Archivi tag: vita

Povero Cristo

Parto da White Christmas per allargare il discorso. White Christmas, lo sapete, è il nome che il sindaco leghista di Coccaglio, in provincia di Brescia, ha dato alla sua campagna contro gli immigrati irregolari: entro Natale, ha detto, non ci sarà più un clandestino in tutto il Comune. Perché Natale, ha spiegato, è la festa dell’identità cristiana. La strumentalità con cui la Lega maneggia l’identità cristiana è così palese da sfiorare il ridicolo: ho avuto gioco facile, in questi giorni, a ricordare che a Coccaglio rischiano pure i re magi, visto che uno dei tre (Baldassarre, l’indiano) ha la pelle più scura del dovuto, ed avrebbe vita dura la stessa Sacra famiglia, che dopo la nascita di Gesù scappò 6 mesi in Egitto, senza regolare permesso di soggiorno. Ma comincio a credere che ormai siano così entrati nella parte da non rendersene più conto: basti aggiungere che , nel dibattito su Raitre, mi è toccata pure una lezione di cristianesimo dal cattolicissimo Matteo Salvini, scandalizzato dalla sentenza europea sui crocifissi. Più che la Lega, però, mi preoccupa l’atteggiamento morbido di una parte della Chiesa, che su molte altre questioni è meno disposta a transigere. Sul Venerdì di Repubblica, un lettore cattolico riflette su questa logica di due pesi e due misure, ipotizzando che non piaccia neppure ai fedeli di parte destrorsa. Gli risponde Michele Serra:

Vorrei che Lei avesse ragione quando sostiene che i cattolici destrorsi pretenderebbero dalle autorità ecclesiastiche almeno la stessa severità riservata un tempo al governo Prodi. Temo che non sia così. Penso che la differenza politica, in Italia, sia più rivelante della differenza religiosa. Tra un cattolico che vota Berlusconi e un cattolico che vota  sinistra, ci sono meno affinità di opinione che tra credenti e atei di sinistra, e tra credenti e atei di destra. Il giudizio sull’etica pubblica, e perfino quello sull’etica privata, è più influenzato dalle idee politiche che dalle convinzioni religiose. Per fare solo un esempio: conosco credenti che hanno solidarizzato con Beppino Englaro, e atei che lo hanno disapprovato fino all’insulto.

Credo che Serra abbia ragione, e non si tratta qui di giudicare se facciano meglio gli uni a difendere il crocifisso o gli altri a difendere Beppino Englaro. Penso solo che se Cristo è tutto qui, racchiuso nei confini stretti di un’appartenenza, allora è proprio un povero Cristo.

