsi dal ciclo produttivo tramite incentivi alle imprese, servizi pubblici più efficienti, un piano straordinario di formazione professionale: le richieste dell’Mpa erano altrettanti buchi nell’azione di governo attuale, e la stessa proposta di gabbie salariali avanzata da Sacconi veniva associata al rischio di “un mero vantaggio competitivo per imprenditori poco affidabili”, per giunta sulla pelle dei lavoratori. Vale la pena litigare ancora con gli uomini di Lombardo, proprio in campagna elettorale? No, naturalmente. Ed allora, con i voti di tutta l’Aula, la mozione dell’Mpa passa senza problemi. Poi, però, tocca a quella del Pd, firmata anche da me, ed i toni cambiano: accusiamo il governo di avere assunto finora “una strategia sostanzialmente meridionalista”, tanto da aver “azzerato ogni intervento a favore del Mezzogiorno, sia in termini di risorse stanziate che di strumenti specifici”. Nella finanziaria 2010 non c’è traccia del Sud, ricordiamo, prima di denunciare il continuo furto del Fas, che ha tolto al Sud 35 miliardi di euro, e di smascherare le responsabilità di Tremonti: il ministro è colpevole di “una miope politica di tagli per gli imprenditori meridionali” che ha “annullato l’operatività del credito d’imposta per i nuovi investimenti”, di aver tagliato i fondi per la scuola “quasi esclusivamente al Sud” e di non avere fatto nulla per contrastare l’emigrazione dei giovani. Questo passaggio merita di essere letto, perché fa riflettere:

“Dal rapporto Svimez 2009 emerge che ogni anno 300 mila giovani meridionali abbandonano il Sud per cercare fortuna altrove. Di questi, quasi uno su due deciderà di non tornare più a casa, La fuga dal Mezzogiorno avviene in due tempi. La prima emorragia coincide con la scelta del corso di studi: al momento dell’iscrizione all’università un ragazzo su quattro decide di frequentare un ateneo del Centro-Nord. La fuga decisiva è connessa con la ricerca di un posto di lavoro: a tre anni dal conseguimento della laurea, oltre il 4 per cento dei giovani meridionali occupati lavora al Centro Nord. L’aspetto più allarmante di questa nuova migrazione interna sta nel fatto che coinvolge i giovani culturalmente e professionalmente più attrezzati: il 40 per cento dei laureati meridionali che hanno trovato lavoro al Nord si è laureato infatti con il massimo dei voti;
le dinamiche relative all’emigrazione dal Sud al Nord sono l’effetto più evidente dello stallo del sistema sociale e produttivo del Mezzogiorno. Se i ragazzi vanno via è perché il sistema delle imprese meridionali non è in grado di competere con quello settentrionale quanto a capacità di assorbire forza lavoro altamente qualificata. Un gap al quale si aggiunge uno squilibrio vertiginoso nei sistemi di transizione scuola-lavoro e nei livelli del servizio sociale. Questo quadro condanna oggi il Mezzogiorno ad essere il maggiore fornitore di risorse umane delle zone forti del Centro Nord;
il fenomeno dell’emigrazione interna si traduce anche in un’allarmante emorragia economica dalle fasce e dalle zone deboli a quelle forti del Paese. Tra tasse universitarie e integrazioni alle magre buste paga che i ragazzi percepiscono per molti anni dopo aver finito il corso di studi, ogni anno dal Sud al Nord si spostano non meno di 2 miliardi di euro. Così il Mezzogiorno si trova a dover pagare un dazio insieme economico e culturale, che inverte letteralmente la storica logica delle «rimesse». Per uscire da questa condizione occorre agire su due nodi fondamentali: lo sviluppo del comparto produttivo del Sud e l’implementazione di efficaci strumenti di raccordo tra le università e il mondo del lavoro”.

