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Oltre la pancia

Se l’Idv ha effettivamente deciso di rinsavire, come Di Pietro ha annunciato stamattina durante il congresso del partito, siamo di fronte alla notizia dell’anno. E già il fatto che si tenga un congresso è buon segno, per una forza politica abituata ad agire secondo i dettami del capo: più di una volta – ma forse ve l’ho già raccontato – nel gruppo dell’Idv alla Camera si è votato sulla linea politica da tenere (sull’atteggiamento verso il presidente Napolitano, ad esempio, o sulla presenza delle truppe in Afghanistan) e Di Pietro è andato sotto di brutto (anche 22 a 2, mi ha riferito chi c’era), ma alla fine si è fatto come voleva lui. Non è che da questo congresso mi aspetti rivoluzioni – si prepara una riconferma del leader con percentuali bulgare – ma d’altra parte pure il Pd ci ha messo un bel po’, prima di arrivare ad un congresso vero. E comunque, l’esistenza stessa di una candidatura alternativa a Di Pietro – quella di Franco Barbato, che si intesta la rappresentanza di liste civiche e grillini – rappresenta un bel pungolo per un partito che troppo spesso ha predicato bene e razzolato male. E talvolta continua a farlo, visto che la stessa mozione Barbato arriva al congresso nel boicottaggio generale: prima hanno tentato di farla fuori per motivi procedurali, poi l’hanno ignorata totalmente sul sito del partito. Quando uso il termine “rinsavire”, però, non mi riferisco tanto alle procedure interne, quanto piuttosto alla strategia politica nel suo insieme: finora, l’Idv si è accontentata di una rendita sicura – quella dell’antiberlusconismo senza se e senza ma – che, però, non appartiene alla categoria delle energie rinnovabili. L’idea di fondo, pure rispetto alle riforme, è stata finora quella del sospetto: se anche un’idea sembra buona, il solo fatto che l’abbia proposta Berlusconi significa che sotto c’è un imbroglio. Parallelamente – perché il cerchio naturalmente deve chiudersi – tutti i tentativi di dialogo da parte nostra, anche nella buona fede più totale, sono stati bollati come inciucio. Ora, finalmente, Di Pietro ci fa sapere che la pancia non basta più: l’Idv non può – parole sue – “restare una forza di opposizione settaria”, non deve accontentarsi di “fare la guerra al vicino”, ma deve piuttosto “convincere gli elettori che il nostro condominio è meglio dell’altro. I movimenti, la massa indefinita, si riuniscono al Palavobis o nel popolo viola, ma poi si sciolgono”. Che è poi il cammino compiuto dalla Lega, se ci pensate bene: dopo anni passati a gridare all’inciucio, Bossi si è dimostrato – faccio un po’ di fatica a dirlo, ma è così – un uomo capace di stare nelle istituzioni, con una proposta quanto mai opinabile (pugno duro con gli immigrati, soldi al nord, federalismo) ma comunque traducibile in un programma di governo. Quella bandiera che per Bossi è il federalismo potrebbe essere, per Di Pietro, la gestione trasparente della cosa pubblica: ci sono praterie da occupare su questo fronte, dal rinnovamento della classe politica all’eliminazione degli sprechi e dei privilegi, ed altrettante su quello della legalità. Finora, l’Italia dei valori si è accontentata della denuncia, condita spesso con mestolate di populismo, ma adesso non basta più. A meno che, come dice Bersani, non vogliamo morire tutti di opposizione.

