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L’affare si ingrossa

Non resisto alla battuta, scusate, ma qui l’affare si ingrossa. Ed ancora una volta – come facevo notare tempo fa, citando episodi pluripartisan – è difficilissimo, se non impossibile, distinguere il pubblico dal privato: cerchiamo, allora, di essere obiettivi. Se Bertolaso vuole “dare una ripassata a Francesca”, problemi suoi e della sua vita coniugale. Il discorso cambia, però, se ad organizzare la ripassata – questa e probabilmente altre dello stesso genere, come emerge dalle intercettazioni pubblicate da Repubblica – sono i proprietari del Salaria sport village, impianto sportivo già posto sotto sequestro alla vigilia dei Mondiali di nuoto e costruito in barba ad ogni logica umana, con una piscina addirittura sotto il livello del Tevere. Come hanno fatto a vincere la gara dell’appalto, con un progetto del genere? Semplice: non partecipando a nessuna gara, visto che lo stato di emergenza consente alla Protezione civile di derogare ad ogni bando. E chi è il capo della Protezione civile, colui che alla fine decide sugli appalti? Bertolaso, appunto. Può darsi che – come dice l’avvocato del futuro ministro – siamo di fronte ad un equivoco colossale, e personalmente me lo auguro: sarebbe difficile, altrimenti, convincere gli italiani che nella classe politica ci sia anche una sola persona perbene. Tifo per l’innocenza di Bertolaso, dunque, anche se mi converrebbe il contrario: o in questa storia c’è qualcosa di sporco, oppure diventa difficile dar torto a Berlusconi quando vede persecuzioni giudiziarie dappertutto. Tifare per Bertolaso, però, non significa anestetizzarsi il cervello, e così stamattina in Aula sono tornato alla carica sui mondiali di nuoto: se 7 mesi fa avevo ragione a volerci veder chiaro, oggi ne ho ancora di più. Eppure, il governo non mi risponde.

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, sui giornali di oggi la notizia principale è quella delle indagini per alcuni presunti illeciti che riguardano il sistema della Protezione civile: illeciti che, come si legge nelle inchieste, riguarderebbero alcuni eventi programmati da tempo, fra cui i mondiali di nuoto svoltisi a Roma nel luglio dello scorso anno. Ci sono delle presunte responsabilità di alcuni imprenditori che hanno costruito degli impianti molto importanti qui a Roma per i mondiali di nuoto e c’è – si dice – anche una collusione da parte di settori della Protezione civile. A questo proposito vorrei sollecitare la risposta a un’interrogazione che presentai a luglio dello scorso anno e che, all’epoca, fece notizia perché sembrava che volessi remare contro i mondiali di nuoto. In realtà, volevo soltanto la chiarezza che buona parte della società civile chiedeva a noi del Parlamento. Vi erano diversi comitati civici – e ci sono ancora – che avevano seri dubbi su ciò che stava accadendo: si parlava di impianti varati senza collaudi, di villaggi sportivi sorti a ridosso del Tevere ben sotto il livello del fiume, e lo stesso fiume era esondato due volte mentre i cantieri erano allestiti. Si parlava, soprattutto, di autorizzazioni date per costruire impianti pubblici, che poi erano stati improvvisamente trasformati in impianti privati. Non essendoci un Ministero dello sport in questo Governo, chiedo al Presidente del Consiglio di fare chiarezza. Non so se posso aspettarmi una risposta direttamente da lui, o se dovrò attendere che il dottor Bertolaso diventi Ministro per averla da lui in persona. In un modo o nell’altro, spero che il Governo mi risponda e, soprattutto, che risponda a quei cittadini che oggi ne chiedono conto: visto che siamo qui per rappresentarli e anche per fugare i loro dubbi. Dubbi che i giornali di oggi dimostrano non essere poi così campati in aria.

