Andrea Sarubbi

Il problema etico

Luglio 6, 2009 · 2 Commenti

sarubbi1Seguendo l’antico criterio dell’ubi maior, negli ultimi due giorni ho trascurato di dirvi che al convegno dei Liberi democratici sono intervenuto anch’io. Sabato 27 al Lingotto con i piombini, giovedì da Uolter, l’altroieri con i rutelliani, martedì prossimo con i parlamentari da Dario Franceschini: comincio ad essere un po’ stanco, e la corsa al Congresso è appena partita. All’incontro di questo sabato ho parlato di vari temi, con un accenno in particolare alla laicità ed al pluralismo. Ma non solo.

Per fortuna, il mondo non finisce il 25 ottobre, con l’elezione del nostro segretario. Qui dentro mi pare che ce ne siamo accorti – da ieri stiamo parlando di temi e non di persone – e speriamo di non essere gli unici in tutto il Pd. Lo dico perché vengo da una direzione regionale campana, lunedì scorso, che era roba da psicanalisi: una scena da film. Noi, dentro una sala di un albergo, in una strada abbastanza squallida, a pigliarci a mazzate (ne ho fatto le spese pure io, che avevo l’unica colpa di non essere napoletano); ad un km di distanza in linea d’aria, al porto, Berlusconi stava inaugurando una meravigliosa nave da crociera per il G8. Penso a quelle scene e mi viene in mente proprio la situazione attuale: il Centrodestra a preoccuparsi dell’Italia (purtroppo in maniera sbagliata, e l’approvazione del ddl sicurezza è uno dei punti più bassi di questa legislatura), noi a rammendarci i calzini, nel migliore dei casi. Nel peggiore, a tirarci i piatti in testa.
Anche a me – come ad altre persone ieri – non sembra che il dibattito interno sia cominciato nel migliore dei modi, per almeno due motivi. Il primo è una preoccupazione di ordine personale: se andiamo avanti con questo segamento reciproco di gambe, mi chiedo seriamente se, a metà ottobre, ci saluteremo ancora quando ci incroceremo in Parlamento. Il secondo, invece, è un motivo politico: provo ribrezzo per la politica urlata (e di Francesco Rutelli – così come di Paolo Gentiloni, di Ermete Realacci e di Linda Lanzillotta, che ho conosciuto dopo – mi ha conquistato sempre la capacità di argomentare) ma mi sembra che la china imboccata oggi nel nostro partito sia quella di chi la spara più grossa.
Faccio un esempio su tutti, per capirci: quello della laicità. Pierluigi Bersani è indubbiamente laico – se non altro, per la sua storia – ma Dario Franceschini non lo può essere di meno, soprattutto ora che veste Serracchiani, e mentre i due candidati fanno a gara per rassicurare la base, chi ti spunta? Ignazio Marino: praticamente un Giuliano Ferrara al contrario. Ferrara alle ultime Politiche monotematico contro l’aborto, adesso Marino monotematico contro il sondino. L’ho sentito sabato scorso, al Lingotto, ed ha fatto venire giù la sala. Citando la parola laicità una quarantina di volte in 5 minuti, ma senza spiegarci che cosa intendesse per laicità. Se dico “i credenti facciano i credenti in parrocchia” – come ho sentito più volte al Lingotto, anche da giovani promettenti del Pd – confondo l’indipendenza di Stato e Chiesa con la dimensione privata della fede; finisco nell’equivoco francese di credere che un prete non possa insegnare filosofia, mentre un ateo sì, o che un bambino ebreo non possa andare a scuola con la
