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Nonostante tutto

La vicenda di Flavio Delbono, sindaco di Bologna dimissionario per la storia dell’ex compagna, mi lascia un misto di amarezza e di orgoglio. Prevale naturalmente l’amarezza, ma le dimissioni del sindaco me la mitigano parecchio, perché nel Centrodestra storie analoghe o ben peggiori finiscono regolarmente in maniera diversa. Penso alla condanna della Corte dei conti ai danni di Letizia Moratti, per la storia delle consulenze d’oro. Oppure al patteggiamento di Rosanna Gariboldi, ex assessore provinciale a Pavia e moglie di un deputato Pdl, dopo un arresto per riciclaggio: 1 milione e 200 mila di euro da pagare, 2 anni di carcere con la condizionale. Nessun terremoto politico, in entrambi i casi; eppure parliamo di condanne o patteggiamenti, e di cifre molto alte. Se poi vogliamo aprire il capitolo dei semplici indagati, mi pare che l’ultimo sia Formigoni, per la storia dell’inquinamento, ma potremmo facilmente tirarne fuori qualche dozzina, tutti regolarmente al proprio posto. Flavio Delbono, invece, ha deciso di andarsene, e lo ha fatto da semplice indagato: non si è attaccato alla poltrona parlando di complotti, né ha atteso la sentenza della Procura, ma ha capito che il danno – per quanto economicamente poco rilevante: si parla di 4-5 mila euro nei 5 anni di vicepresidenza alla Regione, tra diarie ricevute senza averne diritto ed alberghi pagati anche alla ex – era un bel guaio politico. Mi piacerebbe che fosse così anche nel Centrodestra, dove invece – se vogliamo restare a Bologna – capita che il principale avversario di Delbono, Alfredo Cazzola, riesca a nascondere una condanna a 6 mesi di carcere (per aver preso a pugni una persona) ed un patteggiamento (per malversazioni fiscali), continuando a tirare pietre come se nulla fosse. Nella campagna elettorale dell’anno scorso fu proprio Cazzola a tirare fuori la vicenda, mentre il terzo candidato – Giorgio Guazzaloca – aveva risposto così alla signora Cinzia, che si era rivolta anche a lui: “Se ha cose penalmente rilevanti, vada da un magistrato; se è una storia di cuore, vada da un prete”. Il prete non so cosa abbia fatto, ma i magistrati all’epoca avevano archiviato il tutto, e per questo un anno fa non scoppiò lo scandalo. Poi l’inchiesta è stata riaperta, per un supplemento di indagine, e Delbono ha ricevuto questo avviso di garanzia, sufficiente per fargli annunciare le dimissioni. Berlusconi avrebbe parlato di persecuzione dei giudici e pure in caso di rinvio a giudizio sarebbe rimasto lì, più sorridente di prima, con le sue Cinzie candidate alle prossime amministrative o magari messe in giunta. Ecco perché, pur senza nascondere l’amarezza, parlavo di orgoglio: l’orgoglio della dignità, nonostante tutto.