Tanto per dare un’idea del giro di soldi, la Corte dei Conti – sollecitata da un esposto dei Verdi – ha aperto un’inchiesta sui 550 milioni di euro spesi per opere non utilizzate nel corso dei Mondiali di nuoto e rimaste lì, come cattedrali nel deserto. Tipo il Polo natatorio di Ostia, su cui i comitati civici stanno cercando di fare trasparenza. Ed ogni giorno ne scoprono una: tipo questa della piscina olimpionica costruita con le misure sbagliate. E qui, se volessi essere triviale fino in fondo, potrei concludere che quelle di Francesca, invece, erano giuste.

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Il contagio

Alle dimissioni di Guido Bertolaso non abbiamo creduto neanche un attimo, perché immaginavamo che la sua remissione del mandato sarebbe stata respinta: di fronte ad un uomo disposto a farsi da parte, “per non intralciare il lavoro degli inquirenti”, il nostro presidente del Consiglio temeva probabilmente il rischio del contagio. Ma il gesto, comunque, è da apprezzare, perché almeno dimostra che in questo governo c’è sottosegretario (Bertolaso, appunto) e sottosegretario (Cosentino, sempre lì). Due parole sul merito della questione, prima di andare avanti. Come già accadde per le Olimpiadi di Torino e per i mondiali di nuoto (a proposito: la mia interrogazione parlamentare attende ancora una risposta), anche per il G8 della Maddalena si è caduti nel vizietto di sempre: quello di trattare un evento programmato da tempo come se fosse un’emergenza. Lettura superficiale: e che ci vuoi fare, noi italiani siamo fatti così, diamo il meglio nelle emergenze, mica siamo svizzeri! Lettura più profonda: se organizzi un evento con le procedure ordinarie è tutto più complicato, perché devi fare i conti con la trasparenza, la competizione e le verifiche. Il modo per evitare queste rogne, dunque, è decretare lo stato di emergenza e delegare il tutto alla Protezione civile: a quel punto, tanto per dirne due, non c’è piano regolatore che tenga, né c’è procedura di appalto da rispettare. Le emergenze in Italia esistono davvero – dai terremoti alle alluvioni, mi pare che nell’ultimo anno non ci siamo fatti mancare nulla – e la nostra Protezione civile, dunque, avrebbe abbastanza lavoro già di suo. Invece, come raccontava Repubblica nelle settimane scorse, è già stata incaricata di organizzare il congresso eucaristico nazionale ad Ancona nel 2011 o il 400esimo anniversario dalla nascita di San Giuseppe da Copertino, come se fossero calamità improvvise. E presto potrebbero toccarle la gestione del piano carceri e quella dell’expo di Milano: prima, però, verrà trasformata in una società per azioni, in modo tale da uscire completamente dal controllo del Parlamento. Il decreto dovrebbe essere in Aula la prossima settimana, ma oggi – durante la conferenza dei capigruppo – noi abbiamo chiesto (e non ottenuto, temo) un rinvio:

DARIO FRANCESCHINI. (…) È del tutto evidente che deve esserci una netta distinzione tra le vicende giudiziarie e le scelte politiche, però è altrettanto chiaro che, nel momento in cui si sono avviate delle iniziative giudiziarie nei confronti di alcuni esponenti di rilievo della Protezione civile – alla quale, voglio ripeterlo in modo molto chiaro, va tutta la nostra solidarietà per tutto quel patrimonio di volontari, di impegno e di strutture formidabili che lavorano nella Protezione civile – è assolutamente inopportuno, dopo la giornata di oggi, portare a conversione un decreto-legge che prevede la totale soppressione, attraverso la formazione della Protezione civile Spa e la privatizzazione di tutte le procedure, di ogni garanzia di pubblicità delle gare e delle aggiudicazioni. Aggiungo che in quel decreto-legge, all’articolo 3, comma 5, vi è una norma che fa impallidire nella sua sostanza ogni tentativo precedente di lodi, di leggi ad personam o di tentativi di ostacolare il normale svolgimento delle vicende giudiziarie. È un comma molto chiaro, fin troppo chiaro, il comma 5, che dice esattamente questo: «Dalla data di entrata in vigore del presente decreto-legge e fino al 31 gennaio 2011 non possono essere intraprese azioni giudiziarie e arbitrali nei confronti delle strutture commissariali e quelle pendenti sono sospese». (…) Non solo si sospendono i procedimenti in corso (in questo caso), ma è vietato iniziare azioni giudiziarie. Penso che a maggior ragione, dopo la giornata di oggi, il Governo dovrebbe avviare urgentemente una seria riflessione e rinunciare a quella parte del decreto-legge o, quanto meno, a questa norma (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