Se approvata, la nostra mozione avrebbe impegnato il governo a tre cose:

– a finanziare in piano volto a inserire nel mercato del lavoro almeno 100 mila giovani diplomati e laureati delle otto regioni del Mezzogiorno mediante stage presso imprese private, a tal fine prevedendo un compenso mensile a carico dello Stato per un periodo non inferiore a sei mesi, cui aggiungere un incentivo di 3.000 euro a favore dell’azienda in caso di assunzione a tempo indeterminato;
– a reintegrare le risorse impegnate del Fondo per le aree sottoutilizzate per destinarle a un programma mirato al rilancio del tessuto produttivo meridionale e, conseguentemente, dei livelli occupazionali del Mezzogiorno, ripristinando a tal fine un meccanismo di fiscalità di sviluppo concreto ed efficace quale è l’automatismo del credito d’imposta per i nuovi investimenti nel Mezzogiorno;
– a predisporre in tempi rapidi un piano organico di riforma degli ammortizzatori sociali, che includa lavoratori a progetto, parasubordinati, lavoratori atipici e le altre categorie contrattuali attualmente escluse da ogni copertura, garantendo almeno il 60 per cento del reddito percepito nell’ultimo anno.

Alla fine, come dicevo, li abbiamo mandati sotto: quel periodo ipotetico di cui sopra si è realizzato, contro ogni previsione. Erano voti dell’opposizione, d’accordo, ma la lettura politica non cambia: la Camera ha giudicato in maniera molto negativa l’azione del governo per il Sud e lo ha impegnato formalmente a porvi rimedio. Voi mi risponderete che un governo come questo, incapace di rispettare pure gli accordi presi in sede Onu, con le mozioni del Parlamento ci si soffia il naso. Ed io non potrò darvi torto. Ma questo è un altro discorso.

Il bersaglio facile

La paura più grande, che poi è una certezza, è che la campagna xenofoba abbia trovato un nuovo testimonial: dopo l’attentatore nigeriano sul volo Usa, servito a qualche mio collega in malafede per spiegare quanto sia giusto non dare la cittadinanza ai bambini stranieri ed a qualche brillante analista per teorizzare l’impossibilità di integrazione con i musulmani, ora salgono sul palco, siori e siore, i rivoltosi di Rosarno. Che probabilmente hanno fatto cose orribili, tipo circondare l’auto di una incolpevole signora e prenderla a bastonate, e per questo verranno puniti. Così come, ne sono certo, verranno puniti quei nostri connazionali che hanno acceso la miccia prendendoli a pallottole: con i bersagli facili, infatti, la nostra giustizia funziona a meraviglia. E pure la nostra politica, mi viene da pensare, dopo avere ascoltato il ministro dell’Interno che dà la colpa di tutto all’immigrazione irregolare. Mentre tutti quelli che stanno sul campo, da Libera di don Ciotti alla Caritas, continuano a ripetere che dietro ogni degrado c’è un disagio, e che i responsabili vanno cercati altrove: tra i bersagli mobili, quelli che non si fanno vedere perché sanno come mimetizzarsi nella nostra società. Tra i produttori delle passate di pomodori che rosoliamo nei nostri soffritti, ad esempio, o tra quelli dei succhi di frutta che diamo a merenda ai nostri bambini: nei loro campi, ci spiegano all’unisono i sindacati, nessuno ti chiede il permesso di soggiorno, perché tre euro all’ora senza contributi sono sempre meglio di dieci con un regolare contratto di lavoro, ferie, tredicesima e malattia. Diceva dom Helder Camara, vescovo brasiliano di Recife, e mi scuso se ve l’ho già scritto più di una volta: “Se do da mangiare ai poveri, mi chiamano santo. Se chiedo perché i poveri hanno fame, mi chiamano comunista”. E la diocesi locale, commentando la vicenda, ha appena detto una cosa comunistissima: “Non si possono far vivere le persone come animali e pensare che non si ribellino. Qui è in corso una vera emergenza sociale”. Faccio il comunista anch’io, allora, e mi chiedo dove sia il senso di tutto questo accanimento contro i disperati, quando l’economia ci dimostra che, prima di arrivare sulle nostre tavole, passate di pomodori e succhi di frutta passano per il loro sudore. Mi chiedo dove sia la Guardia di finanza, dove siano gli ispettori del lavoro, dove sia il pugno duro del governo contro l’evasione fiscale, dove siano le vittorie contro la criminalità organizzata che Maroni non manca mai di sbandierare, dove sia la dignità di un Paese che non ti fa entrare perché non gli servi, ma poi – quando sei dentro – scopre che in realtà gli servivi e non resiste alla tentazione di sfruttarti, senza chiederti mai scusa. Mi chiedo quando avranno l’umiltà di ammettere che la regolarizzazione delle sole badanti era una fesseria, o che la nostra proposta di legge sul permesso di soggiorno per ricerca di lavoro è un’idea pratica ed immediatamente applicabile. O almeno – e mi accontenterei anche di quello, per ora – quando la smetteranno di strumentalizzare tutto, anche la sofferenza degli ultimi, per qualche voto in più alle Regionali, in nome della razza ariana.