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Il gioco dell’Opa

Vendola ha vinto, D’Alema ha perso: noto che è questa l’interpretazione ricorrente, e non mi costerebbe nulla aggregarmi al gruppo, tanto più che al congresso ero dall’altra parte. Ma siccome il congresso è finito da un pezzo, non cedo alla tentazione facile dell’antidalemismo e mi imbarco in un’impresa più faticosa e meno redditizia: quella di ragionare. Partendo, però, da una premessa che, a forza di dare per scontata, nessuno sottolinea: tra il metodo Brunetta e le primarie mi tengo le primarie. Nel primo caso, rischi di trovarti uno che fa il sindaco di Venezia come terzo lavoro – essendo già ministro e deputato – e ti tocca stare zitto, perché vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare. Nel secondo, rischi che le strategie di alleanze saltino in aria, ma almeno hai reso onore a quell’aggettivo – democratico, appunto – che distingue te da tutti gli altri, perché sugli altri pianeti politici (tutti, compresi quelli più a sinistra di noi) la forma di vita democratica non è ancora arrivata e forse non arriverà mai. Detto questo, è chiaro che se vivi in una campana di vetro non muori di peste bubbonica: Pdl, Lega, Idv e Udc non correranno mai i rischi che stiamo correndo noi, il più rilevante dei quali mi pare oggi la nostra debolezza di fronte ad un tentativo di scalata. Emma Bonino nel Lazio ne è stata un esempio, Nichi Vendola in Puglia un altro, e se l’Idv trovasse un candidato per la Campania arriveremmo a tre: chiunque oggi può pensare di lanciare un’OPA sul Pd ed ha discrete possibilità di vincerla, indipendentemente dalle sue condizioni di partenza, perché troverà sempre una sponda fra gli azionisti. La Bonino non ha neppure avuto bisogno di provarci: è bastato il nome, per consegnarle le chiavi. Vendola – che ufficialmente poteva contare su un partito del 3%, come Sinistra e libertà – ci è riuscito passeggiando, e non solo perché la gente lo ama: la verità, se vogliamo dirla, è che parecchi dei nostri hanno giocato contro D’Alema, così come in tempi passati parecchi giocavano contro Veltroni. E mettiamo il caso che domani, nel senso di domani, De Magistris lanci la sua candidatura alle primarie di coalizione per la Campania, contro un nome del Pd: trovatemene uno che tenga insieme il partito, al di là delle dichiarazioni di facciata, e che possa resistere alla scalata. Candidiamo Cascetta, ottimo assessore ai trasporti ma bassoliniano? Mezzo Pd non lo vota. Candidiamo De Luca, ottimo sindaco di Salerno ma antibassoliniano? Non lo vota l’altra metà. Ed il candidato dell’Italia dei valori – partito che in Campania vale il 7-8% dei voti – porta a casa il banco. Come è risolvibile questa situazione, per il futuro? Forse facendo le nostre primarie con molto anticipo, per poi presentarci al tavolo degli alleati con un candidato forte e legittimato dal consenso popolare; ma questo porrebbe certamente qualche problema nelle trattative, perché significherebbe non cedere mai un candidato al resto della coalizione. Se avete un’idea migliore, che salvi le primarie ma fermi il gioco dell’Opa, siate generosi: non tenetela per voi.

Tre indizi e una prova

Tre indizi fanno una prova. E per tre volte, nel giro di poche ore, sono stato attaccato personalmente in altrettante controversie politiche: tre problemi diversi (il testamento biologico, la deportazione dei rom dal Casilino 900, la macellazione dei cavalli), tre interlocutori diversi (un deputato leghista, un senatore Pdl, un giornalista del Foglio), tre attacchi in fotocopia. Tutti centrati sul mio passato televisivo, come se fosse una colpa.

Primo atto. Nella discussione sul testamento biologico, vi dicevo l’altro giorno, siamo al muro contro muro: basta che un emendamento contenga una parola problematica (volontà, autodeterminazione, articolo 32, invasivo…) e la maggioranza lo boccia. Così sono intervenuto per protestare, chiedendo al Centrodestra di fare chiarezza: se avevano intenzione di bocciarci ogni proposta indipendentemente dal merito, potevano dircelo subito ed avremmo risparmiato tempo. Al che, Massimo Polledri – il deputato leghista di cui sopra – mi ha risposto che del tema non capisco nulla, visto che vengo dai telequiz, e che probabilmente avevo nostalgia di ritornarci. Diversi esponenti della maggioranza (e pure il rappresentante del governo) sono venuti a chiedermi scusa, anche se non c’entravano nulla, ma io l’ho presa ironicamente: il giorno dopo, ho fatto arrivare in Aula a Polledri il mio curriculum, con un biglietto in cui gli chiedevo scusa per non averlo aggiornato con i telequiz.