Annunci

Cambia menù

In un momento di antipolitica fervente come quello attuale, la notizia passerà magari come un’altra trovata della casta: gli onorevoli deputati non si accontentano di quello che passa il ristorante di Montecitorio e decidono di cambiare menù, poverini. In realtà, il pranzo vegetariano di oggi alla Camera (costato parecchi mesi di organizzazione e mediazione tra la Lav e gli uffici di Montecitorio) era un’iniziativa politica per lanciare la mia proposta di legge 1467 (“Norme per la tutela delle scelte alimentari vegetariana e vegana”), firmata anche – ormai è una piacevole consuetudine, nella mia attività parlamentare – da diversi colleghi della maggioranza: per ora siamo in otto (quattro Pd e quattro Pdl), ma dopo il riso arrostito con porcini e zucca preparatoci dallo chef Pietro Leemann credo che il consenso aumenterà. Il provvedimento, che trovate qui, è un tentativo piuttosto light di rendere la vita più facile ai due milioni e mezzo di italiani che non mangiano carne né pesce (e se contiamo anche chi mangia solo pesce arriviamo al doppio), garantendo loro la possibilità di un piatto vegetariano nelle mense pubbliche o nei luoghi di ristoro convenzionati. Chi mangia carne potrà naturalmente continuare a farlo, ci mancherebbe, ma il problema oggi è esattamente quello contrario: il numero di vegetariani è in crescita continua, mentre l’offerta di pietanze compatibili con la loro scelta è molto bassa. Si può essere vegetariani per tre motivi diversi: etico, salutistico, ambientale. Vado per titoli: nel primo caso, decido di non mangiare carne e pesce perché ho la possibilità di nutrirmi senza uccidere nessun animale, e la preferisco; nel secondo, scelgo di essere vegetariano perché – ad esempio – l’eliminazione del consumo di carne diminuisce del 50%  il rischio di infarto e del 45% quello di tumori del sangue; nel terzo, preferisco evitare la catena animale perché – come testimoniano gli studi economici più recenti – questa comporta uno spreco enorme di risorse idriche e di terre coltivabili. Ma non c’è bisogno di essere vegetariani per firmare la mia proposta di legge, ho scritto ai miei colleghi in una lettera accorata, in cui ho volutamente rinunciato alle citazioni colte (salvo quella famosa di Albert Einstein: “Niente porterà vantaggio alla salute umana ed aumenterà le possibilità di sopravvivenza della vita sulla Terra quanto l’evoluzione verso una dieta vegetariana”) ed ho cercato di convincerli con le buone: con un invito a pranzo, appunto, che ha contribuito a smontare diversi pregiudizi. Potrei citarvi Emerenzio Barbieri, collega reggiano del Pdl, cresciuto all’ombra dei prosciutti e del ragù: a 62 anni, ha mangiato vegetariano per la prima volta ed è rimasto colpito dalla qualità e dalla varietà dei piatti. Ma in generale, al di là di qualche sfottò dei carnivori più accaniti (Rosy Bindi in testa), l’esperimento è andato molto bene ed ha contribuito ad accendere i riflettori su una proposta di legge che, in altre legislature, è rimasta bloccata nei cassetti delle Commissioni e non è neppure riuscita ad arrivare in Aula. Non so se stavolta ce la faremo – gli agguati degli anti-animalisti sono sempre possibili, come ha mostrato la lobby della caccia in più di una occasione – ma le condizioni ci sarebbero: innanzitutto, c’è da votare un testo tutt’altro che talebano; inoltre, il tempo non ci manca, visto che nelle ultime settimane abbiamo chiuso i lavori direttamente il mercoledì. Ma di questo ultimo scandalo, vi annuncio, parleremo nei prossimi giorni.

L’aborto obbligatorio

Dopo l’incontro di Obama con il Papa e la conseguente promessa del presidente americano di ridurre gli aborti negli Usa, attraverso politiche di aiuto alla maternità, l’Udc ha preso la palla al balzo per portare la discussione in Parlamento. Lo ha fatto attraverso l’unico strumento disponibile per la minoranza: una mozione che impegnava il governo a promuovere, in sede Onu, una risoluzione contro l’utilizzo dell’aborto come metodo di controllo demografico in vari Paesi del mondo. Meglio di me può spiegarlo l’intervento di Rocco Buttiglione, questa mattina in Aula:

ROCCO BUTTIGLIONE. Prendiamo posizione contro tutti coloro che impongono alle donne di abortire, mettendo insieme due principi che, troppe volte, si sono scontrati nel dibattito interno del nostro Paese: il diritto della libertà di scelta e il diritto alla vita. Lo facciamo in un momento in cui questo tema è drammaticamente attuale nel mondo, perché, non dimentichiamolo, metà dell’umanità, in un modo o in un altro, non vede riconosciuto il diritto della donna di dare alla luce il bambino che ha concepito. Esistono Paesi, che abbracciano un quarto dell’umanità, in cui l’aborto, al secondo figlio, è obbligatorio. Esistono Paesi, che abbracciano forse un altro quarto dell’umanità, in cui è possibile per la donna essere ricattata con l’offerta di aiuti a condizione di abortire. Questo ha generato nel mondo uno squilibrio drammatico, tra l’altro a danno delle bambine. Mancano ai conti della demografia forse cento milioni di bambine che sono state abortite unicamente per il fatto di essere di sesso femminile. Nei Paesi in cui è consentito un solo figlio questo fenomeno si aggrava potentemente, perché se il primo figlio è di sesso femminile la tendenza è di farlo morire. (…) È difficilissimo, forse impossibile, difendere il bambino contro la madre. Bisogna difendere il bambino insieme alla madre, rafforzando l’alleanza tra la madre e il bambino. Qui noi prendiamo posizione a livello mondiale, non nelle vicende interne italiane, su legislazioni le quali spezzano questo legame contro la vita del bambino e contro la libertà della madre. Questo è il tema della giornata di oggi, il tema sul quale io mi auguro che ancora sia possibile esprimere una unanimità morale di questo Parlamento e della nazione italiana.

Il testo dell’Udc, a mio parere, affrontava il problema in maniera molto seria e non ideologica, partendo da quanto enunciato nell’articolo 1 della legge 194: dal concetto, cioè, che “l’interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite”. Eppure, come capita sempre in questi casi, anziché cercare un accordo sul testo – con eventuali aggiustamenti – si è dato il via ad una serie di mozioni parallele: una del Pdl, condivisa anche dalla Lega, che ricopiava quella dell’Udc cambiando solo le parole; una dell’Idv; una del Pd; una della delegazione radicale. Le sfumature potete immaginarle: l’Idv chiedeva che si inserissero nei programmi di cooperazione internazionale anche le campagne per la contraccezione (e qui mi sono astenuto, perché mi pare che il primo problema della cooperazione internazionale non sia oggi l’educazione sessuale), i radicali arrivavano ad auspicare “la libera diffusione, senza ricetta medica, degli strumenti di contraccezione d’emergenza”, ossia della pillola del giorno dopo (e qui ho votato contro, perché – come ebbi a dire anche al Lingotto – il freno d’emergenza del treno sta bene lì dov’è, dentro un vetro da rompere, e non va dato in mano ad ogni passeggero insieme ai salatini). Rispetto alle altre mozioni, quella del Pd – che ho votato e che condivido – metteva più l’accento sulla libertà di scelta della donna, ma complessivamente non si differenziava molto dal dispositivo finale che è stato accettato dal governo: l’impegno, cioè, a “promuovere, ricercando a tal fine il consenso necessario alla presentazione, una risoluzione che condanni l’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico ed affermi il diritto di ogni donna a non essere costretta ad abortire, favorendo politiche che aiutino a rimuovere le cause economiche e sociali dell’aborto”. Per motivi a mio parere più ideologici che reali, il mio partito ha deciso di astenersi. Io no: non vedendo contraddizioni tra il nostro testo e quello del governo ho votato a favore, insieme ad altri colleghi, e lo rifarei ancora.

P.S. A fine seduta ho preso la parola, rivolgendomi allo stesso Buttiglione che, in quel momento, era il presidente di turno:

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, non so quanto sia rituale il mio intervento, dal momento che lei, in questo momento, ricopre la carica di Vicepresidente della Camera. Mi rivolgo quindi non al Presidente ma all’onorevole Buttiglione, per ringraziarla dell’opera che ha svolto in sede di presentazione della mozione che abbiamo discusso questa mattina concernente l’aborto e per il lavoro che è stato fatto. Non sono intervenuto a titolo personale per non appesantire i lavori d’Aula e per non alimentare polemiche, però mi è dispiaciuto – vorrei che restasse agli atti – che non si sia raggiunto un voto unanime della Camera sul dispositivo che, a mio parere, il Governo aveva approntato in maniera accettabile da tutti.

