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Special guest

Tanto tuonò che piovve: con la canonica intervista al Corriere della Sera, che si conferma il bollettino ufficiale delle nostre partenze, Paola Binetti annuncia oggi il suo addio al Pd per l’Udc. Sull’addio al Pd, i bookmakers avevano chiuso le scommesse da tempo; sull’entrata nell’Udc, mi dispiace non essermi giocato qualche euro nei giorni scorsi, perché c’era ancora chi credeva che andasse con Rutelli. Io no, non ci ho mai creduto, perché per un profilo come il suo sarebbe stata una fatica inutile: andare nell’Api – che per necessità e per virtù nasce  pluralista – significava rimettersi a combattere per affermare l’identità cattolica pure lì dentro. Con la Lanzillotta anziché con la Pollastrini, ma sempre battaglia era. Nell’Udc, invece, Paola Binetti si può mettere finalmente in pantofole: più o meno lo stesso ragionamento che facevo tempo fa, parlando di Dorina Bianchi. Ecco perché, stavolta, non leggerete il mio solito pianto greco sull’irrilevanza del filone culturale cristiano nella costruzione politica del Pd: perché l’addio della Binetti, in realtà, l’avevo metabolizzato già da tempo, prima ancora che avvenisse. Da un lato, vedevo la sua sofferenza; dall’altro, constatavo l’insofferenza degli altri: non c’era scampo, davvero, e lo sapevamo tutti. Anche lei, che però – e questo gliel’ho rimproverato anche personalmente – ha insistito un po’ troppo sul vado-non-vado, beneficiando magari per qualche tempo di una rendita di posizione personale sui giornali ma non aiutando certo il Pd e neppure quelli di noi che, diversamente da lei, avevano deciso di continuare a combattere dal di dentro. A Paola Binetti devo molto, perché la mia candidatura è passata anche attraverso lei: fu proprio lei – che avevo avuto più volte ospite in Rai – a parlarne la prima volta con Francesco Rutelli, il quale a sua volta mi propose a Veltroni, che accettò. La sua partenza, dunque, mi pone più di un problema personale, perché istintivamente mi viene da pensare che uno di noi (forse lei, forse io)  stia oggi dalla parte sbagliata: o io sbaglio a restare, perché il destino della componente cattolica nel Pd è ormai segnato, oppure lei sbaglia ad andare via, perché rinuncia ad una sfida cruciale e si mette, appunto, le pantofole. Può darsi pure, però, che abbiamo ragione entrambi: su alcune questioni – dall’omofobia ai Dico, per dirne due – abbiamo infatti sensibilità diverse e non per questo uno dei due si sente più cristiano dell’altro. Nell’intervista di addio, Paola Binetti esagera su alcune cose (la locomotiva del Pd lasciata a Pannella) ma dice la verità su altre, perché è vero che oggi nel partito c’è la tendenza a considerare la cultura cattolica alla pari di quella radicale, nonostante i radicali non abbiano contribuito alla formazione del Pd e soprattutto non intendano farne parte, preferendo il ruolo di special guest. Il giorno in cui mi accorgessi che la situazione è irrimediabilmente ribaltata, con la cultura radical-libertaria a fare da collante e la presenza cristiana ridotta al ruolo di special guest, preparatemi un manifesto come questo qui sopra.

Il fuoco e le castagne

Del caso Bonino ho già parlato sul blog e, per quanto mi riguarda, non intendo farlo diventare un tormentone: la tentazione di remare contro non mi è mai venuta, né mi verrà ora che la partita è chiusa. Ma ritenevo importante fare una riflessione pubblica sulla vicenda – non che il blog non sia uno spazio pubblico, ma qui mi sento più in famiglia – e così ho inviato un contributo al direttore del Riformista, Antonio Polito, che oggi lo ha pubblicato. Tra parentesi quadre, i piccoli tagli redazionali. Buona lettura.