Secondo atto. Ieri vi ho parlato del caso rom, in seguito al quale la comunità di Sant’Egidio ha abbandonato il tavolo con il Comune di Roma. In un comunicato stampa, lo definivo “un’operazione a casaccio”, che – citavo testualmente le critiche di Sant’Egidio – mandava all’aria anni di piccoli e grandi passi verso l’integrazione. E qui si è mobilitato Domenico Gramazio, senatore Pdl: Sarubbi, “volto televisivo prestato alla politica”, è “convinto di fare televisione e di essere il protagonista di una fiction”, mentre “parla di cose che non conosce”.

Riassumendo: non ci capisco niente di testamento biologico, perché vengo dalla tv, e non ci capisco niente neppure di nomadi, perché vengo dalla tv. Ma non è ancora finita.

Terzo atto. Come sapete, sono vegetariano. E per questo motivo sono stato tirato in ballo in un articolo del teocon Camillo Langone (quello che sul Foglio dà le pagelle alle Messe, e che in un libro cercava di convincere le ragazze sulla necessità di predicare bene e razzolare male) dal titolo significativo: “Com’è buono il cavallo”. Il passaggio che mi riguarda merita di essere citato per intero:

“Il democratico Andrea Sarubbi è uno dei pochissimi ministri del dio Equus non provenienti dal centro-destra. È un piacevole e pettinatissimo esemplare di clericale romano, allievo dei gesuiti che non sono riusciti a ficcargli in testa il Vangelo ma che gli hanno concesso il patentino di cattolico innocuo, indispensabile per entrare prima a Radio Vaticana e poi a Raiuno dove ha condotto la rubrica A sua immagine, una trasmissione che non ha mai convertito nessuno, l’equivalente televisivo di un brodo fatto col dado. A forza di andare in onda Sarubbi ha perso quel poco di fede, e adesso anziché credere in san Paolo caduto da cavallo crede nel cavallo”.

Tre indizi, dicevo, fanno una prova: la prova, probabilmente, che sto cominciando a dare fastidio.

Il lavoretto

Tra i suoi colleghi del Pdl, Luigi Cesaro è un deputato assolutamente nella media: con il 72% di presenze alle votazioni elettroniche, non può essere definito uno stakanovista ma non è neppure tra i peggiori. D’altra parte, sono in molti che – un po’ dappertutto, ma soprattutto da quelle parti dell’emiciclo – conciliano i tempi del Parlamento con quelli di un altro lavoretto: chi fa il medico (qualcuno il medico del premier), chi l’avvocato (qualcuno l’avvocato del premier), chi il giornalista (qualcuno collabora con il giornale del premier) e così via. Di secondo lavoro, Gigino non fa l’avvocato, anche se è laureato in giurisprudenza; non fa il medico, anche se la sua famiglia è molto presente nel settore della sanità; non scrive sui giornali, perché con l’italiano litiga un po’ troppo. Di secondo lavoro, Gigino fa il presidente della Provincia di Napoli, che con i suoi 3 milioni e passa di residenti è la seconda in Italia, dopo Roma e prima di Milano: assunse l’incarico il 20 luglio scorso, dopo aver promesso per tutta la campagna elettorale che – se eletto – si sarebbe dimesso da deputato. Oggi sono 6 mesi tondi tondi ed ancora non lo ha fatto, né credo che lo farà mai: così come, del resto, i suoi colleghi di partito eletti ad Avellino e Salerno, che almeno (ma sì, voglio tendere una mano) non hanno le dimensioni di Napoli. Non so se questi ultimi intaschino lo stipendio, ma Gigino Cesaro in questo è un signore: ha sospeso il pagamento della sua indennità da presidente della Provincia si accontenta di quella da parlamentare, per far capire a tutti che non è una questione di soldi. Ma di potere, aggiungo io: con tutto il rispetto per il ruolo che ricopro, e ribadito – se fosse necessario – che la cosa non mi dispiace per nulla, mi corre l’obbligo di ricordare che il deputato medio non è in grado neppure di far togliere una multa, mentre magari il presidente della Provincia ha qualche chance in più. Al di là della dimensione soggettiva della vicenda, pure importante, ce n’è una oggettiva che merita più attenzione: da quando è entrato in carica – da 6 mesi esatti a questa parte, dunque – Cesaro ha riunito la Giunta ed il Consiglio provinciale la metà delle volte rispetto alla gestione precedente. Metà sedute, metà delibere, impegni istituzionali saltati (alla visita di Napolitano, per dire, c’era il suo vice): in fondo, è anche troppo, per un presidente che riesce a presentarsi in ufficio solo il lunedì ed il venerdì. Nel resto della settimana, c’è la Camera: chi vuole incontrarlo porti pazienza, oppure vada a Roma. Non è un caso che, con un ritmo così blando, la qualità non sia delle migliori: i consiglieri provinciali di Napoli sono di fatto impantanati nella routine amministrativa, tra le autorizzazioni a resistere in giudizio ed i temi fuori bilancio. “Riprendiamoci la dignità”, diceva il suo slogan elettorale. Ma in realtà, Gigino si accontenta di praticare il nulla, almeno fino alle Regionali. Dopodiché, sempre a mezzo servizio, potrebbe cominciare ad occuparsi della Provincia, e lì rischiamo di rimpiangere il nulla.

