Ufficio propaganda

Oggi vi spiego come si manipola una notizia. Premessa: il gruppo parlamentare del Pd alla Camera ha approvato martedì sera il suo statuto. La notizia fin qui non c’è, nel senso che ogni associazione si dà delle regole e prevede delle sanzioni per chi non le rispetta: se Ronaldinho fa una festino prima del derby e poi dorme in campo, il Milan lo multa; se Adriano si ubriaca in discoteca, l’Inter lo manda in tribuna e poi – quando si accorge che non c’è più niente da fare – lo rispedisce in Brasile. Se un deputato prende lo stipendio da parlamentare ma poi non si presenta in Aula e nemmeno in Commissione, il Pd prima lo sanziona e poi – se insiste – lo caccia. Niente di strano, ripeto, per chi veda la cosa con occhi imparziali. Ma siccome nel giornalismo italiano l’imparzialità non esiste, Libero di ieri si inventa un articolo che già nel titolo dice tutto: “Il Pd approva lo statuto anti-Binetti. Via chi non vota come vogliono i capi”. La tesi naturalmente è che il Partito democratico sia la versione italica del Partito comunista cinese: per “evitare un caso Binetti”, verranno “puniti i voti in dissenso rispetto all’assemblea del gruppo”, mentre il voto di coscienza esiste solo “in teoria”. Anche Avvenire cade nella trappola, parlando di uno statuto “draconiano”, ma in realtà se la cava con una breve di tre righe; è Libero, invece, a ricamarci sopra, e così decido di prendere carta e penna per scrivere al direttore, Maurizio Belpietro:

Caro direttore,
apprendo dal Suo giornale che il mio gruppo parlamentare avrebbe varato uno statuto molto rigido contro la libertà di coscienza dei deputati. Così, almeno, mi spiega l’articolo di Elisa Calessi, pubblicato ieri a pagina 13 sotto un titolo (“Via chi non la pensa come i capi”) che non lascia spazio a molte interpretazioni. Si parla di sanzioni per ogni voto in dissenso, fino all’espulsione, e se così fosse, in effetti, sarebbe gravissimo: io stesso avrei qualche problema a convivere con una disciplina del genere, visto che dall’inizio della legislatura – dall’accordo con la Libia in poi, quando si regalarono 4 miliardi di euro a Gheddafi e si decise di affidare le sorti dei disperati ad un Paese che non rispetta i diritti umani – ho votato più di una volta in dissenso e non escludo di farlo in futuro, qualora la linea del partito su determinati provvedimenti risultasse incompatibile con la mia coscienza di parlamentare eletto senza vincolo di mandato. Invece, quello statuto – approvato martedì sera all’unanimità, dunque anche con la mia alzata di mano – non prevede l’annullamento delle differenze: già nel primo articolo, al contrario, si tiene a ribadire che “il pluralismo è elemento fondante del gruppo e suo principio costitutivo”. Il tutto, è chiaro, all’interno di un indirizzo politico, che lo statuto definisce “vincolante”, in un quadro di eventuali sanzioni già presenti nello statuto dell’Ulivo; ma sarebbe strano il contrario, visto che ognuno di noi è stato eletto in una lista anziché in un’altra, per poi aderire liberamente ad un gruppo parlamentare anziché ad un altro. È naturale, insomma, che ogni gruppo – al termine di un confronto serio e rispettoso tra le sue diverse anime – decida alla fine una linea comune; sarebbe grave, e su questo concordo con voi, se impedisse l’esercizio del voto a chi, per motivi di coscienza personale, non riuscisse a trovarsi d’accordo su questa linea. Sarebbe grave, lo ripeto. Anzi, lo è già: basta chiedere al mio collega Benedetto Della Vedova, al quale il gruppo del Pdl impedisce di votare gli emendamenti sul testamento biologico perché la sua posizione non è in linea con quella del partito.

Andrea Sarubbi – deputato Pd

 