kippah in testa, ma se si mette la sciarpa della Roma va bene. E questa confusione è un errore molto comune nel Pd attuale. Un altro errore è quello di giudicare la laicità non in base al metodo seguito, ma in base al risultato: se sono d’accordo con il Papa sul ddl sicurezza, sono laico; se il Papa è d’accordo con me sul testamento biologico, sono teleguidato. E non importa che io ci sia arrivato – ammesso che ci sia arrivato davvero, perché i dubbi mi restano, eccome – attraverso studi e ragionamenti, perdendo notti di sonno: non sono laico, e basta. In base a questo ragionamento, non era laico neanche Norberto Bobbio, se ricordate quell’intervista del maggio 1981, alla vigilia del referendum sull’aborto, in cui ribadì il “diritto fondamentale del concepito”. Lui, che si definiva ateo e che non volle funerali religiosi. Ecco, io dal Pd non mi aspetto che si preoccupi continuamente di definirsi laico, perché mi pare una tautologia, ma piuttosto che mi declini questa laicità, che mi dica come la intende: se c’è spazio per una dimensione pubblica della fede, se c’è fiducia e rispetto per il percorso di chi non la pensa come la maggioranza o se invece – ed anche questa frase, purtroppo, l’ho già sentita – “chi non è d’accordo può anche andarsene”.
Chiedo scusa a Paola Binetti, se la tiro dentro. Su alcune sfumature abbiamo sensibilità diverse, ma io non riesco a pensare che si possa persino discutere del suo diritto di stare o meno nel Pd, come se fossero le convinzioni religiose il discrimine, come se la nostra carta dei valori non fosse mai stata scritta. Come se il problema principale del Pd fosse davvero stabilire chi comanda tra laici e cattolici: un dibattito a colpi di slogan, estenuante, che a mio parere sta uccidendo il bambino in culla, lo sta soffocando. È ora di essere veramente plurali, e quest’area del partito dimostra che lo possiamo essere. Paolo Gentiloni, Ermete Realacci ed io forse non abbiamo lo stesso sangue, ma ci intendiamo benissimo, perché abbiamo lo stesso sogno dell’Italia. Con la Margherita – così mi dice oggi chi all’epoca c’era – tutto questo era possibile; e come è possibile che oggi non lo sia più?
Non voglio negare l’importanza delle questioni eticamente sensibili, ma mi pare che nel Pd, in questo momento, il problema etico sia un altro, che non ha niente a che fare con il sondino: mi riferisco a quella questione morale di cui parlava ieri Linda Lanzillotta, che la base ci impone, che Di Pietro ci sta portando via (tra l’altro, senza averne i titoli) e che deve essere – a mio parere – il nostro cavallo di battaglia. Solo allora, quando la misura dell’appartenenza al Pd diventerà il buon governo e quando avremo il coraggio di cacciare dal partito i cattivi amministratori, anche a costo di perdere qualche voto in una Regione, potremo pensare di ripartire. Altrimenti, soprattutto nel Sud, rassegniamoci a ripetere in eterno l’esperienza delle Europee, dove la mancata elezione di Rosaria Capacchione ha dimostrato che nel collegio meridionale non hanno vinto i candidati, ma le loro clientele. Ed ho paura che – nonostante qualche nostro fuoriclasse di livello mondiale nel campo delle clientele – rincorrere il Centrodestra su un terreno del genere non sia soltanto controproducente, ma sia addirittura tempo perso, perché in questo campo sono decisamente più bravi di noi.