Il diritto di provarci

Nel messaggio inviato oggi alla Fondazione Migrantes, per la Giornata mondiale dei migranti, il presidente della Repubblica pone un problema serissimo: essere in regola non è solo un dovere, ma anche un diritto. Tutto il resto, aggiungo io, è fuffa. Perché la clandestinità non si combatte in altro modo: né con i soldi a Gheddafi – che io mi glorierò sempre di non aver votato – né con i respingimenti dei barconi – visto che la stragrande maggioranza degli immigrati entra via terra e non abbiamo alpini a sufficienza per presidiare ogni valico alpino – e neppure con le regolarizzazioni a campione, tipo quella delle badanti o la prossima che si inventeranno per gli attacchini dei manifesti della Lega, ma solo quelli della Lega. Ho già detto, in più occasioni, della nostra proposta di legge sul permesso di soggiorno per ricerca di lavoro: per assumere una colf devo prima verificare che sia capace di stirare le camicie, ed è difficile che riesca a farne venire una dalle Filippine, con un contratto già firmato, se non l’ho mai incontrata prima; lo stesso vale per un meccanico, in una concessionaria di automobili: se poi ti capita uno come Andrea Sarubbi, che non distingue il radiatore dalla batteria, che cosa ci fai? Lo rimandi a casa? Quella proposta – che fu sponsorizzata dalle Acli, che torno oggi a ribadire, e che spero il Pd abbia il coraggio di rilanciare nella campagna per le Regionali – prevede che possa venire in Italia legalmente, senza bisogno di nascondersi in una valigia come il ragazzo afghano trovato ieri nel bagagliaio di una macchina, chi dimostra di potersi mantenere qui per un certo periodo (da 3 mesi ad un anno: dipende dalle possibilità di ognuno) e di avere un luogo in cui risiedere. Forse non ci riuscirà da solo, o forse sì, ma certamente gli sarà più facile con l’aiuto di un amico o familiare che potrà garantire per lui, tramite una sorta di fideiussione: è il sistema dello sponsor, che altri Paesi hanno sperimentato prima di noi. In questo modo, chi entra sa di non doversi nascondere, ma sa soprattutto di non poterlo fare: entro quel periodo si gioca le sue carte e non gli conviene accettare un lavoro in nero, perché perderebbe solo tempo e si condannerebbe per il futuro alla clandestinità. La prospettiva di essere regolare, insomma, sarebbe un grande disincentivo ad accettare compromessi, tipo i tre euro all’ora di Rosarno, e potrebbe essere conveniente anche per le aziende, se un forte incentivo fiscale a nuove assunzioni venisse accompagnato da multe salatissime per chi impiega in nero. Per non parlare dei rischi di finire preda della criminalità organizzata, che Giorgio Napolitano ha evidenziato nel suo messaggio di oggi. Ma a Palazzo Chigi arrivano i messaggi del Quirinale?