Homo laicus

Se vuoi fare bella figura in un incontro del Pd, citi Barack Obama. Oddio, certe volte il trucchetto vale pure in Parlamento, ma comunque negli incontri del Pd l’assenso della platea è matematico. Io stesso l’ho sperimentato due settimane fa, al Lingotto, quando cercavo spiegare in due minuti la differenza tra laicità dello Stato e dimensione privata della fede, e mi sono beccato applausi imprevisti: nessuno – indipendentemente dalla propria esperienza personale di agnostico, ateo, credente tiepido o praticante – ha osato contestare il fatto che il presidente degli Stati Uniti avesse riempito di riferimenti religiosi il proprio discorso inaugurale. Pochi giorni dopo mi sono trovato a discutere, via mail, con Cristiana Alicata, che coinvolgo qui senza chiederle il permesso ma tanto è una donna sportiva e capirà: io le ripeto la pappardella di cui sopra, lei mi risponde citandomi due episodi. Il primo è la promessa elettorale, fatta da Obama, di eliminare la regola “don’t ask, don’t tell”, introdotta da Bill Clinton come compromesso nel 1993, che permette ai gay di stare nell’esercito solo se nascondono le proprie preferenze sessuali: le rispondo che sono perfettamente d’accordo e che, se ci fosse in Italia, la abolirei anch’io. Il secondo mi mette più in difficoltà: Obama promette anche di eliminare la legge in Difesa del matrimonio (Doma), che considera “matrimonio” solo l’unione tra uomo e donna e “convivenza” le unioni omosessuali. Passano pochi giorni e scopro su internet che il capo della Casa Bianca ha cambiato idea: nei processi intentati dalle organizzazioni lgbt, che accusano la Doma di discriminazione, il Dipartimento per la Giustizia interviene in difesa della legge vigente, portando anche argomentazioni piuttosto forti, che a me non sarebbero mai passate per la testa. Non so se alla fine del mandato i cittadini statunitensi omosessuali saranno completamente soddisfatti della politica di Obama, ma finora – nonostante le trovate ad effetto, tipo la proclamazione di giugno 2009 come “mese dell’orgoglio lgbt” – mi pare che il presidente abbia agito più di cesello che di accetta, come secondo me ogni uomo politico è chiamato a fare. Se Obama è dunque l’attuale icona dell’homo laicus, mi sta benissimo: purché lo si valuti nel suo complesso, magari senza dimenticare l’incontro di ieri con il Papa. Lo avrete letto forse nelle cronache dei giornali: il capo della Casa Bianca si è impegnato solennemente a ridurre il numero di aborti negli Stati Uniti. Lo farà, naturalmente, con le politiche laiche che un governo ha a disposizione: non già rapendo le donne incinte dai consultori e portandole a partorire forzatamente nei conventi, ma – ad esempio, come lo stesso Mr. President ha anticipato – finanziando programmi di aiuto alla maternità difficile, perché nessuna donna sia mai portata ad abortire per motivi economici. Tanti di voi, in questi mesi, mi hanno chiesto di affrontare i problemi senza pregiudizi, in maniera non ideologica, e come vedete ci sto provando costantemente. Ora, però, permettetemi di rigirarvi la stessa richiesta: quando cominceremo ad affrontare l’aborto in maniera non ideologica? Quando smetteremo di dire che è una vittoria della libertà e lo chiameremo finalmente con il suo nome?

