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L’affare si ingrossa

Non resisto alla battuta, scusate, ma qui l’affare si ingrossa. Ed ancora una volta – come facevo notare tempo fa, citando episodi pluripartisan – è difficilissimo, se non impossibile, distinguere il pubblico dal privato: cerchiamo, allora, di essere obiettivi. Se Bertolaso vuole “dare una ripassata a Francesca”, problemi suoi e della sua vita coniugale. Il discorso cambia, però, se ad organizzare la ripassata – questa e probabilmente altre dello stesso genere, come emerge dalle intercettazioni pubblicate da Repubblica – sono i proprietari del Salaria sport village, impianto sportivo già posto sotto sequestro alla vigilia dei Mondiali di nuoto e costruito in barba ad ogni logica umana, con una piscina addirittura sotto il livello del Tevere. Come hanno fatto a vincere la gara dell’appalto, con un progetto del genere? Semplice: non partecipando a nessuna gara, visto che lo stato di emergenza consente alla Protezione civile di derogare ad ogni bando. E chi è il capo della Protezione civile, colui che alla fine decide sugli appalti? Bertolaso, appunto. Può darsi che – come dice l’avvocato del futuro ministro – siamo di fronte ad un equivoco colossale, e personalmente me lo auguro: sarebbe difficile, altrimenti, convincere gli italiani che nella classe politica ci sia anche una sola persona perbene. Tifo per l’innocenza di Bertolaso, dunque, anche se mi converrebbe il contrario: o in questa storia c’è qualcosa di sporco, oppure diventa difficile dar torto a Berlusconi quando vede persecuzioni giudiziarie dappertutto. Tifare per Bertolaso, però, non significa anestetizzarsi il cervello, e così stamattina in Aula sono tornato alla carica sui mondiali di nuoto: se 7 mesi fa avevo ragione a volerci veder chiaro, oggi ne ho ancora di più. Eppure, il governo non mi risponde.

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, sui giornali di oggi la notizia principale è quella delle indagini per alcuni presunti illeciti che riguardano il sistema della Protezione civile: illeciti che, come si legge nelle inchieste, riguarderebbero alcuni eventi programmati da tempo, fra cui i mondiali di nuoto svoltisi a Roma nel luglio dello scorso anno. Ci sono delle presunte responsabilità di alcuni imprenditori che hanno costruito degli impianti molto importanti qui a Roma per i mondiali di nuoto e c’è – si dice – anche una collusione da parte di settori della Protezione civile. A questo proposito vorrei sollecitare la risposta a un’interrogazione che presentai a luglio dello scorso anno e che, all’epoca, fece notizia perché sembrava che volessi remare contro i mondiali di nuoto. In realtà, volevo soltanto la chiarezza che buona parte della società civile chiedeva a noi del Parlamento. Vi erano diversi comitati civici – e ci sono ancora – che avevano seri dubbi su ciò che stava accadendo: si parlava di impianti varati senza collaudi, di villaggi sportivi sorti a ridosso del Tevere ben sotto il livello del fiume, e lo stesso fiume era esondato due volte mentre i cantieri erano allestiti. Si parlava, soprattutto, di autorizzazioni date per costruire impianti pubblici, che poi erano stati improvvisamente trasformati in impianti privati. Non essendoci un Ministero dello sport in questo Governo, chiedo al Presidente del Consiglio di fare chiarezza. Non so se posso aspettarmi una risposta direttamente da lui, o se dovrò attendere che il dottor Bertolaso diventi Ministro per averla da lui in persona. In un modo o nell’altro, spero che il Governo mi risponda e, soprattutto, che risponda a quei cittadini che oggi ne chiedono conto: visto che siamo qui per rappresentarli e anche per fugare i loro dubbi. Dubbi che i giornali di oggi dimostrano non essere poi così campati in aria.

Tanto per dare un’idea del giro di soldi, la Corte dei Conti – sollecitata da un esposto dei Verdi – ha aperto un’inchiesta sui 550 milioni di euro spesi per opere non utilizzate nel corso dei Mondiali di nuoto e rimaste lì, come cattedrali nel deserto. Tipo il Polo natatorio di Ostia, su cui i comitati civici stanno cercando di fare trasparenza. Ed ogni giorno ne scoprono una: tipo questa della piscina olimpionica costruita con le misure sbagliate. E qui, se volessi essere triviale fino in fondo, potrei concludere che quelle di Francesca, invece, erano giuste.