Torno subito

Ho messo il vestito nero, quello che uso per i voti di fiducia, per assistere alla morte di un altro pezzetto di democrazia. Con i voti della maggioranza e l’astensione dell’Udc, la Camera ha infatti stabilito che per il capo del governo vale l’autocertificazione: bastano due righe (“Scusate, oggi sono legittimamente impedito”) e salta l’udienza in tribunale. Altre due domani (“Scusate ancora, pure oggi non posso”), altre due dopodomani (“Vi chiedo perdono, ma è proprio un momentaccio”), e così via, usque ad libitum, fino a quando Silvio Berlusconi siederà a Palazzo Chigi. Così, dice la legge, potrà svolgere serenamente le sue funzioni, senza il fastidio di vedere ogni volta quelle toghe rosse e quella frase nei tribunali (“La legge è uguale per tutti”) che lo metteva di cattivo umore. È stata una giornata lunga, segnata dai rapporti di forza tra chi ha vinto le elezioni e chi le ha perse: contro la matematica c’è poco da fare, e così non abbiamo toccato palla: sotto di 110 quando l’Udc votava con loro, di una trentina quando votava con noi. Ma quando abbiamo chiesto il voto segreto, a fine mattinata, le distanze si sono ridotte: appena 14 voti di differenza, con parecchi franchi tiratori nella maggioranza e Berlusconi letteralmente salvato dalle 15 luci accese nei banchi del suo governo. E pure questo conflitto di interessi va sottolineato, perché in Aula – dove non mettono piede quasi mai, talvolta neppure per rispondere alle interpellanze urgenti – c’erano ministri chiamati a votare una legge che avrebbe bloccato eventuali processi a loro carico: neppure la decenza di astenersi, come ha fatto notare il nostro Furio Colombo nel dibattito. L’Udc – che ieri aveva paragonato questa legge ad un ponte tibetano, stretto e ballerino, per arrivare alle riforme – si è vista infatti stravolgere la proposta iniziale di un salvacondotto per il premier, trovandosi di fronte ad una sorta di immunità allargata a tutti i ministri e per giunta reintrodotta clandestinamente: se proprio immunità doveva essere, allora bisognava passare per una legge costituzionale e dunque, con ogni probabilità, per un nuovo referendum che l’avrebbe bocciata. Ma alla fine Casini ha mandato giù il boccone: ufficialmente, per evitare che venisse stravolta la giustizia con il processo breve; in realtà, per evitare di mandare a monte l’alleanza con il Pdl in tutte le regioni del Centrosud. Tra la spregiudicatezza dell’Udc e la demagogia dell’Idv (culminata nell’intervento finale di Di Pietro, che ha definito l’Italia un “Paese barbaro e dittatoriale” e Berlusconi “il peggior capo del governo della storia repubblicana”, mentre i suoi urlavano “buffone” a Cicchitto), Pierluigi Bersani ha brillato come un diamante. Alla casalinga di Voghera, che lo stava guardando in diretta tv, ha spiegato che l’Italia continuerà ad avere i problemi di prima, a cominciare dalla crisi economica, ma almeno d’ora in poi Berlusconi sarà più tranquillo, perché  “in tribunale ci andranno quelli che possono consentirsi un po’ di nervoso”.

