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L’altra Italia

Ogni tanto capita pure di vincere, ed oggi è capitato. Lasciamo perdere il valore della vittoria, perché una mozione a Montecitorio sta all’ordinamento italiano come una partita di Coppa Italia sta alla Champions’ League, e concentriamoci sul risultato: 269 a 257, la Camera approva. Si parlava di politiche per il Mezzogiorno, un argomento scomparso dal dibattito politico e probabilmente anche dagli interessi dell’italiano medio: “Ho sei cose nella mente e tu non ci sei più, mi dispiace” (Zucchero, Hey man, 1987). Era stato l’Mpa a sollevare il tema, probabilmente per cercare di uscire dal cono d’ombra di Pdl e Lega alla vigilia delle Regionali e per punzecchiare un po’ gli alleati di maggioranza, dopo la crisi in Sicilia: una mozione scritta in punta di penna, tutta in tono propositivo, che però – tra una riga e l’altra – lasciava trasparire l’insoddisfazione per le promesse non mantenute. Lotta al lavoro nero, reimpiego dei lavoratori espulsi dal ciclo produttivo tramite incentivi alle imprese, servizi pubblici più efficienti, un piano straordinario di formazione professionale: le richieste dell’Mpa erano altrettanti buchi nell’azione di governo attuale, e la stessa proposta di gabbie salariali avanzata da Sacconi veniva associata al rischio di “un mero vantaggio competitivo per imprenditori poco affidabili”, per giunta sulla pelle dei lavoratori. Vale la pena litigare ancora con gli uomini di Lombardo, proprio in campagna elettorale? No, naturalmente. Ed allora, con i voti di tutta l’Aula, la mozione dell’Mpa passa senza problemi. Poi, però, tocca a quella del Pd, firmata anche da me, ed i toni cambiano: accusiamo il governo di avere assunto finora “una strategia sostanzialmente meridionalista”, tanto da aver “azzerato ogni intervento a favore del Mezzogiorno, sia in termini di risorse stanziate che di strumenti specifici”. Nella finanziaria 2010 non c’è traccia del Sud, ricordiamo, prima di denunciare il continuo furto del Fas, che ha tolto al Sud 35 miliardi di euro, e di smascherare le responsabilità di Tremonti: il ministro è colpevole di “una miope politica di tagli per gli imprenditori meridionali” che ha “annullato l’operatività del credito d’imposta per i nuovi investimenti”, di aver tagliato i fondi per la scuola “quasi esclusivamente al Sud” e di non avere fatto nulla per contrastare l’emigrazione dei giovani. Questo passaggio merita di essere letto, perché fa riflettere:

“Dal rapporto Svimez 2009 emerge che ogni anno 300 mila giovani meridionali abbandonano il Sud per cercare fortuna altrove. Di questi, quasi uno su due deciderà di non tornare più a casa, La fuga dal Mezzogiorno avviene in due tempi. La prima emorragia coincide con la scelta del corso di studi: al momento dell’iscrizione all’università un ragazzo su quattro decide di frequentare un ateneo del Centro-Nord. La fuga decisiva è connessa con la ricerca di un posto di lavoro: a tre anni dal conseguimento della laurea, oltre il 4 per cento dei giovani meridionali occupati lavora al Centro Nord. L’aspetto più allarmante di questa nuova migrazione interna sta nel fatto che coinvolge i giovani culturalmente e professionalmente più attrezzati: il 40 per cento dei laureati meridionali che hanno trovato lavoro al Nord si è laureato infatti con il massimo dei voti;
le dinamiche relative all’emigrazione dal Sud al Nord sono l’effetto più evidente dello stallo del sistema sociale e produttivo del Mezzogiorno. Se i ragazzi vanno via è perché il sistema delle imprese meridionali non è in grado di competere con quello settentrionale quanto a capacità di assorbire forza lavoro altamente qualificata. Un gap al quale si aggiunge uno squilibrio vertiginoso nei sistemi di transizione scuola-lavoro e nei livelli del servizio sociale. Questo quadro condanna oggi il Mezzogiorno ad essere il maggiore fornitore di risorse umane delle zone forti del Centro Nord;
il fenomeno dell’emigrazione interna si traduce anche in un’allarmante emorragia economica dalle fasce e dalle zone deboli a quelle forti del Paese. Tra tasse universitarie e integrazioni alle magre buste paga che i ragazzi percepiscono per molti anni dopo aver finito il corso di studi, ogni anno dal Sud al Nord si spostano non meno di 2 miliardi di euro. Così il Mezzogiorno si trova a dover pagare un dazio insieme economico e culturale, che inverte letteralmente la storica logica delle «rimesse». Per uscire da questa condizione occorre agire su due nodi fondamentali: lo sviluppo del comparto produttivo del Sud e l’implementazione di efficaci strumenti di raccordo tra le università e il mondo del lavoro”.