Per capirci, insomma, il nuovo decreto fisserebbe una sorta di immunità giudiziaria per gli operatori della Protezione civile. Inoltre, grazie alla legge fresca fresca sul legittimo impedimento, la nomina di Bertolaso a ministro lo porrebbe al riparo di ogni eventuale processo. Se un contagio con Berlusconi ci sarà, insomma, sarà purtroppo nell’altro senso.

Sorella acqua

Dopo settimane di polemiche sui giornali e migliaia di mail di protesta nelle nostre caselle di parlamentari, oggi la maggioranza ha votato la privatizzazione dell’acqua. Che detta così è detta male, perché – proprio grazie ad un emendamento del Partito democratico, approvato al Senato – il decreto appena licenziato ribadisce che la proprietà dell’acqua resta pubblica. Quello che si privatizza è invece la sua distribuzione, e qui il discorso si fa più complesso: tanto complesso che avremmo avuto bisogno di tempo ed attenzione, ma il governo ha liquidato il tutto con la 26.esima fiducia in 18 mesi, proprio per affogare sul nascere il dissenso di parte della maggioranza. Potevamo cavarcela come ha fatto Di Pietro: ricordando che l’acqua non è un servizio ma un diritto universale, annunciando un referendum contro questa legge ed alzando qualche cartellone a favore di telecamera subito dopo il voto finale. La croce (e delizia) dei riformisti, invece, è che devono argomentare sempre le proprie ragioni, e la nostra Raffaella Mariani, capogruppo del Pd in Commissione Ambiente, lo ha fatto molto bene. Cominciamo dai problemi generali, che in effetti non mancano: più della metà degli italiani non ha un sistema di depurazione; il 30% dell’acqua viene disperso; il nostro sistema fognario non è degno di un Paese civile. Esistono parecchi casi di sprechi e di inefficienze – l’acquedotto pugliese è stato citatissimo negli interventi in Aula – ma ci sono anche diversi esempi di buongoverno, indipendentemente dal fatto che i gestori siano pubblici oppure misti: non sempre, insomma, una gestione privata corrisponde ad un servizio efficiente, né è detto che pubblico sia sinonimo di incapacità. D’altra parte, in Europa abbiamo esperienze molto diverse: sono efficienti sia la Germania (che ha una gestione pubblica delle risorse idriche) sia la Francia (che ne ha una mista). Perché, allora, abbiamo votato contro questo decreto? Perché innanzitutto non crea un’autorità indipendente, che vigili sulle tariffe e sui servizi offerti dai gestori privati: l’unica concessione ottenuta è stata l’approvazione di un nostro ordine del giorno nella seduta di ieri, durante la quale abbiamo mandato sotto la maggioranza per 6 volte, ma sappiamo tutti quanto poco possa valere un ordine del giorno per un governo che non rispetta neppure gli impegni internazionali. Inoltre, perché questo provvedimento obbliga i Comuni a vendere quote di società che gestiscono il servizio idrico, indipendentemente dall’efficienza dello stesso: è un regalo enorme fatto ad alcuni grandi gruppi privati, sia italiani (come Acea ed Iride) che stranieri (come le francesi Veolia e Suez). E se cerchi Suez su Google, tanto per fare un esempio, scopri che un mese fa la città ungherese di Pécs “ha rescisso il contratto con la compagnia, accusandola di speculazione e di mancanza di trasparenza dopo avere riscontrato che le tariffe eccessive imposte sull’acqua andavano contro gli interessi dei residenti”. Se l’idea fosse stata quella di migliorare il servizio, insomma, saremmo stati disposti a discuterne: con le garanzie di cui sopra, naturalmente, ma ne avremmo anche discusso. Se invece si tratta di fare un favore a qualche grande impresa – o magari, la butto lì, a qualche potere forte in campo economico – non ci siamo proprio, né ci saremo mai.

