Seguendo l’antico criterio dell’ubi maior, negli ultimi due giorni ho trascurato di dirvi che al convegno dei Liberi democratici sono intervenuto anch’io. Sabato 27 al Lingotto con i piombini, giovedì da Uolter, l’altroieri con i rutelliani, martedì prossimo con i parlamentari da Dario Franceschini: comincio ad essere un po’ stanco, e la corsa al Congresso è appena partita. All’incontro di questo sabato ho parlato di vari temi, con un accenno in particolare alla laicità ed al pluralismo. Ma non solo.
Per fortuna, il mondo non finisce il 25 ottobre, con l’elezione del nostro segretario. Qui dentro mi pare che ce ne siamo accorti – da ieri stiamo parlando di temi e non di persone – e speriamo di non essere gli unici in tutto il Pd. Lo dico perché vengo da una direzione regionale campana, lunedì scorso, che era roba da psicanalisi: una scena da film. Noi, dentro una sala di un albergo, in una strada abbastanza squallida, a pigliarci a mazzate (ne ho fatto le spese pure io, che avevo l’unica colpa di non essere napoletano); ad un km di distanza in linea d’aria, al porto, Berlusconi stava inaugurando una meravigliosa nave da crociera per il G8. Penso a quelle scene e mi viene in mente proprio la situazione attuale: il Centrodestra a preoccuparsi dell’Italia (purtroppo in maniera sbagliata, e l’approvazione del ddl sicurezza è uno dei punti più bassi di questa legislatura), noi a rammendarci i calzini, nel migliore dei casi. Nel peggiore, a tirarci i piatti in testa.
Anche a me – come ad altre persone ieri – non sembra che il dibattito interno sia cominciato nel migliore dei modi, per almeno due motivi. Il primo è una preoccupazione di ordine personale: se andiamo avanti con questo segamento reciproco di gambe, mi chiedo seriamente se, a metà ottobre, ci saluteremo ancora quando ci incroceremo in Parlamento. Il secondo, invece, è un motivo politico: provo ribrezzo per la politica urlata (e di Francesco Rutelli – così come di Paolo Gentiloni, di Ermete Realacci e di Linda Lanzillotta, che ho conosciuto dopo – mi ha conquistato sempre la capacità di argomentare) ma mi sembra che la china imboccata oggi nel nostro partito sia quella di chi la spara più grossa.
Faccio un esempio su tutti, per capirci: quello della laicità. Pierluigi Bersani è indubbiamente laico – se non altro, per la sua storia – ma Dario Franceschini non lo può essere di meno, soprattutto ora che veste Serracchiani, e mentre i due candidati fanno a gara per rassicurare la base, chi ti spunta? Ignazio Marino: praticamente un Giuliano Ferrara al contrario. Ferrara alle ultime Politiche monotematico contro l’aborto, adesso Marino monotematico contro il sondino. L’ho sentito sabato scorso, al Lingotto, ed ha fatto venire giù la sala. Citando la parola laicità una quarantina di volte in 5 minuti, ma senza spiegarci che cosa intendesse per laicità. Se dico “i credenti facciano i credenti in parrocchia” – come ho sentito più volte al Lingotto, anche da giovani promettenti del Pd – confondo l’indipendenza di Stato e Chiesa con la dimensione privata della fede; finisco nell’equivoco francese di credere che un prete non possa insegnare filosofia, mentre un ateo sì, o che un bambino ebreo non possa andare a scuola con la kippah in testa, ma se si mette la sciarpa della Roma va bene. E questa confusione è un errore molto comune nel Pd attuale. Un altro errore è quello di giudicare la laicità non in base al metodo seguito, ma in base al risultato: se sono d’accordo con il Papa sul ddl sicurezza, sono laico; se il Papa è d’accordo con me sul testamento biologico, sono teleguidato. E non importa che io ci sia arrivato – ammesso che ci sia arrivato davvero, perché i dubbi mi restano, eccome – attraverso studi e ragionamenti, perdendo notti di sonno: non sono laico, e basta. In base a questo ragionamento, non era laico neanche Norberto Bobbio, se ricordate quell’intervista del maggio 1981, alla vigilia del referendum sull’aborto, in cui ribadì il “diritto fondamentale del concepito”. Lui, che si definiva ateo e che non volle funerali religiosi. Ecco, io dal Pd non mi aspetto che si preoccupi continuamente di definirsi laico, perché mi pare una tautologia, ma piuttosto che mi declini questa laicità, che mi dica come la intende: se c’è spazio per una dimensione pubblica della fede, se c’è fiducia e rispetto per il percorso di chi non la pensa come la maggioranza o se invece – ed anche questa frase, purtroppo, l’ho già sentita – “chi non è d’accordo può anche andarsene”.
Chiedo scusa a Paola Binetti, se la tiro dentro. Su alcune sfumature abbiamo sensibilità diverse, ma io non riesco a pensare che si possa persino discutere del suo diritto di stare o meno nel Pd, come se fossero le convinzioni religiose il discrimine, come se la nostra carta dei valori non fosse mai stata scritta. Come se il problema principale del Pd fosse davvero stabilire chi comanda tra laici e cattolici: un dibattito a colpi di slogan, estenuante, che a mio parere sta uccidendo il bambino in culla, lo sta soffocando. È ora di essere veramente plurali, e quest’area del partito dimostra che lo possiamo essere. Paolo Gentiloni, Ermete Realacci ed io forse non abbiamo lo stesso sangue, ma ci intendiamo benissimo, perché abbiamo lo stesso sogno dell’Italia. Con la Margherita – così mi dice oggi chi all’epoca c’era – tutto questo era possibile; e come è possibile che oggi non lo sia più?
Non voglio negare l’importanza delle questioni eticamente sensibili, ma mi pare che nel Pd, in questo momento, il problema etico sia un altro, che non ha niente a che fare con il sondino: mi riferisco a quella questione morale di cui parlava ieri Linda Lanzillotta, che la base ci impone, che Di Pietro ci sta portando via (tra l’altro, senza averne i titoli) e che deve essere – a mio parere – il nostro cavallo di battaglia. Solo allora, quando la misura dell’appartenenza al Pd diventerà il buon governo e quando avremo il coraggio di cacciare dal partito i cattivi amministratori, anche a costo di perdere qualche voto in una Regione, potremo pensare di ripartire. Altrimenti, soprattutto nel Sud, rassegniamoci a ripetere in eterno l’esperienza delle Europee, dove la mancata elezione di Rosaria Capacchione ha dimostrato che nel collegio meridionale non hanno vinto i candidati, ma le loro clientele. Ed ho paura che – nonostante qualche nostro fuoriclasse di livello mondiale nel campo delle clientele – rincorrere il Centrodestra su un terreno del genere non sia soltanto controproducente, ma sia addirittura tempo perso, perché in questo campo sono decisamente più bravi di noi.







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