Se approvata, la nostra mozione avrebbe impegnato il governo a tre cose:

– a finanziare in piano volto a inserire nel mercato del lavoro almeno 100 mila giovani diplomati e laureati delle otto regioni del Mezzogiorno mediante stage presso imprese private, a tal fine prevedendo un compenso mensile a carico dello Stato per un periodo non inferiore a sei mesi, cui aggiungere un incentivo di 3.000 euro a favore dell’azienda in caso di assunzione a tempo indeterminato;
– a reintegrare le risorse impegnate del Fondo per le aree sottoutilizzate per destinarle a un programma mirato al rilancio del tessuto produttivo meridionale e, conseguentemente, dei livelli occupazionali del Mezzogiorno, ripristinando a tal fine un meccanismo di fiscalità di sviluppo concreto ed efficace quale è l’automatismo del credito d’imposta per i nuovi investimenti nel Mezzogiorno;
– a predisporre in tempi rapidi un piano organico di riforma degli ammortizzatori sociali, che includa lavoratori a progetto, parasubordinati, lavoratori atipici e le altre categorie contrattuali attualmente escluse da ogni copertura, garantendo almeno il 60 per cento del reddito percepito nell’ultimo anno.

Alla fine, come dicevo, li abbiamo mandati sotto: quel periodo ipotetico di cui sopra si è realizzato, contro ogni previsione. Erano voti dell’opposizione, d’accordo, ma la lettura politica non cambia: la Camera ha giudicato in maniera molto negativa l’azione del governo per il Sud e lo ha impegnato formalmente a porvi rimedio. Voi mi risponderete che un governo come questo, incapace di rispettare pure gli accordi presi in sede Onu, con le mozioni del Parlamento ci si soffia il naso. Ed io non potrò darvi torto. Ma questo è un altro discorso.