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C’è posta per te

Luglio 5, 2009 · 5 Commenti

La lettera del Papa a Berlusconi, in vista del prossimo G8, mi lascia due sensazioni contrastanti. La prima è di soddisfazione, perché – non sentendo nulla da un po’ – cominciavo a temere che il grande sforzo di Giovanni Paolo II per la cancellazione del debito estero fosse rimasto lì, appeso al vuoto; mi conforta, invece, vedere che Benedetto XVI ne segue la scia, chiedendo ufficialmente ai Grandi di mantenere e potenziare l’aiuto allo sviluppo, in un momento in cui la crisi economica fornirebbe ai Paesi più industrializzati l’alibi di ferro che cercavano da tempo. La seconda sensazione, però, è quella di scoramento: il Papa fa benissimo a dire quello che dice, ma nel mio Paese ideale un governo non dovrebbe aver bisogno degli appelli pontifici per darsi una mossa; dovrebbero essergli sufficienti gli inviti dell’opposizione, che in questi quattordici mesi non sono certamente mancati. Sugli aiuti allo sviluppo, come molti di voi sanno, li stiamo martellando da tempo: io stesso chiamai l’esecutivo in Aula per un question time, ma la risposta fu ridicola. Così ridicola che, da allora, ho deciso di non votare più per il finanziamento delle missioni internazionali, indipendentemente dal merito: mi asterrò, o voterò addirittura contro, fino a quando il governo non rispetterà gli impegni presi con la comunità internazionale alla firma degli Obiettivi del millennio. Siamo indietro rispetto agli altri Paesi europei, ai partner del G8, alle nostre stesse promesse: la scusa è sempre quella della crisi, ma le altre Nazioni – pur vivendo difficoltà analoghe – hanno fatto scelte più coraggiose. Germania, Francia, Regno Unito, Usa, Giappone: dappertutto, gli stanziamenti per l’aiuto allo sviluppo vengono confermati ed incrementati; da noi, nel 2009, addirittura dimezzati, andando a toccare il minimo storico delle ultime tre legislature. Io non credo che la cooperazione internazionale debba essere un tema di sinistra: al contrario, come ho già detto in più occasioni, mi pare un argomento molto leghista, perché si sposa a meraviglia con l’idea di “aiutarli a casa loro”. Eppure, le statistiche degli ultimi anni parlano chiaro: nei 5 anni di Centrosinistra, dal 1996 al 2001, i fondi per la cooperazione salgono; dal 2001 al 2006, nei due governi Berlusconi, prima continuano a salire un po’ ma poi scendono di brutto; nel 2006 ritorna il Centrosinistra, con Prodi, e ricomincia la salita; nel 2008 tocca ancora al Centrodestra e gli aiuti allo sviluppo vengono praticamente cancellati. Avrei mille cose da dire, ma mi limito a due. Innanzitutto, se la crisi internazionale ha un impatto sull’Occidente, figuriamoci sui Paesi in via di sviluppo: alla fine di quest’anno, il mondo avrà 53 milioni di persone costrette a vivere in povertà assoluta e destinate a non uscirne mai più; sarà cresciuto in modo esponenziale il numero di bambini morti di denutrizione (circa 300 mila l’anno, in media, da qui al 2015); molti ragazzi in questi mesi stanno smettendo di andare a scuola, per cercare di portare a casa un pezzo di pane (in Bangladesh, per esempio, accade già in due famiglie su tre). Infine, dobbiamo smetterla di considerare la cooperazione internazionale come un capitolo di politica estera, perché i problemi di accesso alle risorse in varie parti del mondo sono destinati necessariamente a ripercuotersi anche sulla nostra stabilità interna e sulla nostra sicurezza: se non lo vogliamo fare per loro, insomma, almeno facciamolo per noi. Non ve l’ho mai raccontato, perché alle classifiche non do mai un grande valore, ma nelle settimane scorse è uscito uno studio di Action Aid sull’impegno dei parlamentari italiani nella lotta alla povertà. Ai primi tre posti, altrettanti membri delle Commissioni Esteri di Camera e Senato: d’altra parte, è naturale che ogni mozione o interpellanza sul tema passi di lì. Al quarto posto, che su un migliaio non è male, indovinate un po’? Ebbene sì: la medaglia di legno è mia. Aspetto l’antidoping per i primi tre e poi, magari, salgo pure sul podio.