In poche parole, nella lettera cerco di spiegare a Libero due concetti: il primo è che hanno ricamato malignamente su una storia inesistente, perché Bersani non è Pol Pot; il secondo è che, se esiste da qualche parte un tentativo di piallare le teste pensanti, questa parte è proprio il Centrodestra, dove il dissenso interno viene umiliato. Un giornale anglosassone avrebbe pubblicato la mia lettera per intero, senza aggiungere o togliere una virgola; un giornale italiano medio ci avrebbe aggiunto, in chiusura, una risposta ironica o sarcastica del direttore, tanto per avere l’ultima parola; Libero ha deciso di diluire la mia lettera in un pezzo più ampio, eliminandone le parti più scomode. Il titolo è parzialmente riparatore, ma allude quasi ad un ripensamento da parte nostra: “Il Pd fa il buono sul comma Binetti. Chi vota di testa sua può restare”. E perché avremmo cambiato idea, di grazia? Lo dice l’occhiello: “Questione di convivenza”. Della mia lettera si estrapola solo una frase, che suona quasi come un ultimatum (“Sarebbe gravissimo: io stesso avrei qualche problema a convivere con una disciplina del genere, visto che dall’inizio della legislatura ho votato più di una volta in dissenso e non escludo di farlo in futuro”), togliendo di mezzo ogni riferimento scomodo: come quello all’accordo con la Libia, per esempio, che in campagna elettorale è meglio non ricordare troppo ai cittadini. Ma soprattutto – ed è qui la grande lezione di giornalismo che oggi ci viene impartita – sparisce miracolosamente il mio riferimento al Pdl, ed alla messa a tacere di Benedetto Della Vedova nel dibattito sul testamento biologico: per l’ufficio propaganda di Palazzo Grazioli, in effetti, sono parole un po’  troppo forti. Della Vedova, nel frattempo, ha scritto una lettera a Cicchitto e Bocchino, per denunciare la gravità della situazione: le agenzie di stampa l’hanno pubblicata stamattina e domani, ne sono certo, la troverete allegata a Libero, in un inserto speciale con gli interventi del deputato dissidente. O no?

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9 risposte a “Ufficio propaganda

  1. una curiosità da addetto stampa. Il pd aveva fatto una propria nota stampa sullo statuto?

  2. Che bel modo di fare giornalismo…

  3. manlio laurenti

    Che Bersani non sia Pol Pot lo abbiamo capito:Bersani sa nuotare,talchè ieri si è sprecato in una strana matafora che parla di barche che si avvicinano a barconi che si avvicinano a navi:ma che non galleggiano nel sangue.E’probabile,pittosto,che il Segretario avesse mangiato Baccala’ alla Vicentina la sera prima,e che alludesse a qualche suo incubo di origine digestiva.Il che spiegherebbe anche il malumore che ha mostrato in Aula.Pero’,detto questo,nel vecchio PCI c’era il Centralismo Democratico:che imponeva a tutti l’obbedienza in nome dell’unita’ del Partito.Il quale è cosi’unito che il suo giornale si chiama “l’Unita’”,mica la “la Diversita’”,ed un po’ di vecchie regole non fa male,con tutta questa anarchia,e con Di Pietro che spinge la barca dell’odio di classe:un argomento che ad una parte della Sinistra è sempre piaciuto(Sinistra che ha un peso elettorale).Altrimenti in Italia ci sarebbero 450 persone in piu’:quelle ammazzate dai Brigatisti.E la voce dell’odio si è sentita chiara e forte,ieri sera,nè ad alcun compagno di strada è venuto in mente di stigmatizzarla,nell’Aula sorda e grigia che Di Pietro sogna di trasformare in un bivacco di bolscevici.

  4. Ma Libero non è un giornale, è una porcheria che neanche come carta igienica avrebbe una funzione…prova ne è la grandiosa faccia di culo del suo direttore.
    Bravissimo Andrea, almeno sappia che c’è qualcuno che non accetta passivamente le balle che s’inventa.

  5. Virginia Invernizzi

    ho visto ieri il tre righe su Avvenire (giornale che leggo insieme a Repubblica) e mi sono detta “non può essere stato approvato uno statuto contro la Binetti o chi pensa di votare in modo diverso dalla linea di partit 1. perchè Franceschini alla pluralità del partito ci tiene 2. perchè avrei già letto un articolo di dissenso sul blog di Sarubbi!
    Meno male che c’è la rete, vera fonte di

  6. Virginia Invernizzi

    informazione

  7. “Libero” non e’ un giornale che possa definirsi tale. Mi chiedo come la genta possa continuare a comperare queste quattro pagine riempite con la versione dei fatti che fa comodo. Mi preoccupa di piu’ il fatto che ci sia cascato anche Avvenire.

  8. … solidarizzo, per aver avuto nel mio piccolo medesima esperienza con Libero.
    Pur non essendo un pasdaran “de sinistra” all’epoca del famoso rapimento delle “due Simone”, Libero per una settimana fece una campagna violentissima e offensiva a livello personale contro le due ragazze (che io no conosco peraltro). Scrissi una lettera in cui chiedevo conto al giornale di questa “scelta di stile” – perché le opinioni e la linea editoriale sono una cosa, il rispetto umano è un’altra – che venne pubblicata a stralci e usata per darmi (a cura del simpatico Mainiero, mezza pagina) del “cieco” “velato dal burqa” … non mancò anche simpatica telefonata anonima in cui una voce (con coretto di risatine soffocate di sottofondo) simulava la voce di una delle due Simone fingendo di ringraziarmi per la lettera… non posso accusare nessuno di quella telefonata ma ci fu…

    Ave.

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