La palla di vetro

La tragedia di Ischia non è colpa di Berlusconi. E neppure l’alluvione a Messina, né il terremoto in Abruzzo, né qualsiasi catastrofe naturale accaduta durante i suoi anni di permanenza a Palazzo Chigi. Sì, lo so che non serviva dirlo, ma voglio mettere le cose in chiaro perché poi non mi si accusi di antiberlusconismo da quattro soldi. Tra i miei compiti di parlamentare, però, c’è quello degli atti di indirizzo (le mozioni, ad esempio) e di controllo (le interrogazioni o le interpellanze urgenti): in entrambi i casi, i rappresentanti del popolo – che siamo ancora noi, nonostante il Porcellum – possono far sentire al governo la propria voce, che nei sogni del Costituente è poi la voce dei cittadini. Nel mio piccolo, è un anno che sto cercando di far arrivare alla presidenza del Consiglio la voce dei cittadini di Ischia: dopo la frana del Monte Vezzi, avvenuta il 30 aprile 2006, temevano che prima o poi si sarebbe verificata un’altra tragedia, visti i noti problemi di dissesto idrogeologico ed il mancato rispetto degli impegni, da parte del governo, sulla messa in sicurezza delle zone a rischio. Così, quando ieri è venuto in Aula il sottosegretario all’Ambiente, Roberto Menia, per parlare delle politiche relative all’assetto idrogeologico del Paese, a nome del Pd gli ho risposto io. A braccio, dunque abbiate pazienza se non è un capolavoro letterario.