Ora che i giochi sono fatti, almeno nel Lazio, qualcuno sostiene che il Partito democratico dovrebbe ringraziare Emma Bonino, per averci tolto le castagne dal fuoco. Nessuno dei nostri candidati possibili, mi viene spiegato, avrebbe avuto la sua autorevolezza e la sua credibilità, nel mostrare all’elettorato di Centrosinistra che un nuovo inizio era possibile. Per rimettere in piedi le macerie mediatiche dell’affare Marrazzo serviva una personalità al riparo dal gossip, e la Bonino è [così] lontana da ogni sospetto [che due anni fa si prese pure il lusso di dare una lezione ai giornalisti politici, fingendosi innamorata per vederne l’effetto sulla stampa]. Per gestire un tema delicato come il governo clinico – che investe il problema dei rapporti fra politica e Sanità – c’era bisogno di una figura fuori dagli schemi partitocratici, capace di prendere decisioni coraggiose, e la Bonino certamente lo è: proprio questo tema, poi, è al centro delle battaglie radicali da parecchio tempo, prima ancora che in diverse Regioni scoppiassero scandali di vario colore politico. Per tenere testa a un avversario di peso come Renata Polverini, infine, occorreva un candidato energico, mediatico, trasparente, possibilmente donna: come Emma Bonino, appunto, che il segretario del Pd ha definito “una fuoriclasse”.
Il problema, però, è un altro. Il problema è che il maggiore partito del Centrosinistra – luogo politico che in Parlamento significa opposizione, ma alla Regione Lazio vuol dire governo – non deve mai appaltare a nessuno la gestione delle caldarroste: toglierle dal fuoco, anzi, è il suo mestiere, perché è questo che gli alleati si aspettano dal Pd. Se ha paura di scottarsi le mani, lasci perdere: si faccia invitare a pranzo dagli altri, che ogni volta decideranno quantità delle castagne e tempi di cottura. Ed è quello che temo accada proprio nella mia Regione, dove il Partito democratico – scegliendo di saltare un giro – ha temporaneamente abdicato ad una delle sue missioni più profonde, quella di essere la locomotiva del cambiamento e non un semplice vagone. Di essere un partito vero, insomma, capace di produrre innovazione politica e, per giunta, in modo democratico.
La questione dell’aggettivo non è residuale, perché proprio sulla democrazia interna il Pd aveva costruito la propria identità: a cominciare dal Lingotto, per finire alla recente campagna congressuale, che Pierl Luigi Bersani ha vinto ribadendo l’importanza delle primarie per la scelta dei candidati. Quelle primarie che in Puglia si faranno solo perché l’artiglieria nemica non è ancora schierata, ma che nel Lazio sono saltate per mancanza di tempo; eppure, si potevano prevedere già dai primi di novembre, quando l’affare Marrazzo – di cui trapelavano indizi addirittura in estate – aveva mostrato l’impossibilità di una ricandidatura del governatore uscente. Non è più il momento per fare altri nomi, per carità, ma tra i miei colleghi di partito i nomi si potevano trovare: eppure, si è preferito aspettare fino all’ultimo momento utile, per poi accorgersi che quel momento era passato. E affidarsi, dunque, ad un appalto esterno: la candidatura di Emma Bonino, appunto, che – per quanto fuoriclasse – lascia aperte alcune questioni nel gioco di squadra.
Io sono cattolico, la Bonino è radicale: sarebbe facile, dunque, derubricare il tutto all’ennesima puntata della lotta guelfi-ghibellini, che però non mi appassiona [per niente]. Non mi appassiona in generale, perché ritengo faccia male all’Italia, e tantomeno ne vedo la necessità all’interno del Partito democratico, dove l’impegno politico di ogni cristiano può trovare senso soltanto nello sforzo di gettare ponti tra culture diverse. Ma tra lasciare il Pd, come hanno fatto diversi miei colleghi nelle ultime settimane, e cedere alla tentazione di minimizzare in nome della ragion politica, come stanno facendo altri, ci deve essere una terza via. Che è poi quella di cercare un confronto serio sul programma di governo, prima ancora di appassionarsi al puzzle delle liste: visto che Emma Bonino è anche il nostro candidato – si chiedeva nei giorni scorsi Silvia Costa – dobbiamo trovare delle risposte condivise sulle politiche per la famiglia, sulla solidarietà sociale, sul rapporto tra istituzioni civili e religiose. E trovarle insieme, tanto per essere sicuri che le castagne appena tolte dal fuoco non vadano di traverso a un discreto numero di elettori del Pd.