Fuori due

La porta aperta mesi fa da Pierluigi Mantini, che uscì dal Pd in direzione centro, non è stata ancora richiusa: poco dopo toccò a Lorenzo Ria, poi alla truppa rutelliana (Mosella, Calgaro, Vernetti, Lanzillotta) con veltroniani spiazzati (Calearo), e probabilmente ne sto dimenticando qualcuno perché ormai cominciano ad essere parecchi. Oggi è toccato a Renzo Lusetti ed Enzo Carra, che in conferenza stampa hanno annunciato l’ingresso nell’Udc, motivandolo con una serie di argomentazioni che non sottovaluterei. Quella principale è la solita: il Pd non è più il Partito democratico, del progetto originario è rimasto solo il nome. Probabilmente non ve lo ricorderete, ma è lo stesso concetto espresso all’epoca da Lorenzo Ria, che – quando il congresso era ancora lontano – parlò di una “mutazione transgenica” del partito. La reazione al suo addio fu minimalista: si disse che era un problema locale, perché aveva litigato con il Pd pugliese in seguito a delle primarie non fatte, e che la storia della mutazione transgenica era una scusa. Così come minimalista fu la reazione all’addio di Mantini, derubricato all’ennesima virata di “un voltagabbana, abituato a passare da uno schieramento all’altro”. Di Rutelli e dei rutelliani si commentò che erano solo persone in cerca di potere e visibilità, visto che all’interno del Pd erano ormai ridotti al lumicino: avevano capito che con Bersani conveniva aprire partita Iva e fare i collaboratori esterni anziché accontentarsi di un lavoro da operaio sottopagato. Di Calearo si spiegò che non era mai stato di sinistra, e che dunque aveva sbagliato Veltroni a candidarlo nel Pd. E potremmo trovare ottime scuse, in effetti, anche per l’addio di Lusetti e Carra: del primo, possiamo facilmente ipotizzare un desiderio di vendetta personale, dopo essere stato lasciato solo dal partito durante tutta l’indagine di Napoli sull’affare Romeo, mentre Italo Bocchino – coinvolto come lui nello scandalo – veniva difeso a spada tratta dal Pdl; di entrambi, poi, possiamo ricordare l’elevato numero di legislature, che certamente li avrebbe tagliati fuori dalle prossime liste se fossero rimasti nel Pd, mentre con l’Udc si riaprono i giochi e probabilmente ci sarà spazio per un altro giro di giostra. Su ognuno, insomma, possiamo trovare le giustificazioni che vogliamo, e non è detto che siano analisi campate in aria: probabilmente c’è un pezzo di verità in ogni cosa, come del resto c’è verità nella loro analisi della situazione politica. Né Carra né Lusetti – e lo hanno ribadito nella conferenza stampa di oggi – avevano mai cambiato partito in vita loro: il percorso comune era quello dei cattolici democratici, attraverso le sue evoluzioni storiche (Dc, Ppi, Margherita, Pd). Se anche ci fosse del calcolo nella loro decisione attuale – e certamente credo che ci sia, perché parliamo comunque di due politici navigati – non si può accusarli di mastellismo, rivendicando a noi che restiamo il ruolo di duri e puri. Una scelta del genere deve interrogarci tutti, soprattutto perché è l’ennesima: se scrolliamo le spalle e ci illudiamo di aver tolto di mezzo i clericali, per tenerci solo i cattolici veri, compiamo un peccato enorme di presunzione. Mentre il Partito democratico attuale, a mio modo di vedere, ha bisogno esattamente del contrario: di un sanissimo bagno di umiltà che, se fossi il medico del Pd, prescriverei innanzitutto a molti nostri dirigenti refrattari all’acqua.