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Liberi democratici

Luglio 4, 2009 · 10 Commenti

Ci eravamo lasciati, a parte la parentesi di ieri sul ddl sicurezza, con Walter Veltroni che imputava l’immobilismo dell’Italia all’assenza di un ciclo riformista. Detta in soldoni, per i non addetti ai lavori: le cose vanno male perché il Centrosinistra non ha governato abbastanza e dunque non ha potuto attuare il suo progetto. Due giorni dopo, l’intervento di Francesco Rutelli al convegno “Liberi democratici” mi ha dato l’impressione di una campana diversa ma complementare: il problema, ha detto in sostanza, non è stato solo nella quantità di tempo passato al governo, ma anche nella qualità, perché agli italiani il nostro riformismo è apparso “astratto, troppo alto, arrogante”, non riuscendo a “misurarsi sulla carne viva degli italiani”. Rutelli ha certamente un pregio, quello del pragmatismo, e va ripetendo da un anno che le paure e le insicurezze degli italiani sono il fattore principale di spostamento dei voti: per questo, e faccio solo un esempio, non bisogna considerare gli elettori dei cretini se pensano che l’immigrazione sia un problema per la propria sicurezza, ma al contrario bisogna fare in modo che si sentano più sicuri e non limitarsi a convincerli che la loro percezione non corrisponde alla realtà. È il solito discorso sulla pancia dell’elettorato, di cui sta pagando il prezzo anche Obama: la sua legge sui tagli al carbone, approvata per un pelo al Congresso e grazie al voto favorevole di alcuni repubblicani, ha l’appoggio teorico del 62% dell’elettorato, ma si scende al 32% quando gli americani capiscono che il nuovo provvedimento costerà a ciascuno circa 175 dollari l’anno. Poi, alla fine, Obama la legge la farà lo stesso, ed è giusto che sia così perché è una legge sacrosanta, ma quello che Rutelli ha voluto dire è che il limite del riformismo italiano (leggi: del Centrosinistra degli ultimi anni) è stato l’incapacità (o il rifiuto spocchioso, fate voi) di mettersi nei panni dell’italiano medio: e così, pur avendo validi amministratori e militanti generosi, il Pd si è trovato spesso in difficoltà, apparendo agli elettori come un gruppo di potere di cui sbarazzarsi. Fu questo il leit motiv della campagna elettorale di Alemanno, lo scorso anno a Roma; è stato così anche per Cesaro, un mese fa, alle provinciali di Napoli: il cittadino medio oggi dubita che il Partito democratico sia dalla sua parte, e questo è un dato di fatto. Un po’ è certamente un problema di comunicazione, che invece alla Lega riesce benissimo, ma bisogna andare più in profondità. Fra gli errori di questi anni, Rutelli ha citato l’appoggio alla Cgil contro Cisl e Uil (“Se un settore sindacale agisce in modo settario, dobbiamo essere i primi a dirlo. Non dobbiamo difendere la faziosità di una minoranza che danneggia la credibilità della maggioranza al mondo del lavoro”) e la posizione conservatrice sulla giustizia (“Abbiamo il dovere di difendere l’autonomia della magistratura dagli attacchi della destra, ma non possiamo difendere la faziosità che allontana la magistratura dai cittadini”), così come l’incapacità di snellire la burocrazia (“Non ci possono volere 4 anni per le autorizzazioni, se no gli investitori stranieri scappano”). L’attacco più forte all’esperienza passata di governo, però, l’ex vicepremier lo ha fatto parlando della mancanza di coraggio in vari ambiti: la cedolare secca sugli affitti per far emergere il sommerso è stata giudicata poco politically correct, perché avrebbe favorito i proprietari di più case, e non è stata introdotta; la stessa abolizione dell’Ici per le classi meno abbienti è stata giudicata poco politically correct, perché andava ad urtare i Comuni, ed è passata a fatica, quasi sottovoce, perché non si sapesse troppo in giro. Poi il Centrodestra l’ha sfruttata, vincendoci le elezioni, e tra un po’ introdurrà anche la cedolare secca sugli affitti, che spingerà molti proprietari di case sfitte a rimetterle sul mercato. Sul piano congressuale, Rutelli ha detto di non volersi coinvolgere in prima persona, perché la carica di presidente del Copasir non glielo consente; ha invitato, comunque, a superare l’impostazione di una leadership solitaria, “perché nessun capo democratico potrà mai eguagliare i capi populisti come Berlusconi”. Ha manifestato insofferenza per il dualismo Veltroni-D’Alema (“Un regolamento di conti iniziato un quarto di secolo fa”) e dubbi sullo schema organizzativo (“Fu approvato per una riconferma del segretario in carica, ma non si adatta al contesto di oggi”), annunciando pubblicamente l’appoggio per Dario Franceschini “se il suo programma è compatibile con i nostri obiettivi (a proposito: date un’occhiata al documento che abbiamo approvato) e se le responsabilità vengono condivise lealmente. E se non succede? Resteremo democratici, ma saremo molto più liberi”.