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, prima di tutto vorrei rivolgere un ringraziamento sentito al sottosegretario Menia per quanto ci ha esposto e per la dovizia di particolari con cui lo ha fatto. Questo ringraziamento, tuttavia, non mi esenta dal dovere di puntualizzare alcune questioni. Signor sottosegretario, lei è veramente una persona in gamba e lo sappiamo tutti. Inoltre, non credo che l’opposizione si possa fare gridando «piove, Governo ladro!», quindi è chiaro che, se capita un’alluvione o un disastro, non è colpa del Presidente del Consiglio, mi sembra abbastanza evidente; però è anche vero (lei lo sa perché è stata una delle prime cose che ha detto) che questo Governo adesso ha un quadro molto preciso e molto chiaro dei rischi in Italia. È proprio questo che mi muove a fare alcune osservazioni. Sappiamo tutti come è fatta l’Italia, l’Italia delle zone montane, l’Italia dei piccoli comuni, l’Italia delle zone costiere, come lei stesso ha detto poco fa. Però sappiamo anche che, rispetto al Governo precedente – parla un osservatore abbastanza esterno, perché io, ai tempi del Governo precedente, facevo un altro mestiere nella vita -, quando circa 500 milioni di euro l’anno venivano destinati alla difesa del suolo, adesso sono stati ridotti a meno di 100 milioni. Quindi, il fatto che il Consiglio dei Ministri se ne sia accorto almeno adesso è buon segno, certamente, però ci teniamo a puntualizzare che vi stiamo dicendo queste cose dall’inizio della legislatura, cioè che il rischio idrogeologico in Italia è un problema piuttosto serio. Ve lo abbiamo detto anche in occasione del piano casa; ve lo abbiamo detto prima noi qui e poi anche le regioni, dicendo che la prima versione proprio non poteva andare. Poi c’è stato il terremoto, successivamente l’alluvione di Messina e poi i fatti di Ischia. Ciò che non siamo riusciti a dirvi noi, ve lo ha detto poi, purtroppo in maniera tragica, la natura stessa.
Volevo soffermarmi proprio sull’ultimo punto che lei ha trattato, ossia quello relativo ad Ischia. Ad un certo punto ha parlato di cooperazione interistituzionale nel rispetto dei ruoli. Sono sicuro che si riferisse per lo più ai comuni e agli altri enti interessati, però questa cooperazione interistituzionale, secondo me, può funzionare anche tra Parlamento e Governo. Perché lo dico? Perché lei ha citato involontariamente una data particolare: il 7 novembre. Prima, parlando di Ischia, ha detto che il 7 novembre era stato lanciato l’allarme. Se le dico, signor sottosegretario, che il 7 novembre del 2008 ho presentato un’interrogazione a risposta scritta sul dissesto idrogeologico ad Ischia, ci crede? Le è mai arrivata questa interrogazione parlamentare? L’ho presentata il 7 novembre 2008, quindi esattamente un anno prima, e ne ho sollecitato la risposta il 4 febbraio del 2009. Perché l’ho presentata? Non perché avessi la palla di vetro, ma perché mi riferivo al Monte Vezzi. Lei ha citato anche poco fa quello che accadde nel Monte Vezzi. Ci tengo a sottolinearlo, non perché dobbiamo fare polemica a tutti i costi, ma perché mi sembra il classico esempio che poi fa comprendere bene il quadro nazionale.
Il 30 aprile 2006 vi è stata la frana del Monte Vezzi ed allora ci furono quattro vittime; adesso ce n’è stata una, ma è già troppo, e magari questa è anche l’occasione per esprimere da parte di tutto il Parlamento il cordoglio alla famiglia di questa ragazza di 15 anni che è morta. Il 30 aprile 2006, dicevo, ci furono quattro vittime. La signora Migliaccio, che ha perso il marito e tre figli, a tutt’oggi vive in un container (dal 30 aprile 2006 e ora siamo al novembre 2009). Lei crede che il Monte Vezzi sia stato messo in sicurezza da allora? No, non è stato messo in sicurezza. Lei crede che a Ischia si siano dimenticati di questo fatto? Non se ne sono dimenticati. Il consiglio comunale di Ischia, in particolare il suo presidente Isidoro Di Meglio, sta dedicando una parte consistente della sua attività politica a ricordare alle varie istituzioni (Governo, regione, eccetera) che esiste un problema di dissesto idrogeologico a Ischia. Qui ho tutti i dati che mi arrivano dal comune di Ischia (se vuole glieli dico tutti: 12 gennaio 2009, 26 febbraio 2009, 1 ottobre 2009). È un continuo ricordare che la conferenza di servizi convocata a ottobre 2008 è bloccata.
Dei finanziamenti è arrivata una prima
tranche ai tempi del Governo Prodi, che poi si è rivelata l’unica (ma parliamo di 2,3 milioni di euro su oltre 13 milioni stanziati). A tutte le famiglie che hanno dovuto cambiare casa sono stati anticipati i soldi dal comune. Come lei sa, signor sottosegretario, i comuni oggi hanno pochi soldi e, quindi, ultimamente non hanno neanche potuto più ricevere un contributo.
Quindi, quello che volevo dire in sostanza è questo: nel caso di Ischia quella appena avvenuta è una tragedia. Però, se io il 7 novembre di un anno fa dicevo in un comunicato stampa che,
“di fronte alle tragedie, le autorità sono solite nascondere le proprie responsabilità dietro all’imprevisto e che questa scusa, se fosse accaduto un nuovo disastro ad Ischia, non sarebbe più stata disponibile, perché le colpe sarebbero diventate chiare, gravi e imperdonabili”, lei potrebbe darmi – se vuole – del menagramo. Tuttavia, credo che certe cose potevano essere previste meglio e mi auguro che la reazione del Governo a questa nuova tragedia di Ischia ponga rimedio anche a tutto ciò che non è stato fatto in occasione della tragedia precedente. (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