Il contagio

Alle dimissioni di Guido Bertolaso non abbiamo creduto neanche un attimo, perché immaginavamo che la sua remissione del mandato sarebbe stata respinta: di fronte ad un uomo disposto a farsi da parte, “per non intralciare il lavoro degli inquirenti”, il nostro presidente del Consiglio temeva probabilmente il rischio del contagio. Ma il gesto, comunque, è da apprezzare, perché almeno dimostra che in questo governo c’è sottosegretario (Bertolaso, appunto) e sottosegretario (Cosentino, sempre lì). Due parole sul merito della questione, prima di andare avanti. Come già accadde per le Olimpiadi di Torino e per i mondiali di nuoto (a proposito: la mia interrogazione parlamentare attende ancora una risposta), anche per il G8 della Maddalena si è caduti nel vizietto di sempre: quello di trattare un evento programmato da tempo come se fosse un’emergenza. Lettura superficiale: e che ci vuoi fare, noi italiani siamo fatti così, diamo il meglio nelle emergenze, mica siamo svizzeri! Lettura più profonda: se organizzi un evento con le procedure ordinarie è tutto più complicato, perché devi fare i conti con la trasparenza, la competizione e le verifiche. Il modo per evitare queste rogne, dunque, è decretare lo stato di emergenza e delegare il tutto alla Protezione civile: a quel punto, tanto per dirne due, non c’è piano regolatore che tenga, né c’è procedura di appalto da rispettare. Le emergenze in Italia esistono davvero – dai terremoti alle alluvioni, mi pare che nell’ultimo anno non ci siamo fatti mancare nulla – e la nostra Protezione civile, dunque, avrebbe abbastanza lavoro già di suo. Invece, come raccontava Repubblica nelle settimane scorse, è già stata incaricata di organizzare il congresso eucaristico nazionale ad Ancona nel 2011 o il 400esimo anniversario dalla nascita di San Giuseppe da Copertino, come se fossero calamità improvvise. E presto potrebbero toccarle la gestione del piano carceri e quella dell’expo di Milano: prima, però, verrà trasformata in una società per azioni, in modo tale da uscire completamente dal controllo del Parlamento. Il decreto dovrebbe essere in Aula la prossima settimana, ma oggi – durante la conferenza dei capigruppo – noi abbiamo chiesto (e non ottenuto, temo) un rinvio:

DARIO FRANCESCHINI. (…) È del tutto evidente che deve esserci una netta distinzione tra le vicende giudiziarie e le scelte politiche, però è altrettanto chiaro che, nel momento in cui si sono avviate delle iniziative giudiziarie nei confronti di alcuni esponenti di rilievo della Protezione civile – alla quale, voglio ripeterlo in modo molto chiaro, va tutta la nostra solidarietà per tutto quel patrimonio di volontari, di impegno e di strutture formidabili che lavorano nella Protezione civile – è assolutamente inopportuno, dopo la giornata di oggi, portare a conversione un decreto-legge che prevede la totale soppressione, attraverso la formazione della Protezione civile Spa e la privatizzazione di tutte le procedure, di ogni garanzia di pubblicità delle gare e delle aggiudicazioni. Aggiungo che in quel decreto-legge, all’articolo 3, comma 5, vi è una norma che fa impallidire nella sua sostanza ogni tentativo precedente di lodi, di leggi ad personam o di tentativi di ostacolare il normale svolgimento delle vicende giudiziarie. È un comma molto chiaro, fin troppo chiaro, il comma 5, che dice esattamente questo: «Dalla data di entrata in vigore del presente decreto-legge e fino al 31 gennaio 2011 non possono essere intraprese azioni giudiziarie e arbitrali nei confronti delle strutture commissariali e quelle pendenti sono sospese». (…) Non solo si sospendono i procedimenti in corso (in questo caso), ma è vietato iniziare azioni giudiziarie. Penso che a maggior ragione, dopo la giornata di oggi, il Governo dovrebbe avviare urgentemente una seria riflessione e rinunciare a quella parte del decreto-legge o, quanto meno, a questa norma (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

Per capirci, insomma, il nuovo decreto fisserebbe una sorta di immunità giudiziaria per gli operatori della Protezione civile. Inoltre, grazie alla legge fresca fresca sul legittimo impedimento, la nomina di Bertolaso a ministro lo porrebbe al riparo di ogni eventuale processo. Se un contagio con Berlusconi ci sarà, insomma, sarà purtroppo nell’altro senso.

