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Ufficio propaganda

Oggi vi spiego come si manipola una notizia. Premessa: il gruppo parlamentare del Pd alla Camera ha approvato martedì sera il suo statuto. La notizia fin qui non c’è, nel senso che ogni associazione si dà delle regole e prevede delle sanzioni per chi non le rispetta: se Ronaldinho fa una festino prima del derby e poi dorme in campo, il Milan lo multa; se Adriano si ubriaca in discoteca, l’Inter lo manda in tribuna e poi – quando si accorge che non c’è più niente da fare – lo rispedisce in Brasile. Se un deputato prende lo stipendio da parlamentare ma poi non si presenta in Aula e nemmeno in Commissione, il Pd prima lo sanziona e poi – se insiste – lo caccia. Niente di strano, ripeto, per chi veda la cosa con occhi imparziali. Ma siccome nel giornalismo italiano l’imparzialità non esiste, Libero di ieri si inventa un articolo che già nel titolo dice tutto: “Il Pd approva lo statuto anti-Binetti. Via chi non vota come vogliono i capi”. La tesi naturalmente è che il Partito democratico sia la versione italica del Partito comunista cinese: per “evitare un caso Binetti”, verranno “puniti i voti in dissenso rispetto all’assemblea del gruppo”, mentre il voto di coscienza esiste solo “in teoria”. Anche Avvenire cade nella trappola, parlando di uno statuto “draconiano”, ma in realtà se la cava con una breve di tre righe; è Libero, invece, a ricamarci sopra, e così decido di prendere carta e penna per scrivere al direttore, Maurizio Belpietro:

Caro direttore,
apprendo dal Suo giornale che il mio gruppo parlamentare avrebbe varato uno statuto molto rigido contro la libertà di coscienza dei deputati. Così, almeno, mi spiega l’articolo di Elisa Calessi, pubblicato ieri a pagina 13 sotto un titolo (“Via chi non la pensa come i capi”) che non lascia spazio a molte interpretazioni. Si parla di sanzioni per ogni voto in dissenso, fino all’espulsione, e se così fosse, in effetti, sarebbe gravissimo: io stesso avrei qualche problema a convivere con una disciplina del genere, visto che dall’inizio della legislatura – dall’accordo con la Libia in poi, quando si regalarono 4 miliardi di euro a Gheddafi e si decise di affidare le sorti dei disperati ad un Paese che non rispetta i diritti umani – ho votato più di una volta in dissenso e non escludo di farlo in futuro, qualora la linea del partito su determinati provvedimenti risultasse incompatibile con la mia coscienza di parlamentare eletto senza vincolo di mandato. Invece, quello statuto – approvato martedì sera all’unanimità, dunque anche con la mia alzata di mano – non prevede l’annullamento delle differenze: già nel primo articolo, al contrario, si tiene a ribadire che “il pluralismo è elemento fondante del gruppo e suo principio costitutivo”. Il tutto, è chiaro, all’interno di un indirizzo politico, che lo statuto definisce “vincolante”, in un quadro di eventuali sanzioni già presenti nello statuto dell’Ulivo; ma sarebbe strano il contrario, visto che ognuno di noi è stato eletto in una lista anziché in un’altra, per poi aderire liberamente ad un gruppo parlamentare anziché ad un altro. È naturale, insomma, che ogni gruppo – al termine di un confronto serio e rispettoso tra le sue diverse anime – decida alla fine una linea comune; sarebbe grave, e su questo concordo con voi, se impedisse l’esercizio del voto a chi, per motivi di coscienza personale, non riuscisse a trovarsi d’accordo su questa linea. Sarebbe grave, lo ripeto. Anzi, lo è già: basta chiedere al mio collega Benedetto Della Vedova, al quale il gruppo del Pdl impedisce di votare gli emendamenti sul testamento biologico perché la sua posizione non è in linea con quella del partito.