P.S. Non potendoli battere con i numeri, ci siamo tolti qualche soddisfazione con l’ironia. Siccome è il governo ad autocertificare le ragioni istituzionali del proprio legittimo impedimento, abbiamo presentato un centinaio di ordini del giorno in cui impegnavamo Berlusconi ed i suoi ministri a non avanzare le scuse di convegni, eventi mondani e sagre paesane. Non è legittimo impedimento, abbiamo scritto testualmente, la partecipazione del presidente del Consiglio e dei suoi ministri ai seguenti eventi: la festa del Santissimo crocifisso di Monreale (PA), la giostra cavalleresca  dei Paternò a San Gregorio (CT), la festa di San Corrado a Noto, la regata storica di Santa Lucia a Siracusa, la sagra dell’agnolotto e del canestrello a Polonghera (CN), la sagra del polentonissimo a Monastero Bormida (AT), la fiera degli uccelli a Sacile (PN), la festa di San Marco e Fortajada a Pordenone, il Rogo della vecia sempre a Pordenone, la sagra dello spiedino a Castello d’Agogna (PV), la sagra del Biligòcc ad Albino (BG), l’expo di Ischia, la disfida del soffritto di maiale a Flumeri (AV), la festa nazionale dei popoli padani, il panettone party a Borbona (RI), la sagra della lumaca a Valmontone (RM), la festa dei fagioli con le cotiche a Sant’Angelo Romano (RM), il Palio dei mussi di Teglio Veneto (firmato da me), la sagra delle fave con pecorino a Filacciano (RM), la Mondo sapori fiera a Mussolente (VI), la Fiera di mezza quaresima di Sant’Agata Feltria (RN), la Scuola di formazione del Popolo della libertà, l’inaugurazione del Salone del ciclo di Milano-Eicma, le feste provinciali della Lega nord, la Festa della libertà a Pietrelcina (BN), la presentazione dei libri, i convegni del Popolo della libertà sul Mezzogiorno, la festa della zucca, le conferenze stampa per illustrare i risultati della digitalizzazione della giustizia, l’inaugurazione di nuove sedi del partito della Lega nord, l’inaugurazione di nuove sedi del partito Popolo della Libertà, la consegna dei premi “Consumatori oggi”, la consegna del premio “Amico della famiglia”, l’eventuale ripetizione del seminario “Uomini in divisa nel Pdl – per dare più forza alle nostre idee”, la presentazione di nuovi patti per la sicurezza, la cerimonia di inaugurazione di Milano Unica (salone italiano del tessile), la festa di Atreju, l’inaugurazione di Com-Pa (salone europeo della comunicazione pubblica dei servizi al cittadino ed alle imprese), il Meeting musicale degli indipendenti, la sagra della strazzata di Avigliano (PZ), il Fiuggi family festival, la Giornata nazionale di promozione della rete dei partner, il Meeting per l’amicizia tra i popoli, l’evento Cortina incontra, la manifestazione Vinitaly, la festa del Villaggio cimbro, il Meeting mondiale dei giovani, la Festa europea della musica, la festa del radicchio rosso di Dosson, la sagra della lingua del Santo a Zeminiana di Massanzago, la festa del ciclamino a Fontanelle di Conco (VI), la manifestazione Corritalia-insieme per i beni culturali ambientali, la festa Ambiente e caccia a Granarolo Faentino (RA), la manifestazione Degusta e Degusta junior “Le ricette della prossima stagione” di Villa Bassi a Borgo Panigale (BO), la Mexpo a Busto Arsizio, l’Agrivarese sempre a Busto Arsizio, le iniziative per sostenere l’abolizione dello zoo di Roma, le iniziative per lanciare le giornate anticorrida, il trasporto della macchina di Santa Rosa a Viterbo, la sagra del carciofo di  Cerda (PA), la sagra dello stinco di maiale ad Offida (AP), il porco festival del borgo antico di Rotella (AP), il salone della pesca sportiva a Bologna, la rassegna cinofila di Ancona, la presentazione internazionale di abiti da sposa e da cerimonia a Milano, il salone internazionale della pellicceria e della pelle sempre a Milano, la fiera vintage “La Moda che vive due volte” a Forlì, la sagra gastronomica di Castelspina (AL), le giornate del riso a Jolanda di Savoia (FE), la festa della fame e della sete a Filattiera (MS), i festeggiamenti di San Giovanni Battista a Settimo di Cinto Caomaggiore (VE), il carnevale di Decima a San Matteo della Decima (BO), la manifestazione “Ciccioli in piasa, le terme del colesterolo” a San Martino in Rio (RE), il festival del tartufo vero dei monti Sibillini a Montefortino (AP), la festa della Madonna della Speranza a Castelletta (AN), la festa di Sant’Antonio a Villeneuve (AO), la festa di San Vitale a San Salvo (CH), la festa della sfogliatella a Lama dei Peligni (CH), la sagra della piè fritta a Fontanelice (BO), la sagra del brasadè a Borgo Priolo (PV), la fiera dell’artigianato di San Cataldo (CL), la sagra della polenta di Rocca Priora (RM), l’inaugurazione di club “Silvio ci manchi”, la sagra del pecorino pepato a Castel di Judica (CT), la sagra del mucco nel porto peschereccio di Portopalo di Capo Passero (SR), la sagra dell’agnello pasquale a Favara (AG), la sagra della frittella ad Isnello (PA), la cerimonia del prelievo dell’acqua del Po della Lega nord, la festa di San Biagio a Militello Rosmarino (ME), la festa della Candelora di Cefalù (PA), la festa della Madonna del soccorso di Sciacca (AG), la festa di Sant’Agata a Catania, la sagra della ricotta a Sant’Angelo Muxaro (AG); la sagra della sfincia a Montelepre (PA), la Mandorlara – sagra del mandorlo a Tavola sempre a Montelepre (PA), la sagra del tarocco a Francofonte (SR), la sagra della salsiccia a Chiaromonte Gulfi (RG), la sagra delle panelle e crocchette a Ciminna (PA). Li ho copiati uno per uno, ma ne valeva la pena.