In cauda venenum

Alla Camera si è scatenato un putiferio, stamattina, sulla coda dei cani. Il che può far ridere alcuni – o peggio, può scandalizzarli: “Con tutti i problemi che ci sono in Italia, pensate alle code dei cani?” – ma in realtà a me non fa ridere per nulla, né credo che una riflessione seria sul rapporto con gli animali sia poco importante per un Paese che voglia dirsi civile. Ecco perché, quando è arrivata in Aula la ratifica della Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia, mi è venuta in mente una frase del Mahatma Gandhi: “La grandezza di una nazione ed il suo progresso morale possono essere valutati dal modo in cui vengono trattati i suoi animali”. Come già avevamo sperimentato sul tema della caccia, quando si parla di animali non c’è destra né sinistra: dal Pd al Pdl, in ogni partito convivono idee difficilmente conciliabili tra loro. La stessa Lega, che prende voti in un bacino elettorale ad alta densità di cacciatori, ha al proprio interno il sottosegretario Francesca Martini, che in questo anno e mezzo di legislatura è diventata un’icona dell’animalismo.  E proprio nella Lega è nato lo scontro di stamattina: tra la Martini, appunto, ed il suo collega di partito Stefani, che ha cercato di bloccare il divieto di tagliare le code dei cani. Potrei dire anche le code dei gatti, ma quelle non interessano a nessuno, mentre non è raro assistere a tagli di orecchie e di artigli. Il testo prevedeva che si potesse intervenire chirurgicamente sugli animali solo per motivi terapeutici, certificati da un veterinario; l’emendamento toglieva la dicitura “per motivi terapeutici” e la sostituiva con l’espressione “nell’interesse dell’animale”. In sostanza, è nell’interesse di un bracco avere la coda tagliata, perché altrimenti quando lo porti a caccia rischia di restare impigliato nei rovi. E su questo punto si è sviluppata una discussione molto accesa, nella quale sono intervenuto anch’io:

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, approfitto della possibilità che mi è data di parlare per aiutare a riflettere su un paio di punti. Il primo è in riferimento a quanto detto dall’onorevole De Angelis poco fa: egli diceva che chi si oppone al taglio della coda poi alla fine si oppone anche alla sterilizzazione degli animali. Evidentemente l’onorevole De Angelis non è molto addentro al mondo dell’animalismo, perché altrimenti saprebbe che, per esempio, la Lega antivivisezione è a favore delle campagne di sterilizzazione degli animali, ma è contraria a questo emendamento. Sono due cose essenzialmente diverse e sono contento di dirlo in presenza del sottosegretario Martini, che a questo tema sta dedicando molto tempo e lo sta facendo molto bene; la grande differenza sta nel concetto di benessere dell’animale, che a mio parere è un terreno molto scivoloso. Finché noi diciamo che un intervento chirurgico è possibile laddove ci sia un’esigenza terapeutica, allora andiamo sul sicuro, perché l’esigenza terapeutica è certificata da un medico veterinario e non stupisce il fatto che un medico veterinario come l’onorevole Mancuso sia contrario a questo emendamento. In questo caso dunque c’è chiarezza. Quando si dice, invece, che tutto può rientrare nel benessere dell’animale, allora si può dire tutto e il contrario di tutto: vincere un concorso di bellezza è benessere dell’animale o non lo è? Alcuni di voi direbbero di no, altri potrebbero dire di sì. Cacciare in maniera più efficace è benessere del bracco oppure no? Per me è benessere del cacciatore.
Vi chiedo quindi di ripensare questo concetto, perché mi sembra che piuttosto che parlare di benessere dell’animale qui stiamo parlando del benessere di due categorie, gli allevatori e i cacciatori, che hanno certamente diritto di cittadinanza nel nostro ordinamento e nella nostra società, ma non sono gli unici.
(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

Alla fine, Stefani sarebbe stato disposto a ritirare il suo emendamento per far approvare un ordine del giorno di mediazione – che affidava la disciplina dei casi concreti ad un’ordinanza del governo – ma il dipietrista Cimadoro, cacciatore anche lui, ha annunciato che lo avrebbe fatto proprio, e così il ritiro non c’è stato. Si stava andando al muro contro muro (con spaccature all’interno di ogni partito), ma alla fine si è deciso di rimandare il tutto in Commissione per cercare un accordo. Robe di poco conto? Certamente meno importanti della fame nel mondo – un tema pressoché assente dal dibattito parlamentare – ma il benaltrismo (“I problemi sono ben altri”) non mi ha mai appassionato e mi auguro che non appassioni neanche voi.