Andrea Sarubbi – deputato Pd

 

In poche parole, nella lettera cerco di spiegare a Libero due concetti: il primo è che hanno ricamato malignamente su una storia inesistente, perché Bersani non è Pol Pot; il secondo è che, se esiste da qualche parte un tentativo di piallare le teste pensanti, questa parte è proprio il Centrodestra, dove il dissenso interno viene umiliato. Un giornale anglosassone avrebbe pubblicato la mia lettera per intero, senza aggiungere o togliere una virgola; un giornale italiano medio ci avrebbe aggiunto, in chiusura, una risposta ironica o sarcastica del direttore, tanto per avere l’ultima parola; Libero ha deciso di diluire la mia lettera in un pezzo più ampio, eliminandone le parti più scomode. Il titolo è parzialmente riparatore, ma allude quasi ad un ripensamento da parte nostra: “Il Pd fa il buono sul comma Binetti. Chi vota di testa sua può restare”. E perché avremmo cambiato idea, di grazia? Lo dice l’occhiello: “Questione di convivenza”. Della mia lettera si estrapola solo una frase, che suona quasi come un ultimatum (“Sarebbe gravissimo: io stesso avrei qualche problema a convivere con una disciplina del genere, visto che dall’inizio della legislatura ho votato più di una volta in dissenso e non escludo di farlo in futuro”), togliendo di mezzo ogni riferimento scomodo: come quello all’accordo con la Libia, per esempio, che in campagna elettorale è meglio non ricordare troppo ai cittadini. Ma soprattutto – ed è qui la grande lezione di giornalismo che oggi ci viene impartita – sparisce miracolosamente il mio riferimento al Pdl, ed alla messa a tacere di Benedetto Della Vedova nel dibattito sul testamento biologico: per l’ufficio propaganda di Palazzo Grazioli, in effetti, sono parole un po’  troppo forti. Della Vedova, nel frattempo, ha scritto una lettera a Cicchitto e Bocchino, per denunciare la gravità della situazione: le agenzie di stampa l’hanno pubblicata stamattina e domani, ne sono certo, la troverete allegata a Libero, in un inserto speciale con gli interventi del deputato dissidente. O no?

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Tre indizi e una prova

Tre indizi fanno una prova. E per tre volte, nel giro di poche ore, sono stato attaccato personalmente in altrettante controversie politiche: tre problemi diversi (il testamento biologico, la deportazione dei rom dal Casilino 900, la macellazione dei cavalli), tre interlocutori diversi (un deputato leghista, un senatore Pdl, un giornalista del Foglio), tre attacchi in fotocopia. Tutti centrati sul mio passato televisivo, come se fosse una colpa.

Primo atto. Nella discussione sul testamento biologico, vi dicevo l’altro giorno, siamo al muro contro muro: basta che un emendamento contenga una parola problematica (volontà, autodeterminazione, articolo 32, invasivo…) e la maggioranza lo boccia. Così sono intervenuto per protestare, chiedendo al Centrodestra di fare chiarezza: se avevano intenzione di bocciarci ogni proposta indipendentemente dal merito, potevano dircelo subito ed avremmo risparmiato tempo. Al che, Massimo Polledri – il deputato leghista di cui sopra – mi ha risposto che del tema non capisco nulla, visto che vengo dai telequiz, e che probabilmente avevo nostalgia di ritornarci. Diversi esponenti della maggioranza (e pure il rappresentante del governo) sono venuti a chiedermi scusa, anche se non c’entravano nulla, ma io l’ho presa ironicamente: il giorno dopo, ho fatto arrivare in Aula a Polledri il mio curriculum, con un biglietto in cui gli chiedevo scusa per non averlo aggiornato con i telequiz.

Secondo atto. Ieri vi ho parlato del caso rom, in seguito al quale la comunità di Sant’Egidio ha abbandonato il tavolo con il Comune di Roma. In un comunicato stampa, lo definivo “un’operazione a casaccio”, che – citavo testualmente le critiche di Sant’Egidio – mandava all’aria anni di piccoli e grandi passi verso l’integrazione. E qui si è mobilitato Domenico Gramazio, senatore Pdl: Sarubbi, “volto televisivo prestato alla politica”, è “convinto di fare televisione e di essere il protagonista di una fiction”, mentre “parla di cose che non conosce”.

Riassumendo: non ci capisco niente di testamento biologico, perché vengo dalla tv, e non ci capisco niente neppure di nomadi, perché vengo dalla tv. Ma non è ancora finita.