Caro Andrea, (…) se posso permettermi un suggerimento su come procedere nella direzione che hai tracciato, io credo che il cammino per una sintesi oltre che attraverso una corretta definizione di laicità (come hai giustamente sottolineato) passi per un recupero della concretezza. Fintantoché le questioni si affrontano ideologicamente non c’è speranza di uscirne vivi, invece quando si comincia a ragionare di cose concrete una sintesi si può trovare.
Ti faccio un esempio: legge 194. Nessuno più pensa a ritornare ad un tempo in cui l’aborto era un reato, però forse possiamo convincerci tutti che (a prescindere dalla questione ideologica sulla persona) l’aborto è un male: forse un male minore a volte, ma comunque un male. Allora, una volta stabilito questo terreno comune, si può cercare una linea politica che ci porti oltre il male minore, ovvero riorientando la lotta contro l’aborto, combattendolo non nel tentativo velleitario e inutile di abrogare la 194, ma piuttosto iniziando una seria politica a favore della maternità, così da mettere la donna che non vorrebbe abortire in condizioni di poter tenere il bambino.
È un piccolo esempio (te lo cito perché è quello in cui sono concretamente impegnato sul campo) di come a mio parere si possano trovare sintonie e consonanze che vanno anche oltre il mero rispetto reciproco tra laici e credenti (che è sì un punto di partenza, ma ovviamente deve poi diventare linea d’azione e progetto politico).

La mail che avete appena letto me l’ha inviata un parroco di Roma, don Fabio Bartoli, che da domani mi toglierà il saluto. Ma non credo che, se l’avesse scritta Barack Obama, sarebbe stata poi così diversa.

Estate in libertà

Sull’utilità della presenza di guardie svizzere in Parlamento, come molti di voi sanno, ho sempre dubitato: l’atteggiamento cattolico-identitario dell’Udc non mi ha mai convinto, per una serie di motivi (legati soprattutto alla mia visione della testimonianza cristiana) che sul blog ho raccontato in varie occasioni. Il bersaglio facile, quello che fa perdere credibilità all’intero progetto di Casini, è naturalmente il rapporto mai chiarito di alcuni uomini del partito con la criminalità organizzata: nelle stesse liste per le Europee sono candidate persone indagate per compravendita di voti dai boss mafiosi, a testimonianza del fatto che i volantini pro Cuffaro ritrovati nel covo di Provenzano forse non stavano lì per caso. Unione dei condannati, ha scritto qualcuno, ed in effetti l’ultima sentenza è fresca fresca: il deputato Giuseppe Drago, appena condannato dalla Cassazione per appropriazione di fondi riservati della Regione Sicilia, è ora interdetto dai pubblici uffici e dovrà dimettersi da Montecitorio. Ma quando parli dell’Udc a certa parte del mondo cattolico, è come se questi problemi non esistessero: un po’ lo stesso atteggiamento che gli elettori del Pdl hanno nei confronti dei guai giudiziari di Berlusconi. Più glielo ripeti, più scuotono le spalle: “di’ pure quello che vuoi, ma almeno l’Udc difende i miei valori”, leggi “la vita dal concepimento alla morte naturale”. Candidato numero 7 della lista Udc per le isole è infatti Gian Benedetto Melis, vicepresidente della Società italiana della contraccezione, che definisce la pillola “una delle più rivoluzionarie scoperte dell’ultimo secolo”. Lo credo anch’io, ma siccome sto nel Pd pensavo di non fare testo. Il professore, in realtà, è uno moderno: mentre la Pontificia accademia per la vita si intestardisce sullo scivolosissimo Ogino Knaus e sul complicato metodo Billings, mentre le famiglie cattoliche si affidano con qualche apprensione al metodo Persona, quello delle lucette rosse e verdi, lui scavalca tutti a sinistra e sponsorizza il nuovo anello vaginale che si inserisce una volta al mese, ma ha soprattutto un debole per la pillola trimestrale, che io non sapevo neppure esistesse. Il suo effetto dura tre mesi, spiega il candidato Udc, ed è l’ideale per “chi desidera vivere in libertà l’estate”. Lo riscrivo, perché non ci credo: l’ideale per “chi desidera vivere in libertà l’estate”. Sorelle, lo so che ci siete. Lo so che leggete il mio blog. Redazione di Avvenire, lo so che ci sei. Ora, dalla Humanae vitae in poi, non mi ricordo di aver letto pronunciamenti papali sull’estate in libertà, né sulla contraccezione da intendersi “in chiave moderna”, perché “le donne devono riscattarsi dall’ idea del ciclo come segno di fertilità” (sì, è sempre Melis che parla). Se non ricordo male, le parole di Benedetto XVI sull’uso del profilattico nella lotta all’Aids furono piuttosto chiare, e quando mi azzardai a parlare di un errore di comunicazione da parte del Papa venni tacciato di non essere abbastanza cattolico. Pensa un po’ se avessi aggiunto – come il professor Melis ha fatto pubblicamente – che, “per fortuna”, tra i giovani è stata “ben definita l’importanza dell’uso del profilattico quale migliore protezione dalle malattie sessualmente trasmissibili”. Girate un po’ su internet e scoprirete che il candidato Udc definisce “fantascienza” le ipotesi dei medici cattolici sugli effetti della contraccezione ormonale e che il Centro per la procreazione di cui è responsabile non è esattamente in linea con il Vaticano sulla fecondazione assistita: tutte posizioni legittime, per carità, che non farebbero notizia se il suo partito non brandisse la fede cristiana come un’arma, se non utilizzasse il mondo cattolico italiano come una riserva di caccia. Ci sono tante cose che non mi convincono dell’Udc, a cominciare dalla presenza pressoché nulla dei suoi deputati alle sedute della Camera, ma nulla mi fa imbestialire come questa laicità intermittente, come questo uso strumentale dei valori in cui credo. In cui crediamo, care sorelle, in cui crediamo.

