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C’è bisogno di cattolici

Sulla Stampa di oggi, Enzo Bianchi – priore della Comunità di Bose – ha scritto una riflessione che avrei voluto scrivere io, per commentare l’invito del cardinale Bagnasco ad una nuova generazione di politici cattolici. Si intitola “C’è bisogno di cattolici in politica” e racconta, senza saperlo, molto di me, della mia storia, del mio impegno quotidiano al servizio delle istituzioni. Se avrete voglia di leggerla fino in fondo – ve ne estrapolo la parte più significativa – capirete meglio che cosa mi anima davvero.

Almeno dalla nascita della repubblica, la politica nel nostro Paese ha conosciuto la presenza attiva di cittadini cattolici che, ispirati dalla loro fede e accompagnati dalla dottrina sociale della chiesa, hanno saputo offrire un contributo determinante alla costruzione della democrazia. L’idea di un’Europa unita, la difesa dei diritti della persona, la lotta per la libertà, l’affermarsi della solidarietà sociale hanno avuto tra i loro ispiratori e propulsori convinti i laici cristiani. Soprattutto i cattolici italiani avevano la consapevolezza che la politica potesse essere «l’espressione più alta della carità», secondo la parola di Pio XI e che, quindi, fare politica fosse per loro non solo un diritto, ma soprattutto un dovere. Una consapevolezza, questa, che nasceva dall’essere cittadini, appartenenti alla societas, intesa soprattutto come communitas: in questa ottica la politica appare per il cristiano una vocazione che esclude evasioni dalla storia e propugna uno sforzo arduo e costante per calarsi sul terreno delle realtà concrete e compiere azioni che siano nello stesso tempo, come ricordava Zaccagnini, «coerenti con le ispirazioni e gli ideali e compatibili con la realtà». Forte di questa appartenenza alla polis e distinguendo tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, il cristiano opera nella società assieme agli altri cittadini, non imponendo la propria fede, ma animato e guidato da essa.
All’origine dell’impegno sociale deve essere presente un autentico interesse per la persona e la comunità, in modo che siano armonizzate autorità e libertà, iniziativa personale e solidarietà di tutto il corpo sociale, la necessaria convergenza e la feconda diversità. «Merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto», ha scritto Dag Hammarskjöld, un cristiano divenuto segretario generale dell’Onu. In questo senso, la politica per un cristiano è innanzitutto servizio alla giustizia e alla collettività: è questa la parola più eloquente per indicare il rapporto del cristiano con gli altri, a livello personale come a livello sociale. Servizio, cioè rinuncia al dominio, all’oppressione, per un atteggiamento che sa vivere il rispetto della persona e l’affermazione dei suoi diritti inalienabili fino a volere, scegliere e operare per il bene dell’altro e della comunità. Per un cristiano in politica vale il monito rivolto da Gesù ai suoi discepoli nel metterli in guardia dal comportarsi come «i dominatori delle nazioni»: «
Non sic in vobis! Non così tra voi!». Rinuncia, quindi, a comportamenti mondani che schiacciano gli altri, li strumentalizzano e in nome di una egolatria che genera solo alienazioni e schiavitù.
Ma oggi, occorre riconoscerlo con franchezza, i «cattolici» in politica – a parte qualcuno che resiste in una solitudine non sempre riconosciuta – sembrano afoni, incapaci di mostrare la loro ispirazione e di avere la fede e il vangelo come motivazione profonda del loro operare, mentre assistiamo addirittura al fenomeno di non credenti che urlano a nome dei cattolici. Gli ultimi due decenni, soprattutto, hanno visto una sempre minor influenza dei cristiani e una crescita dell’afasia fino quasi all’irrilevanza di quanti, pur presenti nei vari partiti, non sanno farsi ascoltare. Si tratta di una perdita per tutta la società: mancando il contributo dei cattolici si rischia di leggere la politica, anche dopo la fine delle ideologie e a prescindere da qualsiasi degenerazione, soltanto come amministrazione tecnico-economica.

Chi avesse voglia e tempo si vada a leggere, ora, una mia riflessione pubblicata da Formiche un annetto e mezzo fa: capirete poi perché uno si deprime, quando vede che ormai la difesa dei valori cristiani – espressione che mi piace poco, ma tant’è – è staata appaltata definitivamente agli atei devoti.