Terzo atto. Come sapete, sono vegetariano. E per questo motivo sono stato tirato in ballo in un articolo del teocon Camillo Langone (quello che sul Foglio dà le pagelle alle Messe, e che in un libro cercava di convincere le ragazze sulla necessità di predicare bene e razzolare male) dal titolo significativo: “Com’è buono il cavallo”. Il passaggio che mi riguarda merita di essere citato per intero:

“Il democratico Andrea Sarubbi è uno dei pochissimi ministri del dio Equus non provenienti dal centro-destra. È un piacevole e pettinatissimo esemplare di clericale romano, allievo dei gesuiti che non sono riusciti a ficcargli in testa il Vangelo ma che gli hanno concesso il patentino di cattolico innocuo, indispensabile per entrare prima a Radio Vaticana e poi a Raiuno dove ha condotto la rubrica A sua immagine, una trasmissione che non ha mai convertito nessuno, l’equivalente televisivo di un brodo fatto col dado. A forza di andare in onda Sarubbi ha perso quel poco di fede, e adesso anziché credere in san Paolo caduto da cavallo crede nel cavallo”.

Tre indizi, dicevo, fanno una prova: la prova, probabilmente, che sto cominciando a dare fastidio.

Il guinzaglio

Non so se fossimo davvero 300 mila, perché bisognerebbe scorporare quanti si trovavano in via del Corso per lo struscio e non sarebbe facile, ma in piazza del Popolo ieri eravamo tanti. Il che non significa che avessimo ragione, perché erano tanti pure ad ascoltare Benito Mussolini sotto il balcone di palazzo Venezia, ma comunque conferma che l’oggettivo squilibrio dell’informazione italiana è un tema sentito e che i suoi destinatari – in primo luogo i telespettatori, visto che le notizie arrivano alla stragrande maggioranza dei cittadini tramite tv – non sono così decerebrati e passivi. Detto questo – e qui parla il giornalista che abita in me – concordo con Enrico Mentana nel ritenere che il problema in Italia non sia tanto la libertà di stampa, quanto piuttosto la stampa libera: come ho scritto più volte, da noi l’informazione è à la carte, nel senso che i giornalisti tendono a militare da una parte o dall’altra ed i loro lettori (o telespettatori) li seguono a seconda delle convinzioni politiche, per sentirsi dire quello che a loro fa piacere ascoltare. Questo atteggiamento del cittadino medio mi preoccupa parecchio, perché l’informazione non deve servire a motivare le truppe ma a formare le coscienze, ma credo che il problema vada risolto alla radice: restituendo alla stampa quel ruolo di osservatore super partes che fissa il confine tra notizia e propaganda. Oggi questo confine tende a scomparire, per colpa un po’ della politica ed un po’ anche dei miei (ex) colleghi. Comincio dalla politica. La lottizzazione c’è sempre stata, ma la legge Gasparri (faccio il caso della Rai, che conosco un po’ meglio) l’ha esasperata, mettendola nero su bianco: ad ogni partito un tot di consiglieri d’amministrazione, e poi giù fino ai direttori, ai vicedirettori, ai capistruttura, forse addirittura ai conduttori dei programmi di rete. Nella maggior parte dei casi, insomma, la politica è ormai così addentro all’informazione pubblica che – per essere considerato, per avere una prospettiva di carriera – il giornalista si deve schierare e sperare che la propria parte vinca, come se fosse un militante comune. L’unico modo per uscirne sarebbe uno scatto di reni dell’intera categoria, una ribellione unanime al sistema: se da domani nessuno si schiera più per nessuno, ma tutti si schierano per quell’unico padrone che è la verità, la politica prima o poi deve mollare la presa e rassegnarsi alla rinascita del quarto potere. Purtroppo, le debolezze umane mandano spesso all’aria i principî più nobili, e temo che – se anche mille giornalisti rialzassero la schiena tutti insieme – si troverà sempre qualcuno disponibile ad offrire i propri servigi al potente di turno. Ecco perché, a mio parere, la manifestazione di ieri va interpretata contemporaneamente come una protesta e come un appello: una protesta contro la politica, che pretende di mettere il guinzaglio alla stampa, ed un appello alla stampa, perché si ricordi che questo guinzaglio (per quanto comodo e rassicurante) non fa parte della sua natura libera.