La cena è servita

Tempo fa, prima ancora dei cambiamenti nei vertici Rai, denunciavo quello che secondo me è il principale difetto dell’informazione italiana: l’incapacità, nella stragrande maggioranza dei casi, di far sentire entrambe le campane. Ne viene fuori – scrivevo, e chiedo perdono per l’autocitazione – un’informazione à la carte, in cui ognuno sceglie in anticipo cosa vuole sentirsi dire ed in base a questo schiaccia il bottone del telecomando. Ribadito che, da ex giornalista, la cosa mi piace ben poco, sia quando si beatifica il premier che quando lo si critica a priori, non posso tacere di fronte alla scelta della Rai di far saltare la prima puntata di Ballarò – ormai pronta e dedicata in buona parte alla ricostruzione in Abruzzo – per uno speciale di Porta a porta sulla consegna delle prime villette ai terremotati. In questo caso, se posso continuare la mia metafora, è stata direttamente la Rai a decidere il menù: domani sera si mangia propaganda, stop. Non che Giovanni Floris sia un anarchico bombarolo, ma probabilmente qualche domanda scomoda l’avrebbe fatta. Avrebbe ricordato – come ha fatto oggi la presidente della Provincia dell’Aquila, Stefania Pezzopane – che le 200 villette pronte per la consegna non sono quelle del Progetto case, ma quelle realizzate dalla Provincia di Trento (governata, guarda un po’, dal Centrosinistra). Avrebbe parlato delle 30 mila persone parcheggiate sulla costa adriatica e delle 16 mila ancora in tenda. Avrebbe chiesto come mai le case che verranno consegnate ad Onna non siano le palazzine dove sono state messe le bandierine, ed avrebbe cercato di capire come mai gli abitanti di quel paese ormai distrutto abbiano costituito delle onlus per difendere i propri diritti. Ho grandissimo rispetto per Bruno Vespa, fin da quando facevo indegnamente il suo mestiere: ne ho sempre apprezzato l’enorme cultura, le grandi doti di divulgatore, l’abilità di condurre una trasmissione televisiva senza un copione in mano, la capacità di cambiare registro a seconda delle circostanze. Ma temo, purtroppo, che non sentiremo mai domande scomode in una liturgia come quella di domani sera, dove tutto è stato concepito per non disturbare il conducente. E ripenso ai contratti di Annozero (anche se la polemica sulle troupe di Euroscena mi pare una fesseria), alla mancata copertura legale di Report, alle nubi che ancora oggi avvolgono Che tempo che fa. Non vorrei dovermi preoccupare pure per A sua immagine, vista la fine che ha fatto il direttore di Avvenire.

Di fronte ai numeri

285 sì, 250 no: la Camera approva. Parto dalla fine, perché i 35 voti di scarto con cui oggi è passato il decreto anticrisi danno l’idea di come il Centrodestra – che teoricamente conterebbe su un centinaio di deputati di vantaggio – faccia fatica anche negli appuntamenti importanti. In quelle 285 lucette verdi, tra l’altro, ce n’erano almeno una ventina di membri del governo, chiamati a raccolta per evitare figuracce di mezza estate. Verrebbe da dire che di fronte ai numeri c’è poco da ribattere, ma in realtà nel corso del dibattito la maggioranza (la Lega, in particolare, che in Aula si scalda sempre parecchio) ci ha dimostrato che anche la matematica può essere un’opinione: è accaduto quando Dario Franceschini ha cominciato a snocciolare i dati forniti dalla Banca d’Italia, che offrono una lettura impietosa della situazione attuale. Vi lascio al suo intervento, che merita di essere letto fino in fondo:

DARIO FRANCESCHINI. Signor Presidente, con questa ventitreesima fiducia, dall’inizio della legislatura, si consuma un’altra pagina nera del Parlamento. Sono anni che discutiamo di riforme costituzionali e di riforma dei Regolamenti parlamentari per rendere più veloce, più efficiente e più moderno il nostro procedimento legislativo. Voi in questo anno lo avete brutalizzato. Il sistema ormai è sempre lo stesso: il Consiglio dei Ministri approva un decreto-legge in bianco, che non viene più pubblicato il giorno dopo, ma viene pubblicato sei, sette o otto giorni dopo, quando vi è stato il tempo di scrivere il testo che il Consiglio dei ministri ha approvato nella sua collegialità senza conoscerlo; quel testo viene mandato alle Camere e inizia stancamente un dibattito che – si sa già – finirà, al di là della scadenza dei sessanta giorni, con un maxiemendamento che raccoglie un po’ di tutto e su cui si mette la fiducia. In tal modo si umilia il lavoro delle Commissioni, onorevole Cota – altro che entrare nel merito – e si buttano nel cestino gli emendamenti dell’opposizione in Commissione. È un maxiemendamento in cui entra di tutto, alla faccia del requisito costituzionale dell’urgenza e alla faccia del requisito dell’omogeneità di materia, che è stato così rigidamente osservato in passato; per cui, entra di tutto, e almeno questo servisse per rendere più efficace e più veloce il modo di fare le leggi! Non è così. Nella fretta di utilizzare questa specie di contenitore onnicomprensivo che è diventato il decreto-legge con il maxiemendamento per la conversione, si butta dentro di tutto. Si fanno errori madornali, che costringono a marce indietro mentre si approva ancora il testo. È successo così per le badanti nel pacchetto sicurezza e oggi si fa una retromarcia, ma la norma che si scrive – dicono gli esperti – già oggi si capisce che non riguarderà circa l’80 per cento delle badanti. E poi perché solo le badanti? Qual è la distinzione da altre tipologie di lavoratori? Per non parlare della norma sul terremoto. Mentre il Presidente del Consiglio annuncia a L’Aquila una cosa, si approva una norma vergognosa, che prevede che i terremotati di L’Aquila debbano rientrare del 100 per cento delle tasse cominciando da gennaio, data in cui viene anche interrotta la sospensione dei mutui; e poi, accorgendosi che quella norma non regge, mentre la approviamo si fa un comunicato per dire che quella norma verrà modificata e si approva un ordine del giorno. Noi vigileremo che questo avvenga, perché non sarebbe la prima volta – ricordiamo il Patto di stabilità – che il Parlamento assume un impegno che poi viene sostanzialmente e di fatto violato. Poi ci mettete un bel titolo (provvedimenti anticrisi), che fa effetto, e lo si accompagna da qualche sorriso rassicurante in televisione e da qualche numero per occupare i titoli dei giornali. Lo ha detto benissimo venerdì l’onorevole Bersani: avete avuto una gestione surreale della crisi. Prima l’avete negata, dopo avete detto di essere stati i primi e gli unici a prevederla per tempo. Poi avete detto che la crisi è alle nostre spalle: tutto è come prima, tutto meglio prima (sono state le parole del Presidente del Consiglio); fino alla vergogna di trasformarla e di continuare a cercare di trasformarla in un fatto psicologico. Si tratta di un insulto in faccia a chi vive nella paura e nell’angoscia di perdere il posto di lavoro e di non avere più il reddito per vivere (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), un insulto a chi sente sulla propria pelle cosa è questa crisi e sente quanto è dura questa crisi! Ecco il fatto psicologico: uso i dati di Banca d’Italia, dell’ISAE, dell’ISTAT, del CNEL, del Fondo monetario, di Confindustria, di tutti quelli che attaccate senza pudore quando osano pronunciare la fredda verità dei numeri. La verità è che questa cosa è sempre più ostile e sempre più ingombrante e pericolosa per voi. Ecco il vostro anno di Governo: cala il PIL, meno 5,2 nel 2009; calano le entrate fiscali, meno 3,3 rispetto al 2008, meno 11,3 l’IVA; cala la produzione, sarebbe più corretto dire «crolla» la produzione, dato che è il crollo più grande dagli anni Settanta; calano i prestiti alle piccole e medie imprese, meno 3 per cento di credito (in particolare alle più piccole); calano i consumi, meno 2,2 nel 2009; cala la crescita del potere d’acquisto dei salari, meno 1,3 (il dato più basso dal 1970); calano gli investimenti pubblici, meno 4,4 per cento nel 2010. Ma c’è anche qualcosa che cresce: cresce il debito, al 115,3 per cento (89,6 miliardi dall’inizio dell’anno); cresce la spesa pubblica, la spesa primaria corrente dal 40,3 al 43,4; cresce la pressione fiscale; cresce la disoccupazione e vedremo quanti saranno stati, se i cinquecentomila che si dicono o più, i nuovi disoccupati nel 2009 (Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Sono numeri, e non sono numeri dell’opposizione: sono numeri di Banca d’Italia e