Cambia menù

In un momento di antipolitica fervente come quello attuale, la notizia passerà magari come un’altra trovata della casta: gli onorevoli deputati non si accontentano di quello che passa il ristorante di Montecitorio e decidono di cambiare menù, poverini. In realtà, il pranzo vegetariano di oggi alla Camera (costato parecchi mesi di organizzazione e mediazione tra la Lav e gli uffici di Montecitorio) era un’iniziativa politica per lanciare la mia proposta di legge 1467 (“Norme per la tutela delle scelte alimentari vegetariana e vegana”), firmata anche – ormai è una piacevole consuetudine, nella mia attività parlamentare – da diversi colleghi della maggioranza: per ora siamo in otto (quattro Pd e quattro Pdl), ma dopo il riso arrostito con porcini e zucca preparatoci dallo chef Pietro Leemann credo che il consenso aumenterà. Il provvedimento, che trovate qui, è un tentativo piuttosto light di rendere la vita più facile ai due milioni e mezzo di italiani che non mangiano carne né pesce (e se contiamo anche chi mangia solo pesce arriviamo al doppio), garantendo loro la possibilità di un piatto vegetariano nelle mense pubbliche o nei luoghi di ristoro convenzionati. Chi mangia carne potrà naturalmente continuare a farlo, ci mancherebbe, ma il problema oggi è esattamente quello contrario: il numero di vegetariani è in crescita continua, mentre l’offerta di pietanze compatibili con la loro scelta è molto bassa. Si può essere vegetariani per tre motivi diversi: etico, salutistico, ambientale. Vado per titoli: nel primo caso, decido di non mangiare carne e pesce perché ho la possibilità di nutrirmi senza uccidere nessun animale, e la preferisco; nel secondo, scelgo di essere vegetariano perché – ad esempio – l’eliminazione del consumo di carne diminuisce del 50%  il rischio di infarto e del 45% quello di tumori del sangue; nel terzo, preferisco evitare la catena animale perché – come testimoniano gli studi economici più recenti – questa comporta uno spreco enorme di risorse idriche e di terre coltivabili. Ma non c’è bisogno di essere vegetariani per firmare la mia proposta di legge, ho scritto ai miei colleghi in una lettera accorata, in cui ho volutamente rinunciato alle citazioni colte (salvo quella famosa di Albert Einstein: “Niente porterà vantaggio alla salute umana ed aumenterà le possibilità di sopravvivenza della vita sulla Terra quanto l’evoluzione verso una dieta vegetariana”) ed ho cercato di convincerli con le buone: con un invito a pranzo, appunto, che ha contribuito a smontare diversi pregiudizi. Potrei citarvi Emerenzio Barbieri, collega reggiano del Pdl, cresciuto all’ombra dei prosciutti e del ragù: a 62 anni, ha mangiato vegetariano per la prima volta ed è rimasto colpito dalla qualità e dalla varietà dei piatti. Ma in generale, al di là di qualche sfottò dei carnivori più accaniti (Rosy Bindi in testa), l’esperimento è andato molto bene ed ha contribuito ad accendere i riflettori su una proposta di legge che, in altre legislature, è rimasta bloccata nei cassetti delle Commissioni e non è neppure riuscita ad arrivare in Aula. Non so se stavolta ce la faremo – gli agguati degli anti-animalisti sono sempre possibili, come ha mostrato la lobby della caccia in più di una occasione – ma le condizioni ci sarebbero: innanzitutto, c’è da votare un testo tutt’altro che talebano; inoltre, il tempo non ci manca, visto che nelle ultime settimane abbiamo chiuso i lavori direttamente il mercoledì. Ma di questo ultimo scandalo, vi annuncio, parleremo nei prossimi giorni.