Vi farò sapere

Avevo resistito in silenzio finora. Non parlerò, mi ero ripromesso, fino al giorno in cui la candidatura di Emma Bonino alla Regione Lazio, da parte del Pd, non sarà ufficiale. Quel giorno è oggi, signori miei, e qualcosa da dire ce l’ho anch’io, perché – al di là del ruolo che ricopro, e che dunque mi richiede una responsabilità maggiore rispetto all’elettore medio, oggi di qua e domani di là – il mio encefalogramma non è ancora piatto. Parecchi dei nostri se ne sono già andati (ieri gli ultimi due, Carra e Lusetti, denunciando gli errori compiuti nel metodo e nel merito rispetto alla candidatura nel Lazio), altri probabilmente se ne andranno. Qualcuno di voi esulta pensando alla Binetti, io certamente no, e con me una buona fetta di elettorato che comincia a porsi domande. Parlo dei cristiani impegnati in parrocchia, negli scout, nelle Acli o nella Caritas, nella Comunità di Sant’Egidio o nel Meg, nei focolarini o nell’Azione cattolica: sono in tanti che, in queste ore, mi scrivono privatamente per chiedermi che cosa stia accadendo e come mai ci siamo ridotti a questo, a nasconderci dietro la candidatura di Emma Bonino. Non lo so, cari amici, e forse questa è la cosa più grave. Non so perché si sia tirata così avanti la candidatura di Zingaretti, non so perché non si sia sondata la disponibilità di alcune persone che certamente non si sarebbero tirate indietro (Giovanna Melandri, Achille Serra), non so perché non si sia andati in pellegrinaggio a Bruxelles da Silvia Costa, che con i suoi 117 mila voti di preferenza alle Europee è stata la donna più votata in Italia, non so perché non si sia acchiappato a forza il primo imbecille (Giachetti, Touadi, Bachelet: tutti amici miei, che non si offendono se li chiamo imbecilli) e non lo si sia obbligato a metterci la faccia. Perché l’aspetto allucinante della vicenda, Bonino o non Bonino, è che il Pd – il primo partito della maggioranza uscente, in Regione – non abbia trovato una faccia propria ed abbia preferito esternalizzare il servizio, tipo le aziende con i call center, appaltandolo ai radicali. Mi ribatterete che anche con Prodi si decise di esternalizzare il servizio, candidando a premier uno che non veniva dai Ds o dalla Margherita, ma la differenza sta tutta nel passato: con Prodi si sceglieva qualcuno senza appartenenze politiche alle spalle, con la Bonino si sceglie qualcuno che delle battaglie di parte fa una bandiera da trent’anni. E questa parte non è sempre stata la mia, il che – riconoscetemi l’onestà – qualche problema me lo pone. Le possibilità, a questo punto, sembrano due: andarsene perché la goccia ha fatto traboccare il vaso oppure minimizzare in nome della ragion politica, dicendo che Emma Bonino è una fuoriclasse e tanti saluti. La prima strada, ricordavo, è già stata imboccata da alcuni cattolici – e quei laici che ora li accusano potrebbero chiedersi che cosa avrebbero fatto loro se la candidata del Pd alla Regione Lazio fosse stata Paola Binetti – ma per me significherebbe gettare la spugna troppo presto. La seconda è già stata tracciata dal segretario e sposata da parecchi dirigenti locali, per ragioni diverse: molte delle quali, mi spiace dirlo, più legate alla propria sopravvivenza politica che al progetto ideale del Pd. Io però non condivido nessuna delle due vie e mi concentro sulla terza, che è quella dell’appoggio condizionato. Da un lato, cercherò di fare il possibile per tirar fuori il meglio delle storiche battaglie radicali: penso alla trasparenza nella Sanità, innanzitutto, ma anche all’anagrafe degli eletti, all’attenzione per i più deboli, al rispetto delle libertà religiose e così via. Dall’altro, visto che il candidato mi è stato imposto, cercherò almeno di non farmi imporre il programma di governo; per questo, condivido e rilancio le tre condizioni poste oggi da Silvia Costa – che prima di arrivare al Parlamento europeo era assessore regionale all’Istruzione – in un articolo su Europa:

1- La nostra Costituzione è laica ma non  agnostica e delinea anche per la famiglia una precisa configurazione non confessionale, ma giuridicamente e socialmente rilevante e specifica, tale da legittimare politiche dedicate.