Lo straniero e il cittadino

Dal post di ieri sembra passata una vita: in meno di 24 ore si sono accumulate due brutte notizie ed una buona. Dopo aver sentito dal presidente Cicchitto, ieri mattina, che “le iniziative trasversali non passeranno”, ho dichiarato in un’intervista radiofonica che – se il senso del Parlamento è quello del dialogo tra diversi – una frase del genere “fa un torto alla Politica con la P maiuscola, in nome di basse manovrine”. Ed il presidente dei deputati Pdl se l’è presa, dandomi pubblicamente del “moderno untorello”, del “maestrino con il ditino alzato” che dà lezioni di politica “con una arroganza che non sappiamo da dove derivi”. Anche qui, se cercassi la visibilità personale non potrei che essere contento, ma la logica del “purché se ne parli” non è la mia, e quindi mi dispiace. La seconda brutta notizia è un’intervista del Giornale ad una mia collega del Pdl, che – per giustificare la sua mancata firma alla nostra proposta di legge – adduce motivi davvero pretestuosi: sarebbe stato più onesto dire la verità, che chiaramente non spetta a me raccontare, o magari rifiutare l’intervista se la verità fosse stata troppo scomoda. Invece, scopro che Souad Sbai non ha firmato la proposta di legge sulla cittadinanza – all’estensione della quale lei stessa ha collaborato, apportando anche modifiche – perché sarebbe “maschilista”, non tenendo conto del fatto che “le donne analfabete, segregate in casa dai loro mariti padroni, non potrebbero superare il test di lingua e cultura italiana”. Quanto alla buona notizia, leggete un po’ l’editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di oggi: una testimonianza autorevole di come, pur partendo da posizioni diverse, si possa arrivare ad una conclusione comune.

LO STRANIERO E IL CITTADINO
Anche chi, come chi scrive, è favorevole alla pratica dei respingimenti e alla sanzione dell`immigrazione clandestina – respingimenti e sanzioni adottati di fatto oltre che dall`Italia anche dalla Francia e dalla Spagna, cioè dai Paesi che rappresentano i 4/5 del confine mediterraneo dell`Unione Europea – non può ovviamente pensare che sia solo con questi mezzi che vada affrontato il fenomeno migratorio.
Insomma, è necessario, sì, cercare di arginare e legalizzare i flussi degli arrivi, ma insieme (sottolineo: insieme) è necessario sia accogliere civilmente chi viene in Italia sia promuoverne al massimo l’integrazione. Fino a dargli la possibilità, se vuole, di diventare italiano.
Per due ragioni fondamentali: da un lato per il forte calo demografico che incombe sulla penisola, con in prospettiva la conseguente perdita di vitalità economica e non solo; dall`altro per la necessità di attenuare il più possibile il potenziale di anomia, di disordine e di vera e propria illegalità che si accompagna fisiologicamente al fenomeno migratorio. La prospettiva di diventare cittadino a pieno titolo del nuovo Paese costituisce un potente incentivo psicologico a osservarne le leggi, impararne la lingua, guardarne con simpatia i costumi e la storia.
Finora, però, diventare italiano è stato, per uno straniero, difficilissimo. Noi, infatti, abbiamo una legge sulla cittadinanza che è quanto mai restrittiva nei confronti di chi non può vantare almeno un genitore o un coniuge italiano ma solo la semplice residenza. Basti dire che in un anno tipo, come il 2005, non solo le concessioni della cittadinanza italiana sono state meno di ventimila contro le 154 mila della Francia e le 117 mila della Germania, ma che circa i 4/5 di tali concessioni sono avvenute per matrimonio e non per residenza.
Dunque, chi vuole realmente cercare di integrare gli immigrati – e, aggiungerei, chi crede davvero nei valori umani, culturali e politici dell’Italia, e dunque nella loro reale capacità di attrazione verso gli estranei – non può che mirare ad allargare la legge sulla cittadinanza..
Ed è per l’appunto questo l’obiettivo meritorio della proposta di legge appena presentata alla Camera dei deputati da Andrea Sarubbi e Fabio Granata. Secondo la quale, innanzitutto, d’ora in avanti potranno diventare automaticamente cittadini italiani due categorie di soggetti: a) chi nasce in Italia da un genitore ivi legalmente soggiornante da almeno cinque anni; b) lo straniero nato in Italia o che vi è arrivato prima di aver compiuto i cinque anni di età e vi ha legalmente soggiornato fino alla maggiore età. Può da ultimo diventare cittadino italiano, su richiesta, anche qualunque minore straniero che abbia completato con successo un corso d`istruzione scolastico, anche primaria o di formazione professionale, presso un istituto italiano. Si vuole favorire, insomma, la possibilità per qualunque giovane straniero, immerso di fatto fin dall’inizio della sua vita nella cultura italiana, di diventare italiano a tutti gli effetti, e dunque di non sentirsi diverso o addirittura in una posizione d`inferiorità rispetto ai suoi coetanei.
Non basta. L’altra grande novità della proposta riguarda gli stranieri adulti. Essa consiste nella riduzione da dieci a cinque anni del periodo di tempo necessario per ottenere la cittadinanza. Ma a un’importante condizione: l’accertamento in un colloquio della conoscenza dell’italiano nonché della «vita civile dell`Italia e della Costituzione».
Questa, a grandi linee, la proposta di legge. Naturalmente alcuni aspetti andranno meglio messi a fuoco: per esempio, il livello A2 richiesto per la conoscenza dell`italiano è probabilmente un livello troppo elementare, così come bisognerebbe fare in modo, già nella lettera della legge, che l`accertamento della conoscenza anzidetta e quello della cultura e della Costituzione italiane non obbediscano all’andazzo permissivistico che l`ambiente politico-burocratico nostrano adotta troppo spesso in casi simili.
Ma l’importante è che si sia imboccata la strada giusta e nel modo giusto. Cioè con un testo frutto del lavoro congiunto di un rappresentante della maggioranza e di uno dell`opposizione, come sono per l’appunto Sarubbi e Granata.
E’ vero che proprio per questo l’inguaribile retroscenismo nazionale ha già battezzato la proposta in questione «la legge di Fini», considerandola una sorta di ballon d’essai del supposto trasversalismo politico del presidente della Camera.
A costo però di apparire fin troppo ingenui, a noi piace pensare che non sia così. Ci piace credere, più semplicemente, che, poiché circa il modo come si diventa cittadini della Repubblica è bene che siano d’accordo il maggior numero d’italiani, una volta tanto esponenti della destra e sinistra lo abbiano capito, e una volta tanto abbiano agito di conseguenza.