di tutti gli istituti e osservatori internazionali (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), e non si protesta contro i numeri, si cerca di cambiarli! La verità è che l’Italia è in recessione e che l’origine è la crisi globale, ma oggi è anche soprattutto colpa della vostra incapacità di affrontarla dall’inizio, della vostra incapacità di scegliere una linea dal settembre dello scorso anno. Non è pessimismo. Nel prossimo settembre milioni di italiani e migliaia di imprese saranno nel momento di massima difficoltà: redditi troppo bassi; lavoratori che hanno perduto o rischiano di perdere il posto di lavoro e non hanno nessuna forma di ammortizzatore sociale che li accompagni nel momento più difficile della loro vita; piccole imprese che, dopo aver aspettato tanto la ripresa dei consumi, si trovano senza liquidità e senza credito. Sono le categorie per le quali noi da mesi in quest’Aula e nel Paese presentiamo proposte per affrontare l’emergenza. Come continuiamo a dire, anche nei momenti di difficoltà e di crisi, bisogna avere la capacità di mettere mano alle riforme strutturali, ma bisogna anche mettere in campo – c’è il dovere politico e morale di farlo – misure per affrontare l’emergenza, per aiutare quelle categorie di persone ed imprese che non ce la possono fare ad arrangiarsi, a cavarsela da sole aspettando che la crisi finisca nel 2010-2011, perché non hanno le spalle sufficientemente robuste per farcela e chiedono di essere aiutate dalla politica, dallo Stato, dal Governo e dal Parlamento. Eppure l’Italia, eppure le imprese italiane hanno energie positive, hanno sempre mostrato di dare il meglio nei momenti di difficoltà, chiedono soltanto che il Governo non giri la testa dall’altra parte. Voi proseguite negli annunci, avete questa doppia verità: la verità degli annunci televisivi, delle promesse, dei numeri, dei titoli dei giornali e poi quello che c’è realmente negli atti parlamentari. Ma il giudizio politico può essere soltanto su quello che c’è negli atti parlamentari (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico) e questi sono pieni di misure negate, poi promesse e poi rilanciate. Si potrebbe fare un lungo elenco anche in questo provvedimento: i fondi per lo spettacolo tagliati completamente, dimenticando che l’industria culturale è un pezzo dell’identità e della vocazione italiana nel mondo, e tagliare lì è come tagliare le principali energie per un altro Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Il Mezzogiorno: non c’è nulla in questo provvedimento. Eppure, cercate anche in questo caso di coprire con annunci dopo un anno in cui avete utilizzato i fondi FAS per finanziare ogni cosa, compreso le multe delle quote latte degli allevatori del nord. Vi accorgerete che esiste il Mezzogiorno soltanto perché minacciano di farvi un partito in casa, altrimenti non sarebbe esistito, eppure avete preso tanti elettori nel Mezzogiorno due anni fa (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)! E poi vi è il condono fiscale, chiamiamolo con il suo nome e non scudo fiscale. In un Paese che sprofonda nell’evasione fiscale, voi, anziché combatterla, premiate chi ha violato la legge esportando illegalmente capitali. In un momento di crisi sbattete il condono e il rientro dei capitali in faccia a quegli italiani, a quei cittadini e a quelle imprese che hanno rispettato le regole, che hanno rispettato onestamente la legge e che si vedono passare davanti chi le regole e la legge le ha violate. Fate un condono senza avere il coraggio di chiamarlo con il suo nome: dite che state facendo come negli Stati Uniti. L’ha detto bene l’onorevole Causi in Aula: andate a vedere che cos’è il rientro dei capitali nell’amministrazione Obama. È una dichiarazione non anonima in cui si accetta, dopo aver fatto rientrare i capitali, di sottoporsi al prelievo fiscale sui capitali esportati illegalmente. Voi fate un condono anonimo che preclude ogni accertamento fiscale. È un lavaggio di denaro di cui non si conosce e non si vuole nemmeno conoscere la provenienza (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)! È un’altra prova di come continuante ad operare ogni volta che siete al Governo: trasmettete il messaggio che chi rispetta le regole e la legge sarà penalizzato perché c’è sempre un’emergenza che giustifica un premio per chi ha violato le regole e la legge. Per questo voteremo contro e per questo continueremo a denunciare le vostre omissioni. Presto, a settembre, arriverà la durezza della ripresa. Noi saremo nel pieno di un civile e vero confronto congressuale: una cosa che voi avete anche dimenticato che esista (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Ma qui saremo uniti e qui saremo tutti con la stessa voce, senza divisioni perché questo è quello che ci chiedono gli italiani e questo è quello che ci si aspetta dalla più grande forza di opposizione (Prolungati applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni).