L’Italia può attendere

Undici ministri schierati nei banchi del governo, sottosegretari a profusione in tutta l’Aula: nel giorno del legittimo impedimento Palazzo Chigi chiude per ferie, perché quando c’è da salvare il premier l’Italia può attendere. Può attendere la riforma della giustizia, “quella vera”, invocata da Enrico Letta. Possono attendere gli operai dell’Alcoa, citati da Michele Ventura. E Roberto Zaccaria fotografa bene il momento: sembra di stare in tempo di guerra, o forse anche peggio, perché “’neanche in tempo di guerra è prevista la sospensione della costituzione”. Il dibattito è lungo ed appassionato, ma i numeri sono impietosi: nonostante il Pd sia al completo, le nostre pregiudiziali di costituzionalità – che avrebbero potuto bloccare l’esame della legge, come fu purtroppo per l’omofobia – vengono bocciate con 105 voti di scarto (343 a 238), grazie alle truppe cammellate di Pdl e Lega. In loro soccorso va anche l’Udc, con una trentina di voti ininfluenti, in nome di una realpolitik definita ufficialmente “operazione di trasparenza” :

MICHELE GIUSEPPE VIETTI. (…) La difficoltà di gestione da parte del Presidente del Consiglio dei suoi processi viene invocata come un alibi permanente per non mettere mano ad una riforma organica della giustizia, e la mancata riforma organica della giustizia viene invocata come alibi per non fare le complessive riforme costituzionali di cui pure tutti dicono il nostro Paese abbia bisogno. Noi abbiamo preso un’iniziativa chiara, diretta ed esplicita: rimuoviamo l’impedimento del Presidente del Consiglio rispetto ai suoi processi.

Proprio tra noi e l’Udc avviene uno scontro piuttosto aspro, nel giro di due minuti. Dopo una serie di accuse (nostre e dell’Idv) al provvedimento in esame, prende la parola Casini e smentisce Vietti: il legittimo impedimento – cerca di spiegare – non è una norma concepita per la persona di Silvio Berlusconi, ma per la carica da lui ricoperta. È in sostanza, spiega, una pezza a quel buco lasciato dall’abolizione dell’immunità parlamentare, che sbilancia troppo il rapporto tra politica e giustizia in favore della seconda. Ribatte al volo Franceschini:

DARIO FRANCESCHINI. (…) È vero che in molti ordinamenti, compreso il nostro, esistono delle norme – diverse da Paese a Paese e anche nella storia del nostro ordinamento giuridico – che stabiliscono criteri diversi per tutelare chi ricopre funzioni pubbliche, a cominciare dall’immunità parlamentare, da delle norme che esistono per tutelare lo svolgimento di funzioni pubbliche. L’anomalia – onorevole Casini, lei lo sa benissimo – sta nel fatto che non stiamo stabilendo una norma per il futuro per chiunque assumerà incarichi pubblici, ma stiamo approvando una norma, come molte altre in passato, per bloccare processi specifici già in corso! Questa è l’anomalia e la violazione che lei finge di non capire (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