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Il ribaltone

Li abbiamo mandati sotto sulla cittadinanza ai minori. Li-abbiamo-mandati-sotto-sulla-cittadinanza-ai-minori: me lo ripeto, perché ancora non ci credo. Roba di poco conto ai fini parlamentari – un semplice parere consultivo da parte di una Commissione – e prevedo già il commento di alcuni di voi: ce l’abbiamo fatta perché contava poco, ma se fosse stato un voto importante non avremmo toccato palla. Invece no, perché quello che ho visto ieri in Commissione Cultura (sì, sempre quella: ogni volta che ci metto piede, succede qualcosa) è un antipasto di ciò che potrebbe accadere in Aula, quando la cittadinanza arriverà per l’esame finale. Premessa: ogni legge è affidata ad una Commissione (in alcuni casi anche a due, in seduta congiunta), ma prima di arrivare in Aula ha bisogno dei pareri di tutte le Commissioni interessate dal provvedimento. Il testo sulla cittadinanza interessa anche la Cultura, in almeno due aspetti: il corso di integrazione, con il famoso test finale, e la possibilità o meno che diventino cittadini italiani i minori che abbiano frequentato le nostre scuole. Volete sapere chi è il capogruppo del Pdl in Commissione Cultura? Fabio Granata, che si è trovato ieri nella difficile condizione di tenere insieme le proprie convinzioni personali con il ruolo istituzionale ricoperto. Fabio ha svolto questo compito con intelligenza, dando parere favorevole al testo unico della Bertolini (cosa su cui sarebbe personalmente contrario) ma subordinando questo parere favorevole a due condizioni: il fatto che si ponga un limite temporale alle procedure amministrative (problema posto dalla stessa relatrice) e lo ius soli temperato. In pratica, Fabio ha copia-incollato un pezzo della nostra proposta di legge, definendo necessario “che i minori nati in Italia o che abbiano completato un ciclo di studi in Italia, da genitori non italiani legalmente residenti in Italia da almeno cinque anni, siano riconosciuti cittadini italiani”. Apriti cielo: la Lega è insorta e nel Pdl si sono aperte contestazioni, tanto che ad un certo punto è arrivato Bianconi a minacciare Fabio, e dopo di lui si è precipitata in Cultura la stessa Bertolini, alquanto infuriata. In segno di dialogo, noi abbiamo chiesto la votazione per parti separate: eravamo contrari al testo Bertolini, ma le condizioni poste da Fabio (ed in particolare la seconda, quella sui minori) ci trovavano d’accordo. Alla fine, il Pdl si è spaccato in due: la stessa presidente della Commissione Cultura, Valentina Aprea, ha ammesso che i minori “sono una specie diversa” e dunque vanno considerati con un metro differente. Abbiamo votato e la linea del buonsenso ha prevalso: il parere della Cultura è dunque favorevole al testo, ma solo a condizione che si apra allo ius soli temperato di cui parlava proprio la nostra proposta di legge bipartisan. Anziché prendere atto della spaccatura interna e cominciare a pensare ad una soluzione condivisa, nel Pdl si è aperta la caccia all’uomo, per individuare chi avesse votato con noi e con Fabio Granata: in tutto, ben 7 su 13 (addirittura 7 su 10 se consideriamo i 3 astenuti). Verranno probabilmente richiamati all’ordine ed intimoriti per benino, ma credo che non basterà: la sensazione a pelle – solo a pelle, per ora – è che sui minori il ribaltone sia possibile. Spero che lo capiscano anche i leader del Pdl: se non si impegneranno a farci pervenire qualche proposta decente, ci rivedremo in Aula. Dove tutto può succedere.

In alto mare

Abbiamo accettato di ritirare gli emendamenti al testo base sulla cittadinanza che avevamo presentato in Commissione Affari Costituzionali: li ripresenteremo in Aula a gennaio. Lo abbiamo deciso per evitare che il dibattito venisse strozzato oggi in 10 minuti e che la maggioranza votasse contro a priori, scegliendo in base alla tattica politica anziché in base al merito della questione. In cambio, abbiamo ottenuto dalla maggioranza stessa – e dal presidente della Commissione, Donato Bruno – la garanzia che a gennaio dedicheremo una giornata intera di lavori alla ricerca di spazi di mediazione, perché nonostante tutto neppure i miei colleghi del Pdl sono totalmente convinti del testo base presentato dalla relatrice, Isabella Bertolini. Due sono le grandi questioni che abbiamo posto, e sulle quali ci attendiamo dalla maggioranza risposte serie: la prima è appunto quella della cittadinanza ai minori, che non si può liquidare con la scusa della scelta responsabile; la seconda è quella della certezza dei tempi, perché – come dicevo pure l’altro giorno – annunciare che le pratiche amministrative possono durare al massimo due anni è cosa lodevole, ma devi anche spiegarci come intendi riuscire a far rispettare questo termine, o almeno lavoriamoci insieme, perché al momento ci sfugge. Previsioni mie? Che alla fine la legge uscita da Montecitorio sarà diversa dal testo Bertolini, anche se probabilmente – per non spaccarsi prima delle Regionali, per non fare un piacere a Fini in un momento così delicato e per non regalare voti alla Lega – la maggioranza deciderà di tirarla un po’ per le lunghe. Detto questo, per raccontarvi un po’ come è andata la discussione di questi due giorni sul complesso degli emendamenti voglio partire dal mitico Fabio Garagnani, così immerso nel ruolo di guardia svizzera che sembra l’imitazione televisiva di un teocon: oggi ci ha accusato di sottovalutare “la difesa della nostra tradizione culturale (e spirituale!) giudaico-cristiana” ed un po’ a denti stretti ha detto sì ai 10 anni di residenza presenti nel testo Bertolini, perché lui ne preferiva 15. La stessa Lega, al confronto, sembra moderata, quando annuncia – come ha fatto Manuela Dal Lago, ieri sera stracciata in tv dalla mia amica Sumaya – di respingere la mediazione proposta da Italo Bocchino, vicecapogruppo Pdl e punto di mediazione fra berlusconiani e finiani: otto anni di residenza, cinque per cominciare le pratiche con il test. Sugli altri interventi vado per sommi capi: l’Udc ha ribadito che gli altri Paesi europei hanno ritoccato i termini in basso, mentre l’Italia è rimasta ferma su ius sanguinis e 10 anni; l’Idv ha definito il testo “inaccettabile”, dicendosi però disponibile al dialogo per modificarne almeno i punti peggiori; il Pd ha ribadito che, anziché cercare una soluzione condivisa come richiederebbe una riforma così importante, la maggioranza ha cercato soltanto un accordo al proprio interno. La premiata ditta Sarubbi-Granata – che aveva presentato alcuni emendamenti bipartisan, nello spirito della pdl 2670 – si è divisa i compiti: a Fabio il discorso politico, a me quello tecnico. Lui ha cercato di spiegare i suoi che perseguire l’obiettivo della sicurezza non significa combattere l’integrazione, invitando Pdl e Lega a non lottare per superarsi nella durezza; io ho evidenziato la necessità di alcune modifiche concrete, soffermandomi in particolare sulla necessità di calcolare gli anni (che siano 5, 7, 8 o 10) dall’inizio del soggiorno legale e non dall’acquisizione della residenza, perché questa è spesso una variabile impazzita. Ma non vi tedierò di più: avete già capito l’essenziale, e cioè che siamo ancora in alto mare.