Repetita iuvant

A fine luglio, 15 deputati del Partito democratico (inter quos ego, oggi mi sento un latinista) scrivono al proprio giornale di partito, per contestare la pubblicazione di una striscia sullo sbattezzo, giunta ormai all’undicesima puntata. Provengono da aree politiche diverse (ex popolari, Red, veltroniani, lettiani, rutelliani…), ma hanno in comune un disagio per quei fumetti, che – nei toni e nei contenuti – danno un’immagine caricaturale del mondo cattolico. Sullo sbattezzo in sé, naturalmente, non hanno nulla da dire, trattandosi di una decisione che attiene alla sfera più intima della persona. L’Unità, pur difendendo la propria scelta editoriale e ribadendo che i toni sono “ironici e paradossali”, ammette di condividere “pienamente la premessa politica” della lettera e ringrazia i parlamentari per il loro “spirito costruttivo”. Uno spirito che, evidentemente, su questo blog non hanno notato tutti: i commenti arrivati nelle settimane successive spaziano dall’insulto colorito (“impiccatevi pure con i vostri cilici, ma lasciateci vivere senza i vostri rantoli nelle nostre orecchie”) all’analisi politica ad personam (“con le preferenze, nel Pd non ti avrebbe votato nessuno: tu sei qui solo perché dobbiamo pagare dazio alla Chiesa”). Senza dimenticare le accuse di arroganza nei miei confronti, per aver ricordato che “l’Unità non è un giornale qualsiasi, ma l’organo di stampa del mio partito”: il che, nell’italiano che  ho studiato a scuola, significa una cosa (“Il mio partito ha a cuore la sintesi tra posizioni diverse, dunque mi aspetto dal suo organo di stampa lo stesso atteggiamento”), ma che in politichese è stato tradotto diversamente (“L’Unità non si permetta di criticare la Chiesa, se no vi facciamo togliere i finanziamenti per la stampa di partito e li diamo tutti ad Europa”). Qualche commento ricorda che la Chiesa poggia il suo potere sulle statistiche dei battezzati, ma qui mi basta ribadire quello che ho già detto: innanzitutto, che la lettera non era contro lo sbattezzo in sé, ma contro i toni del fumetto, che avrebbero fatto gridare allo scandalo se fossero stati utilizzati – mi limito ad un esempio – contro la comunità ebraica; inoltre, e chi segue la mia attività politica lo sa da tempo, la mia idea di cristianesimo ha ben poco a che fare con le statistiche  dei battezzati, tanto da aver scritto (proprio in quel post, ma chissà perché c’è l’usanza di leggere a righe alterne) che mi piacerebbe addirittura un ritorno alla Chiesa dei primi secoli, quella in cui ci si battezzava da adulti e solo al termine di un cammino di preparazione. Poi ci sono tutta una serie di commenti a margine, che affrontano temi rilevanti (la laicità ed i diritti civili, tanto per citarne due di cui mi occupo spesso qui sul blog), ma che non hanno nulla a che vedere con i contenuti di quella lettera. Che non condannava lo sbattezzo in sé, né  contestava la libertà editoriale di un giornale, ma poneva il problema – a mio parere quanto mai attuale – della ricerca nel Pd di una sintesi fra culture diverse, che non può passare attraverso l’insulto dell’altro. Se la mia colpa è quella di non aver colto la sottile ironia dei fumetti, chiedo scusa agli autori (che mi hanno scritto privatamente) ma – pur rileggendoli – proprio non ci riesco. Se invece è quella di non avere capacità di dialogo, credo che qualche penna calda abbia sbagliato indirizzo. Una postilla avevo aggiunto, in chiusura di quel post: “vince chi non nomina la parola teodem e chi non si mette a disquisire sulla liceità o meno dello sbattezzo, che a me sembra tanto evidente quanto la libertà di culto”. Ha vinto L’Unità, con la sua risposta intelligente e costruttiva.