Sull’equilibrio dei rapporti tra politica e giustizia ci sarebbe parecchio da dire e da scrivere. Non è un tema campato in aria, ma il problema è che il dibattito (anche quello pubblico, tra gli elettori) è rimasto fermo ai tempi di Mani Pulite, con i berlusconiani che pensano di essere Craxi e Di Pietro che crede di essere ancora un pubblico ministero. Per fugare ogni dubbio, noi abbiamo presentato un emendamento rivoluzionario, dal titolo “Priorità assoluta ai processi penali a carico di membri del Parlamento”: se davvero vogliamo garantire a tutti i parlamentari (premier compreso, naturalmente) il libero ed ordinato svolgimento del mandato, evitando il rischio di persecuzioni giudiziarie, allora facciamo in modo che ognuno possa dimostrare al più presto la propria innocenza, anziché essere trascinato per anni in processi pretestuosi. Bastavano poche parole, per risolvere la questione:

Al fine di garantire il libero e ordinato esercizio delle prerogative e competenze connesse all’esercizio del mandato parlamentare, ai sensi degli articoli 67 e 68 della Costituzione, la presente legge riconosce priorità assolta ai procedimenti penali a carico di membri delle Camere, in sede di formazione dei ruoli di udienza e trattazione dei processi.

Il presidente del Consiglio è un parlamentare, tutti i ministri del suo governo lo sono. Eppure, la proposta è stata dichiarata inammissibile, in quanto “estranea rispetto agli argomenti già considerati nel testo”. Ci eravamo dimenticati di specificare che il presente emendamento non si applicava – cito Sebastiano Messina – ai “nati il 29 settembre 1936, in possesso del cellulare di Noemi Letizia e del conto cifrato dell’avvocato Mills”.

Scommettiamo?

Il dibattito sull’aggressione al premier è arrivato in Aula, con l’informativa del ministro dell’Interno ed un intervento per gruppo. E sarebbe questa la notizia di oggi, se poco dopo Fini non avesse deciso di mandarci tutti a casa, con una sfuriata senza precedenti. Non so se andremo a casa davvero, ma a questo punto non mi stupirei delle elezioni anticipate: Fini parlava ed alcuni deputati della maggioranza si alzavano e se ne andavano in segno di protesta, come avevano fatto poco prima durante il discorso di Di Pietro sull’aggressione a Berlusconi. Parto da Fini, allora, e dalle sue parole durissime contro il governo per la decisione di porre la ventisettesima fiducia dall’inizio della legislatura: dopo aver ricordato che da parte delle opposizioni non c’era stato nessun ostruzionismo e che nulla avrebbe impedito di arrivare al voto entro i tempi previsti, il presidente della Camera ha definito la decisione di Palazzo Chigi “deprecabile” e l’ha attribuita ai difficili rapporti politici all’interno del Centrodestra. La maggioranza, in breve, chiede alcuni emendamenti alla Finanziaria, ma il governo non è disponibile a cambiare una virgola, e per evitare che vengano votati dall’Aula ha congelato il testo con la fiducia: l’ennesima conferma dell’impotenza del Parlamento, l’ennesima prova di debolezza da parte di una coalizione che evidentemente non regge il confronto interno. Eppure, pochi minuti prima i miei colleghi sembravano compattissimi, direi quasi monolitici, nel difendere il presidente del Consiglio dai mandanti dell’attacco di piazza Duomo: il gruppo editoriale Repubblica-Espresso, Il Fatto Quotidiano (“un mattinale delle procure”), la trasmissione Annozero, Marco Travaglio (“un terrorista mediatico”), i giudici che vanno nei talk show a demonizzare Berlusconi, l’Italia dei valori (“sta evocando la violenza, quasi voglia tramutare lo scontro politico in guerra civile”) e pure il Pd (anche se Fabrizio Cicchitto, titolare di tutti questi virgolettati, si è fermato a citare “qualche settore giustizialista” del nostro partito). Altro che toni bassi, insomma: il Pdl, come temevamo, ci sguazza, negando ogni responsabilità della maggioranza nell’avvelenamento dei toni e facendo la vittima, come testimonia anche la lettera dello stesso Cicchitto e di Quagliariello su Libero di oggi. Peccato, perché Pierluigi Bersani aveva teso la mano in maniera molto intelligente, dando prova di grande responsabilità.