Lutto nazionale

foto Ansa

foto Ansa

Nel giorno del lutto nazionale per le vittime di Messina, la cosa più utile che possa fare un deputato è raccontarvi quanto ha sentito con le sue orecchie alla Camera, questa settimana, dal sottosegretario Guido Bertolaso: un uomo che normalmente si distingue per la prudenza delle dichiarazioni, ma che stavolta c’è andato giù pesante. La Protezione civile aveva lanciato l’allarme il 23 settembre, prima ancora dell’arrivo della perturbazione: con una circolare inviata a prefetture e Regioni interessate (“Un fatto accaduto tre volte nell’arco dei miei otto anni di direzione della Protezione civile”, ha rimarcato il sottosegretario), si metteva in guardia dal rischio e si davano indicazioni operative specifiche. Passò una settimana e – dopo altre due sollecitazioni, con altrettanti bollettini meteo – la Regione Sicilia emanò una direttiva, “indirizzando ai sindaci lo stato di pre-allerta”. Non si sapeva esattamente cosa sarebbe successo, perché nessuno aveva previsto la portata dell’alluvione, ma era chiarissimo che la situazione sarebbe stata critica. Ufficialmente, le strutture locali sono tenute alla “vigilanza” ed al “presidio territoriale”: due compiti abbastanza generici per i non addetti ai lavori, ma lo stesso Guido Bertolaso ha tenuto a sottolineare che questa terminologia “deve essere estremamente conosciuta a coloro i quali hanno responsabilità di protezione civile, dal capo del dipartimento nazionale sino al sindaco del Comune più piccolo del nostro Paese”. A parziale discolpa dei soggetti interessati, c’è da dire – e Bertolaso lo ha detto – che un’intensità media del genere non si registrava da due secoli, e nei momenti di massima pioggia non c’era stato nulla di simile nell’ultima metà di millennio; è altrettanto vero, però, che l’area in questione era in stato di emergenza da due anni e che la messa in sicurezza (non so se sia questo il termine tecnico, ma ci siamo capiti) era ben lontana. Anche qui ci sarebbe da aprire un capitolo, stavolta di natura finanziaria: a fronte dei 144 milioni di euro di danni stimati, in questi due anni ne erano stati stanziati e spesi soltanto 7, ossia meno di un ventesimo; ora che 28 persone (o 36, dipende dai dispersi) sono morte, invece, dalle tasche dello Stato e della Regione Sicilia ne sono usciti improvvisamente 40, e se qualcuno di voi ha una risposta plausibile per favore me la dia. Ma la domanda più profonda riguarda il nostro modo di percepire l’ambiente, che da parte della nostra società (e non parlo solo di classe politica nazionale, ma anche di amministratori locali e di comuni cittadini) viene visto come un intralcio. Su questo, Bertolaso è stato chiarissimo:

GUIDO BERTOLASO. Sappiamo da sempre che l’Italia vanta il record dei rischi naturali, ne abbiamo parlato tantissime volte in questa e nella precedente legislature, in particolare nelle competenti Commissioni. Rischi che vanno da quello vulcanico a quello sismico, dal dissesto idrogeologico a quello degli incendi boschivi, ma sappiamo che tali rischi sono stati spesso sottovalutati e vissuti come un ostacolo, in qualche modo ingiusto, allo sviluppo delle città, delle aree industriali, delle infrastrutture, e soprattutto alle attività di costruzione di nuovi insediamenti. (…) Abbiamo visto, invece, in questi giorni alcuni (anche tra chi è chiamato a ricoprire incarichi istituzionali) manifestare una sorta di insofferenza e contrarietà nei confronti di chi ricorda che la buona manutenzione nel nostro Paese non è stata una priorità; non lo è stata per l’uno o per l’altro Governo, per questa o per un’altra maggioranza: non lo è stata semplicemente per tutti. Si è costruito, siamo cresciuti, si è agito secondo le logiche di una cultura della crescita e dello sviluppo che non ha preso in seria considerazione la reazione della natura, la nostra pretesa di una sua ipotetica indifferenza.

L’esempio ultimo di questo atteggiamento è la prima versione del piano casa: quella in cui il presidente del Consiglio delegava il rispetto dell’ambiente al senso estetico degli italiani. La lettera del Fai e del Wwf sul Corriere della Sera di oggi è l’ennesimo appello a cambiare rotta, possibilmente prima di un altro lutto nazionale.