Mi vergogno

Il problema, signori miei, non è Malta, né la legislazione marittima. Il problema siamo noi ed il limite che fissiamo alla dignità umana. Che il governo la interpreti come vuole, a me la storia sembra abbastanza chiara: una nave con 150 persone bloccata da giorni nel canale di Sicilia, un cadavere a bordo, due donne incinte, un mare forza 4 e noi qui a contrattare con Bruxelles perché non li vogliamo far sbarcare sulle nostre coste, visto che li ha soccorsi Malta (e che è pagata per farlo). Almeno fateli scendere, chiede da tre giorni l’Alto commissariato Onu per i rifugiati: date da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, curate gli infermi, vestite gli ignudi e non me le ricordo più, perché dal catechismo è passato un po’ di tempo. Poi, prosegue l’Onu, ne possiamo anche parlare, ma nel frattempo pensateci voi, visto che la nave è attualmente a 25 miglia da Lampedusa e per arrivare a Malta sono 150. Non se ne parla, insiste Maroni, che anzi minimizza tutto: le donne incinte le portiamo via, la morta ormai è morta e comunque l’hanno piazzata in una scialuppa, gli altri stanno tutti bene, c’è da mangiare, si beve e si gioca a tresette. Quel mercantile è praticamente l’ammiraglia della Costa crociere: se qualche comunista dell’Onu vuole salire, offriamo noi. Ora, può anche darsi (non lo so, e per questo gli concedo il beneficio del dubbio) che a rigor di legge il nostro governo abbia ragione. Può anche darsi che Malta, in questi anni, ci abbia marciato un po’, sebbene mi risulti che anche loro abbiano qualche problemino con gli sbarchi. Può darsi tutto, e chissenefrega: mi dispiace essere un po’ ripetitivo, visto che ieri parlavo praticamente della stessa cosa, ma subordinare la garanzia dei diritti umani al rispetto delle leggi è un’operazione indegna di un Paese civile. La Lega ci sta provando in ogni modo – prima con l’obbligo di denuncia sanitaria, poi con l’allungamento dei tempi di permanenza nei Cpt – ma finora non ci è riuscita, perché nella stessa maggioranza c’è chi resiste. Ora Maroni ci riprova con la nave turca e potrebbe farcela, perché stavolta non ha bisogno di passare per il Parlamento. Io assisto alla scena inebetito, imbarazzato, pieno di vergogna. Mi vergogno per il mio Paese, che una volta era la culla dell’umanesimo e dava al mondo lezioni di civiltà. Mi vergogno per questo governo, che si autoproclama paladino dei valori cristiani ma non ha mai letto la parabola del buon Samaritano: non ha capito, insomma, che le vite da salvare non sono quelle che ti scegli in base alle tue convenienze, ed ogni riferimento non è casuale, ma tutte quelle che incroci sulla tua strada. O per mare, a 25 miglia da casa tua.