2- La solidarietà sociale ed economica, secondo il dettato costituzionale, è un “dovere”, e non può essere tutta catalogata come assistenzialismo. Il crinale  è nella sua capacità di promuovere insieme autonomia, condizioni di uguaglianza, relazioni sociali più significative ma anche  di riconoscere il ruolo delle organizzazioni e delle associazioni che le tutelano. Per noi questo è un tema centrale.

3- Il rapporto tra istituzioni civili e religiose si basa sul rispetto reciproco, l’ autonomia delle due sfere ma anche sulla capacità di collaborare per il bene comune. La realtà di Roma e della Regione è ricca di esperienze, pratiche e organismi realizzati dalla storia della Chiesa nelle sue componenti religiose e laiche. Riconoscere e valorizzare questi soggetti e questi servizi alla comunità è per noi un aspetto della cultura di Governo che non fa coincidere il pubblico solo con la gestione pubblica ma con le garanzie di accessibilità, qualità ed efficienza che pubblico e privato devono assicurare anche in base al principio costituzionale  del pluralismo nelle e delle istituzioni.

Famiglia, Stato sociale, rapporti con la Chiesa: quando avrò letto il programma della Bonino, vi farò sapere.

Affari sociali

Dalla Commissione Cultura alla Commissione Affari Sociali: per cavarmela con una battuta, potrei dire che sto pagando i primi effetti dell’uscita di Francesco Rutelli dal Pd. Con l’abbandono di Donato Mosella e Marco Calgaro, andati via dal nostro gruppo, i deputati del Pd in Affari Sociali eravano rimasti solo 14; così, visto che in Cultura eravamo in 16, si cercava qualcuno disponibile a cambiare Commissione. Hanno pensato a me, per due motivi: il primo è che, in effetti, ad inizio legislatura avevo messo nelle prime scelte proprio gli Affari Sociali (e mi avevano spedito alla Trasporti!); il secondo è che, in questo anno e mezzo, le tematiche sociali sono sempre state al centro del mio impegno politico. Avrei anche potuto rifiutare – tanto più che in Cultura mi trovavo bene e stavo facendo cose interessanti – ma mi sono messo al servizio del gruppo ed ho accettato, sperando di non andare a fare troppi danni. La notizia è di un paio di giorni fa, ma ve la sto dando solo ora perché aspettavo l’esordio. Che è avvenuto proprio oggi, in coincidenza con il voto sugli emendamenti alla Finanziaria. Prima di parlarvene, devo fare una premessa: da che mondo è mondo, la discussione della Finanziaria si caratterizza per la pratica dell’assalto alla diligenza; con le nuove modalità introdotte da Tremonti – e gliene va dato atto – il criterio geografico dei finanziamenti a pioggia (un ponte in Veneto, una strada in Trentino, una fontana in Umbria, un campo sportivo in Calabria) è praticamente sparito. Rimane, però, la pressione legittima che ogni Commissione cerca di fare sul governo perché vengano messi soldi in alcuni ambiti che le stanno a cuore: alla Trasporti diranno che vanno finanziate la banda larga o le autostrade del mare, in Cultura premeranno per l’edilizia scolastica o la ricerca, alla Lavoro chiederanno fondi aggiuntivi per disoccupati e precari, e così via. In Affari Sociali ci si occupa essenzialmente di povertà e di esclusione sociale, ma anche di sanità: le nostre richieste, dunque, potete facilmente immaginarle. Per senso di responsabilità (e di realismo, visto che i soldi sono pochi) abbiamo ridotto il numero degli emendamenti ad una cinquantina: la maggioranza ce li ha respinti quasi tutti, ma su alcuni siamo riusciti a convincerli. Bocciato, tanto per fare un esempio, l’innalzamento del reddito per l’esenzione dal ticket: il limite attuale (36151,98 euro) è quello fissato nel 1993, ma nel frattempo parecchi che erano esenti oggi non lo sono più, a causa del tasso di inflazione. Fra le battaglie vinte – ma non è neppure detto che lo siano, e dopo vi spiego perché – c’è invece il rimborso alle famiglie più povere delle spese sostenute per latte artificiale e pannolini, oppure l’aiuto alle case-famiglia, attraverso l’istituzione del Fondo per il sostegno delle comunità di tipo familiare. E ancora: la possibilità di detrarre il 19% delle erogazioni in denaro a favore dei programmi di assistenza dei disabili gravi; i 400 milioni di euro da destinare al Fondo per le non autosufficienze; i 100 milioni per il Fondo “Dopo di noi”, che aiuterà i disabili gravi rimasti senza un adeguato sostegno familiare; la proroga del bonus straordinario alle famiglie, ai lavoratori pensionati ed alle persone non autosufficienti. Infine, il 5 per mille, che sembrava sul punto di saltare ed invece rimarrà: il contribuente potrà destinarlo al finanziamento della ricerca (scientifica e sanitaria), al sostegno delle attività sociali svolte dai Comuni oppure alle associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni. Buone notizie, allora? Non è detto, dicevo prima: perché tutti gli emendamenti approvati dalle Commissioni passano ora all’esame della Bilancio, che dovrà verificare se le coperture finanziarie da noi ipotizzate siano praticabili oppure no. Faremo la conta dei superstiti e vi terrò aggiornati.