Yes, we camp

Prima di passare al voto sul decreto anticrisi, previsto per domani, abbiamo impiegato la giornata di oggi a votare gli ordini del giorno, che anche in questo caso – come ogni volta in cui la questione di fiducia blocca ogni possibilità di emendare il testo – sono uno dei pochi momenti per far sentire la nostra voce. Io ne ho firmati diversi, tutti relativi alle materie della mia Commissione, ed in particolare mi sono occupato di uno: di quello, cioè, che chiedeva la sospensione dei tagli alla scuola nelle zone terremotate. In un Paese normale, la maggioranza ci avrebbe pensato da sola; da noi, naturalmente, non è andata così.

ANDREA SARUBBIGrazie, presidente. Ho chiesto di parlare io per dichiarazione di voto, ma in realtà sarebbe molto più interessante che parlasse il governo, per spiegarci il perché del suo parere così incerto: il viceministro Vegas, infatti, sarebbe disponibile ad accettare questo ordine del giorno solo come raccomandazione. Il dispositivo, lo ricordo all’Aula, impegna il governo a “valutare l’opportunità di intraprendere gli sforzi necessari a garantire la ripresa immediata delle attività didattiche e delle attività dell’amministrazione scolastica” nelle zone terremotate. Chiediamo, insomma, che si prenda un impegno serio per mandare i ragazzi aquilani a scuola, visto che manca un mese e mezzo all’inizio dell’anno.
Voglio fare un passo indietro e tornare al decreto Abruzzo, di qualche settimana fa. Ne parlammo a lungo, in Commissione Cultura, e lo scorso 20 maggio ci fu una nostra missione nelle zone terremotate – una missione bipartisan – in cui ci si rese conto della gravità della situazione anche nei settori di nostra competenza: i beni culturali, naturalmente, e la scuola. Arrivò il momento del parere sul decreto Abruzzo, e decidemmo – tutti d’accordo – di condizionare il nostro parere favorevole ad alcune garanzie: volevamo, in sostanza, che il governo facesse uno sforzo supplementare per garantire un regolare inizio dell’anno scolastico 2009-2010: “nelle zone colpite dagli eventi sismici – cito il resoconto dell’intervento della presidente Valentina Aprea, non quello di un esponente dell’opposizione! – sia prevista l’immissione in ruolo di personale docente e personale amministrativo tecnico ausiliare nella disponibilità del turn over; la conferma dell’incarico per il personale con contratto a tempo determinato”. Può darsi che il viceministro Vegas non sappia nulla di tutto ciò, perché la Commissione Ambiente decise di conferire mandato al relatore prima che il nostro parere arrivasse (e ce la prendemmo molto, come i miei colleghi di Pdl e Lega ricorderanno!); ma un rappresentante del Governo era presente al dibattito in Commissione Cultura: il sottosegretario Pizza, che ci diede ragione. Cito testualmente il resoconto di giovedì 11 giugno: “Il sottosegretario Giuseppe Pizza fa presente che le comunicazioni del presidente Aprea sono condivise dal Governo”. Cosa vuol dire in italiano? Vuol dire: “Avete ragione, è giusto che per far riprendere l’anno scolastico nelle zone terremotate immettiamo in ruolo del personale e confermiamo almeno per un altro anno i precari”.
Due giorni dopo, in Aula, traducemmo il parere in un ordine del giorno a prima firma Aprea. Oltre alla presidente della Commissione Cultura, firmarono Lolli, Granata, Ghizzoni, Goisis, Ciocchetti, Zazzera, Latteri, Frassinetti, Coscia, Mazzarella e Nicolais, per chiedere tutti insieme (Pdl, Pd, Lega, Udc e Italia dei valori) al Governo “risorse aggiuntive da destinare al settore scolastico per le popolazioni abruzzesi colpite dal terremoto”. Il Governo lo accettò con la riformulazione consueta: “valutare l’opportunità di”. Stavolta la riformulazione ce l’abbiamo messa addirittura noi, signor viceministro, per risparmiarvi la fatica! Ora, è vero che un ordine del giorno non si nega a nessuno, ma siccome stiamo giocando sulla pelle dei terremotati vorrei ricordare che qui non è una questione di galateo istituzionale, ma di fatti. E per questo, oggi, torniamo educatamente alla carica, con un ordine del giorno a base di fosforo, nel caso in cui il Governo abbia perso la memoria.
Il dispositivo – che ho citato poco fa, in apertura del mio intervento – chiede in sostanza al Governo di valutare l’opportunità di sospendere, nelle zone terremotate, i tagli alla scuola previsti dal decreto 112 dello scorso anno: di non ridurre, insomma, nelle province colpite dal terremoto, l’organico del personale docente e di quello amministrativo tecnico ausiliare. Siamo di fronte ad un’emergenza e stiamo parlando di costi non esorbitanti, perché si tratta di poche centinaia di persone; al contrario, sarebbe un provvedimento importante dal punto di vista pratico, economico e simbolico. Dal punto di vista pratico, mi pare evidente che la ripresa della scuola all’Aquila e dintorni abbia bisogno quest’anno di più personale rispetto all’anno scorso, non di meno personale! E già questo basterebbe, da solo, a spiegare le ragioni della nostra richiesta. Inoltre, non trascurerei l’aspetto economico: anche qui dico una banalità, e cioè che per riavviare l’economia in Abruzzo c’è bisogno di più lavoro, non di meno lavoro. Ed in un momento in cui le attività imprenditoriali faticano, in un momento in cui avete addirittura interrotto la sospensione dei pagamenti delle tasse e della previdenza, aggiungere a tutto ciò la perdita del posto di lavoro per chi finora poteva contare su un’occupazione nella scuola rischia di trascinare centinaia di famiglie al di qua della terza settimana. Chiudo con il valore simbolico di questo ordine del giorno: nella missione all’Aquila dello scorso 20 maggio, a cui accennavo prima, diversi deputati della Commissione Cultura versarono lacrime di dolore e commozione, promettendo ai terremotati un impegno concreto per risolvere il problema della scuola.
È vero che nelle zone del sisma c’è ancora bisogno di tutto, ma ci sono parecchie persone in grado di usare internet, dunque di leggere anche i resoconti della Camera: se il parere del Governo rimarrà quello già espresso – e cioè se rimarrà soltanto il sì alla raccomandazione – in tanti capiranno finalmente che questa maggioranza sarà pure capace di belle parole ma poi, di fronte agli impegni seri, cerca sempre un modo per svicolare, sperando che non se ne accorga nessuno. Ma noi, siccome vogliamo che qualcuno se ne accorga, chiediamo che l’ordine del giorno sulla ripresa dell’attività scolastica nelle zone terremotate sia messo ai voti. 