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Ferita aperta

Luglio 3, 2009 · 5 Commenti

Per me la discussione si era chiusa un mese fa, con l’approvazione in Aula, ma oggi mi accorgo che la ferita è ancora aperta: dopo l’esame del Senato, che avevo freudianamente rimosso, il ddl sicurezza – in assoluto il provvedimento più deleterio approvato da questo governo, più del lodo Alfano e della riforma Gelmini che la stessa Consulta ha in parte bocciato – è ora legge dello Stato. L’Italia è un Paese peggiore di ieri, perché in nome di una sicurezza presunta ha rinunciato ad un pezzo di giustizia certa. Leggo, sui giornali di oggi, che il Centrodestra si sta arrampicando sugli specchi per sminuire le critiche del mondo cattolico: dal sottosegretario Mantovano, che definisce “non rappresentativo” il numero due vaticano per i Migranti, fino al ministro Maroni, che accusa la Chiesa di mettere in scena “la solita liturgia” senza non aver neppure letto il provvedimento; io credo invece che sia vero il contrario, e cioè che sia il ministro dell’Interno a non aver mai sfogliato il dossier di critiche inviato in Parlamento nei mesi scorsi dalle associazioni cattoliche. Quelle impegnate in trincea – Acli, Sant’Egidio, Caritas, Comunità Papa Giovanni XXIII, Centro Astalli – che spesso fanno il lavoro di prima accoglienza al posto dello Stato. Quelle che ricevono i disperati e, innanzitutto, li ascoltano. Poi li smistano, li accompagnano nella ricerca di un alloggio e di un lavoro, li assistono legalmente nella richiesta di asilo, li integrano con i corsi di lingua che da quest’anno, grazie allo svuotamento del Fondo di inclusione sociale, il governo non finanzia più. E leggo, sui giornali di oggi, anche un’altra notizia, che solo apparentemente non c’entra nulla: il rapporto deficit/Pil, dicono i calcoli più recenti, è in aumento del 9,3%. Da un lato per la crescita del debito pubblico, che in Italia significa in buona parte spesa previdenziale; dall’altro per il crollo del Prodotto interno lordo, un po’ perché le aziende chiudono ed un po’ perché il sommerso vola. Con la chiusura delle aziende, l’immigrazione c’entra poco; con il boom del sommerso, invece, sì, perché la clandestinità non dà altra scelta che quella del nascondimento, ed è un nascondimento che – siamo onesti – fa comodo soprattutto agli italianissimi datori di lavoro. Penso alla badante ucraina con il permesso di soggiorno scaduto, che assiste un’anziana signora milanese; al fioraio egiziano che lavora in nero, in un chiosco nel centro di Roma; al raccoglitore di pomodori nigeriano da 15 euro al giorno, impiegato sotto il sole delle campagne casertane: quanti contributi perdiamo, con il rifiuto di regolarizzare chi è qui per costruirsi una vita dignitosa? Tempo fa, insieme ad altri deputati del Pd, presentammo una proposta di legge molto semplice, sul permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, che non è stata finora presa in considerazione; nelle prossime settimane, io stesso depositerò finalmente il mio testo sulla cittadinanza agli immigrati, al quale sto lavorando da mesi, con il contributo di molte associazioni impegnate sul campo. Diversi esponenti del Centrodestra l’hanno letto, alcuni addirittura lo firmeranno e lo stanno già lanciando pubblicamente; io preferisco tenermi prudente, perché ho paura che anche stavolta il ministro Maroni si guardi bene dal leggerlo e – anziché affrontare senza pregiudizi un tema cruciale per il futuro dell’Italia – il Centrodestra si rifugi nella più rassicurante battaglia degli slogan, che è il modo migliore perché tutto resti come prima.