Fuori dal cassetto

In un’intervista concessa stamattina, che sta passando alla cronaca per la proposta di abolire la buvette, il ministro Gianfranco Rotondi ha espresso in realtà una considerazione molto seria, su un tema che con la pausa pranzo ha poco a che vedere: secondo lui, la mancanza di tutele per i conviventi è colpa del Centrosinistra, che non vuole calendarizzare la proposta di legge 1756 (Disciplina dei diritti e dei doveri di reciprocità dei conviventi, da cui la sigla Didoré), presentata più di un anno fa e non ancora discussa nella Commissione competente (Affari Sociali). I Didoré, lo riassumo per i meno addentro, sono una specie di versione light dei Dico: il testo ribadisce che la famiglia riconosciuta dallo Stato è quella fondata sul matrimonio (e che quindi sono legate al matrimonio “le agevolazioni e le provvidenze di natura economica e sociale previste dalle disposizioni vigenti che comportano oneri a carico della finanza pubblica”), ma poi prevede una serie di norme che, oggettivamente, vanno a riempire qualche buco nella legislazione attuale e che rappresentano comunque un passo avanti rispetto al nulla esistente. Alcuni esempi: assistenza sanitaria, subentro nel contratto di locazione, alimenti. È un provvedimento che – cito la relazione introduttiva – “non comporta oneri per la finanza pubblica e non abbisogna pertanto di copertura finanziaria”: nonostante il blocco di Tremonti, insomma, potrebbe essere discusso alla Camera anche subito ed approvato nel giro di qualche settimana. Eppure, dicevo prima, è lì fermo da più di un anno: sebbene abbia i voti per farlo approvare, infatti, il Centrodestra non lo calendarizza, forse perché su temi così delicati si rischia di scivolare oppure per qualche altro motivo che non mi riesce proprio di comprendere. Per Rotondi, però, la colpa è nostra, perché – nonostante sia una legge sottoscritta solo da deputati del Pdl – avremmo potuto chiederne noi la calendarizzazione: se non lo abbiamo fatto, è perché riteniamo i Didoré troppo blandi. Le motivazioni addotte dal ministro (che della norma è l’ispiratore, pur non avendola firmata per motivi di opportunità) sono palesemente strumentali, perché è naturale che (avendo una piccola quota del calendario a disposizione) l’opposizione si concentri sulle proprie proposte e non su quelle altrui, così come sarebbe naturale un dibattito sul tema delle coppie di fatto all’interno della maggioranza; eppure, la questione sollevata oggi da Rotondi è di enorme importanza, perché pone un problema di strategia politica che il Pd prima o poi deve risolvere. Nella scorsa legislatura il governo Prodi voleva i Dico, ma non riuscì a farli passare perché all’interno della coalizione c’erano delle divisioni nel merito: secondo alcuni (pochi) dei nostri, infatti, i Dico erano troppo. Ora, sui Didoré si rischia di fare l’errore contrario, perché quella proposta di legge è troppo poco. Ed i conviventi, nel frattempo, continuano ad aspettare dal legislatore un minimo segno di civiltà. Secondo me – che non sono il segretario del Pd, né il capogruppo alla Camera, né il capo di alcun dipartimento e neppure un membro della direzione, ma un semplice parlamentare di buona volontà – dovremmo accettare la sfida e portarli a discutere su un terreno comune, come sto cercando di fare io con la cittadinanza agli immigrati: se loro non hanno la forza politica per tirare questo tema fuori dal cassetto, facciamolo noi! E poi, una volta portata la legge in Aula, combattiamo una battaglia a colpi di emendamenti: forse la perderemo, perché i numeri sono quelli che sono, ma in ogni caso – se anche venisse approvato il testo così come è ora – ci ritroveremo (leggi: le coppie di conviventi si ritroveranno) con un poco che è meglio di un nulla. L’alternativa, naturalmente, è molto più semplice: non muovere un dito fino a quando non lo muoveranno loro, sperare che i Didoré non arrivino mai in Aula e, se ciò dovesse per sbaglio accadere, votare contro o al massimo astenerci, perché non era quello che avremmo voluto noi. Ma ne vale la pena?