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Parla la Caritas

Speriamo che almeno i numeri mettano a tacere le chiacchiere: il rapporto Caritas, che in assoluto è lo studio più approfondito compiuto in Italia sul tema dell’immigrazione, spiega già dal sottotitolo (“Dati, interpretazioni e pregiudizi”) che la propaganda è cosa diversa dalla realtà. La relazione tra immigrazione e criminalità, infatti, non esiste; ne esiste invece una tra criminalità e presenza irregolare nel territorio italiano: non perché i clandestini (parola che detesto) siano antropologicamente più portati a delinquere, ma perché la precarietà li rende più esposti al rischio. Prima di andare avanti, sento l’obbligo di precisare che garantire la sicurezza dei cittadini è fra gli obblighi principali di uno Stato: sembra una banalità ripeterlo, ma noi del Centrosinistra, in particolare da Firenze in giù, facciamo storicamente fatica ad ammettere  (ricordate la mia teoria della zanzara?), mentre Pdl e soprattutto Lega ne hanno fatto il loro baluardo. Alle dichiarazioni di principio non sono poi seguiti i fatti  – stamattina 30 mila poliziotti hanno marciato in corteo contro il governo di Centrodestra, che è un po’ come se le suore manifestassero contro l’Udc – ma nel Paese se ne sono accorti in pochi: il problema, per l’opinione pubblica, non sono i tagli alle forze dell’ordine, ma gli immigrati. La Cei ci va giù durissima, come poche altre volte dall’inizio della legislatura: il pacchetto sicurezza, dice una nota ufficiale dei vescovi italiani, “ha rafforzato il malinteso che sia fondato equiparare gli immigrati ai delinquenti”, mentre occorre “considerare gli immigrati come nuovi cittadini portandoli ad essere soggetti attivi e partecipi nella società che li ha accolti”. Passando naturalmente per la cittadinanza (i vescovi hanno richiamato espressamente “una recente proposta di legge”: vi ricorda qualcosa?), che è stata il centro dell’intervento di Gianfranco Fini, invitato dalla Caritas a commentare il rapporto. Ho sentito tutti gli interventi di Fini sul tema e potrei farne l’esegesi: mi rendo conto, dunque, quando c’è una sfumatura particolare, quando fra le righe si nasconde un messaggio diverso dal solito. Il messaggio che ho colto oggi è questo: sarà difficile che la Lega ceda sugli adulti, ed è altrettanto improbabile che il Pdl si prenda il rischio di forzare la mano fino al punto di rottura, per dar retta – tra l’altro – ad una proposta di legge bipartisan su un tema delicatissimo. D’altra parte, però, ci sono le condizioni per un compromesso sui minori, aprendo la strada al nostro ius soli temperato. Bisognerà vedere come temperarlo: l’ipotesi del completamento di un ciclo scolastico è già prevista nella Sarubbi-Granata per i bambini che arrivano qui da piccoli, mentre chi nasce in Italia può anche diventare cittadino subito se i suoi genitori vi soggiornano legalmente da almeno 5 anni. La soluzione, insomma, non è lontanissima: il fatto che esca allo scoperto Fini (reduce, lo ricordo, da incontri con Berlusconi e Bossi) mi fa sperare che, prima o dopo le Regionali, possa sbloccarsi qualcosa.