L’organo di partito

Non so se siate o meno lettori dell’Unità. Io sì, anche perché mi arriva tutti i giorni nella casella postale della Camera. Da qualche tempo, il quotidiano fondato da Gramsci pubblica due pagine sullo sbattezzo: la storia, sotto forma di fumetto, di un uomo che vuole lasciare la Chiesa cattolica ma che, per riuscirci, deve lottare contro tutto e contro tutti. Accanto, il link (vero)dell’Uaar, dove si trovano le istruzioni su come fare per sbattezzarsi. A me, cristiano un po’ eccentrico, piacerebbe tornare alla Chiesa dei primi secoli, quando il battesimo era un sacramento per adulti e veniva amministrato alla fine di una lunga preparazione: lo sbattezzo in sé, dunque, non mi scandalizza per niente. Mentirei, però, se nascondessi il mio disagio di fronte ad una campagna così ecclesiofoba come quella dell’Unità, che non è un quotidiano qualsiasi ma è l’organo di stampa del mio partito: un disagio crescente, fumetto dopo fumetto, tanto che ieri stavo per prendere carta e penna, per scrivere una lettera privata al direttore. Non volevo fare guerre di religione, ma semplicemente far notare che nel Pd è difficile cercare una sintesi fra storie diverse – chiedendo, per giunta, ad alcuni di noi di fare da ponte con il mondo cattolico – quando poi, nei fatti, il tuo giornale di partito ti spara contro a pallettoni. Volevo spiegare a Concita De Gregorio – e mi stupisce che non ci arrivi da sola – che la laicità non ha niente a che vedere con l’anticlericalismo e che  una strategia del genere, ammesso che di strategia si tratti e non di superficialità, è l’ennesima tafazzata, l’ennesimo tentativo di segare l’albero su cui siamo seduti. Pensavo queste cose, quando mi è arrivata la proposta di firmare una lettera aperta, che alcuni miei colleghi stavano preparando: le mie perplessità, evidentemente, erano condivise anche da altri, al di là delle diverse sensibilità di ognuno. Nelle 15 firme troverete la firma di Paola Binetti accanto a quella di Jean-Léonard Touadi, tanto per fare un esempio, e già questa – per un giornale serio, come credo che L’Unità voglia continuare ad essere – è una discreta notizia.