Ritrosie profonde

Torno sul dibattito di ieri, perché l’urgenza della cronaca mi ha permesso di riportarvi solo i fatti. Mancavano le opinioni, che nel dibattito politico non sono meno importanti, e così oggi vi racconto come è andata la discussione in Commissione, perché possiate farvi un’idea del motivo per cui il testo unico votato ieri da Pdl e Lega esclude dalla cittadinanza i minori stranieri nati e cresciuti in Italia. Lo status di cittadino – afferma Isabella Bertolini, la relatrice – è così importante che solo un maggiorenne può decidere al riguardo: “imporre la cittadinanza ad un ragazzo che non sa neanche votare – chiosa il leghista Raffaele Volpi – è aberrante”. Il verbo “imporre” non è casuale, perché nella discussione è emerso più di una volta: ad un certo punto, Maurizio Bianconi (Pdl) ci ha addirittura definito “sciovinisti”, perché – udite, udite! – se diamo la cittadinanza italiana ad un bambino figlio di stranieri dimostriamo di “credere che la cittadinanza italiana sia migliore delle altre”. Ho provato ad obiettare, nel mio intervento, che probabilmente i miei colleghi non avevano mai parlato con un ragazzo della seconda generazione e li ho incoraggiati a farlo, per capire che il problema è di solito quello contrario. Ma nulla poteva scalfire le loro tesi preconfezionate, che in almeno un paio di occasioni hanno fatto venire a galla ritrosie più profonde. Mi viene in mente, ad esempio, il passaggio in cui Beatrice Lorenzin (Pdl) ha detto che “mentre noi pensiamo di concedere la cittadinanza alle seconde generazioni, in Francia e Gran Bretagna non hanno ancora risolto i problemi di integrazione delle terze”; oppure quello in cui Volpi, rispondendo alla mia domanda sui ragazzi del cricket (“Vi pare normale che il capitano della Nazionale italiana under 15, campione d’Europa con la maglia azzurra, non possa essere cittadino italiano?”), ha ammesso di sentire molto più vicino a sé l’anziano del palazzo accanto che va a giocare a bocce. Nel primo caso, quello della Lorenzin, si è capito che il vero problema del Pdl è la sfiducia nell’integrazione; nel secondo caso, quello di Volpi, si è avuta la prova che la conformazione mentale della Lega è quella della guerra tra poveri, in cui il diritto riconosciuto allo straniero toglie sempre qualcosa al padano. Se questi sono i presupposti, allora, capite da soli quanto sia difficile discutere. Ma per fortuna, nonostante la posizione ufficiale sia così chiusa, nella maggioranza non mancano le voci critiche: i finiani non fanno notizia, d’accordo, ma Gaetano Pecorella sì. L’avvocato di Berlusconi non è certamente un uomo sospettabile di tramare alle spalle del premier, di cercare una propria visibilità personale, di prepararsi un futuro politico; eppure, dopo aver letto il testo unico preparato dalla Bertolini, ci è andato giù pesante, obiettando che “non si può equiparare chi viene qui da adulto, con una sua storia, rispetto a chi nasce qui”. Ha rimarcato che, senza la cittadinanza, un bambino nato in un nostro ospedale e cresciuto in una nostra scuola è destinato a sentirsi sempre uno straniero; ha ricordato che un provvedimento come questo cambia la vita delle persone, per cui non può essere vittima di approcci ideologici; ha citato, infine, il diritto alla felicità previsto dalla Costituzione americana, spiegando che “qualunque legge che crea infelicità è una legge sbagliata”. E qui mi è partito l’applauso solitario, nel silenzio generale.