Affari sociali

Dalla Commissione Cultura alla Commissione Affari Sociali: per cavarmela con una battuta, potrei dire che sto pagando i primi effetti dell’uscita di Francesco Rutelli dal Pd. Con l’abbandono di Donato Mosella e Marco Calgaro, andati via dal nostro gruppo, i deputati del Pd in Affari Sociali eravano rimasti solo 14; così, visto che in Cultura eravamo in 16, si cercava qualcuno disponibile a cambiare Commissione. Hanno pensato a me, per due motivi: il primo è che, in effetti, ad inizio legislatura avevo messo nelle prime scelte proprio gli Affari Sociali (e mi avevano spedito alla Trasporti!); il secondo è che, in questo anno e mezzo, le tematiche sociali sono sempre state al centro del mio impegno politico. Avrei anche potuto rifiutare – tanto più che in Cultura mi trovavo bene e stavo facendo cose interessanti – ma mi sono messo al servizio del gruppo ed ho accettato, sperando di non andare a fare troppi danni. La notizia è di un paio di giorni fa, ma ve la sto dando solo ora perché aspettavo l’esordio. Che è avvenuto proprio oggi, in coincidenza con il voto sugli emendamenti alla Finanziaria. Prima di parlarvene, devo fare una premessa: da che mondo è mondo, la discussione della Finanziaria si caratterizza per la pratica dell’assalto alla diligenza; con le nuove modalità introdotte da Tremonti – e gliene va dato atto – il criterio geografico dei finanziamenti a pioggia (un ponte in Veneto, una strada in Trentino, una fontana in Umbria, un campo sportivo in Calabria) è praticamente sparito. Rimane, però, la pressione legittima che ogni Commissione cerca di fare sul governo perché vengano messi soldi in alcuni ambiti che le stanno a cuore: alla Trasporti diranno che vanno finanziate la banda larga o le autostrade del mare, in Cultura premeranno per l’edilizia scolastica o la ricerca, alla Lavoro chiederanno fondi aggiuntivi per disoccupati e precari, e così via. In Affari Sociali ci si occupa essenzialmente di povertà e di esclusione sociale, ma anche di sanità: le nostre richieste, dunque, potete facilmente immaginarle. Per senso di responsabilità (e di realismo, visto che i soldi sono pochi) abbiamo ridotto il numero degli emendamenti ad una cinquantina: la maggioranza ce li ha respinti quasi tutti, ma su alcuni siamo riusciti a convincerli. Bocciato, tanto per fare un esempio, l’innalzamento del reddito per l’esenzione dal ticket: il limite attuale (36151,98 euro) è quello fissato nel 1993, ma nel frattempo parecchi che erano esenti oggi non lo sono più, a causa del tasso di inflazione. Fra le battaglie vinte – ma non è neppure detto che lo siano, e dopo vi spiego perché – c’è invece il rimborso alle famiglie più povere delle spese sostenute per latte artificiale e pannolini, oppure l’aiuto alle case-famiglia, attraverso l’istituzione del Fondo per il sostegno delle comunità di tipo familiare. E ancora: la possibilità di detrarre il 19% delle erogazioni in denaro a favore dei programmi di assistenza dei disabili gravi; i 400 milioni di euro da destinare al Fondo per le non autosufficienze; i 100 milioni per il Fondo “Dopo di noi”, che aiuterà i disabili gravi rimasti senza un adeguato sostegno familiare; la proroga del bonus straordinario alle famiglie, ai lavoratori pensionati ed alle persone non autosufficienti. Infine, il 5 per mille, che sembrava sul punto di saltare ed invece rimarrà: il contribuente potrà destinarlo al finanziamento della ricerca (scientifica e sanitaria), al sostegno delle attività sociali svolte dai Comuni oppure alle associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni. Buone notizie, allora? Non è detto, dicevo prima: perché tutti gli emendamenti approvati dalle Commissioni passano ora all’esame della Bilancio, che dovrà verificare se le coperture finanziarie da noi ipotizzate siano praticabili oppure no. Faremo la conta dei superstiti e vi terrò aggiornati.