Buona vita


“Sui giornali e in tv si parla di buona morte, noi vogliamo parlare di buona vita”. Riccardo Bonacina, direttore del settimanale Vita, ha riassunto così il senso dell’incontro di ieri pomeriggio, organizzato da noi a Palazzo San Macuto. Noi significa quelli di PeR, l’associazione Persone e Reti, che – come vi dicevo in altre occasioni – è nata con l’obiettivo di gettare ponti fra la politica e la società civile. Così, dopo il convegno di settembre sulla laicità, stavolta abbiamo deciso di riflettere sui disabili: un mondo ignorato dai mass media – ha denunciato l’oncologo Mario Melazzini, presidente dell’Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica – a meno che il singolo disabile non diventi un caso. Eppure, in Italia sono circa tre milioni: 2 milioni e 800 mila vivono in famiglia, gli altri negli istituti. Cominciamo da questi ultimi: alcuni istituti – ha detto Pietro Barbieri, presidente della Federazione italiana superamento handicap – sono “carceri per chi non ha commesso reati”. Ma chiuderli non basta, se non ci sono alternative: quando i magistrati lo hanno fatto con quello di Serra d’Aiello, in Calabria, si è assistito ad una deportazione di pazienti seminudi, privati dei loro oggetti personali, verso altre strutture che non erano in grado di accoglierli. Quanto alle famiglie, ci spiegava Paolo Fogar (presidente della Federazione nazionale associazioni trauma cranico), pagano tutte l’assenza di aiuti appena dall’ambito sanitario si passa a quello sociale: appena si esce, cioè, dal reparto rianimazione dell’ospedale e bisogna decidere cosa fare. Le strutture mancano e le famiglie sono costrette a riempire il buco lasciato dalle istituzioni: nella stragrande maggioranza dei casi, le famiglie che portano i propri cari a casa sono abbandonate al loro sacrificio, senza  ricevere aiuti psicologici né economici. Tanto per fare due calcoli: tra modifiche dell’appartamento, stipendio dell’eventuale badante, acquisto delle pomate per curare le piaghe da decubito, varie ed eventuali, le spese mensili superano molto facilmente i 2 mila euro. E spesso, nei nuclei familiari con disabili, è inevitabile che almeno uno rinunci alla propria attività professionale (non parliamo, poi, di svago e tempo libero) per dedicarsi all’assistenza. Per i malati terminali c’è la soluzione intelligente proposta da Giuseppe Casale, presidente dell’Antea, di mettere le famiglie in comunicazione con gli hospice, che possono garantire loro aiuto materiale e psicologico: altrimenti, ha spiegato, la sensazione di solitudine e di abbandono cresce, contemporaneamente alla richiesta di eutanasia. Di eutanasia, in realtà, non si è parlato espressamente, ma tutte le associazioni presenti al convegno hanno insistito molto sul concetto di dignità della vita, che non va misurato in chiave utilitaristica. Indipendentemente dalle abilità o disabilità, ha ricordato Barbieri, l’articolo 3 della nostra Costituzione parla, al secondo comma, di “pieno sviluppo della persona umana”. E lo Stato, troppo spesso, se ne dimentica. Qualche esempio? I livelli minimi di assistenza per le persone non autosufficienti, oppure l’accessibilità dei beni culturali: in entrambi i casi, il governo Prodi aveva stanziato fondi e quello Berlusconi li ha tagliati.