Burattino senza fili

Non so cosa voglia dire l’aggettivo ruiniano, ma credo che il primo a dolersene sarebbe il cardinale Ruini, se leggesse l’articolo che Italia oggi ha scritto su di me. Intanto, perché c’è una ricostruzione della mia candidatura che è esattamente l’opposto di come sono andate le cose: non solo il cardinale Ruini non ha mai caldeggiato la mia messa in lista, ma credo che – se avesse potuto – mi avrebbe pure legato ad una sedia per impedirmelo, perché ad un anno e mezzo di distanza posso raccontare tranquillamente che la mia candidatura nel Pd provocò più di un imbarazzo alla Chiesa cattolica italiana. Un imbarazzo comprensibilissimo, devo riconoscerlo: ero il volto di A sua immagine, la trasmissione cattolica di Raiuno prodotta in convenzione con la Cei, e c’erano tanti altri credenti candidabili, magari più “organici” di me e decisamente meno “chiassosi” da un punto di vista mediatico. Ma io ero determinato ad accettare la proposta di Francesco Rutelli (avallata da Walter Veltroni) e dalla Cei non ricevetti nessuna telefonata per sconsigliarmelo, a testimonianza – se mai ce ne fosse bisogno – che questa vulgata dei burattini cattolici tirati per i fili dai vescovi non corrisponde al vero. Il secondo errore sta nell’espressione “di successo” (sono sempre un peón, come mi ha ricordato il ministro La Russa), ma la prendo come un augurio e me la tengo stretta. Leggetevi l’articolo di Franco Adriano e poi, se volete, commentate.

C’è un ruiniano di successo nel Pd
Su ispirazione del presidente Cei e tramite Rutelli era passato da Rai1 alla Camera
Sarubbi non sembra scontare il peccato di origine come la Binetti

Sarà per ragioni di età o per il suo appeal da conduttore televisivo («A sua immagine», Rai1) decisamente superiore a quello di Paola Binetti. Ma nel Pd c’è un seguace del cardinale Camillo Ruini che non sconta il peccato di origine, ma che anzi ha un gran successo nel partito. Si chiama Andrea Sarubbi. È deputato come la Binetti grazie all’ispirazione dell’ex presidente della Cei e il tramite di Francesco Rutelli. E sta imparando a muoversi bene in politica. Gli sono di certo serviti il liceo classico dai gesuiti, una tesi sul paragone tra la Lega nord ed il Fronte dell’Uomo qualunque («pubblicata mi ha fatto vincere un premio letterario»), i passaggi in radio Vaticana e in Rai. Solo Rosy Bindi sembra non dimenticare da dove proviene e non gliene passa una. L’altro giorno, quando ha organizzato un pranzo vegetariano a Montecitorio per sostenere il suo progetto di legge: «Norme per la tutela delle scelte alimentari vegetariana e vegana», l’esperimento è andato molto bene. «Al di là di qualche sfottò», ha confessato sul suo blog, «dei carnivori più accaniti (Rosy Bindi in testa)». Che deve esserselo sbranato. Tuttavia, lui appare più abile della Binetti a non cadere nelle trappole politiche che continuano a essere tese a quelli come lui. Sì, sull’omofobia si è smarcato dall’esponente appartenente all’Opus Dei sul voto in aula, ma un secondo dopo si è lanciato in sua difesa. Ancora dal suo blog. «Nonostante la nostra amicizia», si legge, «Paola Binetti non mi cita tra i parlamentari a lei più vicini (in una intervista al Corriere della Sera ndr), e so benissimo che non si tratta di una scortesia: il voto sull’omofobia, tanto per fare un esempio, ha mostrato che, su alcuni temi, tanto vicini non siamo». Una scelta opportunistica del tipo: la Binetti affonda ed è utile non affondare con lei? Forse anche. Ma Sarubbi non esita a pigliarsela con tutti e tre i candidati segretari del Pd: «Nel giro di pochi minuti, Paola Binetti è diventata un’arma congressuale da puntare contro la mozione avversaria» ha rilevato Sarubbi, «attacchi a Franceschini da Marino e Bersani, Dario non vuole la patata bollente e minaccia l’espulsione, lei dice che allora voterà Bersani ed improvvisamente i franceschiniani si ringalluzziscono, mentre i bersaniani usano toni più concilianti e Marino continua a picchiare. Ma siamo scemi, signori miei»? Il nuovo prototipo del ruiniano nel Pd, dunque, appare più conciliante, ma non lo è. E tra un ex comunista, un ex democristiano e un laico estremo, non ci sono dubbi. Basta leggere la riflessione di Sarubbi dopo il confronto dei tre candidati segretari, ieri, su Youdem tv. «Se avessi avuto qualche dubbio su chi votare alle primarie», ha scritto ieri sera, «la diretta di oggi su Youdem me lo avrebbe tolto dopo un quarto d’ora: il tempo di sentire Bersani prendere a calci l’articolo 67 della Costituzione, in nome della disciplina di partito, e Marino ripetere la famigerata frase del Lingotto sul «chi non si sente laico dentro può anche fermarsi un giro e stare a casa». Mai come oggi, ho avuto chiaro che la mia scelta per Dario Franceschini è anche un atto di legittima difesa: chiunque vincesse degli altri due, infatti, mi toglierebbe il diritto di votare (come ho fatto e rifarei) contro il mutuo ventennale da 4 miliardi di euro per Gheddafi, o di astenermi (come ho fatto e continuerò a fare) sulle missioni internazionali fino a quando non aumenteranno i fondi per la cooperazione, o di dissentire dalla maggioranza del partito (come non ho ancora fatto ma potrei fare) su alcune delicatissime questioni etiche».