Sorella acqua

Dopo settimane di polemiche sui giornali e migliaia di mail di protesta nelle nostre caselle di parlamentari, oggi la maggioranza ha votato la privatizzazione dell’acqua. Che detta così è detta male, perché – proprio grazie ad un emendamento del Partito democratico, approvato al Senato – il decreto appena licenziato ribadisce che la proprietà dell’acqua resta pubblica. Quello che si privatizza è invece la sua distribuzione, e qui il discorso si fa più complesso: tanto complesso che avremmo avuto bisogno di tempo ed attenzione, ma il governo ha liquidato il tutto con la 26.esima fiducia in 18 mesi, proprio per affogare sul nascere il dissenso di parte della maggioranza. Potevamo cavarcela come ha fatto Di Pietro: ricordando che l’acqua non è un servizio ma un diritto universale, annunciando un referendum contro questa legge ed alzando qualche cartellone a favore di telecamera subito dopo il voto finale. La croce (e delizia) dei riformisti, invece, è che devono argomentare sempre le proprie ragioni, e la nostra Raffaella Mariani, capogruppo del Pd in Commissione Ambiente, lo ha fatto molto bene. Cominciamo dai problemi generali, che in effetti non mancano: più della metà degli italiani non ha un sistema di depurazione; il 30% dell’acqua viene disperso; il nostro sistema fognario non è degno di un Paese civile. Esistono parecchi casi di sprechi e di inefficienze – l’acquedotto pugliese è stato citatissimo negli interventi in Aula – ma ci sono anche diversi esempi di buongoverno, indipendentemente dal fatto che i gestori siano pubblici oppure misti: non sempre, insomma, una gestione privata corrisponde ad un servizio efficiente, né è detto che pubblico sia sinonimo di incapacità. D’altra parte, in Europa abbiamo esperienze molto diverse: sono efficienti sia la Germania (che ha una gestione pubblica delle risorse idriche) sia la Francia (che ne ha una mista). Perché, allora, abbiamo votato contro questo decreto? Perché innanzitutto non crea un’autorità indipendente, che vigili sulle tariffe e sui servizi offerti dai gestori privati: l’unica concessione ottenuta è stata l’approvazione di un nostro ordine del giorno nella seduta di ieri, durante la quale abbiamo mandato sotto la maggioranza per 6 volte, ma sappiamo tutti quanto poco possa valere un ordine del giorno per un governo che non rispetta neppure gli impegni internazionali. Inoltre, perché questo provvedimento obbliga i Comuni a vendere quote di società che gestiscono il servizio idrico, indipendentemente dall’efficienza dello stesso: è un regalo enorme fatto ad alcuni grandi gruppi privati, sia italiani (come Acea ed Iride) che stranieri (come le francesi Veolia e Suez). E se cerchi Suez su Google, tanto per fare un esempio, scopri che un mese fa la città ungherese di Pécs “ha rescisso il contratto con la compagnia, accusandola di speculazione e di mancanza di trasparenza dopo avere riscontrato che le tariffe eccessive imposte sull’acqua andavano contro gli interessi dei residenti”. Se l’idea fosse stata quella di migliorare il servizio, insomma, saremmo stati disposti a discuterne: con le garanzie di cui sopra, naturalmente, ma ne avremmo anche discusso. Se invece si tratta di fare un favore a qualche grande impresa – o magari, la butto lì, a qualche potere forte in campo economico – non ci siamo proprio, né ci saremo mai.