Cominciamo male

Dopo un anno abbondante di discussione ed una valanga di proposte di legge in materia – una quindicina, se non erro, tra le quali la nostra bipartisan – in Commissione Affari Costituzionali si è scelto oggi il testo base, che tra poco (dopo l’esame e la votazione degli emendamenti) arriverà in Aula. Il compito di prepararlo spettava alla relatrice, Isabella Bertolini, che ha scelto la linea del low profile: un testo secco, di soli 5 articoli, costruito intorno all’esigenza di compattare il Pdl intorno ad una linea conservatrice e di rassicurare la Lega. L’articolo 1 è una doccia fredda, che in poche righe riesce ad ammazzare i sogni di 862 mila minori stranieri: una coltellata all’Anolf, una mazzata in testa alla rete G2, una scarica elettrica a tutte quelle associazioni che cercano di dar voce ai nuovi italiani. Se sei nato in Italia, vi si legge, non diventi comunque italiano prima dei 18 anni; nel frattempo, devi aver risieduto qui senza interruzioni e frequentato con profitto le scuole dell’obbligo. Se ci sei arrivato da piccolo o piccolissimo, peggio per te: non rientri nella casistica, dunque farai il test come gli adulti. O forse no, perché su questo punto – e su molti altri – la legge non è chiara: in alcuni casi, dice, ci possono essere esoneri dal test, ma sarà il ministero dell’Interno a decidere le circostanze, con un apposito regolamento attuativo. Il test, lo avrete capito, è quello di “conoscenza della lingua, della storia e della cultura italiana ed europea, dell’educazione civica e dei principi della Costituzione italiana”: lo puoi fare al termine di un corso obbligatorio, della durata di un anno, frequentabile da chi ha già 8 anni di residenza. La procedura amministrativa – spiega la legge, ed è uno dei suoi meriti – non può durare più di due anni e 4 mesi: prepari i documenti ad 8 anni, ti devono rispondere per forza entro 4 mesi, parti con il test e nel giro di altri due anni diventi cittadino italiano. Ma non dice, la legge, cosa accade a chi non supera il test, né – mancanza ancora più grave – cosa accade se la burocrazia va per le lunghe: l’ideale da un punto di vista pratico sarebbe il silenzio-assenso, ma lasciare la concessione della cittadinanza ad un atto di silenzio dello Stato che ti accoglie è onestamente un controsenso simbolico. A proposito di simboli, l’articolo 4 prevede un giuramento sulla Costituzione, come anche nella Sarubbi-Granata, ma qui con un riferimento esplicito alla “pari dignità sociale di tutte le persone”: una frecciata all’Islam, nelle intenzioni della relatrice, ed al mancato rispetto della dignità della donna da parte di alcuni musulmani. I tre pregi del testo li ho già sottolineati: il fatto che non sia una legge a costo zero (ed è bene che Tremonti lo sappia dalla sua stessa maggioranza, perché quei corsi costano); la certezza di un termine burocratico (con tutti i difetti di cui parlavo, d’accordo, ma una soluzione si troverà); la possibilità di cominciare il cosiddetto “percorso di integrazione” in anticipo, rispetto ai 10 anni di residenza. Ma è comunque un testo deludente, molto deludente, nella parte più attesa: quella sui minori. Rispetto alla proposta bipartisan di ius soli temperato (sei cittadino alla nascita in Italia se vieni da una famiglia stabilmente soggiornante da 5 anni, ed in tutti gli altri casi diventi cittadino alla fine di un ciclo scolastico), questo testo unico è un passo indietro gigantesco: con la scusa di non voler imporre la cittadinanza a nessuno, ma di dare a tutti la possibilità di scegliere, si dimentica completamente l’importanza del senso di appartenenza, nella crescita di ogni adolescente. Continueremo a regalare cittadini alla terra di mezzo, a meno che – nella stessa maggioranza – qualcuno non si svegli dall’incantesimo padano e cominci a guardare in faccia la realtà: un autorevole esponente del Pdl oggi ci ha già provato, ma ve lo racconto domani. Si chiama Gaetano Pecorella, e non è certo un finiano.