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Il ritorno di Walter

Luglio 2, 2009 · 8 Commenti

“Veramente non me ne sono mai andato”, ha detto ad un certo punto del suo discorso. Ma per noi che non lo sentivamo aprire bocca da mesi, per noi che lo vedevamo arrivare in Aula da deputato semplice alla Sarubbi e schiacciare il bottoncino diligentemente, riscoprire la dimensione pubblica di Veltroni è stato comunque importante. E non lo dico in chiave congressuale, perché il mondo per fortuna non finirà il 25 ottobre, ma in un pensiero più ampio: uno come Walter lo vorrei sempre nel mio partito, nel mio Parlamento, nel mio Paese. Poi uno può discutere sulla sua gestione del Pd – e sono sicuro che tra voi ci saranno opinioni contrastanti – ma nessuno, credo, può dubitare della sua statura di politico, del suo senso delle istituzioni, della sua capacità di guardare largo. Del suo intervento nell’incontro di oggi pomeriggio al Capranica mi ha colpito, in particolare, proprio questa analisi dell’Italia, il “Paese al rovescio” in cui un uomo che sta dalla parte della legalità, come Roberto Saviano, vive braccato, mentre i capi della camorra continuano a fare il bello e il cattivo tempo. Un Paese con il Pil in calo, mentre le organizzazioni criminali fatturano 100 miliardi di euro l’anno. Un Paese che ha perso le virtù civili ed il senso delle regole. Un Paese che appare ormai rassegnato allo strapotere della criminalità organizzata, alla distribuzione iniqua delle ricchezze, al suo stesso immobilismo: chiunque abbia provato a scuoterlo è stato fermato, e l’assassinio di Aldo Moro ne è l’icona. Sostiene Veltroni che l’Italia non sia mai cambiata davvero perché non ha avuto mai la possibilità di sperimentare un ciclo riformista, che non significa brevi esperienze di governo ma un ciclo vero e proprio, come è successo invece in tutti gli altri Paesi occidentali. “In 8-10 anni – ha detto – un Paese si può trasformare, e deve essere proprio questa l’ambizione del Partito democratico”. Fra le trasformazioni già in atto, Walter ha ribadito la sua fiducia nel bipolarismo: rifiutarlo sarebbe “la tomba di questo Paese”, perché significherebbe tornare “ai governi di coalizione contrattati dopo il voto dalle segreterie di partito”. Il bipolarismo significa un maggior coinvolgimento dei cittadini, un rapporto più diretto con i candidati premier e quindi anche la possibilità di spostare voti (come ha fatto Obama, togliendone 9 milioni ai repubblicani) senza passare per i gruppi dirigenti. Fra le trasformazioni future, invece, Veltroni ha auspicato quella del welfare, con un patto generazionale che confermi la libertà di andare in pensione oltre una certa soglia, e la rivoluzione verde, che “è la condizione dell’autonomia dell’Occidente. C’è tanta prudenza verso le violazioni di diritti umani da parte di alcuni Paesi – ha ricordato, e questo è stato forse il passaggio che ho apprezzato di più – perché se la Russia o la Libia chiudono i rubinetti, sono guai”. Infine, qualche passaggio di politique politicienne che a molti di voi interesserà. Walter ha citato nel suo discorso almeno 5 o 6 volte Debora Serracchiani, che aveva parlato (senza entusiasmarmi, ma io non ho un palato facile) poco prima di lui, e l’ha apertamente difesa dalle critiche di questi giorni, rimproverandola solo di essere stata poco furba. Poi ha criticato i big del partito, che alle ultime Europee hanno fatto campagna elettorale solo per i candidati della loro corrente e non per il Pd. Infine – e rigiro il tutto ai miei amici campani – ha attribuito il nostro risultato deludente al problema delle classi dirigenti del Pd nel Mezzogiorno. Se lo dico io, è perché sono un paracadutato che non conosce il territorio. Se lo dice Uolter?

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