Il caso Eutelia

Mentre comincio a scrivere, i lavoratori dell’ex Eutelia sono a poche centinaia di metri da qui. Stanno protestando, da stamattina, contro una situazione insostenibile: l’ultimo stipendio lo hanno ricevuto a luglio, ma la loro azienda (che un mese prima era stata ceduta al gruppo Agile-Omega) continua regolarmente a rispettare le commesse, perché da allora non hanno mai smesso di lavorare. Grazie ai loro prodotti informatici, tanto per fare qualche esempio, funzionano sia il turn over delle volanti della Polizia di Stato che la gestione informatica di parecchi supermercati ed ipermercati Coop: tutti clienti che, proprio grazie al senso di responsabilità dei lavoratori, non si sarebbero accorti della crisi dell’Eutelia se non ne avessero sentito parlare dal pericoloso Gabibbo e, naturalmente, dall’informazione comunista del Tg3 o di Repubblica. Da un punto di vista teorico, quei lavoratori sono ancora sotto contratto, rispettano gli orari e producono normalmente quello che le commesse chiedono loro; non c’è nessuno stato di crisi aperto dall’azienda, e dunque nessuna procedura avviata dal governo in tema di ammortizzatori sociali. Per le banche, insomma, devono continuare a pagare i mutui: il fatto che non ricevano lo stipendio è un dettaglio, perché formalmente l’azienda è in ottima salute. E forse non solo formalmente, mi dicevano stamattina i lavoratori, che ho incontrato all’inizio della manifestazione in piazza dell’Esquilino: le commesse, in effetti, vengono pagate, ma nessuno sa dove quei soldi vadano a finire. Né si riesce a capire con esattezza chi sia l’attuale proprietario, perché l’assetto della nuova società è un sistema di scatole cinesi che passa per finanziarie lussemburghesi ed arriva chissà dove. Se questi lavoratori avessero sfasciato l’azienda, probabilmente avrebbero fatto notizia; invece, l’hanno solo occupata, dormendoci pure, e durante l’occupazione hanno pure ricevuto la visita di 15 vigilantes privati che, spacciandosi per poliziotti, hanno tentato di spaventarli. La rabbia, però, comincia a salire, e c’è sempre qualcuno pronto a cavalcarla: durante il corteo, stamattina, ha preso il megafono Antonio Di Pietro ed ha invitato alla ribellione, con frasi che non ricordo alla lettera ma che, in sostanza, dicevano che prima o poi la pazienza finisce e bisogna usare le maniere forti. Noi del Pd – che pure eravamo piuttosto numerosi, con Pierluigi Bersani e parecchi parlamentari mischiati fra i lavoratori, in mezzo alle bandiere di Cisl e Cgil – stiamo invece premendo per la strada politica, facendo pressioni sul governo perché dia quelle garanzie che finora non ha dato. Un primo risultato – ottenuto grazie ad un incontro del nostro Cesare Damiano con Gianni Letta, un’ora fa – è il vertice con le parti sociali che Palazzo Chigi ha annunciato fra una decina di giorni, il 27 novembre: la notizia è fresca fresca e ve la sto dando praticamente in diretta, mentre i lavoratori abbandonano via del Corso (che avevano paralizzato con un sit in) e si avviano verso casa, con una speranza in più.