Ostia c’è

Non è successo nulla, o forse sì. Non è successo nulla a livello parlamentare, perché il dibattito sulla cittadinanza è ancora tutto da aprire, ma politicamente quella di oggi è una giornata importante, anche se non ne parlerà nessuno. Dopo l’approvazione quasi scontata da parte del Comune di Modena, l’ordine del giorno sulla Sarubbi-Granata è arrivato stamattina a Roma, nella Sala Consiliare del XIII municipio. Che detta così sembra roba da poco, ma poi basta aggiungere che quel municipio ha più residenti di Brescia e Reggio Calabria – più di Parma e della stessa Modena, di Cagliari e Reggio Emilia, di Perugia e Livorno, di Foggia e Salerno – per dare alla notizia il peso che merita: stiamo parlando di una città delle dimensioni di Trieste, e questa città (come Trieste, appunto) è governata dal Centrodestra. Un test politico non da poco, insomma, che della Sarubbi-Granata ha seguito lo spirito bipartisan fin dall’inizio: l’ordine del giorno, che trovate qui e che vi consiglio di leggere per riproporlo altrove, era infatti firmato sia da esponenti del Centrosinistra che dal capogruppo Pdl. Per questo motivo – ed anche per il carico di affetti che nella mia vita riveste quel Municipio, dove sono cresciuto – ho chiesto ed ottenuto di essere presente al dibattito, esponendo la proposta di legge e spiegando lo spirito che la anima. La discussione è stata serena e di livello: al di là delle posizioni di partenza, ho notato in tutti uno spirito costruttivo. Anche in quelli più contrari, che – dopo aver studiato il testo comma per comma – mi hanno mosso una serie di obiezioni su alcuni aspetti: i tempi troppo brevi (ma si riconosceva, allo stesso tempo, che le attuali lungaggini burocratiche sono uno scandalo), la mancanza di una verifica della capacità contributiva (il mero reddito non era ritenuto sufficiente), la possibilità di ottenere la cittadinanza alla nascita se i genitori sono qui da più di 5 anni. A livello sociale, le paure mi sembrano essenzialmente tre: la prima è che gli immigrati tolgano diritti agli italiani in difficoltà (il discorso della guerra tra poveri è, a mio parere, il guaio peggiore dell’Italia di oggi); la seconda è il timore di essere colonizzati culturalmente (“Non vorrei creare cittadini – ha detto un consigliere del Pdl – che dopo un anno staccano il crocifisso dalle nostre classi”); la terza è che il sentirsi meno ospiti e più padroni di casa dia sfogo agli istinti peggiori, anziché integrare. Anche nel Centrodestra, però, erano più numerose le voci favorevoli: della proposta di legge è stato lodato innanzitutto lo spirito, ma anche l’attenzione per i minori, l’equilibrio tra diritti e doveri ed infine l’accento posto sulla cultura, come verifica per l’integrazione. Non vi riporto le riflessioni del Centrosinistra, che potete facilmente immaginare, ma ci tengo a raccontarvi il percorso speculare compiuto da due consiglieri, partiti da posizioni opposte: per il primo, del Pd, il nostro testo aveva delle norme troppo rigide e cattiviste; per l’altro, del Pdl, erano troppo morbide e buoniste. Mi hanno sentito parlare ed alla fine hanno capito il senso della proposta di legge, votando entrambi a favore. A proposito: subito prima della votazione, il Pdl ha chiesto la sospensione dei lavori ed ha tenuto un minivertice di maggioranza, al termine del quale il capogruppo ha deciso di dare libertà di voto. Risultato finale: 10 favorevoli (più il consigliere aggiunto Rahman, bengalese, quasi commosso), 3 contrari, un astenuto. E non finisce qui: Paolo Orneli del Pd e Salvatore Colloca del Pdl hanno in mente di inviare una lettera aperta a tutti gli altri 19 Municipi romani, al Consiglio comunale ed a quello provinciale, chiedendo loro di ripetere l’esperimento del dialogo. Che ad Ostia, a soli 28 km da Montecitorio, è riuscito benissimo.