PIER LUIGI BERSANI. Signor Presidente, ribadisco intanto qui la solidarietà e l’augurio al Presidente del Consiglio, che ho potuto trasmettergli ieri personalmente; ribadisco qui la condanna senza altre parole di quel gravissimo gesto di violenza e di aggressione.  (…) Il rischio è che qualcuno si vesta da pompiere per fare l’incendiario e che cominci un gioco di criminalizzazione reciproca fra noi oltre il segno. Respingo tale modo di discutere e non voglio entrare nel merito di affermazioni che non condivido, che adesso ha pronunciato l’onorevole Cicchitto. Mi accosto con cautela a questa discussione, perché credo che discutere genericamente sul clima non ci convenga, credo che ci convenga discutere più precisamente sui comportamenti: sui comportamenti che riguardano tutti, noi stessi, senza attaccare però a questo chiodo un filo che porta fino alle azioni criminali, perché le azioni criminali non sono in nessun modo giustificabili (Applausi). Vediamo, invece, in un’occasione così drammatica l’opportunità di riflettere su comportamenti, anche nostri, che possono portare ad uno spaesamento, ad uno sbandamento e ad una regressione della pubblica opinione e quindi ad un indebolimento della coscienza democratica. Questo tocca a noi e su questo una riflessione non è inutile e deve riguardare tutti. Non è inutile ricordare, almeno per me, che in democrazia ognuno ha il suo compito: l’opposizione deve opporsi, ma insieme costruire la ragionevole fiducia in un’alternativa positiva, senza mai scommettere su scorciatoie nel processo democratico. Il Governo deve governare (…), ma il suo mestiere non è quello di attaccare l’opposizione ma è quello di governare (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori). (…) Davvero la maggioranza pensa di poter lavorare per cinque lunghi anni nel cercare di rendere senza voce, impotente e frustrata la minoranza, l’opposizione? Davvero quello che c’è nel Paese anche in termini di protesta, di difficoltà e di proposta non deve avere mai una risposta, neanche minima? (…) Pensiamo di andare avanti cinque anni al ritmo di ventisei voti di fiducia all’anno (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)? (…) È un’aria che preoccupa tutti (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro e Italia dei Valori – Congratulazioni).

Il resto lo sapete: appena stava prendendo la parola Di Pietro, i deputati del Pdl hanno lasciato l’Aula. Sono rimasti in una quarantina, tra persone ragionevoli (per lo più finiani) e contestatori che volevano togliersi lo sfizio di finire sui resoconti parlamentari per avere interrotto il leader dell’Idv. Quando Di Pietro ha finito il suo intervento – il solito disco rotto, tutto populismo e zero senso di responsabilità – sono tornati dentro, compatti come un sol uomo: sembrava, in quel momento, che la legislatura sarebbe durata altri 25 anni. Poi ha parlato Fini ed i bookmakers hanno riaperto le quote.