Potevo dunque accontentarmi di una raccomandazione, come alcuni miei colleghi mi consigliavano, ma ho preferito mettere la maggioranza di fronte alle proprie responsabilità. E loro, dopo essersi messi il paraorecchi, mi hanno punito: 224 no, 212 sì, la Camera respinge. Se le raccomandazioni contassero qualcosa, stanotte farei fatica ad addormentarmi.

La vittoria dei ladroni

Per chi si era addormentato con lo slogan tremontiano dei 40 ladroni da catturare, il risveglio è stato brusco: il ministro dell’Economia, che fino a ieri dichiarava guerra totale agli esportatori di capitali, oggi si accontenta – parole sue – di “chiudere la caverna da Ali Babà”. Che poi significa, in altre parole, di far rientrare in Italia i capitali scappati all’estero in cambio del quasi nulla: lo scudo fiscale che voteremo questa settimana – a proposito: pare che non si siano ancora messi d’accordo sugli emendamenti, quindi il voto di fiducia slitterebbe addirittura a giovedì, con il Parlamento fermo ad aspettare – prevede un’aliquota ridicola,al 5%, e la garanzia per gli evasori che questa sanatoria resterà assolutamente anonima, nel senso che non potrà mai fare testo nei controlli fiscali. Se mi dichiaro nullatenente da 10 anni,e magari non compilo neanche la dichiarazione dei redditi, ma ho 10 milioni di euro nascosti alle Cayman, d’ora in poi non corro più rischi: mi basta far rientrare la somma fra il prossimo 15 ottobre ed il 15 aprile 2010, pagare i 500 mila euro di sanatoria allo Stato e non dovrò più temere accertamenti, perché il nuovo decreto dice che la regolarizzazione “non potrà mai essere usata come prova di colpevolezza”. Nella versione precedente (almeno fino a mercoledì scorso) c’era addirittura il colpo di spugna sul falso in bilancio, sul riciclaggio, sulla ricettazione e sulla bancarotta fraudolenta; ora, invece, ci si limita a sanare l’evasione tout court, e comunque non è poco. In questi casi si confrontano sempre due esigenze: quella etica e quella pratica. Quella pratica, adottata dal governo, dice che ormai quei soldi sarebbero persi e quindi vale la pena farli rientrare, come del resto accade in altri Paesi occidentali, di norma dopo le elezioni: nessuno, infatti, avrebbe il coraggio di annunciare una misura del genere in campagna elettorale, perché verrebbe spernacchiato da tutti quei contribuenti che raschiano il fondo dei propri conti in banca per pagare le tasse. L’esigenza etica, su cui stiamo insistendo noi, ribadisce invece che non è lecito farla franca dopo avere imbrogliato tutti, in cambio di una piccola tangente allo Stato: in questo modo, si ammazza definitivamente la cultura della legalità e si comunica agli italiani onesti che, in realtà, sono dei fessi, perché prima o poi un condono arriva sempre. Come vi dicevo, il governo non avrebbe mai avuto il coraggio di presentare una misura del genere in campagna elettorale, perché sapeva che gli sarebbe costata in termini di popolarità; così hanno aspettato un periodo dell’anno piuttosto anonimo, in cui mezza Italia è già in vacanza, ed hanno addirittura cercato di indorare la pillola facendo leva sui buoni sentimenti, ma l’Unione europea glielo ha proibito. Che cosa muove il cuore degli italiani in questo momento, più di ogni altra cosa? Il terremoto. E allora, via al sondaggio, che ha dato queste risposte: lo scudo fiscale non piace, lo scudo fiscale con una parte dedicata all’Abruzzo piace. A quel punto, Tremonti ha proposto due aliquote: una più alta per gli evasori classici, una più bassa per gli evasori buoni che accetteranno di investire i propri soldi in fondi per la ricostruzione delle zone terremotate. Non si possono fare due aliquote, ha risposto l’Ue, ed il progetto è fallito. Ma c’è di peggio: anziché aiutare l’Abruzzo, come il governo voleva far credere, questo provvedimento ottiene addirittura l’effetto opposto, interrompendo la sospensione dei pagamenti degli oneri sociali e previdenziali nelle zone colpite dal sisma. I terremotati dell’Umbria, tanto per fare un esempio, stanno cominciando solo oggi la restituzione di quegli oneri, rateizzata tra l’altro in 120 rate; per l’Abruzzo, invece, si chiede il pagamento subito ed in sole 24 rate, a partire da dicembre. Considerando che l’economia abruzzese in questo momento è a terra e che le attività faticano a riprendere, gli artigiani e gli imprenditori aquilani avranno seri problemi a pagare le tasse. Quelli delle Cayman, intanto, ringraziano.