La città invisibile

La Cisl condivide la nostra proposta di legge “dalla prima all’ultima parola”: ce lo ha ribadito oggi Raffaele Bonanni, in un convegno organizzato proprio per parlare della riforma della cittadinanza. C’erano i ragazzi dell’Anolf, giovani della seconda generazione impegnati nel sindacato, e c’era naturalmente la coppia di fatto Sarubbi-Granata, che secondo uno schema ormai rodatissimo si è divisa i compiti: Fabio fa l’uomo di cultura, con le sue citazioni classiche a profusione, mentre io faccio il giullare, con aneddoti e battute da osteria. L’onorevole Granata (messaggio promozionale: che si è finalmente degnato di aprire un sito) era già capace di incantare le folle parlando dell’ecumene federiciana come primizia del Rinascimento, ma oggi si è superato spiegando la distinzione nel mondo romano fra gens e civitas: la distinzione, cioè, tra una comunità unita dal vincolo del sangue ed un’altra comunità più ampia (la comunità politica), crocevia tra lingue, tradizioni e culture. Io, nel frattempo, mi divincolavo tra i numeri: ho capito, infatti, che sono l’unico modo per mettere a tacere il pregiudizio, e così mi sono messo a fare due calcoli. Nel 2008, dice l’ultimo rapporto Caritas, i minori stranieri residenti in Italia sono 862 mila: praticamente, la quinta città italiana, dopo Roma, Milano, Napoli e Torino ma davanti a Palermo. L’anno prossimo, di questo passo, anche Torino sarà scavalcata. Considerando solo i minori nati qui (e non quelli arrivati da piccoli o piccolissimi), sono attualmente 530 mila: per restare al paragone di prima, è la settima città italiana, dietro a Genova ma davanti a Bologna e Firenze. E sapete quanti bambini-non-cittadini-italiani sono nati nei nostri ospedali, solo nel 2008? 72 mila e passa, ossia circa 200 al giorno, 8 all’ora, 2 ogni quarto d’ora. Poi uno può inventarsi le teorie che vuole e dire – come fa la fondazione Magna Carta – che oggi l’immigrazione non è più stanziale, ma alla fine i numeri sono numeri e tanti saluti a tutti. A proposito di numeri: gli immigrati regolarmente presenti in Italia sono, al momento, 4 milioni e 330 mila, ben al di sopra della prima città italiana. Una volta e mezzo gli elettori della Lega, per capirci; eppure, la Lega fa pesare quei tre milioni come se fossero 60, e li cita continuamente in Aula (“la nostra gente”), e proprio in virtù di quella spinta elettorale così concentrata in una parte del Paese è in grado di condizionare tutta la maggioranza. Non solo politicamente, ma anche culturalmente: ad un certo punto della sua relazione, Bonanni si è detto preoccupato perché questa continua sovrapposizione strumentale fra immigrazione ed insicurezza ha ormai contagiato (“cloroformizzato”, ha detto testualmente) anche alcuni ambienti del mondo cattolico. E così, quando il sottosegretario Castelli propone di mettere il crocifisso nella bandiera italiana, il cerchio finalmente si chiude.