Caro direttore,
non c’è dubbio che l’attuale clima politico e culturale è piuttosto complesso e il Pd sta cercando varie strade per costruire spazi positivi di confronto tra culture, storie e tradizioni diverse. Ne fanno fede gli sforzi che caratterizzano gli incontri pubblici e le interviste che rilasciano gli attuali
competitors alla carica di segretario del partito tra poche settimane e probabilmente alla carica di premier tra pochi anni. Le differenze ci sono, emergono con facilità a proposito di molte questioni, non solo di quelle cosiddette eticamente sensibili, ma i messaggi di risposta che arrivano sono sempre impostati a rassicurare, a garantire rispetto per tutte le posizioni, a sottolineare la libertà di coscienza di tutti, anche se ogni tanto qualcuno invoca una sorta di corto circuito tra posizione prevalente e posizione ufficiale del partito. C’è comunque un impegno specifico a far coincidere questa fase di rilancio del Partito democratico con il desiderio che ognuno possa percepirsi come una risorsa e non come un ostacolo, proprio per la sua cultura, le sue convinzioni, la sua capacità di esprimere valori condivisi da una parte o l’altra del Paese. Se la diversità è un valore, l’integrazione delle diversità, possibile sempre e solo entro certi margini, è la sfida della democrazia interna del partito. Nel caso del Partito democratico, è la sua garanzia di novità sotto il profilo culturale e di durata sotto il profilo della sopravvivenza politica.
In questo clima ci stupiscono due aspetti concreti, a nostro avviso contraddittori, che appaiono sull’Unità: da un lato, il richiamo costante alla Chiesa perché esprima un suo giudizio critico, severo, sui comportamenti del Capo di Governo, specialmente su quelli che si riferiscono alla sua vita e alle sue abitudini sessuali; si intuisce, nell’insistenza dei richiami, la convinzione profonda che la Chiesa cattolica sia testimone e garanzia di stili di vita improntati a valori quali la fedeltà nella vita coniugale, la sobrietà nei consumi, la morigeratezza nelle abitudini, la profondità dei valori umani, oltre che spirituali che propone; dall’altro, la striscia sullo sbattezzo, giunta ormai alla sua undicesima puntata, che tende ad evidenziare l’assoluta difficoltà che si incontra ad uscire dalla Chiesa cattolica, patrocinata dall’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (UAAR), costituitasi legalmente nel 1991. Una associazione che vanta attualmente 3.650 iscritti. La striscia, ripresa da un libro di Alessandro Lise e Alberto Talami, ha un livello di ironia e di comicità irrilevanti: si tratta ovviamente di un giudizio oggettivo.
Ci chiediamo quale sia la ragione di questa insistenza su di un fatto che i non-credenti non-praticanti hanno già risolto da un pezzo, limitandosi ad ignorarlo. Nessuno può essere obbligato a credere se non vuole, dal momento che l’atto di fede è uno di quelli che più impegnano la libertà personale. L’insistenza nella pubblicazione della striscia sullo sbattezzo e sull’impresa ciclopica che rappresenta l’uscire dalla Chiesa fa emergere una immagine della Chiesa ostile, possessiva, intrigante – si veda il riferimento alla guardia svizzera sulla porta di casa – al punto che ci si chiede: se la Chiesa è questa, allora perché sollecitarla tanto a spendere il suo magistero per stigmatizzare fatti e comportamenti che in nessun modo e in nessun caso possono essere condivisi?
Ci chiediamo anche se lei è consapevole del grado di disagio che crea il giornale in molti dei suoi potenziali nuovi lettori, a cominciare da noi parlamentari, quando si arriva a quelle pagine che rivelano un clima tutt’altro che rispettoso di idee, valori e convinzioni… e che suscita una profonda perplessità sul rapporto che c’è tra questo giornale e il Pd, attuale e futuro… Ci sono temi più interessanti per approfondire il dibattito pre-congressuale, per esempio il ruolo della religione nello spazio pubblico! Indubbiamente le pagine sullo “sbattezzo” appaiono una vera e propria caduta di tono, ben poco in continuità con la tradizione dell’Unità, che in altri momenti ha cercato un dialogo efficace con il pensiero e la tradizione cattolica.
Ci auguriamo che questo tema non venga rapidamente derubricato invocando la laicità: in questo caso una laicità non solo e non tanto anticlericale, quanto atea e agnostica.
Cordialmente,
Paola Binetti, Luigi Bobba, Marco Calgaro, Enzo Carra, Pierluigi Castagnetti, Paolo Corsini, Rosa De Pasquale, Letizia De Torre, Lino Duilio, Enrico Farinone, Giorgio Merlo, Donato Mosella, Nicodemo Oliverio, Andrea Sarubbi, Jean Leonard Touadi.

Alcuni avvisi, prima di lasciare spazio ai commenti. Vince chi non nomina la parola teodem e chi non si mette a disquisire sulla liceità o meno dello sbattezzo, che a me sembra tanto evidente quanto la libertà di culto. Vince, in sostanza, chi riesce a parlare di quel sogno di sintesi che, solo due anni fa, sembrava possibile e che oggi sembra ridursi ad un tristissimo braccio di ferro fra guardie svizzere e lanzichenecchi.