Annotazione a margine: avete visto quante citazioni dal blog? Vuoi vedere che, piano piano, tutta questa faticaccia comincia a dare frutto?

Non c’è peggior sordo

Non ho la rabbia di molti, che oggi sui giornali accusano il governo di avere detto “sì ai vescovi e no agli studenti”. Forse perché reputo un atto dovuto il ripristino dei fondi alle scuole non statali (attenzione: non statali), così come ritenevo uno scempio il loro taglio qualche giorno fa. Il problema non è, infatti, scegliere fra i vescovi e gli studenti, ma garantire un servizio pubblico a tutti: le scuole non statali (cioè le paritarie, fra le quali molte cattoliche, ma anche le comunali) arrivano lì dove lo Stato non riesce ad arrivare e dunque è giusto che il loro servizio pubblico venga riconosciuto. Se privatizzo il gruppo Tirrenia, tanto per fare un esempio, ho due possibilità: o lascio la gestione interamente alla volontà dei privati – che quindi, divenendo i nuovi proprietari, sceglieranno quante corse fare e soprattutto quali – oppure lego questa privatizzazione ad alcune regole, per garantire agli abitanti di Procida la possibilità di andare a lavorare a Napoli alle 7 del mattino e di tornare a casa alle 22 pure a novembre. È un servizio pubblico anche questo, nonostante sia gestito da privati, e come servizio pubblico va trattato: i proprietari del gruppo Tirrenia sottoscrivono una convenzione con lo Stato e ricevono contributi pubblici in cambio dell’impegno ad assicurare ai cittadini anche le corse “fuori mercato”. Lo stesso discorso vale per le scuole non statali: tanto gli asili comunali quanto le elementari delle suore,  per esempio, sono in molte zone d’Italia l’unica ancora di salvezza per milioni di famiglie; offrono dunque un servizio pubblico, al pari (non a caso si chiamano scuole paritarie) degli asili e delle elementari statali, ed hanno l’obbligo di rispettare regole precise (i giorni di lezione in un anno, le ore a settimana, i programmi, i criteri di valutazione…) uguali per tutti. Affermare dunque, come fa un ex docente della Sapienza su Repubblica di oggi, che “gli istituti privati dovrebbero finanziarsi facendo leva sulle regole di mercato” è una fesseria abnorme, perché se così fosse – ritorno al paragone di poco fa – gli abitanti di Procida avrebbero il traghetto per Napoli solo da giugno a settembre, quando ci sono i turisti, e farsela in gommone d’inverno non è proprio il massimo. Detto questo, torniamo al punto di partenza: il governo ieri non ha detto “sì ai vescovi e no agli studenti”; ha detto “sì ai vescovi e no ai partiti dell’opposizione”, visto che avevamo presentato in Aula emendamenti volti a ripristinare questi fondi per le scuole non statali e che la maggioranza, naturalmente, ce li ha bocciati. Ci abbiamo provato anche con un ordine del giorno: niente. Poi la Cei ha alzato la voce – mi era giunta notizia addirittura di una protesta clamorosa, con possibile coinvolgimento delle parrocchie – e Berlusconi se l’è fatta sotto. La cosa che mi turba di più non è che abbiano dato retta alle sacrosante ragioni della Chiesa, ma che ancora una volta non abbiano dato retta a noi per puri motivi ideologici: sono sordi a priori, non ci sentono dall’orecchio sinistro, e qualsiasi cosa diciamo la rifiutano solo perché l’ha detta il Pd.