Generazione Balotelli

Da buon cattolico, il ciellino Adriano Paroli, sindaco di Brescia, decise l’anno scorso di sostenere le famiglie in difficoltà con il bonus bebè: un milione e trecentomila euro da destinare ai nuovi nati, per incoraggiare la natalità ed aiutare i genitori a combattere con pannolini e robe varie. Proposta lodevole, naturalmente, se non fosse per un piccolo particolare: i nuovi nati dovevano essere necessariamente italiani. Ed i figli di immigrati regolari, nati qui? Niente. Eppure, gli immigrati regolari a Brescia sono 33 mila, oltre il 17 per cento della popolazione residente: lavorano nell’agricoltura (pachistani ed indiani), nel comparto edilizio (albanesi e rumeni) e nelle fonderie (africani), aprono negozi (cinesi), fanno le badanti (donne dell’est europeo). Aumentano il Pil, insomma, ma per il Comune questo non conta: il vicesindaco Rolfi è un leghista duro e puro – quello, per capirci, che ha iniziato a raccogliere firme contro la mia proposta di legge sulla cittadinanza, e che ultimamente ha brindato con champagne sul terreno di un campo nomadi appena sgomberato – e negli equilibri di potere locali è molto più forte di quanto la sua carica non dica, anche perché il suo diretto superiore, che oltre a fare il sindaco è pure deputato, passa diversi giorni alla settimana a Roma. Sul bonus bebè, però, è scoppiato il putiferio: i giudici hanno dato ragione al ricorso dell’Asgi (Associazione di studi giuridici sull’immigrazione), giudicando la delibera comunale “discriminatoria”, ed a quel punto il Comune, per ripicca, ha deciso di togliere l’incentivo a tutti. Nel frattempo, per rimediare al guaio erano entrate in azione 13 sigle del mondo cattolico (Acli, Adasm-Fism, Azione cattolica, Associazione nazionale famiglie numerose, Cisl, Fuci, Istituto Pro Famiglia, Movimento cristiano lavoratori, Movimento dei focolari, Pax Christi, Società San Vincenzo de’ Paoli, Ucid, Università Astolfo Lunardi), per fare quello che avrebbe dovuto fare il Comune: una raccolta di fondi destinata alle famiglie finanziariamente fragili (con un indicatore socio-economico al di sotto dei 15 mila euro) che avessero avuto bambini nel 2008. A differenza del bonus bebè, però, il donum bebè (lo hanno chiamato così) non pretendeva il requisito della cittadinanza, ma soltanto quello della residenza in città da almeno 3 anni. Risultato: 70 mila euro raccolti in circa 7 mesi, 69 famiglie aiutate (ma una ha avuto due gemelli, dunque ha preso il doppio), in maggioranza straniere. Alcune di loro le ho incontrate ieri sera, con i loro mocciosetti piagnoni, in un incontro organizzato per fare un bilancio dell’iniziativa e presentare, contestualmente, la pdl 2670 sulla cittadinanza. Mentre la spiegavo, dicendo che cosa cambierebbe se passasse, molti dei genitori avevano gli occhi lucidi: non pensavano a sé, mi hanno detto alla fine, ma ai loro figli. Bresciani come Mario Balotelli.