Le crepe nascoste

Nell’overdose di immagini e di interviste che stanno arrivando dal G8, c’è un video che difficilmente vedrete in tv. Lo ha girato Action aid, una ong impegnata nella lotta alla povertà, partendo dalla domanda più banale: l’Italia, che in sede internazionale non ha mai i soldi per rispettare gli impegni già firmati, ha risparmiato davvero nello spostamento del vertice all’Aquila? E quali vantaggi – oltre a quello innegabile di immagine per il governo stesso – ne deriveranno per i terremotati? E quanto effettivamente si è speso? Non voglio raccontarvi tutto in anticipo (qui sopra trovate la versione integrale del video, che vi consiglio; su questo link, invece, la versione breve), ma c’è un’intervista al sindaco della Maddalena, Angelo Comiti, che fa riflettere. Così come fa riflettere l’immagine del terremotato che dorme nella cuccetta del treno, soprattutto confrontandola con le immagini sfavillanti del vertice in corso: “stridono l’agio, i doni e le cene riservate ai leader – nota anche Avvenire, stamattina – quando a pochi passi migliaia di persone sono sfollate nelle tendopoli”. Il messaggio che Berlusconi cerca di far passare in questi giorni – ripetutomi pure da alcuni colleghi del Pdl, con gli occhi spalancati – è che il governo abbia fatto un miracolo. Ed è questa la vulgata che si sta affermando: dopo l’invito del presidente Napolitano ad abbassare i toni nei giorni del vertice, poi, figuriamoci se noi ci mettiamo a fare polemiche proprio ora. Ma Action aid, che non è legata a nessun partito politico, ci offre con questo video parecchi spunti di riflessione sulla totale mancanza di trasparenza nell’organizzazione del G8: tanto in Sardegna come in Abruzzo. Per quanto riguarda la Maddalena, il progetto in sé era ottimo, ma il suo affidamento alla Protezione civile (tanto per cambiare) ha significato l’adozione di procedure straordinarie e discrezionali, fra le quali l’apertura di una contabilità speciale che ha fatto perdere il conto dei fondi stanziati. 327 milioni di euro sono stati assegnati senza una gara pubblica: tanto per fare un esempio, la Mita resort di Emma Marcegaglia si è aggiudicata tutta l’area dell’ex arsenale senza sfidanti. Inoltre, si è attinto come sempre dal bancomat dei Fas, i Fondi europei per le aree sottoutilizzate, come se fosse un pozzo senza fondo: lo testimoniano i 60 milioni di euro spesi per la Residenza Carlo Felice, che non si capisce ancora a cosa verrà destinata. Arriva il terremoto e Berlusconi cambia la sede del G8. Ma non cambiano, purtroppo, le procedure: ancora una volta l’organizzazione del vertice finisce nelle mani della Protezione civile, ancora una volta si perde il conto dei soldi e la trasparenza sugli appalti. Il vertice è ormai al terzo giorno, ma l’Italia non sa quanto siano costati l’allargamento dell’aeroporto, la nuova strada, la ristrutturazione della caserma di Coppito; quanto agli appalti, la chiarezza latita anche qui: lo testimonia la gara informale (e sottolineo informale) con cui la Protezione civile ha assegnato quello per le piastre antisismiche, costato oltre 100 milioni di euro. Action aid non dice che Berlusconi si sia messo i soldi in tasca, e neppure lo dubita. Dice soltanto, tra le righe ma non troppo di questo video, che un Paese chiamato a presiedere il vertice dei Grandi abbia innanzitutto il dovere della trasparenza. Altrimenti, quando ci sentiremo rispondere – come è accaduto proprio ieri a me, in Aula – che mancano i soldi per rispettare gli impegni presi in sede internazionale nella lotta alla povertà, non crederemo più a nessuno.