Promesse a costo zero

Ci volevano due testimonial mediatici come la regina Rania di Giordania – che ho incontrato ieri in Campidoglio – ed i mondiali di calcio in Sudafrica per riaccendere un minimo i riflettori sugli aiuti allo sviluppo. Un minimo, dico, perché in realtà i giornali si dedicano più agli abiti della regina o alle sue frasi su Twitter che non alla campagna 1 goal, da lei lanciata anche a Roma, sul diritto universale all’istruzione. Nella rassegna stampa odierna, invece, non c’è nessuno spazio per le mozioni che abbiamo votato ieri sera in Aula sullo stesso tema della cooperazione internazionale: il nostro ennesimo tentativo (vi ricordate il mio question time e la mia interpellanza?) di riaccendere i riflettori sul comportamento ver-go-gno-so, la dico alla Berlusconi, del nostro Paese in sede internazionale. L’opposizione ne ha proposta una, firmata anche da me; la maggioranza ne ha scritta una parallela: cercherò di riassumervele brevemente, così capite la differenza di approccio.

Pd, Idv, Udc. Dal G8 e dal G20 è emerso che la crisi sta rendendo i poveri sempre più poveri e che devono pensarci i Paesi ricchi, se no sono guai per tutti. Invece, la finanziaria 2010 ha tagliato del 56% i fondi per la cooperazione e siamo agli ultimi posti dei Paesi donatori, ben lontani dagli impegni assunti in sede Onu con gli Obiettivi del millennio. Al G8 dell’Aquila ci siamo fatti belli con la sottoscrizione di ulteriori iniziative per la lotta alla fame e lo sviluppo rurale, ma poi nei fatti stiamo dimostrando di non riuscire a rispettare neppure gli impegni che avevamo preso prima. Chiediamo dunque al governo di rientrare nei parametri fissati dagli Obiettivi del millennio, di stanziare nella prossima Finanziaria almeno 500 milioni di euro e di venirci a riferire in Parlamento, prima della sua approvazione, a che punto stiamo con il mantenimento degli impegni presi al G8 dell’Aquila. Già che ci siamo, chiediamo pure una revisione degli strumenti “operativi e legislativi” della nostra cooperazione internazionale, da fare insieme.
Pdl e Lega. Nonostante la crisi, nel 2008 abbiamo aumentato gli aiuti rispetto al 2007 (e ti credo, aggiungo io: quelli per il 2008 erano soldi stanziati dal governo Prodi!). La cooperazione è importante perché così arrivano qui meno immigrati, e questo è un motivo per non sottovalutarla; un altro è che al G8 abbiamo fatto un figurone, e quindi sarebbe un peccato giocarsi la reputazione con un altro taglio degli aiuti (l’aggettivo altro naturalmente non figura nel testo). È vero che dovremmo rientrare negli Obiettivi del millennio, ma nel frattempo dobbiamo chiedere una mano ai privati: le imprese italiane, per esempio, ci aiutino ad esportare il loro modello produttivo, così insegneremo agli africani a non buttare i soldi. D’ora in poi, ha deciso il G8, non daremo più soldi ai governi – spesso corrotti – ma li destineremo a specifici progetti di sviluppo: ecco dunque l’importanza di un rapporto con le ong (Deo gratias! ve ne siete accorti anche voi che le ong non sono un pericoloso covo di comunisti!). Chiediamo dunque al governo, nella prossima finanziaria, di “non interrompere il processo di graduale incremento” (che faccia tosta!) degli aiuti allo sviluppo, e di ricordarsi che abbiamo un debituccio complessivo di 290 milioni di euro con il Fondo per la lotta all’Aids, alla tubercolosi ed alla malaria. Tutto questo, sia chiaro, “compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica”.

Alla fine, loro ci hanno detto che l’unico modo per far passare la nostra mozione (e dunque impegnare il governo a tirare fuori quei 500 milioni di euro nella prossima finanziaria) era votarle entrambe all’unanimità. Così abbiamo fatto, da buoni soldatini, ed ora li aspettiamo al varco.