Mano armata

Mi chiamerete trombone: non mi interessa. Anzi, alcuni di voi lo stanno già facendo da ieri, quando ho pubblicato un comunicato stampa dai toni preoccupati: scrivevo che l’avversario non va mai confuso con il nemico e che il cammino del confronto, per quanto tortuoso possa essere, non deve mai cedere il passo alla scorciatoia dell’odio. Non sapevo ancora che l’aggressore fosse un malato di mente, né che fosse un elettore del Pd: circostanze che, in queste ore, vengono utilizzate dall’una e dall’altra parte a seconda delle convenienze, ma che non cambiano una virgola delle mie idee al riguardo. E le mie idee voi che frequentate questo blog le conoscete già, ma oggi non fa male ripeterle. Il più grande errore di Silvio Berlusconi, siamo d’accordo, è stato quello di personalizzare il suo ruolo istituzionale, arrivando persino a distinguere – nei suoi sproloqui sui sondaggi – il gradimento personale da quello dell’intero governo; arrivando a confondere i problemi della giustizia con i suoi problemi giudiziari; arrivando a sostituire i rapporti diplomatici tra Stati sovrani con la politica del cucù, di cui il Nostro è contemporaneamente attore e regista; arrivando a tollerare malamente – come ha notato nei giorni scorsi lo stesso presidente della Camera, suo alleato – la presenza di altre istituzioni, percepite come un ostacolo alla propria azione di governo. Tutto ciò lo sappiamo, lo abbiamo sempre detto e continueremo a ripeterlo, senza sentirci per questo antiberlusconiani: al centro delle critiche c’è sempre il comportamento istituzionale, mai la persona. Eppure – perché c’è un eppure – a volte noi cadiamo nello stesso errore che rimproveriamo al premier: quello di ridurre l’opposizione ad una guerra contra personam, come se al governo Berlusconi ci fosse andato con un colpo di Stato e non con 15 milioni di voti che dobbiamo rispettare. Di più: con 15 milioni di elettori che, almeno in parte, dobbiamo convincere, se non vogliamo passare il resto della nostra vita all’opposizione. E così, ad esempio, le Mille piazze mi hanno convinto molto più del No B day, che – per quanta buona fede avessero i suoi partecipanti – aveva commesso l’errore imperdonabile di sbagliare titolo, mettendo al centro della nostra azione politica la solita B. Che ieri si è presa una statuetta in faccia, ed ora se ne sta in ospedale con diverse fratture, mentre il teatrino della politica gli balla intorno. Il Pdl, è chiaro, ci sguazza e ci sguazzerà ancora a lungo: la foto del premier insanguinato vale una milionata di voti, la notizia che lo psicopatico era un elettore Pd ne vale altri 200 mila, le dichiarazioni a caldo di Di Pietro (smentito dal suo stesso capogruppo alla Camera, Donadi) almeno altrettanti, e così via. Formigoni ha iniziato e finito la sua campagna elettorale con lo speciale Tg1 di ieri sera: a questo punto, o si trova un candidato Pd che si faccia sprangare da uno psicopatico di destra oppure la Lombardia va al Pdl di diritto, senza passare per la noiosa formalità della chiamata alle urne. Capezzone lo ha già detto: la mano di Tartaglia l’abbiamo armata noi. La statuetta del duomo gliel’ha data Tettamanzi, aggiungerà presto la Lega. Ma pure il popolo di sinistra, mannaggia la miseria, non è che ci stia dando una mano: quella mia nota su Facebook ieri sera è stata sommersa dagli insulti, tutti ruotanti attorno al concetto di inciucio. Difendevo Berlusconi, insomma, perché volevo tenermi stretta la poltrona. Non capivo, invece, che si è trattato di un gesto comprensibile, perché “chi semina odio raccoglie tempesta”, come molti hanno scritto anche sulla bacheca del neonato fan club di Tartaglia. A proposito: durante l’ultima manifestazione dei lavoratori ex Eutelia, in piazza dell’Esquilino, ho visto con i miei occhi Di Pietro prendere il megafono e dire che “se capita  qualcosa di brutto, se capitano violenze, io vi capisco, perché siete esasperati”. Ma per fortuna quei lavoratori, che avevano scelto fino ad allora la strada della responsabilità, non lo hanno preso sul serio. Molti dei nostri elettori, invece, continuano a dargli ragione, attaccando il Pd perché ha dimostrato di essere, in queste ore, una forza politica matura. La dico tutta: e se cambiassimo gli elettori, anziché cambiare noi?