Visti in tv

 

Se avessi avuto qualche dubbio su chi votare alle primarie, la diretta di oggi su Youdem me lo avrebbe tolto dopo un quarto d’ora: il tempo di sentire Bersani prendere a calci l’articolo 67 della Costituzione, in nome della disciplina di partito, e Marino ripetere la famigerata frase del Lingotto sul “chi non si sente laico dentro può anche fermarsi un giro e stare a casa”. Mai come oggi, ho avuto chiaro che la mia scelta per Dario Franceschini è anche un atto di legittima difesa: chiunque vincesse degli altri due, infatti, mi toglierebbe il diritto di votare (come ho fatto e rifarei) contro il mutuo ventennale da 4 miliardi di euro per Gheddafi, o di astenermi (come ho fatto e continuerò a fare) sulle missioni internazionali fino a quando non aumenteranno i fondi per la cooperazione, o di dissentire dalla maggioranza del partito (come non ho ancora fatto ma potrei fare) su alcune delicatissime questioni etiche. Se questo blog fosse uno strumento di propaganda, insomma, oggi avrei diverse mazzate da tirare; non lo faccio perché voglio ancora bene al Pd, e così mi concentro su ciò che – di tutti e tre i candidati – mi ha convinto di più. In ordine di mozione, naturalmente.

Pierluigi Bersani. Sulle questioni economiche ha dimostrato di essere decisamente una spanna sopra a tutti (in Parlamento gli tengono testa solo Cazzola e Tabacci, nel Pd nessuno): il passaggio sulla crisi e sulle tre soluzioni (sostegno ai redditi medio bassi, fondi di garanzia per le piccole e medie imprese, grande piano di piccole opere pubbliche) è stato di una lucidità impressionante. Allo stesso modo, quando ha parlato di previdenza è stato l’unico capace di contestualizzare l’innalzamento dell’età pensionabile all’interno di una riforma più ampia, in funzione dei giovani. Mi è piaciuto anche il passaggio sulla giustizia che non va, e sul fatto che ogni riforma necessaria venga condizionata dagli interessi personali del presidente del Consiglio. Bersani è un solido uomo di Stato.

Dario Franceschini. Bene sul pluralismo all’interno del Pd: il fatto che occorra votare sulle questioni controverse non è in discussione, ma non si può imporre la disciplina su tutto. Condivido anche il suo approccio sulle unioni civili, per le quali devono esserci limiti ben chiari: il no alle adozioni ai single ed alle coppie gay potrebbe costarmi l’accusa di essere singlofobo ed omofobo, ma mi rimetto al vostro buon cuore. Il suo discorso sul bipolarismo da conservare con i denti (non regaliamo una parte del Pd al centro, non deleghiamo all’Udc la rappresentanza dei moderati) mi pare saggio, così come la sua idea di partito aperto agli elettori e lontano dai caminetti. Franceschini è un uomo equilibrato e coraggioso.

Ignazio Marino. Perfetta la prima risposta, quella sulla sanità: per un chirurgo come lui, era una specie di domanda a piacere, ma devo riconoscere che è stato bravissimo. In due minuti, è riuscito a parlare di tutto: l’esodo dal sud al nord, le lunghe attese, le condizioni degli ospedali, le stesse candidature con Bersani di due campioni mondiali dell’intreccio fra politica e sanità come Bassolino e Loiero. Buono anche il passaggio sul merito come motore dell’istruzione e della ricerca, lontano dalla tentazione di utilizzare la scuola come ammortizzatore sociale. Sacrosanto il discorso sulle correnti che bloccano il rinnovamento della classe politica e l’avanzamento dei giovani all’interno del Pd. Infine, sottoscrivo il suo approccio sull’immigrazione, sulla cittadinanza e sul voto alle amministrative per chi paga le tasse qui. Marino è un uomo nuovo, con un approccio politico e non politicante.

Le critiche le lascio a voi, ma con una preghiera: non scanniamoci, perché da qui al 25 è ancora lunga e potremmo farci molto male.